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12/28/2014

Banlieue o prateria virtuale, la comunità possibile della letteratura. Un annuncio.


Interessa a qualcuno parlare di libri di letteratura?
   Il fatto è che per l’universo degli scrittori e degli editori di letteratura la situazione è oggi a dir poco incresciosa (come per la politica, d’altronde).
   Poco tempo fa ho letto una lucida analisi scritta da Antonio Paolacci (già editor in passato di una piccola casa editrice), a nome della nuova associazione editoriale Progetto Santiago. Non entro nel merito delle loro proposte, ma vorrei riproporre alcune frasi di questo documento:
  
   “Concepite come aziende interessate al profitto, molte case editrici importanti da qualche anno affidano a consulenti di marketing e comunicazione anche le proprie scelte artistiche, culturali e letterarie. Sono diventate così aziende che, per aumentare i guadagni, mirano al cosiddetto “pubblico di massa”, di certo più numeroso, ma anche, per definizione, meno interessato alla lettura. 
Tali strategie sono oggi dominanti nell’intero mercato editoriale. In più, fenomeni quali l’aumento delle librerie di catena o le modifiche del sistema distributivo schiacciano tanto i librai quanto gli editori indipendenti. 
La reperibilità dei titoli in libreria e la loro divulgazione a mezzo stampa (recensioni e consigli di lettura sui media) dipendono ormai quasi esclusivamente da esperti di vendite quali distributori e librerie di catena, oltre che da accordi economici tra alcuni editori e la stampa (pubblicità, più o meno esplicita) e tra alcuni editori e librerie (affitto degli scaffali, degli spazi pubblicitari, delle vetrine). Tuttavia, i lettori restano in gran parte convinti che la maggiore visibilità in libreria o nei media sia dovuta a una maggiore qualità dei libri più in vista. L’idea di scrittore e quella di editore si stanno gradualmente perdendo: a entrambi non sono più richieste professionalità, originalità, competenza, ma solo le capacità necessarie a imporsi in un mercato concepito per non-lettori…”

   Sono frasi molto vere. La crisi dell’editoria sarà anche economica ma è soprattutto culturale: la logica del marketing ha sostituito ogni altro codice e strategia. È come nella politica, il cui estremo scandalo non è la corruzione, ma il sottoporre preventivamente a un sondaggio le idee e i programmi per scegliere poi quelli da adottare. Nell’editoria, affidare a esperti di marketing le scelte editoriali è qualcosa di assolutamente nefasto per il destino di quella pratica e universo di linguaggi e testi che si chiama “letteratura”.
   Nell’editoria di oggi, nell’orizzonte generale dello scrivere e del pubblicare (che non sono sinonimi), c’è quindi una solitudine immensa dell’autore, il quale, nella generale alienazione e sofisticazione del mondo editorial-letterario, ignora perfino la qualità stessa della propria scrittura, e le ragioni per cui viene pubblicato.
   Qualche anno fa, in una memorabile lettera al direttore de la Repubblica sulla rimozione della cultura in Italia, il regista Bernardo Bertolucci chiedeva, contro la censura e l’autocensura imperanti: “un film come Novecento sarebbe possibile oggi, nella sua libertà, nella sua utopia produttiva, nella sua megalomania, nell’estremismo delle sue contraddizioni? […] Mi torna in mente anche Salò, l´ultimo Pasolini, girato negli stessi mesi e a poche decine di chilometri, film atroce e sublime. Sarebbe possibile oggi Salò?” [Seguì a ruota un mio pezzo su l’Unità e su aprileonline intitolato “Intellettuali da marketing”, ripreso col titolo “Politica significa immaginare” qui, insieme all'intervento dell'amico Bertolucci].

   Credo che oggi, nella nostra società anestetizzata, l’area di ciò che non risulta possibile fare, produrre e pubblicare si sia ampliata a dismisura. Quello che manca, rispetto agli anni Settanta, è però un’area di sperimentazione condivisa, un’officina variegata della controcultura che sopperisca alla censura, al restringimento dell’orizzonte del dicibile e del visibile. Quello che manca forse, ed è il dato più drammatico, è una comunità. Non credo possa esistere letteratura senza comunità, credo anzi che lo "spazio letterario" sia esattamente il luogo fondativo della vita comune, ciò che crea e popola moltitudini, comunità plurali.

