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4/26/2014

Festa della liberazione - degli altri

Vorrei offrire ai lettori un paio di pensieri ancora in corso.
   Il primo nasce dal fastidio per alcuni commenti letti qui e là sul 25 aprile, dove con leggerezza e arroganza si pongono sullo stesso piano i partigiani di allora e i “ribelli” di oggi – dai No Tav a chi manifesta per la casa. Ma c’è una grande differenza tra chi “si ribella” per avere o ottenere qualcosa (soldi, casa, cose, etc.), per rivendicare un diritto (reale o presunto), e chi si ribella non per sé, non per avere qualcosa, non per ottenere soddisfazione o un risarcimento, ma per essere e permettere ad altri di essere, per contribuire a liberare, comunque sia, senza altri scopi né meriti, un mondo al di la di sé, perfino un mondo senza di sé – un mondo che si può immaginare senza il proprio “io”, un mondo nel quale possiamo benissimo essere assenti: ed è questo che furono i partigiani della generazione di mio padre, così come lo furono i combattenti volontari della guerra di Spagna bombardati dai fascisti italiani, come Ernest Hemingway, etc. etc.
   E’ la stessa differenza, credo, tra chi vive religiosamente per avere il premio agognato di un Paradiso, e chi vive evangelicamente senza nemmeno saperlo, senza accorgersene, senza maturare nemmeno inconsciamente un fantasma di credito o di premio per le proprie azioni, ma lo fa solo perché è giusto, pulito e soprattutto naturale farlo. Con bontà che vorrei chiamare “animale”.
   Finché non sarà chiara per tutti la differenza, il mondo sarà di continuo attraversato da tragici ma infantili conflitti di falsi ego, capaci di uccidere e di uccidersi per un giocattolo – per il fantasma ossessivo di un diritto, di un possesso, di una rivendicazione, di una cosa, di una qualsiasi impermanenza.

   Il secondo pensiero lo suggerisce il poeta Carlo Bordini sulla sua pagina Facebook, dove per richiamare l’attenzione sulla nuova ondata di semplificazione che investe ogni ambito, dagli editori che chiedono che i libri siano scritti in modo “semplice”, ai governanti che parlano con slogan di 25 parole ripetute all’infinito, e i cui programmi politici sono composti da dieci, massimo quindici parole, invita a leggere il brano di un articolo uscito tempo fa su l'Unità:
   “Osservo di nuovo che l’imbarbarimento di una nazione (di questo si tratta) nasce e si presenta spesso come una politica di semplificazione – che non è proprio una bella parola, e designa una riduzione innaturale della complessità, ossia dell’intelligenza. Si crea e si consolida nella riduzione del linguaggio, del pensiero, della politica, nella neo-lingua pubblicitaria più volte denunciata, nello scavalcare il Parlamento e l’etica della discussione. Ma è soprattutto negli spazi lasciati vuoti dalla cultura e dall’educazione che l’autoritarismo “semplice” si insedia e riproduce, svuotando di senso il concetto e la realtà di una Repubblica. Il costo umano, sociale culturale è esorbitante. Le sue conseguenze rischiano di essere irreversibili.”
   Il brano è tratto da un articolo intitolato “La lezione degli studenti” (parlava delle loro lotte), e uscì il 24 ottobre del 2008. L’autore, anche se me n’ero totalmente scordato, ero io stesso. Ma la cosa inquietante è la sua attualità. Rientra nella violenza della semplificazione, oggi, la contrapposizione “prendere o lasciare” tra conservazione e innovazione, dove la seconda per definizione è “di sinistra” e deve per forza essere vincente – e che importa se invece la conservazione riguarda Pompei o la Biblioteca Nazionale, le scuole pubbliche, l’educazione e la memoria. E così la sera del 25 aprile, venerdì, in una trasmissione televisiva, un giovane esponente del centro sinistra irrideva come bizzarria conservatrice la sacralità delle feste (quelle civili) in cui si scoraggia il lavoro, il commercio, il negozio. Che importa, diceva, la memoria del 25 aprile, se un commerciante vuole approfittare della festa per vendere più merce? La sicumera con cui venivano esibite queste parole che mandavano al macero (rottamavano?) decenni e forse secoli di educazione civile, di lenta acquisizione di consapevolezza che ci sono cose “non in vendita”, valori non economici e comunque non monetizzabili, mi stordiva; e pensai che sì,  una nuova barbarie è cresciuta dentro di noi, e niente è più al suo posto. L”irreversibilità di cui sopra è già iniziata da tempo.
   Alla rozzezza del negozio, del profitto a ogni costo, festa o non festa, corrisponde una simmetrica rivolta dei forconi e dei cosiddetti ribelli. Nell’attuale scacchiera sociale senza memoria né orizzonti tutto sembra intercambiabile con tutto. Non c’è differenza, nessuno sembra più capace di immaginare cosa sia un mondo senza se stessi. Alla sola ipotesi, il commerciante come il senza casa, come  il banchiere, come il politico, sono certo che si porterebbe una mano sulle palle, altro che guerra di Spagna: chi se ne frega “per chi suona la campana”, speriamo non per me.
   

4/03/2013

Farsi un fuoco (e smetterla di abbaiare contro il buio)


