12/07/2014

Teatro e fantasmi. Per salutare Mario Prosperi e ricordare il Politecnico

Mentre apprendo adesso della scomparsa di Renato Mambor, io sono ancora rimasto al 19 novembre: ero già in India quando è morto Mario Prosperi, uomo di teatro - attore, regista e drammaturgo - intellettuale colto e impegnato. Mi dispiace molto, e mi dispiace immensamente anche per Rossella Or, colla quale Mario ha vissuto un lungo sodalizio nel lavoro e nella vita. 
   Ritrovo, per ricordarlo, un articolo che scrissi su una passeggiata con lui lungo l'itinerario dei teatri fantasma di Roma, i teatri chiusi e scomparsi.  Il fenomeno mediatico del "Valle occupato" doveva ancora esserci, pochi si curavano della fenomenologia della sparizione dei teatri, del fatto che il numero dei morti superasse di gran lunga quello dei vivi. Dove vanno le memorie dei teatri? Pensateci: come si presenta un teatro fantasma, che già al suo nascere è un caravanserraglio di fantasmi?
   Mario Prosperi fu molto abbattuto dallo sfratto, cioè dalla scomparsa, del Teatro Politecnico che lui per anni generosamente aveva gestito e fatto vivere, o sopra-vivere. Al punto che la scomparsa di Mario e la scomparsa del Politecnico nella mia testa quasi adesso si sovrappongono, anche se i suoi ultimi anni sono stati intensissimi di lavoro, di idee, di teatro.
   Quello che segue è l'articolo istigatomi da Mario che uscì l'11 ottobre 2008. Il titolo redazionale fu: "Addio Politecnico, ultimo palcoscenico di un'avanguardia poetica e gioiosa". Per Mario.