   Tutto questo è per me la necessaria premessa per qualcosa che voglio annunciare. La decisione di affidare all’universo del web, all'inizio del nuovo anno, il mio ultimo, se si può chiamare ancora così, libro (un romanzo alla mia maniera). Il quale, da quanto mi pare di capire, e per usare il linguaggio in vigore, sembra essere troppo letterario (cioè troppo se stesso, non abbastanza snaturato da risultare commerciale e liquido, troppo imprevedibile, troppo poco markettaro (da marketing), troppo per i cazzi suoi, troppo poco apparentabile ad altri centocinquanta titoli analoghi e collaudati, e via dicendo) per risultare facilmente pubblicabile.
   È buffo, ci si sente un po' dei fuorilegge, dei fantasmi, dei clandestini (che è poi il sentimento di cui parla il mio libro e che attraversa tutte le sue pagine). Come se la pratica della letteratura fosse messa al bando, condannata cioè a vivere nella banlieue. Ma sono i margini che fanno la pagina, diceva un filosofo, e non c'è nulla di meno marginale della questione dei margini. Penso anche alle molte case editrici i cui libri sembrano specie di tombe della scrittura alla deriva, o condomini in cui si vive come dentro loculi, e mi viene lo sconforto.
   Non è che abbia le idee molto chiare su quello che significa pubblicare in rete, è un'esperienza nuova, per questo eccitante. A volte mi sembra una specie di prateria (e magari fosse così - accendere un fuoco la sera, fare bivacchi e festa all'aria aperta). Sarò grato a consigli più esperti. Non si può diffondere nulla senza solidarietà e condivisione, ma non può esserci giustamente condivisione senza un senso di comunanza, di riconoscimento di/in una qualità. Ce la farò a trovare una comunità cui non solo fare approdare, ma in cui far vivere e proliferare questo “libro”? Un po’ come nel popolo di alberi di cocco banani e palme che si vede sopra, in cui ero immerso fino a pochi giorni fa nel sud dell’India.
   Vorrei conoscere le vostre reazioni. Posterò questi prossimi giorni l'introduzione al libro, le prime dieci pagine circa.
   Buona fine anno.

10/09/2014

"Vi sto sorridendo dovunque io sia" (un sorriso a Jacques Derrida a dieci anni dalla morte)

Jacques Derrida had died, on Saturday 9 October 2004, at the age of seventy-four. A heavy silence reigned, but only the people closest to the tomb could hear Pierre reading the few words prepared by his father. Derrida, reproducing his own father’s gesture, thirty-four years earlier, had composed his epitaph himself:
"Jacques desired neither ritual nor prayer. He knows by experience what a trial it is for the friend who performs them. He asks me to thank you for coming, and to bless you, he begs you not to be sad, and to think just of the many happy times that you gave him the chance to share with him.
Smile at me, he says, as I will have smiled at you until the end.
Always prefer life and never stop affirming survival.
I love you and I am smiling at you from wherever I am."
-Benoit Peeters, "Derrida: A Biography", page: 540,41.


Dieci anni fa come oggi morì il filosofo Jacques Derrida, col quale ebbi il privilegio di avere rapporti accademici e personali. La sua eredità nel metodo del pensiero, la cosiddetta filosofia, il "comprendere" - o forse meglio dire l'andatura e il modo di procedere, di viaggiare e attraversare territori, attraversare muri, crearsi passaggi là dove non c'è passaggio né via d'uscita, uscire, cavarsela nonostante ogni aporia, vivere sempre, scegliere di vivere sempre nonostante ogni impedimento, ecco tutto questo credo è incalcolabile e operante, malgrado l'apparente silenzio di oggi. Forse, anzi, è meglio così, dato che il contributo peggiore lo danno quasi sempre i presunti continuatori ed epigoni, i semplificatori e i commentatori.
    (Su Derrida ho scritto anch'io a suo tempo alcune cose disperse in tanti luoghi e testi. Ne ritrovo due: un articolo l'indomani della morte per l'Unità - che, non potendolo linkare come appariva nel deposito di testi del mio sito, perché è in ristrutturazione, lo pesco qui, per esempio; e poi la  relazione, più a freddo, ma altrettanto calda, se non di più, per il convegno "Spettri di Derrida" a cinque anni dalla morte...)

