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12/09/2013

La 'maggioranza silenziosa' dei non lettori. Fenomenologia di Bruno Vespa


          

  Ho incontrato Bruno Vespa nei freddi giorni della “decadenza” di Silvio Berlusconi, attratto dal sottotitolo del suo ultimo libro, L’Italia che ho vissuto: da nonna Aida alla Terza Repubblica, un’idea di memoria. Non erano stati poi Berlusconi e Vespa una coppia mediatica, se non  teatrale, a partire dalla gag del contratto con gli Italiani, il siparietto allestito a “Porta a porta”? Il giornale che leggevo al bar riportava i lamenti del futuro ex senatore - una sera ospiti a cena l’uomo più potente del mondo (Putin), quella dopo servi alla mensa dei poveri. Ma invece di rallegrarsi del miracolo non dormiva più, quand’ecco dall’altoparlante parte la canzone di Vasco Rossi: “Voglio una vita spericolata”, “una vita che chi se ne frega, di quelle che non dormi mai”. Fu un’illuminazione: era perfetta per Berlusconi. Se, grazie al cielo, lui e io non ci incontreremo mai, nemmeno al Roxy Bar (“ognuno a rincorrere i suoi guai, ognuno in fondo perso dentro i cazzi suoi”) già incontrare Vespa era una cosa strana.