   Scrissi anni fa in un racconto: «Avevo dimenticato il Teatro Politecnico, e gli alti, vertiginosi palazzi che ne circondano il cortile d’entrata. Ci andavo tanti anni fa a prendere un’attrice, giovane quasi come me e già orfana di un mondo, l’avanguardia teatrale degli anni '70. Lei recitava ragazza al Beat 72, io volevo essere un poeta beat (...) e forse pensavo a lei quando più tardi dissi questa frase: sei un prato di periferia che è sopravvissuto. Quando imparai che a brillare di più sono le stelle spente. Anche il Politecnico ha l’aria di uno spazio superstite, e dimenticare, oggi, si dice “salvare in memoria”...». L’attrice in questione è Rossella Or, che ha percorso ogni via: il “teatro immagine”, concettuale, quello analitico-esistenziale e il teatro di parola, e da anni va in scena al Politecnico. Lo aprì nel 1974 il coltissimo drammaturgo, regista e attore Mario Prosperi (già sceneggiatore de l’Odissea e l’Eneide televisive), con un testo dal titolo Frantz Fanon psichiatra in Algeria (da un capitolo de I dannati della terra). Ristrutturato negli anni, è nell’elenco dei teatri storici da salvaguardare. Ieri vi sarebbe iniziata una rassegna dal titolo “L’Islam e noi”, patrocinata dal Comune di Roma (primo spettacolo, I fiori del Corano di Marc-Emmanuel Schmidt). Ma la sala di via G. B. Tiepolo (Flaminio) è stata sigillata dall’ufficiale giudiziario dieci giorni fa. Mario Prosperi non può rientrare a recuperare le sue carte. Non scompaiono solo gli insegnanti, le scuole, forse i giornali, ma da anni i teatri. Il loro elenco sul giornale, un tempo, era una pagina. Ora si dà quasi per scontato che il teatro non esista più. Sparito quello “di ricerca”, le “cantine” inventate negli anni Sessanta sull’esempio di Carmelo Bene. Ora, se fare teatro è già in sé avere a che fare coi fantasmi, che ne è di quelli spenti, chiusi e abbandonati?
   Da tempo pensavo di commemorare i teatri scomparsi, i teatri fantasmi, non in cerca d’autore, ma di destino. Ma teatro è anche da sempre simbolo di democrazia, come la piazza. Cosa resta di quella democrazia proliferante, disseminata, dei teatri che hanno fatto il fervore di un' epoca, quegli anni Sessanta e Settanta che non furono di piombo ma di carne? Lo scorso maggio, all’università la Sapienza, un convegno coordinato da Silvia Carandini era dedicato alle “Memorie dalle cantine. Teatro di ricerca a Roma negli anni ‘60 e ‘70”, con la partecipazione di testimoni e protagonisti, Mario Prosperi e Rossella Or compresi. Ironia della sorte, il convegno si teneva al glorioso Teatro l’Ateneo (vi venne tra gli altri il Living Theatre), oggi chiuso e spento.
   Oltre al Politecnico, sono chiusi o in procinto di esserlo il teatro di Ostia Lido, il Tordinona, forse il Vittoria. Che si aggiungono a un elenco molto lungo. Eppure, dal Teatro Laboratorio di Carmelo Bene - nel cortile al n. 23 di Piazza San Cosimato, chiuso nel '63 dalla polizia per atti osceni - i teatri ricavati da cantine, cortili e garage furono una sperimentazione vitale di espressioni e linguaggi senza cui non si sarebbero sviluppati la poesia, il cinema, la danza. Personalmente conto tra i primi incanti estetico, sorta di risveglio, l’odore di sandalo emanato dal corpo di un’attrice in scena, che mi rivelò l’evidenza della natura fisica, erotica del teatro.
   È nei piccoli teatri che si percepisce il volto - mi dice Prosperi - «il primo piano degli attori come al cinema, il loro respiro e tremore». Il nostro pellegrinaggio inizia col Beat 72, al civico 72 di via G. B. Belli, di fronte al Visconti Palace. Lo inaugurò nel '66 Carmelo Bene con Nostra Signora dei Turchi, Rossella Or vi debuttò in Pirandello chi? di Memè Perlini nel ‘73. Lo gestivano Simone Carella e Ulisse Benedetti, organizzatori del primo festival di poesia a Roma. Chiuso nel ‘91, ora c’è uno studio di architetti, leggo sotto il citofono. Ricordo i muri bianchi e la moquette rossa. Rossella si ricorda il buio, e nel buio il palcoscenico prospettico e i tre piccoli archi. Lì vicino c’era l’Alberico. «È nato un altro teatro a Roma, è in via Alberico II, prima il locale era un garage, adesso è un luogo doppiamente usabile: al piano terreno una sala grande, sotto, nella buca che serviva per lavorare sotto le automobili, è scavato un altro spazio...». Così, il 30 dicembre 1975, il critico de l’Avanti! salutava il debutto teatrale di Roberto Benigni. Nella “buca”, detta Alberichino, Benigni recitò il monologo Cioni Mario, di Giuseppe Bertolucci. Oggi è un ristorante con musica dal vivo, funky e dance, bancone hitech. Vi vennero lo Squat Theatre di New York con Andy Warhol, Last Love, e tanti protagonisti del teatro d’avanguardia. Frazione del Beat 72, era gestito da Bruno Mazzali e Rosa de Lucia. La chiusura dell’Alberico, ricorda Prosperi, fu voluta scandalosamente nell' 82 dall' allora ministro dello Spettacolo, il democristiano D’Arezzo, per farne lui un banale ristorante. Mazzali e De Lucia aprirono il Trianon, con Leo De Berardinis e Perla Peragallo, e il gruppo Odradek di Gianfranco Varetto (allievo di Ripellino). Oggi il Trianon è un cinema multisala, come l’Intrastevere – anch’esso un tempo teatro dove Remondi e Caporossi fecero cose importanti. Ma finché è il cinema a soppiantare il teatro, in fondo è una cosa “naturale”, e forse una nèmesi per chi, come Memé Perlini, faceva teatro pensando in realtà al cinema. Siamo ora in via Benzoni 53, una rientranza della strada che costeggia le ferrovie, sotto la Garbatella. Qui c’era La Piramide, aperta da Perlini alla fine degli anni Settanta, chiuso dieci anni dopo. Per un lungo periodo in quell’ex garage non vi fu nulla. Ora è una palestra. E a proposito di nèmesi: pare che lo storico palazzo sul Lungotevere Tor Di Nona, che ospita ora l’Istituto della Provincia per le case popolari, di fronte al Palazzaccio, diventerà un albergo di lusso. È la ragione dell’annunciata chiusura del Teatro Tordinona, sul retro del palazzo, via degli Acquasparta. Chi voglia provare qualche sensazione legata ai vecchi teatri scenda le scale e assapori la qualità del silenzio. Questo luogo appartato, inaugurato da Pirandello, dal '79 è diretto da Renato Giordano. Vi andò in scena Paul Newman. Vide prime mondiali di Tennessee Williams e di Fassbinder. In via Sicilia 57-59, traversa di via Veneto, c’è la palazzina bianca, stile razionalista come la Sapienza (è della stessa epoca), del Teatro delle Arti. Fu qui che il giovane Carmelo Bene presentò il Caligola di Albert Camus nell’ottobre 1959, sotto lo sguardo entusiasta di Anton Giulio Bragaglia, geniale artista che condusse il teatro dagli anni ‘30 (e prima ancora il Teatro degli Indipendenti). Il Teatro delle Arti è stato chiuso negli anni 90, e da allora abbandonato al nulla.
   «Il teatro è un mistero», mi dicono Mario Prosperi e Rossella Or alla fine della passeggiata. «Quando pensi che sia morto rinasce. Riappare e diventa popolare quando la società è a pezzi. Non ha continuità, esiste a sprazzi, come i temporali. Come a Weimar, un paese morto e un teatro che mai fu così vivo. Il teatro è importante nei momenti di crisi. Non ha bisogno di grandi mezzi produttivi come il cinema, è libero, immediato, anarchico, straordinariamente fresco e vicino agli eventi».