9/04/2014

"Scrivo, dunque sono libera". Amare la letteratura con Jacqueline Risset



E' morta Jacqueline Risset, grande poetessa, saggista, studiosa di letteratura, redattrice storica della rivista Tel Quel, traduttrice insigne di Dante, da anni residente e docente all'università di Roma
L'11 dicembre 2006, mentre a Villa Medici riprendevano le letture del ciclo di incontri con scrittori francesi curato dall'amico Olivier Rolin, "Amare la letteratura", pubblicavo sulle pagine della cultura de l'Unità questa conversazione con Jacqueline Risset. A ripensarci, fu un periodo letterariamente intenso di nutrimento e resistenza. Vorrei ricordare Jacqueline con queste sue parole di un'attualità bruciante e viva. Si possono leggere anche qui nella pagina originale, in pdf, oppure col titolo “Risset: Scrivo dunque sono libera” sul sito de l'Unità che ancora vive. Comunque eccolo, il nostro colloquio. Con immenso affetto e stima.


   Il silenzio delle sirene Percorsi di scrittura nel Novecento francese (Donzelli, p. 242, euro 28), deve il suo titolo a un enigmatico frammento postumo di Kafka: Ulisse sapeva  non sapeva che le sirene avevano già smesso di cantare, e che il loro silenzio è forse più insidioso del loro canto? E’ l’ultimo libro di Jacqueline Risset - poeta e saggista, docente di letteratura francese all’università di Roma, insigne traduttrice della Commedia di Dante, cui ha dedicato numerosi saggi - e lo si legge come un manuale essenziale dell’esperienza letteraria più significativa del Novecento, non solo francese: letteratura come “forma autonoma di conoscenza”, “esperienza del limite”, indistinguibile forse dalla filosofia. Ma è anche una summa autobiografica della sua teoria e pratica di questa esperienza: da Mallarmé a Joyce, da Proust a Deleuze, da Ponge a Beckett.

   “E’ una rassegna delle mie passioni – mi dice Jacqueline Risset - delle attenzioni che non ho potuto fare a meno di avere per alcuni scrittori del XX secolo che ogni volta mi hanno colpito come dei punti irradianti, delle costellazioni che si facevano segno l’una all’altra, che passavano l’una nell’altra. Ho posto Mallarmé all’inizio, il che può stupire perché appartiene all’Ottocento, e però ha inseminato, anche di dubbi, il XX secolo. In Valery, in Proust, in tutti gli autori del Novecento di cui tratto, si ritrovano le interrogazioni che ha posto Mallarmé. Perfino nei linguisti, come il grande Roman Jakobson, che raccontava di avere cominciato al liceo col leggere Mallarmé, e questi lo aveva portato a suoi famosi studi sulla linguistica. E’ stato uno shock e un grande piacere veder riconosciuto, come fanno oggi gli scienziati, che la poesia, il punto più ardito della letteratura, possa anticipare le scoperte della scienza. Freud ha riconosciuto che la poesia, la letteratura, aveva scoperto prima di lui il continente inconscio, e alcuni scienziati hanno visto che la letteratura aveva già percepito, e addirittura teorizzato, quella che oggi si dice “teoria della complessità”. Soprattutto la letteratura che si fa “teoria della letteratura”. Proust più di chiunque altro, ma anche i grandi dell’inizio del secolo, Musil, Kafka, ecc.. Letteratura come pensiero della e sulla letteratura, che è la cosa più affascinante delle opere del XX secolo: la capacità di pensare se stesse, senza delegare ai critici. La stessa cosa mi affascinò nel gruppo della rivista Tel Quel, cui partecipai prima che si identificasse, con Philippe Sollers, con un pensiero politico (cinese o maoista). Era l’idea di riprendere il pensiero della letteratura, di ripensare la “scrittura” – parola che diventò il centro della riflessione – come un luogo che ognuno interrogava da sé, e che andava oltre i confini tradizionali della letteratura”.

   Da Mallarmé si irradia tutto il percorso del tuo libro, e ne fornisci vari esempi: le sue frasi contro il senso tradizionale, positivistico del “capire” (che ricordano Lacan, le cui affermazioni che citi gli sono straordinariamente vicine); oppure quello che colpisce e ispira Jakobson, l'idea che il linguaggio poetico non sia uno scarto rispetto alla lingua, ma una macro-lingua…
   “Sì, perché c’era quell’idea della poesia come un linguaggio decorativo, più alto rispetto al linguaggio comune, mentre è forse il contrario, la poesia che ingloba il linguaggio comune, più vasta.”