E' un'impossibile illusione scrivere sul presente in presa diretta, e sull’ormai grottesca tragedia (è un ossimoro, lo so) che incombe sulla politica e l’economia italiana. Come cercare di inseguire con la mano che scrive un foglio di carta che scorre. Tuttavia ci sono un paio di cose che da giorni non riesco a non dire.
Una è che non sono, non siamo, tutti uguali.
Con tutti i difetti del Pd, le viltà e i tentennamenti che ho e abbiamo denunciato per anni – l’opposizione alla destra che assomigliava a una concorrenza, idea odiosa di una “autonomia della politica” dalla società civile (“lasciate fare a noi”, disse D’Alema ai girotondini, fratelli maggiori e tanto più umili dei cinquestelle) – con tutto questo e malgrado questo non ho mai pensato che il male dell’Italia fosse il Pd, ma il partito-azienda del grande corruttore che il Pd non contrastava con abbastanza energia. Un partito cementato dai soldi del Capo che ha portato il Paese al degrado morale, politico ed economico che conosciamo, un degrado tale da avere visto perfino padri e madri vendere le loro figlie al Capo, rinnegando perfino quell’antica commozione davanti a film come Bellissima (per chi se lo ricorda).
E’ quindi inaccettabile che per ignoranza, cecità o vuoto di memoria, se non per un’imperdonabile malafede, si pongano Bersani e Berlusconi sullo stesso piano. Diciamo che anche questo sia eredità del napalm versato per anni sulle scuole, la memoria, l’educazione, la Storia, il linguaggio e ogni aspetto della re-pubblica dal partito del grande corruttore che esordì negli anni ’90 colla legalizzazione del falso in bilancio. Ma dopo che grazie alla magistratura è noto quasi ogni aspetto del presidente puttaniere, che comprava deputati come mignotte e mignotte come deputati ed è inquisito per questo; che ha un processo in corso per prostituzione minorile, per evitare il quale si è perfino travestito da cieco, non è per niente lecito urlare che tutti i politici siano uguali e puttanieri senza divenire oggettivamente correi del vero puttaniere. Destra e sinistra non sono mai state uguali e non lo saranno mai.
Chi lo grida, in effetti? Un personaggio figlio di quelle tv commerciali, un ex comico di cui il linguaggio, lo stile degli insulti, la retorica triviale e i propositi semplicistici sono filiazione diretta della cultura mediatica berlusconiana; che ha fondato a sua volta un movimento-azienda basato non sulle tv, ma su Internet e la sua illusione democratica; che non vuole essere un partito ma è più chiuso e autoreferenziale dei partiti di una volta. Come Berlusconi e la Lega Nord gli si conoscono solo slogan e semplificazioni vaghe; al posto di  “meno tasse per tutti” e “un milione di posti di lavoro”, di “Roma ladrona” o “cacciare gli immigrati”, si grida all’uscita dall’euro e togliere i finanziamenti i partiti e le sovvenzioni ai giornali, i nuovi spauracchi (senza vedere o facendo finta di non vedere che la logica di mercato che soggiace a questa idea è perfettamente in linea con lo svuotare di risorse le scuole pubbliche per favorire le scuole private, col disinvestire su tutto ciò che non dà profitto, in primis l’educazione). Come Berlusconi insultano e delegittimano gli altri come un disco rotto, ma soprattutto come se venissero da Marte e potessero, soltanto loro, assolversi da ogni responsabilità. Quale legge sul conflitto di interesse ci può difendere dalle retoriche di un ex comico e un tecnologo-imprenditore delle comunicazioni esperti in propaganda?
Le altre cose che vorrei dire riguardano la cittadinanza, cioè la politica. Credo nella distinzione tra elettori (in fuga) di questo partito e i loro rappresentanti: si fanno chiamare cittadini, ma anche questa è una menzogna pubblicitaria. Cittadinanza traduce politica (greco politéia) e la politica è qualcosa (una pratica, una conoscenza, uno stile) agli antipodi dalle posizioni e dalle identità rigide. La politica è l’arte dell’incontro e del compromesso, dell’alterità e del dialogo, non della conferma di sé (infatti non tutti, se Dio vuole, siamo chiamati a farla come mestiere).
Politica è anche, semplicemente, il rito dell’accendere insieme un fuoco per scaldarsi, fare il caffè, magari fare turni di guardia nella notte, che sia contro nemici o contro la “natura matrigna” di Leopardi. Fare una “social catena”, scrisse il grande poeta al cospetto del Vesuvio invitando alla solidarietà. Cioè alla politica. Non c’è politica, né umanità, né fuoco acceso, senza quei valori condivisi che il grande corruttore ha stravolto in questi ultimi vent’anni gettandoci sopra ettolitri di napalm. In questo senso, e solo in questo senso, i grillini sono oggi espressione dell’antipolitica (parola troppo abusata): l’incapacità di un incontro, un fare “insieme” nella diversità, anche solo accendere un fuoco nella notte. Se alla nozione di beni comuni togli il “comune”, cosa rimane se  non una vuota astrattezza? Ecco, i grillini vivono in questa astrattezza non innocente che sta diventando (è trascorso un inutile mese grazie a loro) uno dei modi di affossare il Paese in una grottesca tragedia. Non posso rimproverare alla destra di essere di destra, ma ai grillini sì.
Hanno detto che “non credono nel cambiamento” degli altri. Vogliono il monopolio del cambiamento. Vogliono “vedere i fatti”. Ma questa frase è una foglia di fico, perché a loro dei fatti non interessa nulla, se no aiuterebbero ad accendere il fuoco. Però non è vero che non fanno nulla, realizzano esattamente quello che dicono di avversare, come nelle cosiddette profezie che si auto-avverano (e hanno oggettivamente rimesso in gioco Berlusconi). Forse sono davvero iperpolitici, sono il nuovo volto dell’autonomia della politica, atro che D’Alema e i suoi tatticismi: Casaleggio e Grillo sembrano l’ultimo avatar della più odiosa e tecnocratica delle politiche, quella che fa a meno della realtà stessa; un giocare a scacchi per puro gusto del potere – magari dalla lontananza delle sue ville, come avviene realmente. Di fatto i non-cittadini cinquesteelle sono “performativi” nel senso più puro (quello della filosofia ormai classica del linguaggio di Austin: “Dire è fare”), perché il loro “no”, il loro sottrarsi è un’azione politica netta che mette in stallo non iol potere ma la democrazia – gridano contro il buio ma impediscono anche agli altri di accendere un fuoco. Come Berlusconi non credono all’indicazione dello spread (che è come non credere ai semafori quando attraversi una strada dove passano i camion), e quindi chi se ne frega del debito pubblico dell’Italia, delle imprese che falliscono e del nostro destino, basta affermare le proprie astratte ragioni con fiera autoreferenzialità. Gli basta non fare un fuoco insieme, e confermare che l’altro non è capace di accenderlo da solo, divertendosi ad assistere all’impotenza dei politici. Come se la politica non fossimo noi, la cittadinanza di tutti.
Non capirò mai come si sia potuta subire la fascinazione dell’ex comico, ma questo è uin altro discorso, e in Italia del resto è già accaduto che si desse credito ai monologhi e all’intercalare ipnotico della retorica di un “dittatore” (parola di cui sottolineo l’origine linguistico-fonetica). Dal linguaggio si capisce tutto, anche da quello dell’on. Lombardi e del sen. Crimi con la stampa, o durante l’incontro con Bersani: un nulla artificioso come lo streaming, un costante autoriferirsi che non copriva, appunto, il Nulla, col rischio di una disintergrazione della realtà, a partire dalla disgregazione della politica, che non era ancora riuscito a Berlusconi). Sono “prigionieri di una scena teatrale redatta per loro da terzi”, senza capire il ruolo e la potenzialità di un Parlamento fortemente rinnovato che può e deve ambire a produrre finalmente un cambiamento”, ha detto il neo-deputato Khalid Chaouki, responsabile per il Pd dei “Nuovi Italiani”. Speriamo che qualcuno di loro inizi a svegliarsi dall’incantamento.

3/03/2013

Basta con la politica degli slogan e degli insulti

[Pubblico anche qui questo breve post apparso nel mio sporadicamente praticato blog de l'Unità il 1 marzo, acchiappafantasmi ]. Confesso che non mi ci voleva questa ulteriore distrazione dalla mia anima e da quello che sto facendo data dalla nuova - mi sbaglierò? lo spero - emergenza democratica. Comunque sia ecco parte di quello che penso e sento sull'escalation del grillismo] 