12/05/2014

Bhopal, il genocidio dei poveri


   Ho visto il film Bhopal uscito oggi in prima mondiale a trent'anni della più grande catastrofe industriale della storia. L’ho visto in un cinema assurdamente lussuoso di Calcutta (poltrone reclinabili con appoggiapiedi come in aereo prima classe, e servizio bar), dentro un mall, un centro commerciale, uno di quei posti in cui paradossalmente nessuno degli indiani di cui parla il film potrà mai permettersi di andare. Avevo pensato di proporre a dei giornali italiani un mio reportage da fermo, ascoltare e registrare le reazioni del pubblico indiano alla fine del film; non lo farò, forse è meglio così, perché dovrei dire che la sala era semivuota, che l’India quanto a conservazione pubblica della memoria, quanto a strategie di distrazioni di massa, non ha motivo di fare eccezione. Per non dire di quei milioni, comunque sia, esclusi dal circuito dell'informazione, ciò che fa sì che una tragedia così, un tentato genocidio di poveri come quello di Bhopal, potrebbe virtualmente sempre ripetersi. (Ci sono altre sale di cinema a Calcutta, dette governative, il cui ingresso costa poche rupie, "fetide e bellissime", come le definisce un amico. Ci sono passato, le locandine dei film sono dappertutto le stesse: Kamasutra 2, le cui immagini promettono quello che il titolo annuncia. Ma nessuna traccia di Bhopal tra i film per poveri.) 