Infine l’idea della poesia come “pensiero nascente”, che ricorda intimamente l’opera di Beckett, ma anche i gesti filosofici più importanti ed estremi della storia del pensiero… 
   E’ vero. C’è chi vede la letteratura e la filosofia totalmente separate, ma a me pare ci sia un’erosione reciproca dell’una nell’altra nel XX secolo, ed è questa erosione che segna gli avvenimenti più interessanti. Per esempio Blanchot, che per me è molto importante. Nel XX secolo egli ha reso conto dell’esperienza – ogni volta unica, con proprie caratteristiche – di questa interrogazione della letteratura come esperienza. In Italia si parlava molto negli stessi anni di sperimentazione, una nozione importante ma riduttiva, che perde quella dimensione più vasta e non definibile della letteratura, un’esperienza della scrittura non prevedibile. Ma è anche vero che in Italia non c’è stata quella grandissima rivoluzione poetica che ci fu in Francia alla fine dell’Ottocento. In Italia c’è solo Leopardi”. 

   Rispetto alla Francia, credi che in Italia la letteratura sia un’esperienza meno comune e condivisa?
 In Italia mi sembra che negli ultimi anni ci sia stata una politicizzazione estrema, che ha fatto della letteratura un’ancella della filosofia, ma anche della politica. Ora noto finalmente nei giovani un desiderio della letteratura come di qualcosa senza confini, come ciò che può insegnarti qualcosa proprio perché non è irretito in una serie di legami ideologici o pratici  scientifici e quindi la letteratura, credo,  sia un po’ come per Georges Bataille quando parlò contro l’impegno di Sartre, e che il motto della letteratura sia quello del diavolo, “Non serviam!”, cioè “non servirò”, e solo questa sarebbe la libertà. Per Bataille l’impegno e la letteratura erano agli antipodi, e dice chiaramente: se uno sente la necessità profonda di impegnarsi, a un dato momento, lo deve fare, ma ciò che è profondamente estraneo alla letteratura è svolgere programmi già prestabiliti. La letteratura o è esperienza o non è nulla. L’autonomia della letteratura in questo senso forse oggi è sentita, ma non è stato così per molto tempo. Quando parlavo di Tel Quel sentivo molta ostilità, perfino da parte dei giovani del Gruppo 63, per i quali quella libertà era una cosa quasi pericolosa”.

 Dove vedi l’ampliarsi oggi della letteratura come esperienza, forse nel successo delle letture pubbliche, dei festival? Penso alla frase di Barthes che dà il titolo alle attuali letture a Villa Medici organizzate da Olivier Rolin, “Amare la letteratura”. Ovvero “dissipare, nel momento della lettura, ogni dubbio sul suo presente, la sua attuazione (…) come se il suo corpo fosse realmente qui accanto a me”.
   “Questa frase di Barthes dice che la letteratura può dare anche felicità. E questo paradossalmente, perché la letteratura è quasi come Sheerazade, chi scrive vuole differire la morte, e quindi nella letteratura c’è un corpo-a-corpo con la morte. Ma nella letteratura c’è una  risorsa di felicità, e anche Proust parla di “enigma della felicità”. Proust, che secondo me è il più grande scrittore francese, che equivale in Italia a un Dante, o ad un Shakespeare, un Cervantes. Come Dante ha la stessa volontà di totalità, di creare un universo”.