   Non so voi, ma io ne ho abbastanza della politica degli insulti e degli slogan. Nel nostro ormai cronico dissolversi quotidiano della memoria abbiamo forse dimenticato la sofferenza e le ferite invisibili (le cui cicatrici sono in realtà vistose) date dalla neo-lingua degna di Orwell del regime politico-pubblicitario di Berlusconi, fondatore di un partito-azienda che battezzò con uno slogan da stadio. Ad esso, e al comando manageriale, si affiancarono infatti altri due “giochi linguistici”, l’insulto permanente (come: “chi vota a sinistra è un coglione”), e lo slogan pubblicitario, suadente, irreale, ipnotico, negatore dell’evidenza (“se le Fiat non vendono, chiamatele Ferrari”; “partito dell’amore”, “popolo della libertà”), e che ancora funziona (vedi la lettera sul rimborso dell’Imu). Nanni Moretti ricordava di recente anche quei ministri come Bossi che per vent’anni hanno invocato l’uso dei fucili e alzato il dito medio – “un gesto che io continuo a considerare di una violenza inaudita e del tutto inaccettabile, e che invece l’Italia ha inspiegabilmente sopportato”, ha detto il regista. Concordo.
Mi piacerebbe che il Presidente della Repubblica – che considero il mio Presidente da sempre, non da tre giorni – dopo aver reagito contro il segretario dell’Spd tedesco che ha definito (peraltro ineccepibilmente) clowns gli italiani Berlusconi e Grillo, protestasse con analoga fermezza contro le parole offensive degli stessi. Quelle di Berlusconi sui giudici-cancro, per esempio: insulto insopportabile, sovversivo e non nuovo, ma appena riattualizzato; e quelle di Grillo, leader (non eletto) o portavoce di un movimento politico, insultanti (“morto che parla”) contro il capo eletto di un partito e di una coalizione, Bersani, che ragionevolmente ha posto un problema che ci riguarda tutti: la formazione di un governo.          Insultare (e delegittimare) un leader che invita un altro leader a discutere la vera politica, far funzionare gli ingranaggi che collegano potere legislativo e potere esecutivo, Parlamento e Governo, e quindi la “fiducia” che ne è olio e motore, è oggi insopportabile. Così come sentir chiamare “volgari adescatori” i rappresentanti della coalizione di centrosinistra che vorrebbero confrontarsi su un governo possibile – come gran parte di noi elettori di sinistra auspica, come auspicano Dario Fo (che Grillo annovera tra gli amici) e molti elettori del Movimento 5 Stelle. Invece di una risposta argomentata Grillo avrebbe detto o scritto “hanno la faccia come il culo”. Non fa nemmeno ridere (ma questo già da tempo). Ma almeno su un’altra cosa Bersani ha ragione: il luogo della discussione è e sarà il Parlamento, non un blog (o un salotto tv). Questo – il rispetto per le istituzioni della Repubblica – il mio e nostro Presidente potrebbe e dovrebbe ricordarlo.
Quanto a Grillo, forse sta proprio facendo il clown, ma è un gioco pericoloso per la democrazia. Abbiamo osservato in tanti il linguaggio e lo stile retorico di questo ex comico nel corso della campagna elettorale (cominciata per lui chissà quando), che personalmente mi ha suscitato repulsione a prescindere dai suoi enunciati (pur essendo molte delle cose che diceva, pardon urlava, condivisibili e condivise dai noi elettori di sinistra), per via della sua enunciazione sempre ossessivamente monologica; e perché, appunto, li copriva irrimediabilmente con la sua voce. Ho provato anche repulsione e stordimento per il disprezzo e la delegittimazione che le sue parole spargevano (spargono) su pressoché tutti, avversari veri o immaginari, colpevoli soltanto di esserci(come se invece lui, Grillo, fosse in un’altra dimensione e parlasse da un altro pianeta) – tutti, comunque sia, destinati a diventare personaggi e bersagli del suo psicodramma politico. L’ipnotica fascinazione che produce, e che ricorda tempi passati e bui, sembra a volte il frutto di un esperimento politico di laboratorio sulla psicopatologia delle masse… Mi fermo, la campagna elettorale è finita, anche se i dittatori e gli aspiranti tali auspicano una campagna elettorale permanente, utile a prolungare l’autarchia del monologo e dell’insulto, e a imputare sempre agli altri lo sfascio e le macerie di un Paese: Berlusconi era ed è uno di quelli. Ma anche un Vaffa-Day permanente ne sarebbe una versione triviale, parente del fascista “me ne frego”.
Volevo qui soltanto parlare di linguaggio, chiedere al Presidente Napolitano di aiutarci a esigere rispetto per le istituzioni repubblicane a partire dal linguaggio. Basta con gli insulti, anche noi che non abbiamo fatto tabula rasa della memoria e della Storia siamo un popolo.

11/26/2011

Due domande: “Chi è che viene così?” “Qual è la parola” (Comment dire, What is the Word)

[Per una frastagliata serie di associazioni di idee, ritrovo questo intervento, miracolosamente trascritto e salvato (non da me), che feci alla tavola rotonda/seminario collettivo (ognuno doveva portare una domanda), a cura della la Fondazione Baruchello, dal titolo “Dall'arte dalla poesia venti domande per interrogare il mondo”, il 20 ottobre 2004 presso la Casa delle Letterature, nell’ambito di RomaPoesia. E, cosa singolare, lo trovo di attualità (personale), cioè adesso mi interessa, non so a voi (oltre al fatto che si tratta, credo, di una delle cose più intime che ho scritto).]

Due domande: “Chi è che viene così?” “Qual è la parola” (Comment dire, What is the Word)

   Sono venuto a mani vuote. Non ho portato una mia poesia sul mondo – la mia domanda – ma renderò omaggio a un assente – nella metafisica delle parole di rendere presenti gli assenti – leggendo una poesia di Samuel Beckett nella traduzione di Gabriele Frasca, che avrebbe dovuto essere qui oggi. E’ l’ultima poesia di Beckett – “Comment dire”, “What is the Word” – scritta in francese nell’autunno dell’88, e da lui tradotta in inglese nell’estate dell’89, poco prima di morire. E’ quindi la sua ultima opera. Vorrei dire, questo è il mio contributo, qualche parola preliminare per spiegare la mia profonda adesione a questa poesia, che nella traduzione di Gabriele Frasca si chiama “Qual è la parola”.
   Quello che mi fa aderire a questa poesia, e a Samuel Beckett in generale (ma anche all’Infinito di Leopardi, o a una poesia di Pascoli che si chiama Nebbia, dove si invoca la nebbia perché, dice il poeta, rende invisibili le cose lontane, e gli permette di dire “il” pero, “il” melo, “il” muro, cioè rendere più evidenti le cose vicine; così come Leopardi nell'Infinito dice questo colle, questa siepe, questo mare, quel pensiero, quella immensità, ecc.), quello che mi fa avvicinare così tanto a questo tipo di dizione poetica è l’uso dei deittici, o, come dicono i linguisti, “indicatori spazio-temporali”, shifters (Jakobson), o ancora “indicatori dell’enunciazione” (Benveniste). Parole che a torto consideriamo poco nella lingua, e che secondo alcuni sono non solo le più liriche, ma anche le più filosofiche. Si tratta di avverbi, pronomi e aggettivi dimostrativi, particelle pronominali, come “questo” appunto, o come “qui e ora”. Sono le demarcazioni dello stare al mondo nel proprio presente, nella propria vita, nella mortalità della vita di chi scrive ed è parlante. In effetti, nella filosofia occidentale, negli esiti diciamo più alti o profondi, più onesti, del pensiero, i filosofi si sono sempre affacciati sulla soglia o sul bordo dei deittici. Per esempio “l’essere-il-ci”, che traduce il Dasein di Heidegger, essere la particella ci, Esserci, essere il Da; o, ancora prima, il pronome dimostrativo diese (questo) con cui si apre la Fenomenologia dello spirito di Hegel, la sua epistemologia: “prendere il questo”, das Diese nehmen, afferrarlo (e afferrare l’adesso) la sintetizza. Essere, incarnare il ci, il questo, il là, l’essere là (fra l’altro, le immagini di Luca Patella proiettate qualche minuto fa ci hanno incantato per lo stesso motivo, e a un certo punto riportavano proprio questa frase, essere là). Tutto questo significa anche, ma si tratta di un pensiero troppo denso per svolgerlo qui, essere testimoni: testimoni di un fallimento supremo delle parole e delle immagini, della vita mortale e del linguaggio. Testimoniare l’infinito e l’incompiuto, il loro essere sinonimi.
  
   Ieri sera mi sono imbattuto in una frase di un artista visivo americano, Richard Foreman, che si augurava (traduco a memoria) “che i miei segni diventino il più possibile muti per far sì che ciò che sta avvenendo avvenga” (what is happening to happen). Questa frase mi ha ricondotto a un’altra domanda – poiché le domande sono la cosa più importante e le risposte sono sempre ridondanti rispetto alle buone domande – una domanda, dicevo, di più di duemila anni fa, che il Sesto Patriarca della trasmissione del Buddhismo dall’India alla Cina pose a un allievo, il quale gli rispose otto anni dopo (e diventò il Settimo Patriarca): “Chi è che arriva così?”. Noi diciamo: che cosa av-viene così? In questa domanda, naturalmente, la parola più importante è “così”, e la seconda parola più importante è “che cosa”. Nel senso che è importante non il che cosa dell’identificazione, ma il fatto che qualcosa arrivi. Importante è il quod, non il quid dell’arrivare, dell’accadere. Dell’avvenire. E mi sembra che tutto questo possa articolare e portare le domande fondamentali dell’arte e della poesia. Siamo sempre nell’ambito del qui e ora, dei deittici.