  E’ gentile e accogliente. Come giornalista sono un impostore, gli dico. “Benvenuto”, ride Vespa. No, sul serio, sono solo uno scrittore, e darmi del tu come si fa coi colleghi è quasi abusivo. Poi gli chiedo se è consapevole di essere ormai in Italia un paradigna, modello di uno stile retorico a metà tra il cortigiano e il Segretario del Principe, colui che dice e non dice all’ombra di chi comanda, ne amministra i segreti, li divulga - quasi fosse il mittente, non solo il cancelliere, delle parole del Potere.
  Vespa riporta questo stile all’identità “moderata”, quella della cosiddetta maggioranza silenziosa. Perché si chiama così?
  “I moderati hanno in genere più difficoltà ad esprimersi, non so perché, è una domanda interessante. La maggioranza silenziosa è quella della vittoria di Berlusconi nel 1994, del suo pareggio nel 2013, avvenimenti che nessuno aveva previsto. E’ una fascia ampia e indistinta che sfugge perfino ai sondaggi. Un altro aspetto è la resistenza da parte dei moderati a fare giornalismo militante. Non è una forma di ipocrisia, ma forse di educazione, di carattere. Un moderato è sempre un po’ reticente a esprimersi. Nel giornalismo militante si parte da delle premesse, mentre il moderato non ha una tesi da dimostrare. Ha le sue idee, certo, ma invita tutti alle trasmissioni, fa in modo che ogni ascoltatore si faccia la propria idea. A volte poi i moderati si arrabbiano moltissimo – vedi la marcia dei ‘quarantamila’ nel 1980, o i ‘due milioni’ della manifestazione berlusconiana del ’96, dopo la vittoria di Prodi…”
  Diciamo, credo, la stessa cosa, ma dandole un valore diverso. Il pluralismo aritmetico di Vespa (dare la parola a tutti) non gli impedisce di trasmettere come dominanti il messaggio e il codice del potere, e la sua ‘moderazione’ ricorda un po’ il giornalista ne La ricotta di Pasolini che intervista Orson Welles, il regista-genio che lo stigmatizza con asprezza. Ma il suo autoritratto si completa un attimo dopo. Berlusconi non è un moderato, lo interrompo, lo sono Renzi, Cuperlo, lo sono tutti meno Grillo, ma di sicuro non lui. “Lo è di carattere - dice Vespa -  non per le cose che dice. In un certo senso è togliattiano, si adatta alle circostanze e alle contingenze, negli affari come nella politica, si fa concavo e convesso, come dice di sé”.
  E’ quindi di Berlusconi la migliore definizione dello stile di Vespa: concavo e convesso. Con una camaleontica vocazione a stare dalla parte del potere, sempre per definizione “moderato”. Moderato significa: che dà sicurezza - come la voce suadente di Vespa. C’era un’altra parola in Italia per dire questo stile, un sostantivo divenuto da tempo aggettivo: “democristiano”.
  “Parola rivalutata”, sorride Vespa. “Togliatti non avrebbe cacciato Berlusconi così, avrebbe risolto la faccenda con maggior finezza e pragmatismo”. Vero: anche Togliatti era democristiano.
  Parliamo del suo libro. Certe pagine sono addirittura belle: l’odore di Palmolive e di speranza sugli autobus negli anni ‘60, quando anche l’Italia andava verso il proprio futuro; la tenerezza del commiato con l’amico di giovinezza Pietrostefani, condannato per l’omicidio Calabresi. Ma c’è quella reticenza che mi turba, l’uso smodato di litoti, eufemismi, understatement e altri stratagemmi retorici per alludere senza dire, per non prendere posizioni politicamente e moralmente chiare. Tra gli esempi buffi, la frase sulla convivente di Ruby, che “non è proprio una Maria Goretti” (“c’è il rischio di essere querelati a dire che qualcuno è una prostituta senza avere le prove”, mi dice), o sul non sapere che Ruby fosse minorenne (“non credo che dopo Noemi potesse rischiare di frequentare una minorenne, anche se c’è della follia nell’aver portato in casa sua tutte quelle donne”). Di Berlusconi parla a volte come di un tale che conosciamo e che ogni tanto ne combina una delle sue, non un primo ministro accusato di nefandezze e già condannato. Gli eufemismi di Vespa possono essere ironici, e sono parte integrante della fluidità e del successo del libro presso la sua maggioranza silenziosa di lettori. Anzi non-lettori, come mi spiega lui stesso.