   E’ questa la politicità della poesia? Voglio dire: dopo un periodo di comuni testimonianze politiche, che approdarono nel 2002 al pamphlet collettivo Non siamo in vendita. Voci contro il regime, Roberto Benigni andò in tv, e nonostante le attese della destra, che invocava una censura preventiva, non parlò direttamente di politica, ma recitò l’ultimo canto del Paradiso di Dante. La poetessa Patrizia Cavalli mi ha detto: “Siamo nati per giocare”, e sull’Unità è rimbalzato un dibattito a partire da un mio breve intervento sulla poesia, “così inutile, così sovversiva”... 
 “Sì, ci sentivamo costretti a intervenire politicamente, tutti i giorni ci indignavamo per qualcosa, siamo stati governati cinque anni da una terribile “banda” che mi auguro non torni più. Sono assolutamente d’accordo con le tue parole, “inutile e sovversiva”. Quanto a Dante, penso che sia di una ricchezza e di una libertà che sorprende ancora oggi per la sua attualità. Uno completamente ateo del XX secolo può dialogare con Dante. Oltretutto Dante aveva politicamente idee chiarissime e in anticipo sulla separazione dei poteri, mentre in Italia non si capisce ancora oggi l’idea di laicità come spazio neutro di libertà, necessario per acquisire una capacità critica. Nel De Monarchia Dante parla di un Papa e di un Imperatore, senza nessuna gerarchia tra i due poteri, ciascuno assolutamente libero nella propria sfera: il Papa doveva pensare alla felicità celeste, l’Imperatore a quella terrestre. La sua Monarchia fu condannata e bruciata nel Medioevo, ma mi fa rabbia che l’Italia sia ancora in ritardo su questo, che non abbia ancora assimilato questa separazione e dia ancora tanto potere alla religione, alle religioni. Forse ci vorrebbe un Voltaire... Comunque sia, ho sempre pensato che la forma della letteratura sia la libertà, e la sua esperienza sia feconda perché libera. Quando si scrive non si sa quello che si sta per scrivere, e anche se si ha l’esperienza dello scrivere si può essere sorpresi da ciò che si è scritto. Questo, nella nostra epoca di programmazioni obbligatorie in ogni campo, è qualcosa di più utile e prezioso che mai. Ovviamente la letteratura è odiosa alle tirannie, e gli scrittori ne sono sempre stati oppressi. Lo scrittore gioca, è vero, e questo gioco deve farlo in libertà, se no non è gioco, e quindi è naturalmente contro la tirannide, non perché sia “impegnato”, ma perché scrive. Forse oggi questo bisogno di letteratura esiste di più, perché è legato al sentimento di un mondo più chiuso. Foucault ha scritto Sorvegliare e punire, e oggi siamo in un mondo in cui la sorveglianza ha raggiunto livelli pazzeschi, e il fatto di trovarsi soli in una stanza, con un foglio bianco, è una condizione privilegiata e meravigliosa di libertà”.

  Pensi ci sia un futuro, che l’esperienza del Novecento di cui parli nel tuo libro non si chiuda?
   “Se non stiamo assistendo all’Apocalisse finale, se il pianeta Terra non si dissolve o i fondamentalisti non ci riducono in schiavitù totale, credo che sì, c’è un futuro, si sentono i segni di un gusto, un desiderio di ribellione che sta rinascendo, e se rinasce allora la letteratura e la poesia si salvano, come è successo in ogni civiltà, che si misura del resto da cose come l’arte e la letteratura. Il libro si chiude con l’elogio di una parola che in italiano non esiste: insoumission, che è più del contrario di sottomissione. Insubordinazione, forse. Letteratura come campo di realizzazione dell’inesauribile, capace di svelare l’enigma delle sirene, il loro presunto silenzio”.

4/13/2014

Le mie panchine e i suoi freddi imitatori. Un caldo articolo di Paolo Lagazzi confronta stili letterari e saggistici

Riporto qui di seguito un articolo del critico e saggista Paolo Lagazzi uscito oggi, domenica 13 aprile, sulle pagine culturali de l'Unità. A mia conoscenza è l'unico commento ufficiale (di privati ne ho sentiti parecchi) sull'imbarazzante somiglianza del libro recente di un universitario svizzero, Michael Jakob, dal titolo Sulla panchina..." (Einaudi), al limite del plagio - per esempio nel "paratesto" dell'edizione italiana - al mio libro Panchine... (Laterza).