   Tathagata vuol dire “colui che viene e che va”, il “così venuto” (o “così sorto”): è la definizione del Buddha in sanscrito. Nel passaggio in cinese e in giapponese si dirà: Nyorai. Al centro di tutta questa scuola di grammatica dell’ineffabile – o di saggezza, o di stare al mondo (cui non è esente la tradizione giudaico-cristiana: dal Dio interrogato da Mosè ai grammatici medievali) - basata sui deittici, cioè parole che indicano innanzitutto che il linguaggio ha luogo, che il linguaggio avviene - al centro dicevo di questo tramandarsi è la nozione che dovremmo tradurre, alla lettera, con “cosità” (immo, nel buddhismo zen di Dogen), l’essere-così-del-mondo, il vedere le cose così, telles quelles, tali e quali. Ciò che assomiglia a una nozione della retorica greca, enàrgeia (non enèrgeia), che in latino è tradotta con evidentia, l’evidenza delle cose (che è già un bel mistero, se non il mistero). Ovvero ammutolirsi per far sì che ciò che sta avvenendo avvenga. Che è tutto il contrario della rappresentazione. Dire l’ammutolimento nelle proprie parole. Come nella poesia di Beckett che leggerò tra poco.

   Il “così venuto” è anche il “così andato” (è una delle definizioni del Buddha). Andare e venire, nel contesto che ho evocato, sono la stessa parola. Apparire e scomparire, senza lutto, senza nostalgia, cioè senza rappresentazione. Al limite, ri-presentazione. O meglio, pura manifestazione. Non volevo fare un monologo: ma come dire, comment dire, il tentativo di avvicinarsi al nocciolo della questione, nella coscienza della testamentarietà delle parole, della scrittura? Del mondo. Dire la scaturigine del linguaggio, dell’enunciazione, dell’enunciatore. Dello sguardo sul mondo, dell’esserci. Testimoniare. Dirne la follia e la smania:

Folie - / folie que de - que de - / comment dire - / folie que de ce - / depuis - / (…) comment dire - / ceci - / ce ceci - / ceci-ci - / tout ce ceci-ci - / (….)
...................................................................................................................................................................

smania – smania di - / di - / qual è la parole – smania da questo - / fin da questo - / smania fin da questo - / dato - / (…) qual è la parola - / questo - / questo questo - / questo qui - / tutto questo questo qui - / (…...................................................................................................................................................)

(seguiva lettura integrale, in francese inglese e italiano, nella traduzione di Gabriele Frasca, della poesia di Samuel Beckett, da S. Beckett, Le poesie, Einaudi 1999)

(intervento registrato il 20 ottobre 2004, Roma, Casa delle letterature)

8/22/2010

Un mare di sabbia. Douglas Adams e Giovanni Semerano (con un'intervista)

   E' solo per una serie di associazioni di idee (stavo leggendo Il salmone del dubbio del geniale e ahimè scomparso Douglas Adams, sulle similitudini e differenze tra la riconoscibilità della scrittura e la definizione di "vita" (sic!), quindi un discorso strabiliante sull'inconfutabilità dell'esistenza di un Dio artificiale (sic!), e quindi sulla storia della civiltà umana come storia della sabbia (da cui il vetro, le lenti - telescopio e microscopio - quindi il silicio e i computer...), che ho pensato con un guizzo al grande filologo, o meglio archeologo delle parole Giovanni Semerano, scomparso a Firenze il 21 luglio del 2005 (scrissi un necrologio il giorno dopo su l'Unità). E ho cercato, difficoltosamente, un'intervista che gli avevo fatto un anno prima, che inaugurò un'amicizia. Era per una serie di conversazioni di "ecologia del linguaggio" (purtroppo molto attuali), che chiamai  "parli come badi", citando Totò secondo un suggerimento di Paolo Bagni (che inaugurò la serie). Trovo molto strano che non compaia nel mio sito: ve ne sono altre di quella serie (a Mario Lavagetto, a Sabina Guzzanti, a Paolo Bagni) ma misteriosamente non a Semerano. Il quale - per dirlo subito in breve - è colui che ha convolto la storia della filosofia in Occidente svelando il vero significato di àpeiron: non infinito, ma polvere. Non è la stessa cosa? :-)  Sono indeciso se metterla nella nuova edizione de Il libro dei maestri (Porte senza porta rewind) che devo ormai consegnare... (Quanto a Douglas Adams, sì, cito nel libro qualche meraviglioso paragrafo del suo testo).
   La conversazione con Giovanni Semerano che qui incollo uscì il 7 maggio 2004 su l'Unità, col titolo Un mare di sabbia. E capirete perché. Ah, scusate, non metto qui tutti  corsivi: il sistema non li copia, e rifarli a mano mi è troppo faticoso).