  “Scrivere mi piace molto, mi diverte, mi rilassa, non mi affatica, ma pubblicare il primo libro non fu facile. L’opinione diffusa era che quelli della televisione non sapessero scrivere, e Mondadori mi chiese una prova di scrittura. Mandai le prime cartelle del libro Telecamera con vista e dissero di sì. Dal secondo libro cominciai a vendere centomila copie e fui rivalutato. La televisione aiuta il successo di libri come i miei solo se si attrae il pubblico dei non lettori. Non come da Fazio. Lui ha un pubblico di lettori e invita un certo tipo di scrittori. Eravamo amici, cominciò facendo la mia imitazione, ma nella sua trasmissione non mi ha mai invitato. Se lo fossi avrei un boom di vendite pazzesco. Per me vendere è faticoso. Se il pubblico dei lettori mi è precluso (non credo che anche tu sia un mio lettore abituale: hai perfino tolto la sovracoperta del mio libro, come quelli che leggono di nascosto Cinquanta sfumature di grigio), devo andare da quello dei non lettori”. I suoi libri vendono dalle cento alle trecentomila copie, ma sono i temi, non la qualità letteraria a fare la differenza”.
  “Non troverai mai un mio libro in una vetrina della Feltrinelli. A Genova fu strappato un mio libro in pubblico, e nessuno disse niente. Se fosse accaduto ad altri scrittori o giornalisti, a Saviano, si sarebbe fermata l’Italia. Prima di scrivere libri, quando ero ritenuto solo un giornalista democristiano, mi sentivo rispettato. Negli anni del compromesso storico, tra il 1976 e il 1979, ero portato in palmo di mano. Sono sempre uguale, dico le stesse cose, ma vengo etichettato per il potere o l’aria che tira. A Berlinguer e Amendola facevo le stesse domande fatte più tardi a  Berlusconi. Nessuno ricorda che le prime domande sul conflitto di interessi gliele feci io dopo la sua prima vittoria…”
  Non si accorge Vespa che il suo mimetismo col potere di turno attrae le critiche e l’indignazione rivolte al potere politico? A parte che dare pari dignità a Berlinguer e a Berlusconi è per molti inaccettabile.
  “Io sono un cronista che ancora si entusiasma per i fatti, e secondo me il dovere di un cronista è quello di raccontare cose che non possono essere smentite (in vent’anni non ne ho mai avute). E’ la base del mio lavoro, e porta fatalmente a un understatement, un tono necessariamente basso. Ma se Berlusconi non avesse vinto le elezioni non avrei più lavorato. Fui epurato dalla Rai come un impresentabile pur avendo fatto un telegiornale stravincente su quello di Canale 5. Nel ‘94, la sera della vittoria di Berlusconi, il direttore della Rai Locatelli mi propose di improvvisare un programma, e lo realizzai portando in studio i più importanti segretari politici. Fu così che ricominciai a lavorare, devo essere grato a Berlusconi, che io non conoscevo, per il fatto di esistere, se no chissà che fine avrei fatto”.
   Perché tanta amarezza e vittimismo? Anche nel libro Vespa ce l’ha cogli snob di sinistra, i colti, gli intellettuali…
  “C’è una tendenza all’esclusione da parte di un certo mondo della sinistra (che non è quello più intelligente) che poi porta gli esclusi a dire: ma perché? Ma questi miei dispiaceri non mi hanno portato a essere rancoroso, non ho scritto un libro alla Pansa, tipo Il sangue dei vinti, non sono uno spretato”.
   Al contrario, sei piuttosto un consacrato…
  “Il libro non ha rancori, ho solo il dispiacere di venire escluso, io che sono una persona così ‘inclusiva’ - a Porta a porta ho invitato tutti, anche Renato Curcio, anche Adriano Sofri”.
   Tutti i tuoi sogni, scrivi, sono di mascherarti, come mai?
  “Ho un aspetto serioso, ma sono istintivamente molto giocoso. Sono molto represso, e quindi vorrei fare quello che non ho mai fatto. Sarei una discreta spalla comica, come quando intervisto Fiorello”.