   Tra le molte specie di libri, quelli che amo di più hanno il carattere di luoghi. In essi è possibile abitare. Li si può attraversare nei modi più vari, in bicicletta, a cavallo, in tram o volando, con passi elastici, leggeri o cadenzati con forza; li si può misurare col respiro e coi sensi toccando cose, spostandosi e guardando, alternando le fughe alle soste, i ritmi sostenuti al piacere della lentezza.
   Uno di questi libri, apparso nel 2008 da Laterza [collana Contromano, ora alla quinta edizione], è Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne di Beppe Sebaste, un'opera in bilico tra il racconto, la poesia e il saggio, fra lo schizzo divagante, le quiete meditazioni alla Montaigne e le liriche impennate del jazz. L'autore ci conduce per mano lungo una serie innumerevole di panche, panchine, sedili mostrandoci come questi strumenti creati per il riposo siano tanto più speciali quanto più inappariscenti, capaci di schiudere delle prospettive inedite sul mondo agli amanti della flânerie e delle pause.
  Portandoci tra questi oggetti extraterritoriali, da cui è possibile vedere ogni cosa senza essere visti, o su cui si possono incontrare gli altri esseri umani completamente sciolti dalla morsa dell'”utile” o della fretta, il libro di Sebaste squaderna itinerari del corpo e dell'anima ricchi di una vera sapienza zen. Sedersi idealmente al fianco dell'autore, ripercorrere alcuni dei suoi momenti privilegiati tra Parigi, Sils-Maria, Big Sur o Manhattan, ripensare ai tanti scrittori e registi che hanno evocato panchine nei loro testi e nei loro film, o che hanno saputo immaginare la vita come abbandonati su qualche panchina, è un'esperienza epifanica, un esercizio di ecologia della mente, un'avventura nella leggerezza delle cose gratuite, luminose e ariose in un tempo liberato dal dover essere.
   Debitore nei confronti di Sebaste per molte ragioni (anzitutto per l'idea che le panchine siano oggetti particolari, davanzali sull’altrove, soglie in grado di muovere le traiettorie della visione in modi inconsueti) è senza dubbio il saggio Sulla panchina. Percorsi dello sguardo nei giardini e nell'arte di Michael Jakob (Einaudi, pp. 268, euro 28), noto docente di storia e teoria del paesaggio, attivo in Francia e Svizzera. Come Sebaste, Jakob esplora panchine non solo fra ambienti reali (parchi, ville, giardini) ma anche tra libri, quadri e film. Poiché conosce bene la nostra cultura e parla la nostra lingua, è piuttosto singolare che non ricordi mai lo scrittore italiano, sebbene sia innegabile la loro distanza: innervata dalla libertà poetica, dal respiro intimo e dalla freschezza creativa l’opera di Sebaste, sviluppato in senso teorico il libro dello studioso francofono, con affondi ermeneutici, semiotici, psicologici o ideologici che si possono accostare alle ricognizioni di Panofsky sulla prospettiva, ad alcuni saggi di Starobinski e anche, credo, alla cosiddetta “prossemica”.
   Mentre lo scrittore italiano (a sua volta allievo di Starobinski all’Università di Ginevra e traduttore di Le passeggiate del sognatore solitario di Jean-Jacques Rousseau per Feltrinelli) interpreta la panchina come un'occasione vitale per perdersi e ritrovarsi in un movimento di abbandono rigenerante al mondo, per Jakob essa è anzitutto un dispositivo ottico inventato dagli architetti italiani a partire dal Trecento per pilotare gli occhi degli abitanti delle nuove città, per indurli a contemplare in modo ideale il nuovo spettacolo urbano. Nasce, allora, una "politica dello sguardo", una strategia di prospettive manovrate dal Potere che raggiungerà uno dei suoi apici nei giardini del Settecento, ad esempio quello francese di Ermenonville legato alla memoria di Rousseau.
   Oltre alle panchine-osservatorio orientate verso luoghi simbolici, ne esistono anche alcune diventate a loro volta simboli o icone, punti di convergenza per gli sguardi di intere epoche. Basti pensare alla panchina di Gorki su cui l'ultimo Lenin si è fatto fotografare a ripetizione, al suo valore di propaganda dilatato fino a un'aura sacrale. Altre panchine, come  quelle rappresentate da Manet e Monet in due celebri quadri e da Antonioni nel finale del film L'avventura, ci attraggono, secondo Jakob, per motivi del tutto diversi: per il loro testimoniare sui rapporti tra uomini e donne, ovvero sull'incerta realtà della coppia e dell’eros tra l'Otto e il Novecento. In queste scene sguardi si sfiorano, s’incrociano e sfuggono, mani si avvicinano e si allontanano sulle spalliere di sedili segnati dalle ombre della nevrosi, dell'agguato o del sospetto... Peccato che, da tutto ciò, lo studioso non sappia ricavare altro che riflessioni eleganti ma astratte, fredde e un po' vacue, mentre è ancora a Sebaste che dovremo tornare se desideriamo cogliere la ricchezza vera delle panchine, le loro potenzialità narrative: "ci sono mondi di racconto in ogni punto dello spazio...". In altri termini: ogni panchina non merita forse una storia, un sogno, un piccolo mito?
Paolo Lagazzi
(articolo uscito su l'Unità, domenica 13 aprile 2014)

12/11/2013

L'anno 1963, Luigi Malerba e "La scoperta dell'alfabeto". Come giocare, molto seriamente, con le parole.



