11/21/2014

Tutto quello che resta (lettera da Calcutta sulla poesia)

Ieri a Roma alla Galleria la Nuova Pesa si è presentato un nuovo libro del mio vecchio amico critico e saggista Paolo Lagazzi - un libro sulla poesia dal bel titolo La stanchezza del mondo. Era previsto un mio intervento, e di fatto anche se non c'ero (sono a Calcutta), pare che fossi presente con questo intervento che, mi dicono, ieri è stato letto. E ora offro qui in lettura.

Caro Paolo,
                     spesso i libri dei critici sulla poesia sono solo un pretesto per parlare dei poeti, questo o quell’altro, in una paradossale autoreferenzialità per interposta persona. È bello che il tuo libro faccia eccezione: i poeti in cui ti sei imbattuto nella vita sono occasione per parlare di qualcosa che ci riguarda tutti e che non serve a nulla, e che forse per questo ci è così strettamente, famelicamente necessario; di parlare insomma di “quello che resta”, come scrivi nell’introduzione, che “resiste”, come dico io, cioè la poesia.
   C’è una tensione ecologica in questo tuo libro - un’ecologia della mente, non dei panda o delle quote - e mi fa venire in mente quando nella primavera del 2010 (io ero sulla “nave dei libri” diretta a Barcellona per la festa di Sant Jordi, festa dei libri e delle rose) un’eruzione vulcanica nel ghiacciaio islandese dell’Eyjafjallajoekull paralizzò il traffico aereo, perché il vulcano dal nome impronunciabile sbuffò una nube di cenere così grande e intensa da far chiudere i cieli.  Pensa: fumo e cenere che mettono in scacco tecnologia, scienza e aviazione. Fu lì, in un’intervista sulla nave, che ricordai come i poeti, “costruttori di vulcani” (cito quasi senza volere il libro del poeta Carlo Bordini), sanno bene l’importanza di cose trascurabili come le nuvole, il fumo, la cenere, tutti sinonimi di poesia - cose che non servono a niente, ma guai a provocarne l’intensità e la forza.
   C’è qualcosa dicevo di ecologico nel tuo libro, cioè di quella consapevolezza di cui ha parlato spesso un nostro amico per spiegare la miracolosa educazione avuta dal padre (tuo poeta prediletto): riconoscere la poesia in quello che aveva intorno, e soprattutto viceversa. La «rosa bianca» cantata dal padre Attilio come dedica alla moglie, Bernardo Bertolucci la scopriva, dice, nel giardino, così come il «rosone tiepido» da cui entra il raggio di sole nella stalla, o «la posta del mattino azzurra fra le mani». Aprire gli occhi e ritrovare la poesia - risonanza di ciò che (r)esiste e accade.
   Le idee sono dappertutto, la mente è molto più ampia del solo cervello, «l’erba ha bisogno del cavallo come il cavallo ha bisogno dell’erba», diceva Gregory Bateson. Il tuo amato Attilio, senza saperlo, trasmetteva un’educazione non diversa dall’ecologia della mente del mio amato Bateson, per il quale tutto è connesso con tutto, gli organismi viventi e i sistemi di idee, la religione e il comportamento degli schizofrenici, il gioco e il sacro, «il granchio con l’aragosta e l’orchidea con la primula e tutte e quattro con me, e me con voi». La lingua di questa struttura che connette credo sia la poesia. E a ognuno di noi accade il corto circuito che accadeva a Bernardo tra parole e cose, e idee, anche se siamo sempre più intossicati e sommersi da un linguaggio alienato, cioè più sottomesso a uno scopo, non importa se politico, pubblicitario, scritto su una scatola di biscotti o detersivo, o su un romanzo a trama…
   Ti chiederai forse quale sia in questo momento il mio personale cortocircuito, sapendomi a Calcutta (Bengala, India). Non che importi dove io sia, ma forse ricordi la frase di Thomas S. Szasz: «Se parli a Dio stai pregando, se Dio ti risponde, allora sei schizofrenico». Diciamo quindi che sono dove sono per meglio confondermi nella folla di poeti e schizofrenici, anche se proprio stamani, mentre voi facevate colazione, mi riposavo all’ombra del giardino della casa natale di Sri Aurobindo, un’oasi nel brusio perenne della città (non molto distante da quella in cui undici anni prima era nato Tagore), e dove appoggiando le mani sulla superficie di marmo ricoperta di petali di fiori ogni giorno freschi di vita nuova, e sentendo sotto quel marmo, tra api gentili e delicate, la forza che vi scorre sotto come un oceano, ho capito improvvisamente il senso della parola samadhi, "raccoglimento", che non è la morte, che non è la tomba, ma che tradurrei con una bellissima parola misteriosa della nostra tradizione, deposizione, nella continuità dell’anima e quindi della vita. Come «l’amore realizzato del desiderio che resta desiderio», definizione di poesia secondo René Char.
   Caro Paolo, anche a occhi nudi, anche a occhi chiusi, tutto quello che resta è poesia, sorriso dell’anima.
   Haribol!!!
Kolkata, 20 novembre 2014