Un mare di sabbia. Incontro con l’archeologo delle parole Giovanni Semerano


   In una bella strada alberata di Firenze, tranquilla e un po’ anonima, abita un altrettanto tranquillo studioso che per me, lo confesso, è una figura un po’ mitica. Parlo del filologo Giovanni Semerano, novantatrè anni compiuti lo scorso febbraio, già direttore della biblioteca nazionale di Firenze, allievo dell’ellenista Ettore Bignone (poi di Giorgio Pasquali, Giacomo Devoto, Bruno Migliorini e del semitologo Giuseppe Furlani). Perché mitico? Forse perché nel «mito», in effetti, i suoi studi sconfinano (in mancanza di una parola migliore per dire l’inizio, prima dell’inizio, delle lingue); o forse perché è rimasto tutta la vita ai margini, anzi fuori dai margini, delle istituzioni che valorizzano l’intelligenza, la ricerca e la loro trasmissione, come le università (i filosofi Massimo Cacciari e Emanuele Severino, lo storico Franco Cardini, il filologo Luciano Canfora hanno detto pubblicamente l’importanza dei suoi studi, anche se non pare si siano adoperati, oltre le lodi, per una sua viva presenza nell’insegnamento). Sarà infine per via dell’ammirazione incondizionata che nutro da quando li conosco per i suoi studi sull’origine di alcune parole decisive per la nostra formazione e identità culturali. In Semerano, come già per gli umanisti del ’400, la filologia si rivela chiave per smascherare pregiudizi, falsificazioni, saperi infondati e rendite accademiche. Estraneo alle virtuosistiche operazioni filosofiche del decostruzionismo» di Jacques Derrida e della sua scuola, Semerano ha tuttavia seriamente destabilizzato l’edificio della storia delle lingue e delle idee (forse l’intera metafisica occidentale), decostruendone alcune parole chiave. Una per tutte: àpeiron, al centro dello studio etimologico più eclatante di Giovanni Semerano.
   Da Platone e Aristotele fino a Heidegger e oltre, àpeiron è stato tradotto «infinito », e invece significa «polvere» (innumerevole come i granelli di sabbia del deserto), capovolgendo il senso della celebre frase di Anassimandro fino ad oggi così tramandata - «l’uomo nasce dall’infinito e torna all’infinito » - in: «l’uomo è polvere e polvere tornerà». Perturbante, è il caso di dirlo. Non è un gioco di prestigio (verbale), né una proposta teorica: ma la semplice ricostruzione del significato di una parola, indagando oltre i limiti autoimpostisi dai cultori delle lingue antiche, fermi al mito fondatore di un ceppo linguistico indoeuropeo. Mostrando che il greco àpeiron traduce il semitico «apar» e l’accadico «eperu » (ebraico aphar), ovvero polvere, terra, fango («la tua discendenza sarà come ’afar, la polvere della terra», si legge in Genesi, 28, 14), Semerano ha restituito la coerenza spirituale che accomuna i filosofi della Ionia alle lingue della Mesopotamia, sottolineando l’incontro maggiore della storia delle idee, quello tra Oriente e Occidente (termini sempre relativi). Quello che conta, e di cui non è possibile rendere qui conto, è l’abbagliante evidenza di un’omogeneità culturale (religiosa, filosofica) che la sua scoperta produce, quasi a dimostrare ciò che a volte si sussurra: una fondamentale contiguità di tutte le (cosiddette) religioni del mondo. Eppure Semerano ha semplicemente praticato senza pregiudizi lo studio etimologico delle lingue, realizzando quella che per Ludwig Wittgenstein era la strada maestra del filosofare: «Noi riportiamo indietro le parole dal loro linguaggio metafisico al loro uso quotidiano». Basterebbe, questo pratico insegnamento, ai fini delle nostre conversazioni sull’ecologia del linguaggio.
   Giovanni Semerano mi riceve dunque una domenica mattina col sorriso di una convinta benevolenza. Al centro del tavolo, accanto a pile ordinate di libri, troneggiano quelle che da sempre sono le sue letture preferite: i tre grossi volumi dell’accademia di Heidelberg dedicati alle etimologie accadiche, Akkadisches Handwosterbuch. Accanto, in uno scaffale, alcune delle opere di Semerano, come Le origini della cultura europea. Rivelazioni della linguistica storica (1984, ristampato nel 2002); Le origini della cultura europea. Vol. II. Dizionari etimologici. Basi semitiche delle lingue indeuropee. Tomo I: Dizionario della lingua greca; tomo II: Dizionario della lingua latina e di voci moderne (1994). Oltre, naturalmente, agli studi saggisticamente più accessibili pubblicati in questi ultimi anni: L’infinito: un equivoco millenario (2001) e Il popolo che sconfisse la morte. Gli etruschi e la loro lingua (2003). «Il libro che sto ora preparando – mi dice bonariamente - scompagina tutte le certezze e i piani linguistici. Mostra in modo palmare che l’indoeuropeo è un’invenzione priva di qualsiasi supporto storico. All’inizio delle mie ricerche erano tutti sconvolti. Quando dimostrai, per esempio, che il personaggio Phersu - dio dell’Averno, significa “fine”, nel suo originario significato discissione, divisione, parte, come nel babilonese persu (separazione), da cui ha origine parsu (diviso) e nel latino pars - e non, come si intestardirono a dire i nostri cultori di lingua, “maschera” nel senso del latino persona (maschera di cosa, poi?) non ebbero niente da ribattere. Se i nostri bravi cultori di lingua greca avessero avuto sentore che in Omero si parla a più riprese (nell’Iliade e nell’Odissea) di Phersu, come quando Ercole scende nell’Averno per trarne fuori il cane Cerbero strappandolo al suo padrone; se avessero, i nostri bravi cultori delle lingue antiche, pensato alla tomba degli Auguri a Tarquinia, dove nel grande gruppo pittorico campeggia al centro la figura di un uomo forte e ben piantato, armato di clava, con un avversario addobbato in modo farsesco, e al centro un cane; se i nostri cultori professionali di lingue avessero letto Omero non sarebbero incappati in quell’avventura. Non possono andare contro la verità della mia prospettiva storicizzata, evidente, e lo sanno». La ricostruzione del significato di Phersu è una dei contributi di Semerano nel libro sulla lingua degli Etruschi. Ma l’esito più importante delle sue ricerche è appunto mostrare l’inconsistenza dell’«indoeuropeo», categoria storiografica per dare, comunque sia, un’origine e un fondamento alle lingue (un po’ come si fa con la Storia, relegando in una «preistoria» vaga e fumosa quegli aspetti della storia dell’umanità che contrastano con le invarianti che rendono la civiltà degli antichi omogenea alla nostra - stanzialità, divisione del lavoro, rapporti gerarchici, divisione in classi ecc.). Una nota di Maria Felicia Iarossi, assistente e curatrice delle ultime opere di Semerano, descrive bene l’orizzonte storico- linguistico rivoluzionato dallo studioso. Il mitizzato rapporto delle lingue europee col sanscrito, lingua ufficiale dell’India, fin dal Settecento sancì questa parentela delle lingue (indiano-latino-persiano-germanico, secondo August Wilhelm Schlegel), esiliando dalla storia la vastissima area culturale delle lingue mesopotamiche e semitiche - con le civiltà sumera, accadica, babilonese - oggi al centro di nuova attenzione dopo la scoperta archeologica di Ebla, in Siria. Difficile non pensare che proprio queste culture, già ostracizzate in un diffuso, pregiudizievole “anti-semitismo” culturale (nel senso etimologico, della parola) sono quelle in questi anni dilaniate da guerre, o bombardate dal nostro impero occidentale; come se si volessero definitivamente cancellare quelle tracce che ci siamo ostinati a non leggere; o che, avendole «lette», le abbiamo ostinatamente tradite.
   «L’indoeuropeo è un’astrazione» contro cui, mi dice Semerano, sta ora scrivendo un nuovo libro. «Chi conosce le mie opere, sia quelle storiche che quelle documentarie, del resto molto simili, sa la mia intuizione che circa 5000 anni di storia uniscono il nostro Occidente, l’Europa ancora incolta, al vicino Oriente. E il nesso tra i due mondi fu il grande condottiero che si chiamava Sargon. Dopo aver sbaragliato diversi eserciti che si opponevano alla sua marcia giunse al Mediterraneo, il “mare superiore”, e lavò le sue armi nel mare. Che cosa ci unisce a lui? Che cosa unisce la nostra umanità ancora in fieri con la sua? In una vecchia stele del 1000 circa a. C.,ma riportabile al 3000 a.C., così egli si presenta al suoi sudditi: “Sono Sargon, non conobbi mio padre, mia madre era una sacerdotessa,mi concepì,mi partorì, mi mise al mondo, mi pose su un fiume (l’Eufrate), il quale non mi sommerse, e fui portato alla dimora dell’innaffiatore Aqqi…”. La conclusione della storia, così come il resto, è la stessa di quella di Romolo e Remo, con tutti i particolari che collimano (fratelli che uccidono fratelli in una congiura di palazzo). Sargon, “re legittimo”, si traduce in etrusco Tarchon, da cui Tarquinia, “città dominatrice”». È un altro esempio del legame tra cultura accadica e pre-italica, o etrusca; soprattutto un altro degli effetti di riverbero tra culture considerate irrelate, mostratoci da Semerano a suggerire l’idea di una koiné, una comunità di storie, simboli e valori culturali tanto più ampia di quella vulgata dalla nostra tradizione eurocentrica e ariana.
   La nostra conversazione («festa dell’intelligenza», come Cacciari definì le ricerche di Semerano) continua tra storie di parole e intrecci di sensi, tra l’accadico e l’etrusco, il greco e l’ebraico. Semerano racconta la sua vita di studi tra estimatori e detrattori, coloro che hanno innanzitutto difeso le loro poltrone accademiche. Giacomo Devoto, coautore del famoso Dizionario, gli scrisse lettere di compiacimento negli anni 1953-54, quando Semerano scese da Gorizia a Firenze per dirigere la Biblioteca Ricciardiana, dove conobbe il re di Svezia, studioso di archeologia. «A quel tempo Devoto pubblicava il suo libro sulle origini indoeuropee, dando per vere cose mai esistite. Raccontava degli Ittiti, li chiamava “le avanguardie bionde”, con un richiamo etnico - e avremmo conosciuto purtroppo nella nostra epoca cosa fossero queste avanguardie bionde… Quando Devoto lesse in un mio articolo che dissentivo dalle sue idee, con gli stessi argomenti che sviluppai negli anni successivi, egli si allarmò, ma rimase con me affettuoso e ammirato. A Roma - continua Semerano - mi trovavo spesso a conversare con Antonio Pugliese, maestro di Tullio De Mauro. Mi disse una volta: “caro Semerano, se ci togli l’indoeuropeo, che cosa dobbiamo raccontare a questi ragazzi?” Aldo Neppi Mòdona, che coordinava gli “Studi etruschi” con Pallottino, affacciandosi un giorno sul dizionario etrusco che stavo preparando, mentre si trovava da me a colazione, restò folgorato nel trovare quelle spiegazioni che non riuscì a farsi spiegare da nessuno dei suoi colleghi etruscologi all’estero, neppure da Ambros J. Pfiffig, ed esclamò che le mie schede etimologiche erano di una chiarezza cristallina».
   Semerano ricorda la terribile alluvione di Firenze nel 1966, quando perse nell’Arno gran parte dei suoi libri, e soprattutto le centinaia di schede di lavoro. Era disperato, al punto che il figlio si gettò a nuoto nelle acque per cercare di salvarle. «Ho viaggiato pochissimo. Solo viaggi sui libri, sulle parole, senza bisogno di “andare a vedere”…».
   Al soave studioso seduto al mio fianco sarei tentato di chiedere cosa pensi della situazione attuale del linguaggio, ma facendolo mi sembrerebbe di tradire l’evidenza delle sue risposte, che sono già tutte in quello che fa; perché ciò che fa è una fortissima resistenza culturale, una protesta vibrante nei confronti dell’oggi - dell’uccisione della memoria e dello svilimento della lingua.
   «La lingua di oggi è un mare di sabbia – mi dice poi - sollecitato dagli apporti di tutte le lingue possibili». Ironizza, Semerano, sulle pagine culturali dei quotidiani maggiori, con le loro «notizie stravaganti». E poi: «la nostra lingua è una sabbia mobile», aggiunge. «Solo questo, questi studi, resteranno».