(articolo pubblicato su l'Unità di sabato 7 dicembre 2013)

11/20/2013

I miei auguri per gli 80 anni dell'Einaudi

   Uno degli ultimi libri che ho letto, guarda caso targato Einaudi, è il romanzo Levels of Life di Julian Barnes, “Livelli di vita”. E’ organizzato intorno a un espediente poetico molto vicino alla vita vera: “Metti insieme due cose che insieme non sono mai state; a volte funziona e a volte no”. Metti insieme due cose, o due persone, che non hanno niente a che fare l’una con l’altra, che proprio non c’entrano. Ecco fatto: metti insieme la casa editrice Einaudi, quella di Vittorini, Calvino, Robbe-Grillet, quella di Beckett con le copertine di Bacon, di Ripellino e di Dylan Thomas, dei saggi di Marcuse, Adorno, Benjamin e Malcolm X, delle collane Il Politecnico, i Paperbacks, gli Struzzi, i Saggi dal bordo arancione, i Coralli, dell’Einaudi Letteratura col libro Idem di Giulio Paolini, delle poesie di Holan, quella i cui libri li riconoscevamo dall’odore, quella delle benemerite agenzie rateali Einaudi che ci permettevano di comprarli; con il padrone delle televisioni commerciali, dei giochi a premio e delle ballerine nude, quello di Videocracy insomma, oltre che della P2 e dello stalliere di Arcore.
   Parlare dell’Einaudi, per la mia generazione, vuol dire parlare di un elemento importante della propria formazione, quel genere di cose in cui ai primi posti c’è Bob Dylan, per intenderci. Ora, come è potuto accadere che la casa editrice Einaudi sia finita nella sfera delle attività e delle proprietà di uno come Silvio Berlusconi, l’imprenditore più agli antipodi della letteratura e dell’esercizio del pensiero, lo stesso che col sorriso sfacciato e sprezzante diceva che il dottor Fellini era fuori dalla realtà, all’epoca dell’ultima battaglia culturale in Italia, quella di Federico Fellini sulle interruzioni pubblicitarie dei film d’autore?  E’ successo, ed è così strano che ci si potrebbe scrivere un romanzo (di fatto ne ho appena finito di scrivere uno quasi su questo).
   Il fatto che l’Einaudi sia rimasta l’Einaudi, nonostante tutto, è uno di quei miracoli ecologici che fanno sperare nella tenuta del pianeta.
(testo leggibile anche nel sito Einaudi, qui)

4/03/2013

Farsi un fuoco (e smetterla di abbaiare contro il buio)