P.S. Qui si può vedere e capire un po' il Samadhi di Sri Aurobindo nello Sri Aurobindo Ashram, (Pondicherry,  Tamil Nadu)


10/09/2014

"Vi sto sorridendo dovunque io sia" (un sorriso a Jacques Derrida a dieci anni dalla morte)

Jacques Derrida had died, on Saturday 9 October 2004, at the age of seventy-four. A heavy silence reigned, but only the people closest to the tomb could hear Pierre reading the few words prepared by his father. Derrida, reproducing his own father’s gesture, thirty-four years earlier, had composed his epitaph himself:
"Jacques desired neither ritual nor prayer. He knows by experience what a trial it is for the friend who performs them. He asks me to thank you for coming, and to bless you, he begs you not to be sad, and to think just of the many happy times that you gave him the chance to share with him.
Smile at me, he says, as I will have smiled at you until the end.
Always prefer life and never stop affirming survival.
I love you and I am smiling at you from wherever I am."
-Benoit Peeters, "Derrida: A Biography", page: 540,41.


Dieci anni fa come oggi morì il filosofo Jacques Derrida, col quale ebbi il privilegio di avere rapporti accademici e personali. La sua eredità nel metodo del pensiero, la cosiddetta filosofia, il "comprendere" - o forse meglio dire l'andatura e il modo di procedere, di viaggiare e attraversare territori, attraversare muri, crearsi passaggi là dove non c'è passaggio né via d'uscita, uscire, cavarsela nonostante ogni aporia, vivere sempre, scegliere di vivere sempre nonostante ogni impedimento, ecco tutto questo credo è incalcolabile e operante, malgrado l'apparente silenzio di oggi. Forse, anzi, è meglio così, dato che il contributo peggiore lo danno quasi sempre i presunti continuatori ed epigoni, i semplificatori e i commentatori.
    (Su Derrida ho scritto anch'io a suo tempo alcune cose disperse in tanti luoghi e testi. Ne ritrovo due: un articolo l'indomani della morte per l'Unità - che, non potendolo linkare come appariva nel deposito di testi del mio sito, perché è in ristrutturazione, lo pesco qui, per esempio; e poi la  relazione, più a freddo, ma altrettanto calda, se non di più, per il convegno "Spettri di Derrida" a cinque anni dalla morte...)

9/25/2014

Per Robert Walser (una mostra a Venezia e altro)

(Il corpo di Robert Walser morto nella neve, durante una passeggiata, il giorno di Natale del 1956)


Si riparla di Robert Walser, grazie agli artisti. Domani 26 settembre alle ore 18 si inaugura infatti a Venezia una mostra in omaggio al grande scrittore svizzero, preceduta alle ore 15 da una breve chiacchierata o tavola rotonda su Walser col sottoscritto e altre persone (leggere qui). Vorrei in particolare richiamare l'attenzione che su Walser ha portato in questi ultimi anni l'artista Antonio Rovaldi, che ha ripercorso l'ultima passeggiata di Walser in compagnia di colui che, bambino, fu il primo a trovarne il corpo e a segnalarlo. La sua esperienza costituisce il lavoro e la rigorosa installazione (visibile qui).
Resta che, nelle foto originali, la morte di Walser, l'ostensione del suo corpo nella neve (nei pressi della clinica-manicomio in cui ventisette anni prima avevo scelto di abitare), così simile a una scrittura sul foglio bianco (e si ricordino i suoi "illeggibili" microgrammi, ovvero la sua normale calligrafia, la scrittura della sua prosa), resta una specie di incantato, miracoloso, inesauribile capolavoro visivo.


   Su Walser ho parlato e scritto in diverse occasioni, ogni volta dimenticandomene. Ma grazie a un sito altrui ritrovo un mio articolo che non avevo mai pubblicato nel blog, scritto per il cinquantesimo anniversario della morte di Robert Walser (uscì su Venerdì di Repubblica del 22 dicembre 2006). Eccolo. Non credo che riuscirei a parlarne meglio, domani a Venezia.