P.S. All'inizio del 2005 ricevetti la copia di La favola dell'indoeuropeo di Giovanni Semerano (a cura di Maria Felicia Iarossi, che qui saluto con affetto), edito come gli altri suoi libri da Bruno Mondadori. Fui sorpreso e commosso nel leggere a pag. 107 una dedica e un ringraziamento a Beppe Sebaste, "una personalità creativa e insonne..." (risparmio il resto).

10/04/2009

L'epiteto "berlusconi" (rubrica "acchiappafantasmi")

Il senso delle parole è il loro uso. Come scrisse un filosofo, “nelle usanze non c’è errore”.
Alcuni anni fa lessi che a Massa l’autista di un autobus si rifiutava di guidare un mezzo pubblico tappezzato di manifesti elettorali di Berlusconi, e quindi suscettibile di venire bersagliato da lanci di sassi (era già successo). Nello stesso periodo mi colpì un’altra notizia di cronaca che rimpiango non avere ritagliato. Diceva il litigio tra due automobilisti, in cui a un certo punto uno dei due dà all’altro del “Berlusconi” (per stigmatizzarne, pare, i modi arroganti). Di fronte a quell’insolito epiteto l’altro si sente così offeso che sporge querela (“Berlusconi a me? Ma come si permette?”). Immaginai che il diverbio tra i due si spostasse in tribunale - come il mio lavoro non quererabile (sic!) di scrittore mi consente – e quindi alcuni scenari argomentativi. La strategia difensiva del querelato (quello che ha gridato “Berlusconi”) doveva sostenere che la parola pronunciata non fosse un’offesa: e come poteva esserlo dato che era il nome del Primo Ministro, oltre che il più ricco e abile imprenditore italiano? Ma allora cosa significava in quel contesto? Da parte sua, la parte querelante avrebbe dovuto all’opposto argomentare che l’epiteto fosse invece infamante per questo e quest’altro motivo, quantificandone il danno.
Nella mia fantasia ispirata a un fatto vero c’era un però: come avremmo dovuto sentirci noi cittadini sapendo che nelle aule di un tribunale si sarebbe deciso se il nome di chi ci governa fosse equiparabile a un insulto? E se sì, che tipo di insulto sarebbe stato? (Tutto questo, che ho scritto anni fa, mi è tornato in mente grazie alla vignetta del sublime Altan pubblicata ieri su Repubblica: “Berlusconi!”, dice un tizio a un altro piccoletto con la banana in mano. “Calunnia!”, risponde il Cav.).

(rubrica "acchiappafantasmi", uscito su l'Unità di domenica 4 ottobre 2009)

6/27/2009

Palle da flipper

“Io sono così”, ha detto Silvio Berlusconi, gli Italiani mi amano. Ha ragione. Ha ragione anche D’Avanzo su Repubblica a ripetere che Berlusconi ha dissolto a suo modo il concetto di verità. C’è un concetto Rashomon (il famoso film giapponese), sulle mille versioni di un fatto; e c’è il concetto Berlusconi, la negazione dell’evidenza fattuale e la continua sconfessione di quanto appena detto, fino all’irrilevanza di ogni detto e ogni fatto. E’ il modello più avanzato, performativo: dire è fare, i detti rimpiazzano i fatti e li eliminano. E’ eticamente, politicamente distruttivo, anzi devastante? Sì, ma forse piace alla gente: l’immunità, l’impunità, il diritto a falsificare e a rimuovere, fino al lemma più gettonato: “io sono così”. Se uno è così, sottinteso, anche quello che fa dipende da questa “verità” di natura. “Che vuoi da me?” Curioso (è un problema per i filosofi) che chi sradica ogni concetto condiviso, sociale o relazionale di verità, ne abbia poi bisogno come fondamento rigido, invivibile, metafisico e un po’ nazista. Io sono così, e se non ti va “è un problema tuo” (altra frase gettonatissima).
Berlusconi non è un corpo estraneo, fa corpo (corpus, come si dice delle opere) con noi, gli Italiani, la gente. Accade anche nelle relazioni private, dove tutto è sempre più sconfessabile, in nome di una affermazione cinica di sé sculettante e cieca come una palla da flipper. Quando tutto ciò mi dà la disperazione e la claustrofobia sprofondo in frasi come questa di Luigi Pirandello (1911), un antidoto che vorrei far mio: “Non aver più coscienza d’essere, come una pietra, come una pianta; non ricordarsi più neanche del proprio nome; vivere per vivere, senza saper di vivere, come le bestie, come le piante; senza più affetti, né desiderii, né memorie, né pensieri; senza più nulla che desse senso e valore alla propria vita”. Ma forse non sono cose che si possano scrivere su un giornale.

(in uscita domani, domenica 28 giugno, su l'Unità, rubrica "acchiappafantasmi"

12/14/2008

La realtà della letteratura

Sabato 6 dicembre sono stato invitato a Bologna, insieme allo scrittore Eraldo Affinati (che ho avuto il piacere di incontrare lì per la prima volta), a parlare sul tema "Libri di realtà. La funzione mimetica della letteratura e i suoi paradossi". L'incontro, organizzato dalla Bottega dell'Elefante, dal dipartimento di Italianistica dell'Università di Bologna, e in particolare da Magda Indiveri e Mimmo Cangiano, prevedeva una lettura e discussione iniziale sul saggio "Fortunata" di Erich Auerbach (da Mimesis). Gli organizzatori hanno anche prodotto un bel librino che raccoglie, oltre ad alcuni interventi del sottoscritto e di Affinati, insieme a estratti dei nostri ultimi romanzi, altri testi e interventi di scrittori classici e altri assolutamente contemporanei, compresi Girolamo De Michele, Giampiero Rigosi e Wu Ming 1. Lo stesso giorno su l'Unità uscivano alcuni miei appunti in forma di articolo, che qui di seguito ripropongo. Anche se, va da sé, quello che ho detto nell'aula absidale di Santa Lucia a Bologna era diverso e più variegato rispetto a quello che ho scritto, come sempre accade, ma così è la vita, e questo ho.