E' un'impossibile illusione scrivere sul presente in presa diretta, e sull’ormai grottesca tragedia (è un ossimoro, lo so) che incombe sulla politica e l’economia italiana. Come cercare di inseguire con la mano che scrive un foglio di carta che scorre. Tuttavia ci sono un paio di cose che da giorni non riesco a non dire.
Una è che non sono, non siamo, tutti uguali.
Con tutti i difetti del Pd, le viltà e i tentennamenti che ho e abbiamo denunciato per anni – l’opposizione alla destra che assomigliava a una concorrenza, idea odiosa di una “autonomia della politica” dalla società civile (“lasciate fare a noi”, disse D’Alema ai girotondini, fratelli maggiori e tanto più umili dei cinquestelle) – con tutto questo e malgrado questo non ho mai pensato che il male dell’Italia fosse il Pd, ma il partito-azienda del grande corruttore che il Pd non contrastava con abbastanza energia. Un partito cementato dai soldi del Capo che ha portato il Paese al degrado morale, politico ed economico che conosciamo, un degrado tale da avere visto perfino padri e madri vendere le loro figlie al Capo, rinnegando perfino quell’antica commozione davanti a film come Bellissima (per chi se lo ricorda).
E’ quindi inaccettabile che per ignoranza, cecità o vuoto di memoria, se non per un’imperdonabile malafede, si pongano Bersani e Berlusconi sullo stesso piano. Diciamo che anche questo sia eredità del napalm versato per anni sulle scuole, la memoria, l’educazione, la Storia, il linguaggio e ogni aspetto della re-pubblica dal partito del grande corruttore che esordì negli anni ’90 colla legalizzazione del falso in bilancio. Ma dopo che grazie alla magistratura è noto quasi ogni aspetto del presidente puttaniere, che comprava deputati come mignotte e mignotte come deputati ed è inquisito per questo; che ha un processo in corso per prostituzione minorile, per evitare il quale si è perfino travestito da cieco, non è per niente lecito urlare che tutti i politici siano uguali e puttanieri senza divenire oggettivamente correi del vero puttaniere. Destra e sinistra non sono mai state uguali e non lo saranno mai.
Chi lo grida, in effetti? Un personaggio figlio di quelle tv commerciali, un ex comico di cui il linguaggio, lo stile degli insulti, la retorica triviale e i propositi semplicistici sono filiazione diretta della cultura mediatica berlusconiana; che ha fondato a sua volta un movimento-azienda basato non sulle tv, ma su Internet e la sua illusione democratica; che non vuole essere un partito ma è più chiuso e autoreferenziale dei partiti di una volta. Come Berlusconi e la Lega Nord gli si conoscono solo slogan e semplificazioni vaghe; al posto di  “meno tasse per tutti” e “un milione di posti di lavoro”, di “Roma ladrona” o “cacciare gli immigrati”, si grida all’uscita dall’euro e togliere i finanziamenti i partiti e le sovvenzioni ai giornali, i nuovi spauracchi (senza vedere o facendo finta di non vedere che la logica di mercato che soggiace a questa idea è perfettamente in linea con lo svuotare di risorse le scuole pubbliche per favorire le scuole private, col disinvestire su tutto ciò che non dà profitto, in primis l’educazione). Come Berlusconi insultano e delegittimano gli altri come un disco rotto, ma soprattutto come se venissero da Marte e potessero, soltanto loro, assolversi da ogni responsabilità. Quale legge sul conflitto di interesse ci può difendere dalle retoriche di un ex comico e un tecnologo-imprenditore delle comunicazioni esperti in propaganda?
Le altre cose che vorrei dire riguardano la cittadinanza, cioè la politica. Credo nella distinzione tra elettori (in fuga) di questo partito e i loro rappresentanti: si fanno chiamare cittadini, ma anche questa è una menzogna pubblicitaria. Cittadinanza traduce politica (greco politéia) e la politica è qualcosa (una pratica, una conoscenza, uno stile) agli antipodi dalle posizioni e dalle identità rigide. La politica è l’arte dell’incontro e del compromesso, dell’alterità e del dialogo, non della conferma di sé (infatti non tutti, se Dio vuole, siamo chiamati a farla come mestiere).
Politica è anche, semplicemente, il rito dell’accendere insieme un fuoco per scaldarsi, fare il caffè, magari fare turni di guardia nella notte, che sia contro nemici o contro la “natura matrigna” di Leopardi. Fare una “social catena”, scrisse il grande poeta al cospetto del Vesuvio invitando alla solidarietà. Cioè alla politica. Non c’è politica, né umanità, né fuoco acceso, senza quei valori condivisi che il grande corruttore ha stravolto in questi ultimi vent’anni gettandoci sopra ettolitri di napalm. In questo senso, e solo in questo senso, i grillini sono oggi espressione dell’antipolitica (parola troppo abusata): l’incapacità di un incontro, un fare “insieme” nella diversità, anche solo accendere un fuoco nella notte. Se alla nozione di beni comuni togli il “comune”, cosa rimane se  non una vuota astrattezza? Ecco, i grillini vivono in questa astrattezza non innocente che sta diventando (è trascorso un inutile mese grazie a loro) uno dei modi di affossare il Paese in una grottesca tragedia. Non posso rimproverare alla destra di essere di destra, ma ai grillini sì.
Hanno detto che “non credono nel cambiamento” degli altri. Vogliono il monopolio del cambiamento. Vogliono “vedere i fatti”. Ma questa frase è una foglia di fico, perché a loro dei fatti non interessa nulla, se no aiuterebbero ad accendere il fuoco. Però non è vero che non fanno nulla, realizzano esattamente quello che dicono di avversare, come nelle cosiddette profezie che si auto-avverano (e hanno oggettivamente rimesso in gioco Berlusconi). Forse sono davvero iperpolitici, sono il nuovo volto dell’autonomia della politica, atro che D’Alema e i suoi tatticismi: Casaleggio e Grillo sembrano l’ultimo avatar della più odiosa e tecnocratica delle politiche, quella che fa a meno della realtà stessa; un giocare a scacchi per puro gusto del potere – magari dalla lontananza delle sue ville, come avviene realmente. Di fatto i non-cittadini cinquesteelle sono “performativi” nel senso più puro (quello della filosofia ormai classica del linguaggio di Austin: “Dire è fare”), perché il loro “no”, il loro sottrarsi è un’azione politica netta che mette in stallo non iol potere ma la democrazia – gridano contro il buio ma impediscono anche agli altri di accendere un fuoco. Come Berlusconi non credono all’indicazione dello spread (che è come non credere ai semafori quando attraversi una strada dove passano i camion), e quindi chi se ne frega del debito pubblico dell’Italia, delle imprese che falliscono e del nostro destino, basta affermare le proprie astratte ragioni con fiera autoreferenzialità. Gli basta non fare un fuoco insieme, e confermare che l’altro non è capace di accenderlo da solo, divertendosi ad assistere all’impotenza dei politici. Come se la politica non fossimo noi, la cittadinanza di tutti.
Non capirò mai come si sia potuta subire la fascinazione dell’ex comico, ma questo è uin altro discorso, e in Italia del resto è già accaduto che si desse credito ai monologhi e all’intercalare ipnotico della retorica di un “dittatore” (parola di cui sottolineo l’origine linguistico-fonetica). Dal linguaggio si capisce tutto, anche da quello dell’on. Lombardi e del sen. Crimi con la stampa, o durante l’incontro con Bersani: un nulla artificioso come lo streaming, un costante autoriferirsi che non copriva, appunto, il Nulla, col rischio di una disintergrazione della realtà, a partire dalla disgregazione della politica, che non era ancora riuscito a Berlusconi). Sono “prigionieri di una scena teatrale redatta per loro da terzi”, senza capire il ruolo e la potenzialità di un Parlamento fortemente rinnovato che può e deve ambire a produrre finalmente un cambiamento”, ha detto il neo-deputato Khalid Chaouki, responsabile per il Pd dei “Nuovi Italiani”. Speriamo che qualcuno di loro inizi a svegliarsi dall’incantamento.