Per il cinquantenario di Robert Walser (2006)

   Se Don Chisciotte fosse svizzero e si trovasse in una città del primo Novecento, guarito dalla follia ma pur sempre sognatore e vagabondo, con un’inalterata smania di mettersi al servizio del prossimo, forse ragionerebbe fra sé come lo scrivano Simon Tanner: “L’edificio di una banca è proprio una cosa stupida, in primavera. Che effetto farebbe un istituto bancario in mezzo a un rigoglioso prato verde? Forse la mia penna mi sembrerebbe un piccolo fiore appena spuntato dalla terra [...] Le nuvole bianche passano nel cielo, e io devo stare qui a scrivere. Perché guardo le nuvole? Se fossi un calzolaio, almeno farei le scarpe per bambini e uomini e donne, e loro in una giornata di primavera andrebbero a passeggio per la strada con le mie scarpe. Io sentirei la primavera se vedessi la scarpa fatta da me sul piede di un altro. Qui non posso sentirla, mi disturba”. In questo periodare giovanile tratto da I fratelli Tanner (1907) c’è tutto l’incanto della prosa tenera e lieve di Robert Walser, lo straordinario scrittore nato nel 1878 nella cittadina bilingue di Biel/Bienne, nel cantone di Berna, vissuto a Zurigo e Berlino, dove frequentò una scuola per domestici che gli ispirò l’arte cerimoniosa del servire che traspare nelle sue storie.

   In tutta Europa si preparano omaggi per il cinquantesimo anniversario della sua morte, e per il centenario de I fratelli Tanner, suo primo vero romanzo. Il lettore interessato troverà ogni informazione sul sito dell’Archivio Walser a Zurigo (www.walser-archiv.ch), mentre a Roma la libreria Simon Tanner (www.simontanner.it) promette il 7 gennaio un appropriato omaggio: una passeggiata walseriana alla Caffarella. Il fatto è che Walser, il più disadattato degli scrittori contemporanei, è ormai riconosciuto come l’alfiere della libertà narrativa, che ha insegnato che tutto è esperienza e degno di essere raccontato, proprio come nell’arte della passeggiata, e che “discorso” e “percorso” appartengono a un comune, anarchico divagare (si pensi a La passeggiata o a I temi di Fritz Kocher). Si sa che per Robert Musil “Kafka fa l’effetto di un caso particolare del tipo Walser”, e che lo stesso Kafka guardò a Walser come un maestro. Elias Canetti lo leggeva così assiduamente da considerarlo “una sorta di droga”, e Walter Benjamin gli dedicò un saggio folgorante: i personaggi dei racconti di Walser, scrisse, sono dei “folli guariti” dalla cui bocca esce pura prosa, “pura e forte come l’aria della vita che guarisce”. Più recentemente, lo scrittore tedesco W. G. Sebald ha dedicato a Walser un riverente e commosso scritto intitolato Il passeggiatore solitario (Adelphi 2006), e anche in Italia non mancano gli appassionati, dall’editore Roberto Calasso (la sua Adelphi ha pubblicato quasi tutti i titoli disponibili) al filosofo Giorgio Agamben, al compianto scrittore Giorgio Messori, il più walseriano di tutti. Ma è di Gianni Celati il commento più lungimirante alla sua “passeggiata senza meta”. Lo “scandalo” di Walser”, ha scritto anni fa, è lo scandalo di “una scrittura che dichiaratamente non cattura nulla”, anzi “celebra affettuosamente tutto ciò che ci sfugge”, e proprio per questo “acquisterà un’importanza sempre maggiore quando tutto il campo della letteratura ufficiale sarà composta solo da prodotti fabbricati per il successo”. Cioè oggi.

   Come gli scrittori da lui più amati, sui quali ripetutamente scrisse – Kleist, Lenz, Buchner – Walser fu un “anti-Goethe”, anomalo e ai margini. La sua scrittura, come la sua vita, fu precaria e priva di appartenenza, fino alla decisione del silenzio, e quella di abitare, cinquantenne, in un asilo psichiatrico a Herisau, da cui usciva la domenica per fare lunghe passeggiate, a volte in compagnia del devoto editore Carl Seelig. Se lo Zen fosse nato in Svizzera, o se nel cantone di Berna vi fossero stati dei monasteri buddhisti, forse Robert Walser ne sarebbe stato monaco, “in umore di santità”. Fu lì, durante una passeggiata, che il 25 dicembre 1956 Walser morì accasciandosi sulla neve. Una foto lo ritrae, il suo corpo sembra un segno di matita tracciato sulla neve.

   Carl Seelig scoprì una quantità di fogli fittamente scritti a matita a caratteri microscopici. Pensando si trattasse di una scrittura folle e segreta, li nascose. Decifrarli fu il ventennale lavoro dei germanisti Bernhard Echte e Walter Morlang, che li hanno da poco stampati in 4 tomi di 4000 pagine. Questi mitici “microgrammi” furono redatti da Walser tra il 1924 e il 1933 dopo una crisi e una fortissima “avversione per la penna”: solo la matita gli restituì il gusto di scrivere, “in modo più sognante, più calmo, più lento, più contemplativo”. E fino alla fine attinse a quei “microgrammi”, ricopiandoli in modo leggibile, per i libri e gli articoli sui giornali. Una mostra debuttata in autunno a Ginevra presso la Fondazione Bodmer ha mostrato per la prima volta al pubblico, col titolo «Territorio della matita», molti di quei manoscritti. E se spesso Walser ha paragonato “i fogli bianchi delle pagine” a “fiocchi di neve”, la scenografia della mostra, a cura dell’architetto Mario Botta, gli dà ragione, facendoli galleggiare lievi come neve nella penombra, macchie bianche coperte da una grafia di illeggibile bellezza, un fascinoso coincidere di materialità e spiritualità.