Nel 1967 Roland Barthes già decostruiva le certezze strutturaliste, come la distinzione tra “storia e “discorso”, in un breve saggio dal titolo “Il discorso della storia”. Quei testi, quelle enunciazioni che non mostrano traccia dell’enunciatore (l’io di chi scrive, o altri più discreti riferimenti spazio-temporali al tempo dello scrivere, o alla fisicità storica dell’autore), che si pretendono quindi “oggettivi” o “obiettivi”, non sono che il prodotto di una forma particolare di immaginazione e di strategia retorica, che Barthes chiama l’“illusione referenziale”. Essa è evidente negli scritti di chi vuole “limitarsi a “raccontare i fatti”, lasciare che il referente parli da solo - come se il significante (il linguaggio, l’enunciazione narrativa) fosse invisibile o inconsistente. E’ un atto linguistico performativo truccato, spiegava Barthes, un atto d’autorità. Ma non sarebbe (stato) possibile se, sotto l’egida della formula “è successo”, non avesse incontrato in effetti un gusto che segna la svolta dell’Occidente: il fascino a volte morboso per il “reale” e i suoi dettagli, ciò che, per esempio, costituì l’enorme successo del genere epistolare e del diario intimo, e che fu poi suggellato dallo sviluppo massiccio della fotografia, il cui tratto specifico rispetto al disegno è quello di attestare che ciò che vi si rappresenta “è realmente successo”. La figura retorica dell’oggettività dei fatti venne chiamata da Barthes “effetto di reale” (o “di realtà”), con cui un anno dopo titolò un altro suo scritto.
Ho letto in questi giorni un libro bellissimo, Approdo, dell'australiano di origine malese Shaun Tan (elliot 2008): l'immagine che si vede sopra viene da lì. L’ho letto anche se non compare neanche una parola, solo disegni, con zoomate e piani sequenze narrativi. Parla di migranti (proprio come un libro di quell’altro outsider e innovatore, lui sì assolutamente verbale, che è stato W. G. Sebald), e racconta una storia archetipale e al tempo stesso attuale, reale e immaginifica, in cui tutti i migranti della Terra possono ritrovarsi. Si basa anche su un archivio a portata di tutti: aneddoti tramandati da migranti di varie nazionalità (la trasmissione epica orale), alcuni dei quali raccolti nel libro Tales from a Suitcase; vecchie fotografie, comprese quelle dell'Ellis Island Immigration Museum; cartoline illustrate; film (Ladri di biciclette); incisioni (“Sopra Londra, in treno” di Gustave Doré), ecc. L’epica di questo libro è (anche) quella della testimonianza.
Siamo da tempo nell’Era del testimone, come titolava un libro di Annette Wievorka, l’epoca in cui (dopo la Shoah) l’avvento dei “sopravvissuti” (cioè i testimoni) e il dilatarsi della nozione di “archivio”, hanno cambiato non solo la storia e la storiografia, ma anche le arti e la letteratura. A volte la memoria si pone in conflitto con la storia, nell’ambizione di sostituire la sua oggettività arida e livellatrice con una versione più soggettiva ed empatica dei fatti. Ne tratta lo storico Enzo Traverso nel suo Il passato: istruzioni per l’uso. Storia, memoria, politica (ombre corte 2006), dove si riflette sulla differenza tra storico, testimone e scrittore in modo molto illuminante per chi si occupa di forme narrative.

E’ un fatto che da anni la letteratura trovi i suoi effetti più romanzeschi proprio lasciando da parte i modi e le strutture narrative della fiction, sempre più cristallizzata in cliché (ultimo, il noir stile “sceneggiatura”) a favore di una sorta di libero “documentario”. Non solo cioè con un “effetto di realtà”, ma con l’uso strutturale di documenti e reperti: lettere, fotografie, ritagli di giornali ecc. inseriti nel tessuto della narrazione. Trame che si confondono con la nozione stessa di archivio e/o di inchiesta, storie costruite stilisticamente col montaggio di documenti. Ma che ricordano anche la giocosa libertà dei bellissimi “musei immaginari” che Bruno Munari insegnava ai bambini (ricordate? prendere un sasso, un rametto storto, una foglia o un pezzo di muschio, e riporli in bacheche: scoprire e/o inventare il mondo, col gesto di repertoriarlo).
Ha cominciato, se non sbaglio, il grande narratore tedesco W. G. Sebald, mostrando che la soggettività non solo non si perde né si nega nel perseguire un romanzo che assume i tratti dell’indagine più oggettiva e referenziale, ma si potenzia fino all’ossessione. Contemporaneamente l’oggettività, l’effetto di reale più estremo e vincolante, non impedisce il completo dispiegarsi della libertà espressiva dell’autore. Un po’ come lo espresse Jean-Luc Godard quando rispose così al giovane aspirante cineasta che lo aveva avvicinato: “Intanto fammi un film su questa scatola di cerini” (e gliela porse).
La narrativa che oggi mi interessa (e in cui credo di rientrare: mi riferisco soprattutto al mio HP. L’ultimo autista di Lady Diana) è fatta di libri che nascono come reportages ma sfociano nel romanzo, come il bellissimo e tremendo Ossa nel deserto di Sergio Gonzalez Rodriguez (Adelphi), dedicato ai massacri irrisolti di donne a Ciudad Juarez, tra Usa e Messico (tema ripreso da molti altri libri), o il “gonzo journalism” di Hunter Thompson, fusione di cronaca e narrativa, rigorosamente in prima persona, il cui motore è dato dalla consapevolezza che la vita è quello che ti succede mentre stai facendo qualcosa d’altro. Oppure che sono e restano romanzi pur sfociando in una specie di reportage, o addirittura di esplicita denuncia (è il caso di Gomorra di Roberto Saviano, di cui non si sottolineano mai abbastanza le incursioni all’io di chi scrive, la presenza strutturale di “tracce dell’enunciatore” nel racconto); o, lontanissimo, di Due vite dell'indiano Vikram Seth, che scopre a quarant’anni l'Olocausto e la Storia grazie alla microstoria, grazie alle lettere nella soffitta dello zio a Londra, e della zia ebrea).
Non occorre che siano storie straordinarie a nutrire questi testi, ma vicende private, ordinarie. Come i racconti orali di Ascanio Celestini, sulla scia delle testimonianze raccolte dal suo maestro, Alessandro Portelli. Come il breve film (e libro) della milanese Alina Marazzi, Un’ora sola ti vorrei, che racconta la storia della madre, morta suicida quando l’autrice era bambina, attraverso fotografie, lettere, reperti medici, diari, filmini di famiglia, in un archivio femminile in cui ogni donna ritrova qualcosa della propria identità e genealogia. Raccontare vite usando i mezzi espressivi e il punto di vista, i documenti e la memoria di chi quella vita ha vissuto. A monte di tutto questo vi è una scoperta estetica che l’arte contemporanea ha per prima fatto propria: la qualità elegiaca e universale di frammenti e oggetti della vita ordinaria degli individui, che siano volti, come quelli anonimi e ingranditi che popolano le mostre di Christian Boltanski, o oggetti, reperti di ogni genere e sostanza. Se nell’arte opera da tempo una nozione attiva di “archivio” che ne ha deterritorializzato e riterritorializzato gli orizzonti, la letteratura è appena agli inizi.
Il distacco dello storico e l’empatia del testimone compongono “documentari” che trattano la realtà come un fantasma, mostrando la scaturigine e la formazione del proprio presente, del proprio “dire” presente. Realizzano cioè il vero senso della parola testimonianza, (dal latino superstitio): si è testimoni anche se non si è oculari, anche di eventi lontani nello spazio e nel tempo.Superstitio significava il "dono della presenza"; e il dono della presenza è dato dal racconto, dal tramandare.