 Ai tanti cinquantenari di cui si è parlato, rievocazioni e attualizzazioni di un anno intenso come il 1963 – dalla morte di J. F. Kennedy a quella di Aldous Huxley e di Giovanni XXIII, dalla fondazione della casa editrice Adelphi a quella del Gruppo ’63, l’unica avanguardia letteraria del dopoguerra in Italia – vorrei suggerirne un altro: la pubblicazione de La scoperta dell’alfabeto, opera prima di Luigi Malerba, uno dei grandi autori italiani del Novecento, e che un legame col Gruppo ’63 lo ebbe eccome.
 L’appartenenza, per quanto disorganica, alla neoavanguardia gli accentuò fortemente un senso di libertà e disinvoltura nello scrivere, perché sperimentale Malerba lo era ‘naturalmente’, e lo restò tutta la vita - uno scrittore cioè che faceva di ogni sua nuova opera un’opera nuova. Ma quella formidabile raccolta di racconti che prende il titolo dal primo di essi, “La scoperta dell’alfabeto” - l’esilarante storia delle lezioni di scrittura che il contadino Ambanelli prende da un ragazzino, forse lo stesso Malerba da giovane, narratore della storia - conteneva o prometteva gran parte della sua poetica futura. Se l’opera complessiva di Malerba è tra le più vive e attuali, un ruolo di primo piano spetta a questo libro che non cessiamo di rileggere con meraviglia: un libro dedicato alla stralunata epica contadina di un paese dell’appennino di Parma (Malerba nacque a Berceto), ma più fecondo di un corso di scrittura creativa.
  Non c’è dubbio che questo libro abbia ispirato gli stuporosi Narratori delle pianure con cui iniziò vent’anni dopo una seconda vita letteraria Gianni Celati, a loro volta stimolo alle stravaganti e cantilenanti storie di Ermanno Cavazzoni, Ugo Cornia e altri narratori emiliani. Ma la grandezza di Malerba era anche, appunto, nel non accontentarsi di un genere e nel non chiudersi in una maniera. I suoi racconti sull’appennino, su modi di vita già allora in via di sparizione, non hanno nulla a che fare con alcune attuali mitologie di paesi e mondi scomparsi, tra compiacimento nostalgico ed estetica delle rovine. Non c’era già allora in Luigi Malerba (ironico pseudonimo di Luigi Bonardi) alcun rimpianto pasoliniano né diversamente ideologico, ma uno sguardo sulla commedia umana che, se è prossimo a quello di Celati, lo è soprattutto per la comune ammirazione per lo sguardo di Buster Keaton e il suo ostinato silenzio, indecidibile tra stupore e malinconica saggezza, e che è in realtà elemento essenziale di una briosa macchina narrativa.
  Una volta Malerba disse a una platea di studenti che  scriveva “per sapere che cosa penso”, e cercare così di dare un senso alla realtà. Il cosiddetto realismo però era per lui un equivoco secolare, “una truffa ordita dalla critica ai danni dei lettori”, perché la letteratura non traduce mai la realtà così com’è (ammesso che esista una realtà così com’è), ma “inventa una realtà anche quando parla delle nostre cose più vicine”, di sentimenti o persone a noi note e familiari. Anche quando descrive, lo scrittore inventa, e a differenza della cronaca fatta dai giornalisti, diceva Malerba, gli scrittori non raccontano la realtà, ma il senso, anzi il sentimento della realtà. (Non stupisce che Malerba abbia anche confessato che il romanzo che avrebbe voluto riscrivere fosse il Don Chisciotte: non c’è nulla di più malerbiano della deliberata confusione testuale e narrativa di Cervantes tra il mondo e la scrittura - descrivere la realtà come se fosse un libro, scrivere (e leggere) un libro come se fosse la realtà).