   Su uno di questi fogli, il «microgramma» n. 134, c’è una traccia di rossetto, ricoperto dalla poesia intitolata L’incompreso. Anche questa disperata gaiezza, o galanteria, è qualcosa di molto, molto walseriano.

(Venerdì di Repubblica, 22-12-2006)

9/04/2014

"Scrivo, dunque sono libera". Amare la letteratura con Jacqueline Risset



E' morta Jacqueline Risset, grande poetessa, saggista, studiosa di letteratura, redattrice storica della rivista Tel Quel, traduttrice insigne di Dante, da anni residente e docente all'università di Roma
L'11 dicembre 2006, mentre a Villa Medici riprendevano le letture del ciclo di incontri con scrittori francesi curato dall'amico Olivier Rolin, "Amare la letteratura", pubblicavo sulle pagine della cultura de l'Unità questa conversazione con Jacqueline Risset. A ripensarci, fu un periodo letterariamente intenso di nutrimento e resistenza. Vorrei ricordare Jacqueline con queste sue parole di un'attualità bruciante e viva. Si possono leggere anche qui nella pagina originale, in pdf, oppure col titolo “Risset: Scrivo dunque sono libera” sul sito de l'Unità che ancora vive. Comunque eccolo, il nostro colloquio. Con immenso affetto e stima.


   Il silenzio delle sirene Percorsi di scrittura nel Novecento francese (Donzelli, p. 242, euro 28), deve il suo titolo a un enigmatico frammento postumo di Kafka: Ulisse sapeva  non sapeva che le sirene avevano già smesso di cantare, e che il loro silenzio è forse più insidioso del loro canto? E’ l’ultimo libro di Jacqueline Risset - poeta e saggista, docente di letteratura francese all’università di Roma, insigne traduttrice della Commedia di Dante, cui ha dedicato numerosi saggi - e lo si legge come un manuale essenziale dell’esperienza letteraria più significativa del Novecento, non solo francese: letteratura come “forma autonoma di conoscenza”, “esperienza del limite”, indistinguibile forse dalla filosofia. Ma è anche una summa autobiografica della sua teoria e pratica di questa esperienza: da Mallarmé a Joyce, da Proust a Deleuze, da Ponge a Beckett.

   “E’ una rassegna delle mie passioni – mi dice Jacqueline Risset - delle attenzioni che non ho potuto fare a meno di avere per alcuni scrittori del XX secolo che ogni volta mi hanno colpito come dei punti irradianti, delle costellazioni che si facevano segno l’una all’altra, che passavano l’una nell’altra. Ho posto Mallarmé all’inizio, il che può stupire perché appartiene all’Ottocento, e però ha inseminato, anche di dubbi, il XX secolo. In Valery, in Proust, in tutti gli autori del Novecento di cui tratto, si ritrovano le interrogazioni che ha posto Mallarmé. Perfino nei linguisti, come il grande Roman Jakobson, che raccontava di avere cominciato al liceo col leggere Mallarmé, e questi lo aveva portato a suoi famosi studi sulla linguistica. E’ stato uno shock e un grande piacere veder riconosciuto, come fanno oggi gli scienziati, che la poesia, il punto più ardito della letteratura, possa anticipare le scoperte della scienza. Freud ha riconosciuto che la poesia, la letteratura, aveva scoperto prima di lui il continente inconscio, e alcuni scienziati hanno visto che la letteratura aveva già percepito, e addirittura teorizzato, quella che oggi si dice “teoria della complessità”. Soprattutto la letteratura che si fa “teoria della letteratura”. Proust più di chiunque altro, ma anche i grandi dell’inizio del secolo, Musil, Kafka, ecc.. Letteratura come pensiero della e sulla letteratura, che è la cosa più affascinante delle opere del XX secolo: la capacità di pensare se stesse, senza delegare ai critici. La stessa cosa mi affascinò nel gruppo della rivista Tel Quel, cui partecipai prima che si identificasse, con Philippe Sollers, con un pensiero politico (cinese o maoista). Era l’idea di riprendere il pensiero della letteratura, di ripensare la “scrittura” – parola che diventò il centro della riflessione – come un luogo che ognuno interrogava da sé, e che andava oltre i confini tradizionali della letteratura”.

   Da Mallarmé si irradia tutto il percorso del tuo libro, e ne fornisci vari esempi: le sue frasi contro il senso tradizionale, positivistico del “capire” (che ricordano Lacan, le cui affermazioni che citi gli sono straordinariamente vicine); oppure quello che colpisce e ispira Jakobson, l'idea che il linguaggio poetico non sia uno scarto rispetto alla lingua, ma una macro-lingua…
   “Sì, perché c’era quell’idea della poesia come un linguaggio decorativo, più alto rispetto al linguaggio comune, mentre è forse il contrario, la poesia che ingloba il linguaggio comune, più vasta.”