Michel Foucault dedicò un saggio importante sul "genere" da lui chiamato “fantastico da biblioteca”, in cui rientrano di sicuro Le tentazioni di Sant’Antonio di Flaubert come parecchi dei romanzi di Philip K. Dick, ma anche uno dei libri secondo me più importanti e innovativi degli ultimi anni, scritto di recente da un appartato scrittore sperimentale, cioè sperimentatore di linguaggi: Giuseppe D’Agata, I passi sulla testa (Bompiani 2007). Vi si racconta “semplicemente” l’inventario della sua biblioteca di romanzi, su cui grava l’incombenza di un trasloco, quindi di una perdita. Penso infine, naturalmente, a Cervantes, che cita biblioteche di libri reali (anche propri!) in Don Chisciotte, e nel secondo tomo dell'opera il Cavaliere e il suo scudiero sono invitati dal Duca a corte, perché le loro avventure li hanno resi famosi (!). Cervantes è del resto modello di una libertà narrativa e affabulatoria che insegna come dalla realtà della letteratura (e della Storia) si possa entrare e uscire, in un’oscillazione continua. Ma anche – come una sorta di Spinoza della letteratura, anzi del romanzo – Cervantes è maestro nella consapevolezza dei diversi significati di ciò che si intende con la parola “realtà”, un po’ come ricordava Gianni Celati qualche mese fa in un’intervista: “La narrativa d’oggi è ormai un’appendice dell’informazione. E’ difficile trovare un romanzo d’oggi che non si appelli all’attualità. [...] Sono libri che il lettore legge come se fossero commenti a una realtà di fatto. Qui però la ‘realtà’ indica solo modi di vedere giornalistici – i modi dell’attualità -, il tutto categorizzato secondo il criterio del ‘nuovo’. Il nuovo è un dogma ma anche una continua intimidazione, perché tutti dobbiamo avere paura di essere visti come dei sorpassati dal nuovo. A questo proposito c’è qualcosa di illuminante nel Don Chisciotte, dove si affaccia per la prima volta la questione della ‘realtà’, posta in un contrasto con l’immaginazione e le tendenze fantasticanti. E si affaccia anche l’idea che il nuovo sia qualcosa che spazza via le inutili anticaglie: i romanzi cavallereschi. Ma, posto questo schema, dove Don Chisciotte ha sempre torto, in quanto invasato dalle fantasie cavalleresche, poi succede che sono proprio le sue tendenze fantasticanti ad arricchire di senso il mondo. Sono le sue fantasie e riflessioni a farci intravedere l’aperto mondo sotto l’aperto cielo come la nostra vera casa”.
Forse, più che di realtà, si dovrebbe parlare di verità della letteratura. Ma è una questione talmente elettiva, e così necessariamente partigiana, che non mi aspetto di vederla dibattuta in modo soddisfacente sui media, e nemmeno su Internet...

P.S. Ai più interessati, consiglierei di incrociare la lettura di questi miei appunti con alcuni "articoli" e "incontri" che si trovano qui, nel mio sito: in particolare Siamo tutti testimoni e la conversazione con Christian Boltanski e Annette Messager... Altri post-scriptum li posterò nei commenti. B.S.

9/11/2008

My country, right or wrong? No, grazie! (A proposito di patria e fascismo)

Sono atti linguistici, ma sappiamo bene che in politica “dire è fare”. Il sindaco di Roma Alemanno ha dichiarato che le leggi razziali del 1938 (volute dal fascismo) sono “male”, il fascismo no. Poco dopo, il ministro della Difesa La Russa, a Porta San Paolo per ricordare il 65° anniversario della difesa di Roma dalle truppe di occupazione naziste, che fu anche l’avvio della Resistenza militare e partigiana, ha celebrato chi combatté dalla parte dei fascisti della Repubblica di Salò. «Farei un torto alla mia coscienza – ha detto - se non ricordassi che altri militari in divisa, come quelli della Rsi, soggettivamente dal loro punto di vista combatterono credendo nella difesa della patria [il corsivo è mio] opponendosi allo sbarco degli angloamericani”. Seguono farneticazioni sul guardare “con obiettività alla storia d’Italia». Sono frasi sconvolgenti, e molti giornali hanno commentato come si deve queste dichiarazioni: con preoccupazione e sgomento. Aggiungo solo qualche osservazione a uso e consumo della mia parte politica (o forse dovrei dire “civile”).
Si noti l’uso giustificatorio della parola “patria” nelle frasi di Ignazio La Russa. Come se chi combatte per la “patria” sia comunque legittimato, compreso, perdonato (come i mercenari italiani in Irak?). Il Presidente Napolitano ha ricordato che solo chi combatté contro la Repubblica Sociale di Salò e contro i nazisti furono eroi della patria: l’Italia nata dalla Resistenza. Eppure, ci sono certe parole che è meglio tralasciare –per esempio Patria - malgrado l’insistenza con cui il segretario del Pd fece usò in campagna elettorale dell’inno italiano, che sostituì ogni altra appartenenza ideale. Nell’era della globalizzazione, le idee politiche sono sovra-nazionali o non sono.
Per questo vorrei ricordare le parole di un diplomatico italiano con lunga esperienza all’Onu, specialista di «diplomazia preventiva» e di soluzione dei conflitti. Si chiama Roberto Toscano, e oltre che essere il nostro attuale ambasciatore a Teheran è autore di vari libri di etica e politica internazionale. La sua analisi della violenza di gruppo, fino alla legittimazione della guerra negli Stati che si esonerano dal giudizio etico e politico, mostra il legame con la logica narcisista e infausta dell’identità, come nello slogan patriottico americano My country, right or wrong (il mio Paese, giusto o sbagliato). Per misurarne gli effetti devastanti, scriveva Toscano, basta applicare la stessa pretesa di non applicabilità del giudizio ad altri codici e contesti: Il Mein Kampf di Hitler potrebbe avere come sottotitolo «la mia razza, a torto o a ragione»; la mafia da potrebbe fregiarsi dell’iscrizione «la mia famiglia, a torto o a ragione», e il comunismo totalitario di Stalin potrebbe sottoscrivere il proclama «il mio partito, a torto o a ragione». Il giudizio politico, come il giudizio morale, occorre rivolgerlo anche alla propria parte, o patria.
Come già per una certa politica securitaria (ricordate le espulsioni dei Rumeni lo scorso novembre?) prolungata dalla destra italiana con ossessiva demagogia, xenofoba e razziale, certi temi, certe forme, certe intemperanze, bisogna lasciarle alla destra e non legittimarle. Mai. E’ una politica culturale e civile, prioritaria rispetto a ogni “riformismo”. Forse potrebbe essere proprio questo evidente neo-neofascismo della destra italiana - ormai composta di un unico partito, ironicamente definito “della liberta” – a far sì che il centrosinistra possa segnalarsi per una diversa visione del mondo, dei valori, della democrazia. Per un’opposizione, non per una concorrenza.
(uscito su l'Unità, oggi 11 sett., col titolo "Le insostenibili parole della destra")