3/03/2013

Basta con la politica degli slogan e degli insulti

[Pubblico anche qui questo breve post apparso nel mio sporadicamente praticato blog de l'Unità il 1 marzo, acchiappafantasmi ]. Confesso che non mi ci voleva questa ulteriore distrazione dalla mia anima e da quello che sto facendo data dalla nuova - mi sbaglierò? lo spero - emergenza democratica. Comunque sia ecco parte di quello che penso e sento sull'escalation del grillismo] 


   Non so voi, ma io ne ho abbastanza della politica degli insulti e degli slogan. Nel nostro ormai cronico dissolversi quotidiano della memoria abbiamo forse dimenticato la sofferenza e le ferite invisibili (le cui cicatrici sono in realtà vistose) date dalla neo-lingua degna di Orwell del regime politico-pubblicitario di Berlusconi, fondatore di un partito-azienda che battezzò con uno slogan da stadio. Ad esso, e al comando manageriale, si affiancarono infatti altri due “giochi linguistici”, l’insulto permanente (come: “chi vota a sinistra è un coglione”), e lo slogan pubblicitario, suadente, irreale, ipnotico, negatore dell’evidenza (“se le Fiat non vendono, chiamatele Ferrari”; “partito dell’amore”, “popolo della libertà”), e che ancora funziona (vedi la lettera sul rimborso dell’Imu). Nanni Moretti ricordava di recente anche quei ministri come Bossi che per vent’anni hanno invocato l’uso dei fucili e alzato il dito medio – “un gesto che io continuo a considerare di una violenza inaudita e del tutto inaccettabile, e che invece l’Italia ha inspiegabilmente sopportato”, ha detto il regista. Concordo.
Mi piacerebbe che il Presidente della Repubblica – che considero il mio Presidente da sempre, non da tre giorni – dopo aver reagito contro il segretario dell’Spd tedesco che ha definito (peraltro ineccepibilmente) clowns gli italiani Berlusconi e Grillo, protestasse con analoga fermezza contro le parole offensive degli stessi. Quelle di Berlusconi sui giudici-cancro, per esempio: insulto insopportabile, sovversivo e non nuovo, ma appena riattualizzato; e quelle di Grillo, leader (non eletto) o portavoce di un movimento politico, insultanti (“morto che parla”) contro il capo eletto di un partito e di una coalizione, Bersani, che ragionevolmente ha posto un problema che ci riguarda tutti: la formazione di un governo.          Insultare (e delegittimare) un leader che invita un altro leader a discutere la vera politica, far funzionare gli ingranaggi che collegano potere legislativo e potere esecutivo, Parlamento e Governo, e quindi la “fiducia” che ne è olio e motore, è oggi insopportabile. Così come sentir chiamare “volgari adescatori” i rappresentanti della coalizione di centrosinistra che vorrebbero confrontarsi su un governo possibile – come gran parte di noi elettori di sinistra auspica, come auspicano Dario Fo (che Grillo annovera tra gli amici) e molti elettori del Movimento 5 Stelle. Invece di una risposta argomentata Grillo avrebbe detto o scritto “hanno la faccia come il culo”. Non fa nemmeno ridere (ma questo già da tempo). Ma almeno su un’altra cosa Bersani ha ragione: il luogo della discussione è e sarà il Parlamento, non un blog (o un salotto tv). Questo – il rispetto per le istituzioni della Repubblica – il mio e nostro Presidente potrebbe e dovrebbe ricordarlo.
Quanto a Grillo, forse sta proprio facendo il clown, ma è un gioco pericoloso per la democrazia. Abbiamo osservato in tanti il linguaggio e lo stile retorico di questo ex comico nel corso della campagna elettorale (cominciata per lui chissà quando), che personalmente mi ha suscitato repulsione a prescindere dai suoi enunciati (pur essendo molte delle cose che diceva, pardon urlava, condivisibili e condivise dai noi elettori di sinistra), per via della sua enunciazione sempre ossessivamente monologica; e perché, appunto, li copriva irrimediabilmente con la sua voce. Ho provato anche repulsione e stordimento per il disprezzo e la delegittimazione che le sue parole spargevano (spargono) su pressoché tutti, avversari veri o immaginari, colpevoli soltanto di esserci(come se invece lui, Grillo, fosse in un’altra dimensione e parlasse da un altro pianeta) – tutti, comunque sia, destinati a diventare personaggi e bersagli del suo psicodramma politico. L’ipnotica fascinazione che produce, e che ricorda tempi passati e bui, sembra a volte il frutto di un esperimento politico di laboratorio sulla psicopatologia delle masse… Mi fermo, la campagna elettorale è finita, anche se i dittatori e gli aspiranti tali auspicano una campagna elettorale permanente, utile a prolungare l’autarchia del monologo e dell’insulto, e a imputare sempre agli altri lo sfascio e le macerie di un Paese: Berlusconi era ed è uno di quelli. Ma anche un Vaffa-Day permanente ne sarebbe una versione triviale, parente del fascista “me ne frego”.
Volevo qui soltanto parlare di linguaggio, chiedere al Presidente Napolitano di aiutarci a esigere rispetto per le istituzioni repubblicane a partire dal linguaggio. Basta con gli insulti, anche noi che non abbiamo fatto tabula rasa della memoria e della Storia siamo un popolo.