Infine l’idea della poesia come “pensiero nascente”, che ricorda intimamente l’opera di Beckett, ma anche i gesti filosofici più importanti ed estremi della storia del pensiero… 
   E’ vero. C’è chi vede la letteratura e la filosofia totalmente separate, ma a me pare ci sia un’erosione reciproca dell’una nell’altra nel XX secolo, ed è questa erosione che segna gli avvenimenti più interessanti. Per esempio Blanchot, che per me è molto importante. Nel XX secolo egli ha reso conto dell’esperienza – ogni volta unica, con proprie caratteristiche – di questa interrogazione della letteratura come esperienza. In Italia si parlava molto negli stessi anni di sperimentazione, una nozione importante ma riduttiva, che perde quella dimensione più vasta e non definibile della letteratura, un’esperienza della scrittura non prevedibile. Ma è anche vero che in Italia non c’è stata quella grandissima rivoluzione poetica che ci fu in Francia alla fine dell’Ottocento. In Italia c’è solo Leopardi”. 

   Rispetto alla Francia, credi che in Italia la letteratura sia un’esperienza meno comune e condivisa?
 In Italia mi sembra che negli ultimi anni ci sia stata una politicizzazione estrema, che ha fatto della letteratura un’ancella della filosofia, ma anche della politica. Ora noto finalmente nei giovani un desiderio della letteratura come di qualcosa senza confini, come ciò che può insegnarti qualcosa proprio perché non è irretito in una serie di legami ideologici o pratici  scientifici e quindi la letteratura, credo,  sia un po’ come per Georges Bataille quando parlò contro l’impegno di Sartre, e che il motto della letteratura sia quello del diavolo, “Non serviam!”, cioè “non servirò”, e solo questa sarebbe la libertà. Per Bataille l’impegno e la letteratura erano agli antipodi, e dice chiaramente: se uno sente la necessità profonda di impegnarsi, a un dato momento, lo deve fare, ma ciò che è profondamente estraneo alla letteratura è svolgere programmi già prestabiliti. La letteratura o è esperienza o non è nulla. L’autonomia della letteratura in questo senso forse oggi è sentita, ma non è stato così per molto tempo. Quando parlavo di Tel Quel sentivo molta ostilità, perfino da parte dei giovani del Gruppo 63, per i quali quella libertà era una cosa quasi pericolosa”.

 Dove vedi l’ampliarsi oggi della letteratura come esperienza, forse nel successo delle letture pubbliche, dei festival? Penso alla frase di Barthes che dà il titolo alle attuali letture a Villa Medici organizzate da Olivier Rolin, “Amare la letteratura”. Ovvero “dissipare, nel momento della lettura, ogni dubbio sul suo presente, la sua attuazione (…) come se il suo corpo fosse realmente qui accanto a me”.
   “Questa frase di Barthes dice che la letteratura può dare anche felicità. E questo paradossalmente, perché la letteratura è quasi come Sheerazade, chi scrive vuole differire la morte, e quindi nella letteratura c’è un corpo-a-corpo con la morte. Ma nella letteratura c’è una  risorsa di felicità, e anche Proust parla di “enigma della felicità”. Proust, che secondo me è il più grande scrittore francese, che equivale in Italia a un Dante, o ad un Shakespeare, un Cervantes. Come Dante ha la stessa volontà di totalità, di creare un universo”.