   Oggi possiamo vedere come ne La scoperta dell’alfabeto ci fosse già tutto questo, e come la sua innovazione letteraria fosse connessa con quanto di meglio si stava elaborando in altre avanguardie europee (penso in particolare alla Francia). Era un periodo molto eccitante se paragonato alla miseria del tempo presente, in cui la sperimentazione è quasi bandita e la banalità premiata. Così, mentre Malerba scriveva questi primi racconti sul linguaggio, e che pure facevano vedere la realtà e la sua epica meglio di qualsiasi tentativo realista, Roland Barthes scriveva e pubblicava i suoi Essais critiques, in particolare quelli dedicati ai romanzi coevi di Alain Robbe-Grillet, al cui sguardo iperrealista rimproverava un unico errore: “credere che si dia un esserci delle cose antecedente e esterno al linguaggio, e che la letteratura abbia il compito di ritrovarlo in un estremo slancio di realismo”. Che è poi quello che oggi in Italia, anche nella filosofia, passa per una riscoperta di avanguardia, non per l’involuzione che di fatto è rispetto alle formulazioni letterarie e filosofiche degli anni ’60, fino alla Lezione di Barthes e a L’ordine del discorso di Michel Foucault; fino a a quel bizzarro, malizioso inciso di Derrida, a mio avviso magnifico, secondo cui “non c’è nulla fuori dal testo”. Forse non ci si accorse abbastanza che la filosofia viveva allora una nostalgia attiva, e tutt’oggi inascoltata, verso la letteratura, ma per fortuna quello che si pretende contraddire nei filosofi non ci si sogna ancora di obbiettarlo agli scrittori, altrimenti non avrebbe più da tempo diritto di cittadinanza l’intera opera di Samuel Beckett, la stella più luminosa (come si dice delle stelle spente) dell’epoca. Fu infatti Beckett il grande ispiratore di una ricerca letteraria tesa a esplorare i limiti del linguaggio e le scaturigini stesse della parola. Le opere successive di Malerba, come i “romanzi” Il serpente, Salto mortale ecc. - acrobazie sintattiche le cui forme più prossime, anche nella musicalità, sono forse le poesie del reggiano Corrado Costa - confermarono questa direzione.
   A distanza di anni dunque possiamo riconoscere ulteriori valenze all’opera di Malerba, la cui messa in discussione del senso della realtà lo accomuna ai grandi scrittori e artisti di ogni tempo, quelli che pongono domande scomode e creative che hanno conseguenze anche pratiche (politiche) sul senso della realtà. Non solo le domande perturbanti di Philip K. Dick sulla realtà della realtà (lui che ispirò storie come Matrix o The Truman Show), o le poesie di Allen Ginsberg, che conobbe il manicomio a causa del suo diverso senso della realtà; ma anche quelle del grande Gregory Bateson, autore di Verso un’ecologia della mente. Dove si legge, nel “metalogo” con la figlia “Dei giochi e della serietà”, forse il testo più prossimo a “La scoperta dell’alfabeto”, che per pensare idee nuove bisogna disfarsi di quelle già pronte e mescolarne i pezzi (come si faceva nelle tipografie coi cliché per fare parole nuove), anche a costo di apparire insensati: “se parlassimo sempre in modo coerente, non faremmo mai alcun progresso; non faremmo che ripetere come pappagalli i vecchi cliché che tutti hanno ripetuto per secoli”. Ne “La scoperta dell’alfabeto”, primo racconto dell’omonima raccolta, si parla di scrittura: “prima c’è A, poi c’è B”, insegna il ragazzino al vecchio Ambanelli. “Perché prima e dopo?”, chiede quest’ultimo producendo brividi metafisici oltre che comici. Chi ha deciso l’ordine dell’alfabeto, e perché? Ambanelli vuole imparare a scrivere il proprio nome. Il ragazzino allora riprende: “prima c’è A, poi c’è M…” “Hai visto? Ora cominciano a ragionare”, esclama Ambanelli mettendo il ragazzino nei pasticci. Scriveva Bateson: “Se non ci cacciassimo nei pasticci i nostri discorsi sarebbero come giocare a ramino senza mescolare le carte”.
   Le parole sono importanti, e tutto, o quasi tutto, avviene in esse. Malerba ne inventò parecchie, come I Neologissimi (deliziosa plaquette appena ripubblicata dai Quaderni dell’Oplepo). Come avvertiva infatti Malerba ne Il serpente, “stai attento perché molte parole sono sdrucciole, viscide come anguille, salterine come cavallette, sono di un’astuzia diabolica e non cadono in trappola tanto facilmente. Alcune parole sono invisibili”.

(articolo uscito su l'Unità dell'11 dicembre 2013)