11/25/2011

La vecchia storia de "l''immaginazione al potere" realizzata

   Sono usciti due librini, due “pamphlet paradossali”, come li saluta Antonio Gnoli in un articolo ad essi consacrato su Repubblica di ieri 24/11/11: uno del filosofo Mario Perniola (Berlusconi o il 68 realizzato, Mimesis) e l’altro del poeta Valerio Magrelli (Il Sessantotto realizzato da Mediaset, Einaudi). Sono entrambi due vecchi conoscenti e/o amici. Sostengono entrambi in questi libri come Berlusconi e il suo regime rappresentino la realizzazione dello spirito del Sessantotto, e soprattutto quella “immaginazione al potere” (incarnata dalla tv che sostituisce o comunque informa la realtà). Entrambi i libri sono salutati come portatori di una stessa idea nuova e provocatoria. Sono pubblicati oggi mentre Berlusconi e i suoi effetti, in qualche modo, sono finiti o hanno esaurito, dispiegandola e mostrandola interamente, la loro artificiosa magia.
   Di questa idea della trasformazione dell’immaginario e del progetto sessantottino in nuovo Potere pubblicitario (berlusconismo) scrivo da una decina d’anni esatti.

 La prima volta fu in un articolo su l’Unità del 29 aprile 2001 che riportava una mia conversazione con Jean Baudrillard (con cui ero in relazione da moltissimi anni). Cito il brano: “nel mondo delle immagini, dove tutto il reale deve divenire immagine, a prezzo della sua scomparsa, in cui il mondo stesso non è che un fantasma o una clonazione di sé, l’ascesa di Berlusconi, prima nelle televisioni e poi nel vuoto lasciato dalla politica, rappresenta forse proprio la tragica realizzazione di quello slogan del ’68 che pretendeva “l’immaginazione al potere”. E’ quando l’immaginazione va al potere, che l’immaginazione perde il suo potere.”
   La seconda volta fu in un’intervista a Bernardo Bertolucci (sempre su l’Unità, 2 ottobre 2001) intitolata “L’arte di aprire gli occhi”. A un certo punto dico:
   “Si diceva, una volta, «immaginazione al potere», slogan esistenziale e politico che riassume le utopie di molte generazioni. Il sospetto è che oggi, mutandone radicalmente i contenuti, e con l’uso strumentale della civiltà delle immagini televisive, l’immaginazione al potere l’abbiano realizzata Berlusconi e il suo regime mediatico-pubblicitario. «Direi piuttosto marketing al potere» – replica Bertolucci...”.
   Con l’amico regista ne riparlai in “Quelli che sognano”, pagina-intervista su Dreamers, sempre su l’Unità, 8 ottobre 2003. Gli riproposi la mia idea, e Bernardo Bertolucci parlò giustamente del “sogno” di Enrico Berlinguer (“I sognatori devono essere capaci di visionarietà, qualcosa che oggi ci manca molto. I grandi sognatori sono contagiosi”), aggiungendo dubbioso: “Quanto all’idea che “l’immaginazione al potere”, lo slogan del ’68, si sia realizzato in modo perverso con Berlusconi, non riesco ad accettare un’idea così tragica. Lui è la fine del sogno, la negazione del sogno. E non è neanche uno coi piedi per terra. Che cosa è?…».
   Qualche giorno prima (l’idea, evidentemente, mi ossessionava), in un colloquio con lo scrittore Chuck Palahniuk pubblicato su l’Unità il 30 settembre 2003, all’epoca dell’uscita in Italia del suo Lullaby (Ninna nanna), “storia di un incantesimo che si propaga come un virus, e i richiami al Grande Fratello nel libro abbondano” gli chiedo: “Non è che magari ‘l’immaginazione al potere’, il celebre slogan del ’68, si sia realizzato, sì, ma in un modo perverso? «Certo, Ninna nanna è un libro sul potere – dice Chuck Palahniuk -. Ma tutte le nostre vite sono storie di potere. Oggi chi è che ha potere? Colui che riesce ad attirare l’attenzione, chi riesce a farsi ascoltare e a raccontare la propria storia, e soprattutto chi riesce a convincere gli altri che la sua storia è quella giusta. In fondo è sempre stato così, da Gesù a Bush (o Berlusconi), chi riesce a convincere gli altri ha potere».

   Salto qualche anno. Su La Stampa del 16 settembre 2009, in una serie estiva sui libri simboli di alcune date del passato recente, parlando di Creature del buio di Stephen King, uscito nel 1989, e quindi del genere horror, scrivevo che “c’è un motivo più sottile, uno ‘spirito del tempo’ che mi fece forse inconsciamente cercare, nei romanzi detti horror, una chiave di lettura dello scollamento ideologico e non solo che si stava vivendo. Scollamento che di lì a poco avrebbe travolto l’assetto politico italiano e promosso l’anti-politica nella forma di un “regime” - sia detto in senso tecnico - mediatico-pubblicitario: l’immaginazione al potere (ma in senso opposto allo slogan del ’68)”.
   Molto recentemente, in un mio intervento nel dibattito politico-culturale sulla casa editrice Einaudi (l’Unità, 4 settembre 2010.), ho scritto tra l’altro: “Ecco la consapevolezza del tragico di cui ho sentito così fortemente la mancanza nel dibattito attuale, dove è assente e sradicato anche quel minimo di continuità di pensiero e di memoria che ci dovrebbe far sentire contemporanei ai Minima moralia di Adorno, a quella “triste scienza” (traurige wissenschaft) che è poi la coscienza morale, doloroso rovescio della “gaia scienza” di Nietzsche, oggi possibile solo nelle forme dell’orgia del potere berlusconiano, una immaginazione al potere e del potere che beffa il celebre slogan del ’68. Ben prima della società della pubblicità in cui saltellano e rimbalzano innocue le voci odierne, furono dette e scritte cose irreversibili sull’industria culturale, sui presupposti di un degrado della realtà cui Berlusconi, riconosciamolo, ha soltanto appesa il proprio cappello. [...] Lasciamo che sia Tremonti a citare Marx, la cui attualità è di un’evidenza abbacinante, perdiamo ogni consapevolezza e responsabilità intellettuale degli ultimi cinquant’anni...”.

   Vengo al quasioggi. In un articolo-intervista sul bel libro di Massimo Recalcati, Cosa resta del padre (l’Unità del 17 aprile 2011) ho scritto tra l’altro: “Recalcati illumina quindi una singolare convergenza tra la l’insegnamento clinico di Lacan e la lungimirante critica alla barbarie consumista dell’eretico Pier Paolo Pasolini: l’immaginazione al potere dello slogan del ’68 si è ahimè realizzata, ma in senso opposto (e perverso) a quello auspicato.”
   Tralascio le rubriche tenute per dieci anni su l’Unità. Cito giusto quella (“acchiappafantasmi”) del 14 ottobre 2008, dal titolo “Contro il virtuale (e il neon)”. Salutava il bel lbro della poetessa Lidia Riviello, Neon 80), e iniziava così: Il personale è politico” è uno slogan degli anni Settanta. Meglio del sessantottino “l’immaginazione al potere” (che potrebbe ormai designare l’impero Mediaset e il suo padrone, che con l’intrattenimento e l’immaginazione ha instaurato un regime pubblicitario), era un modo di esprimere e praticare la fine di una frattura artificiosa: dove comincia la politica, dove finisce? Dove inizia la realtà? (...)". Nella stessa rubrica, il 10/6/2009, con un fotomontaggio de “Il Papino” (ovvero il profilo di Berlusconi al posto di quello di Marlon Brando ne Il Padrino), scrivevo su Berlusconi che “La nuova epica italiana è lui, così come ‘l’immaginazione al potere’..."