   E’ questa la politicità della poesia? Voglio dire: dopo un periodo di comuni testimonianze politiche, che approdarono nel 2002 al pamphlet collettivo Non siamo in vendita. Voci contro il regime, Roberto Benigni andò in tv, e nonostante le attese della destra, che invocava una censura preventiva, non parlò direttamente di politica, ma recitò l’ultimo canto del Paradiso di Dante. La poetessa Patrizia Cavalli mi ha detto: “Siamo nati per giocare”, e sull’Unità è rimbalzato un dibattito a partire da un mio breve intervento sulla poesia, “così inutile, così sovversiva”... 
 “Sì, ci sentivamo costretti a intervenire politicamente, tutti i giorni ci indignavamo per qualcosa, siamo stati governati cinque anni da una terribile “banda” che mi auguro non torni più. Sono assolutamente d’accordo con le tue parole, “inutile e sovversiva”. Quanto a Dante, penso che sia di una ricchezza e di una libertà che sorprende ancora oggi per la sua attualità. Uno completamente ateo del XX secolo può dialogare con Dante. Oltretutto Dante aveva politicamente idee chiarissime e in anticipo sulla separazione dei poteri, mentre in Italia non si capisce ancora oggi l’idea di laicità come spazio neutro di libertà, necessario per acquisire una capacità critica. Nel De Monarchia Dante parla di un Papa e di un Imperatore, senza nessuna gerarchia tra i due poteri, ciascuno assolutamente libero nella propria sfera: il Papa doveva pensare alla felicità celeste, l’Imperatore a quella terrestre. La sua Monarchia fu condannata e bruciata nel Medioevo, ma mi fa rabbia che l’Italia sia ancora in ritardo su questo, che non abbia ancora assimilato questa separazione e dia ancora tanto potere alla religione, alle religioni. Forse ci vorrebbe un Voltaire... Comunque sia, ho sempre pensato che la forma della letteratura sia la libertà, e la sua esperienza sia feconda perché libera. Quando si scrive non si sa quello che si sta per scrivere, e anche se si ha l’esperienza dello scrivere si può essere sorpresi da ciò che si è scritto. Questo, nella nostra epoca di programmazioni obbligatorie in ogni campo, è qualcosa di più utile e prezioso che mai. Ovviamente la letteratura è odiosa alle tirannie, e gli scrittori ne sono sempre stati oppressi. Lo scrittore gioca, è vero, e questo gioco deve farlo in libertà, se no non è gioco, e quindi è naturalmente contro la tirannide, non perché sia “impegnato”, ma perché scrive. Forse oggi questo bisogno di letteratura esiste di più, perché è legato al sentimento di un mondo più chiuso. Foucault ha scritto Sorvegliare e punire, e oggi siamo in un mondo in cui la sorveglianza ha raggiunto livelli pazzeschi, e il fatto di trovarsi soli in una stanza, con un foglio bianco, è una condizione privilegiata e meravigliosa di libertà”.

  Pensi ci sia un futuro, che l’esperienza del Novecento di cui parli nel tuo libro non si chiuda?
   “Se non stiamo assistendo all’Apocalisse finale, se il pianeta Terra non si dissolve o i fondamentalisti non ci riducono in schiavitù totale, credo che sì, c’è un futuro, si sentono i segni di un gusto, un desiderio di ribellione che sta rinascendo, e se rinasce allora la letteratura e la poesia si salvano, come è successo in ogni civiltà, che si misura del resto da cose come l’arte e la letteratura. Il libro si chiude con l’elogio di una parola che in italiano non esiste: insoumission, che è più del contrario di sottomissione. Insubordinazione, forse. Letteratura come campo di realizzazione dell’inesauribile, capace di svelare l’enigma delle sirene, il loro presunto silenzio”.

9/01/2014

Per Cathy, Blue blue and more

La NOTIZIA potete leggerla qui: http://wsimag.com/it/arte/10828-cathy-josefowitz-blueblue-and-more
Sabato 6 settembre si inaugura nella Galleria Susanna Orlando a Pietrasanta la mostra di Cathy Josefowitz "Blue blue and more"... E' un ritorno alle origini, perché Cathy a Pietrasanta ci ha vissuto, e da Susanna Orlando aveva fatto altre mostre nei primi anni '90. Io c'ero. I quadri e i disegni esposti li ha scelti Cathy stessa nel mese di giugno, e sono lavori che aveva fatto nel suo atelier di Ginevra al ritorno da un viaggio in Tunisia. Tunisia era il nome del suo sogno di questi ultimi mesi, forse la sua metafora, il suo "viaggio"... 
Non sono capace di dare notizie distaccate e obiettive. Quello che ho scritto per Cathy, senz'altro diverso da quello che le avevo promesso, si legge qui sotto, ed è nel catalogo della mostra. Andate (venite) a vederla. Ho già scritto su Cathy in precedenza, per esempio, qui. Ma potete guardare il suo sito, la sua bellissima galleria di dipinti: www.cathyjosefowitz.com
Cathy è la dolcissima madre di mio figlio Pierre. Cathy è andata in un altro mondo. Cathy è stata, in questo mondo, una meravigliosa coreografa e pittrice. Anche se ci siamo separati anni fa, Cathy è stata per me una compagna speciale e insostituibile. B. S.


Per Cathy, Blue blue and more


Ces jours qui te semblent vides
Et perdus pour l’univers
Ont des racines avides
Qui travaillent les déserts
[...]
Patience, patience,
Patience dans l’azur!
Chaque atome de silence
Est la chance d’un fruit mûr!

Paul Valéry

   Cara Cathy, da quando sei partita ho imparato di nuovo ad apprezzare il silenzio, così tanto che le frasi che mi vengono evaporano prima ancora che possa formularle. E’ questo il destino naturale delle parole, dissolversi come la musica a contatto dell’aria? Delle parole, della loro continua oscillazione tra suono e senso, in effetti hai sempre apprezzato più il primo del secondo, la loro sensualità più che la presunzione del significato, la disponibilità alla danza più che la pretesa di informare. I tuoi quadri insegnano che la disponibilità, non solo delle parole, è la virtù della pazienza - che è poi l’altro nome della passione. Pittura è quando la passione è convertita in pazienza – sentire e trattenere, trasformare e offrire – quella dimensione rituale, fisica e trascendentale con cui hai gioiosamente modellato il mondo e colorato la vita.
   E’ a questa tua pazienza che le mie parole anelano. E mentre ti guardo nuotare e volteggiare nell’azzurro, e vorrei toccarti ma non ci riesco, mi accorgo che le parole più belle le hai usate tu accompagnando una delle tue ultime tele: blue, blue and more.
 Quelle tre parole e mezzo potrebbero bastare. C’è tutto: l’avventura del colore, l’annuncio e l’auspicio del viaggio, il saluto, il tuo bellissimo sorriso. C’è il dancing & painting della tua vita intensa e infinita, ci sono i cieli in cui ti sei specchiata e che si sono riflessi nei tuoi quadri – quello della Tunisia, dell’India, di Ojai, di Pietrasanta… Il cielo che riflette la terra che riflette il cielo, padrecielo e madreterra, e in mezzo l’umano. C’è l’azzurro dell’amore e delle mani giunte che si rivolgono all’Altezza, a quella “pazienza nell’azzurro” che hai spiegato così bene poco prima di partire, guardando il cielo: “Sono molto più felice adesso che in passato, perché ho imparato a fare così (hai giunto le mani inchinando il capo) e ringraziare l’universo”.
Autoportrait
   Pochi giorni prima del tuo ultimo viaggio parlavamo ancora dell’azzurro, del rosa, del giallo, della luce della Tunisia, luogo reale e luogo dell’anima, metafora della pittura, simbolo da cui hai tratto altri simboli, come quello universale della Mano di Fatma, Fatima, la Madonna, ovvero Miriam, il Cinque, Khamsa, la quinta lettera dell’alfabeto ebraico, He (lettera usata anche per rappresentare il nome di Dio dicendo “il Nome”, Hashem, senza dire Dio, senza pronunciarne direttamente il nome) e così via. Avevi deciso di proseguire e celebrare a tuo modo quel proliferare labirintico di sensi che si traduce nelle fitte decorazioni, miniature e arabeschi dedicati alla Mano di Fatima, visibili nella tua amata Tunisia sulle porte delle case e sui monili delle donne. E scoprivamo che, anche senza saperlo, l’avevi già evocato e raffigurato da tempo nelle geometrie delle tue meravigliose Preghiere… 
   Le decorazioni che spostano e concentrano lo sguardo in un punto della superficie del visibile, nel mondo come nei tuoi quadri, sono altrettante preghiere nel mistero della vastità, minuscole e quasi impercettibili impronte nell’infinito. Sono lievi esalazioni dell’umano, sussurri, respiri, discontinuità nella costanza del colore, nell’apparente immobile monocromia del Divino - deserto o cielo che sia. Sono cammini e porte su cui bussare, bussare al paradiso dei colori - come nella voce azzurra del nostro Bob Dylan. Non si dice, in effetti, “creature celesti”? E l’aggettivo “celestiale”, sinonimo alto di spirituale, non dice forse la libertà di servire gli altri, il Creato, come i tuoi dipinti servono generosamente noi che li guardiamo e ci sollevano nel blue, and more?
“Pazienza nell’azzurro”, scriveva Paul Valéry
“L’aria è una radice”, diceva Jean Arp. 
Cose che tu hai mostrato spesso. 

   Adesso mi viene in mente che, senza cambiare argomento, senza discontinuità, il giorno che parlavamo di Fatma e della mano ci siamo messi a parlare della Sagan e del romanzo che stavi leggendo o rileggendo, Bonjour tristesse, la cui sonorità dolce e ironica ha nel titolo qualcosa di blu, e infatti si svolge nella Côte d’Azur, la costa azzurra. La sensualità del racconto ti ricordava la Versilia, la nostra golden age. Era il 21 giugno e, senza che lo sapessimo, era il compleanno di Françoise Sagan. Non so quale fosse allora, quale sia adesso, il filo (blu) di queste parole, se non la femminilità, l’azzurrità, la laboriosa pazienza di cui continuo a tessere la lode. Lode alla tua arte di tessere, disegnare e dipingere, comporre forme con ogni materia; ma anche di abitare e rendere gioiosamente abitabili le forme, costruire coi tuoi stessi quadri, le tele e i colori dei mondi da abitare, delle case, come i villaggi tunisini e le waving rooms di questa mostra. 
   Nella tradizione dei viaggiatori incantati, che immersi nell’immanenza e nel presente si ritrovano nell’Altezza e raccontano trascendentali avventure con beata meraviglia, tu ci racconti una Tunisia celeste e terrestre. Il modo migliore di ascoltarti è crederti, perché, come scriveva il tuo amato Boris Vian ne L’écume des jours, “tutto questo è vero perché l’ho immaginato fino in fondo”. E, se l’hai sognato, è perché l’hai vissuto fino in fondo.
   E noi altri che siamo ancora qui, che eravamo già tutt’occhi, che siamo tutt’orecchi, grazie a te diventiamo tutt’anima.