 P.S.  Oggi tutto questo mi sembra vecchio, doppiamente rivolto al passato. Non so quindi a cosa serva che lo abbia ricapitolato. A parte che ho riscoperto cose che non ricordavo di avere scritto (ho fatto un check nel computer, e saltava fuori una marea di robe). E' stato come un raptus ("tecnicamente, l'ego ha i suoi diritti", mi ha scritto un'amica, Lidia R.). Avevo scritto un'altra chiosa lunga ma l'ho cancellata.
   E' un fatto che hanno successo solo le idee che trovano e incontrano nel pubblico dei lettori (quindi nel mercato) un "riconoscimento", ovvero che si sono già sedimentate in senso comune e lo confermino. In questo senso, il mio è un lavoro alieno - giocare in anticipo e poi passare ad altro.
   Tuttavia rivolgo un invito, a me come agli altri che scrivono e che hanno, o credono di avere, delle idee (già il fatto di avere delle idee dovrebbe insegnarci, come prima cosa, che viviamo in una rete, un web di idee, e siamo tutti connessi, ben prima e ben altrimenti che con Internet), un invito, dicevo, a pensare e riconoscere sul nascere, meglio anche prima del nascere, quello che sta per avvenire ed è ancora informe, quello che arriva, e il fatto stesso che qualcosa arrivi... A questo serve scrivere e avere delle "idee".
   Ancora meglio: auspico di fare propria quella specie di preghiera dell'artista Richard Foreman, ovvero fare sì “che i miei segni diventino il più possibile muti per far sì che ciò che sta avvenendo avvenga” (what is happening to happen).

12/13/2009

Quel volto di sangue vero

Io ho paura. Di quel volto imbrattato di sangue, di quello sguardo. Quelle foto sono già un'icona contemporanea, un evento - che lo vogliamo o no - estetico, cioè politico. Nel flusso delle pose, delle immagini patinate e intinte di cerone, quel volto umano e per questo inaudito del capo, intriso di sofferenza e di odio, mi turba come - per esempio - un'opera-installazione di Maurizio Cattelan. E' sangue vero - anche questo mi stupisce. Rosso. Comune e mortale. Volto, per una volta, nudo. Volto che, per una volta, soffre (s'offre). Utopia di una comprensione, una conversione, che non avverrà mai. Anzi.
Ho paura della violenza, di ogni violenza. Mi sento colpito, irradiato da un'energia negativa emanata da quel volto, nonostante ogni compassione. Se è l'era di un nuovo realismo, ho paura della brutalità della cosiddetta realtà. Mi fa anche già paura il fatto che sento di non riuscire a esprimere liberamente il flusso di pensieri e di associazioni di idee, anche solo intellettuali, anche puramente estetiche (se esistono), che quella sequenza di immagini mute mi suscita. Ho paura della mia autocensura, presentimento di una pesante censura. Paura dell'immensa violenza di rimbalzo. Paura di vedere, in quella bocca piena di sangue, l'immagine simmetrica della bocca che ride per mostrare i denti. Paura di scorgere, nel ghigno dell'umana sofferenza, un soffio algido di vendetta.

P.S. Leggo che l'aggressore, un ingegnere di 42 anni di nome Massimo T., in cura per problemi psichici da une decina d'anni, quando i poliziotti lo hanno trascinato via dalla piazza dopo l'aggressione ripetesse: "Non sono io. Io non sono nessuno". Soprattutto mi colpisce apprendere che 15 anni fa fosse comparso sui giornali accanto a fotografie di una sua invenzione, i "quadri musicali". "Coniugando la passione per l'elettronica con il gusto per l'arte astratta, Massimo T. realizzò dei piccoli quadri che si illuminavano di luce colorata diversa ogni volta che nella stanza in cui erano appesi si ascoltava della musica. L'invenzione finì presto in un cassetto e dei "Quadri musicali" non si sentì più parlare". Che l'aggressore abbia flirtato con l'arte astratta - quella che il ministro Bondi, come ha ripetuto spesso, non capisce e disprezza - sarà senz'altro considerato una più che simbolica aggravante...