ENGLISH VERSION (by Laura-Maria Popoviciu)

  Dear Cathy, since you left, I have learned to appreciate the silence once again to such an extent that the phrases that come to my mind vanish long before I can formulate them. Is this the natural course of the words, to dissipate just like music when it reaches the air? Between the words and their continuous oscillation between sound and sense, you have always favoured the former to the latter, you preferred their sensuality to the presumption of the meaning, the willingness to dance to the pretention to inform. Your paintings teach that willingness, not only that of words, is the virtue of patience, which is another name for passion. Painting is when passion is converted to patience- to feel and to restrain, to transform and to offer- that ritual, physical and transcendental dimension with which you have joyfully modelled the world and coloured life.
   My words are longing for this patience. And while I watch you swim and circle the sky, and I long to touch you but I cannot, I realise that the most beautiful words that you used accompany one of your latest canvases: blue, blue and more.

   Those three words and a half could be enough. They seem to be everything: the adventure of colour, the announcement and auspices of a journey, the greeting, your most beautiful smile. It is the dancing and painting of your intense and infinite life, it is the sky in which you have mirrored yourself and which is reflected in your paintings- that of Tunisia, India, Ojai, Pietrasanta... The sky which reflects the earth which, in turn, reflects the sky, Father Sky and Mother Earth, and human beings in the middle. It is the blue of love and of the hands joined together which are raised up to the Highness, to that "patience of the blue sky" which you explained so well just before you left, watching the sky: ‘I am much happier now than I was in the past because I learned to do so (you joined your hands together and bowed your head) and to thank the universe.’


   A few days before your last journey we were still talking about the blue, the pink, the yellow, the light of Tunisia, a real place and a place of the soul, a metaphor of painting, a symbol from which you extracted other symbols such as that universal one of the Hand of Fatima, Fatima, the Madonna or Miriam, the Fifth, Khamsa, the fifth letter of the Hebrew alphabet, He (letter also used to represent the name of God saying "Name", Hashem, without saying God, without pronouncing directly the name), and so on. You had decided to continue and celebrate at your own convenience that labyrinthine proliferation of senses which translates itself into the elaborate decorations, miniatures and arabesques dedicated to the Hand of Fatima, visible on the doors of the houses and on the necklaces of the women from your beloved Tunisia. And we discovered that, even without knowing it, you had already evoked and represented it for a long time in the geometries of your marvellous Prières.
   In the world as much as in your paintings, the decorations which shift and  concentrate the look on one focal point of the visible surface are prayers in the mystery of vastitude, minuscule and nearly imperceptible signs into the infinity. They are soft emanations of the human being, sighs, breaths, discontinuities in the constancy of the colour, in the seemingly placid monochromy of the Divine – whether it is the desert or the sky. They are ways and gates on which to knock, to knock on the paradise of colours, just like the celestial voice of our Bob Dylan. Do we not usually address them as ‘celestial creatures?’ And does the adjective ‘celestial’, a synonym of the spiritual, not indicate, perhaps, the freedom to serve the others, the Creation, just in the same way as your paintings generously serve us who watch them and raise us to the blue sky, and more?
   Paul Valery once wrote: ‘‘Patience in the blue sky’’.
   Jean Arp once said: ‘‘The air is a root’’.
   
These are things you have often shown.

   Without changing the argument, without discontinuity, I now recall that, the day we were talking about Fatima and of the hand, we started talking about Sagan and the novel which you were reading and rereading, Bonjour tristesse, the sweet and ironic sonority of which resembled something blue, and which, in fact, comes from the Cȏte d’Azur, the blue coast. The sensuality of the story reminded you of Versilia, our golden age. It was the 21st of July, and without us knowing it, it was the birthday of Françoise Sagan. I do not know which one was it back then, which one will be now, the (blue) thread of these words, if not the femininity, the blueness, the industrious patience with which I continue to compose the praise. Praise be to your art of composing, drawing and painting, composing forms with any matter; but also of living and making the forms habitable with joy, building with your own paintings, the canvases and the colours of the habitable worlds, of the houses just like the Tunisian villages and the waving rooms of this exhibition.
Just as the enchanted travellers who, immersed in the immanence and the present, find themselves in the Highest and recount transcendent adventures with great surprise, so you tell us of a celestial and terrestrial Tunisia. The best way to listen to you is to believe you because, as your beloved Boris Vian used to write in L’Écume des jours, ‘the story is entirely true, because I imagined it from one end to the other’. And, if you dreamed it, it is because you lived it from one end to the other.
And all the rest of us who are still here, who were already all eyes, who are all ears, thanks to you we become all soul.