   Nella notte tra il 2 e il 3 dicembre del 1984, a Bhopal, nello stato indiano del Madhya Pradesh, dalla fabbrica americana di pesticidi Union Carbide, che già normalmente produceva veleni letali che diffondeva nell’ambiente,  inquinando terra e acqua col veleno chiamato isocianato di metile, più noto con l’acronimo inglese Mic, fece fuoriuscire una nube di gas che provocò in pochissimo tempo decine di migliaia di morti e oltre mezzo milione di feriti, senza contare i danni permanenti anche nei nati di varie generazioni successive. C’è un libro che racconta contesto e tragedia come un thriller, Il était minuit cinq à Bhopal (Mezzanotte e cinque a Bhopal), di Dominique Lapierre e Javier Moro, e anche il film firmato da Ravi Kumar è una specie di thriller. Provoca negli spettatori, pur conoscendone la fine o forse proprio per questo, una tensione  quasi insopportabile. Ma ci sarà un motivo (estetico, quindi etico) se per illustrare Bhopal e questa breve cronaca non uso un'immagine del film "americano", ma una fotografia della realtà in bianco e nero, più congruente.
   La prima cosa del film che mi ha colpito è la prima inquadratura, cioè la data sapientemente isolata sullo schermo: 1984. È quasi un messaggio subliminale: l’anno di Orwell, l’anno della distopia, in questo caso della catastrofe che svela l’insensatezza assoluta e crudele del capitalismo tardo industriale, dei meccanismi della nostra civiltà; che svela il circolo vizioso e demoniaco del profitto – fabbricare un prodotto che uccide i presunti parassiti, anzi che uccide l'erba, ed esserne le prime vere vittime, quelle umane.
   Forse i pesticidi e i diserbanti servono proprio a questo, ti viene da pensare, a sterminare i disgraziati che lavorano alla fabbricazione dei pesticidi, perché solo altri parassiti possono lavorare in circostanze di tossicità permanente all’unico scopo di sopravvivere e moltiplicarsi, fabbricando prodotti per sterminare presunti parassiti.
   I parassiti - per uno strabiliante rovesciamento della logica che passa invece come apoteosi della realtà e quindi della razionalità - sono i poveri, le vite gratuite  disponibili al lavoro, qualsiasi lavoro, e il 1984 è l’anno in cui viene alla luce questo mai cessato genocidio, o pesticidio, questo circolo tossico così finanziariamente proficuo..
   È in questa chiave che diventa sopportabile l’ennesimo affresco americano, o comunque western, della città indiana polverosa, dell’iconografia coll’immancabile cane in primo piano che si gratta, le mucche, i rifiuti, i bambini che giocano nel fango, i volti sorridenti malgrado la povertà, e il conduttore di risciò ciclabile magrissimo e affaticato col passeggero sazio e ciccione che cade rompendogli il risciò, come a dire l’ingiustizia. A me personalmente non disturba, mi commuovono anche i cliché, mi commuovono le icone protettive delle divinità appese ai fili e ai tubi dentro l’orrenda fabbrica, come sono appese a volte ai rami degli alberi. Ma alle mie amiche e amici indiani questa stilizzazione dà fastidio. Come il personaggio interpretato da Martin Sheen, un volto famoso, forse l’unico del cast, che dovrebbe essere il malvagio, principale responsabile dell’Union Carbide e quindi della fabbrica di morte, il boss Warren Anderson, il cinico venditore di diserbanti per aiutare i contadini indiani, che in visita a Bhopal minimizza l’evidente tossicità dei prodotti della Union Carbide, e in un comizio fatto dall’alto della fabbrica agli operai indiani in basso, parla cime un cowboy citando la retorica del lavoro, della solidarietà e del cuore (toccandosi il petto), facendoli commuovere. Ai miei amici indiani questa spettacolarizzazione americana dà fastidio, e hanno ragione riguardo al personaggio, ma nell’ingenuità degli operai indiani che lo ascoltano vediamo l’ingenuità di noi tutti esseri umani viventi, da sempre affascinati dai cowboy. E poi il lavoro è lavoro, come sa il conduttore di risciò a piedino rimasto senza risciò, felice di essere assunto e di indossare l'inutile casco di operaio, felice di "appartenere". Quanti piccole o piccolissime "bhopal" sono attive in questo momento in India (e non solo), quante illegalità, corruzioni (senza le quali una Union Carbide non avrebbe potuto agire) si verificano quotidianamente?
   Di lavoro si muore, come sapevano freddamente i nazisti inventori dei campi. Il finale del film è infatti l’inizio di un film di zombi, la più terribile ma anche la più bella parte del film. La vivace città dei poveri è una città di cadaveri, alcuni dei quali, ciechi, all'alba ancora camminano.
   Sappiamo che quel luogo a distanza di trent’anni non è stato ancora bonificato. Che giustizia non c’è stata in alcun modo, e il responsabile principale Warren Anderson è morto comodamente di morte naturale in casa propria, senza essere mai condannato né estradato, così come non è stato mai estradato in India alcun responsabile di questa strage prevedibile e forse prevista, forse addirittura pianificata, costantemente smentita, mai risarcita, poiché gli indennizzi stabiliti da una sentenza per i morti sono irrisori (2000 dollari a persona). Il film si conclude con una scritta sullo schermo: “L’Union Carbide non ha mai chiesto scusa”.

   Nel 2011 è stato premiato in numerosi festival un altro film, il documentario di Van Maximilian Carlson dal titolo Bhopali. Come sottotitolo ha questa frase: Il disastro non è avvenuto. Sta avvenendo. Soprattutto non finisce con la fine di un film, e i suoi effetti continuano nel tempo, anche fuori dal cinema, da cui usciamo storditi e un po’ choccati, nell’insensatezza del rumore della città e delle luci delle merci.

I poveri sono ricchi


A Calcutta tra i cani che sembrano morti ai bordi delle strade
tutti corrono i negozi sono accesi i taxi gialli vanno
così in fretta che ucciderebbero per non fermarsi prima di
arrivare a Park Street o al Bengal Club, dove lasciano giù
tutti quei poveri che si danno da fare
per sembrare ricchi,
bisogna andare fuori dal centro nel fitto della foresta urbana
nei vicoli stretti come rivoli in villaggi nascosti dal
traffico per trovare i ricchi veri, quelli
che si siedono per terra e contemplano davanti a sé e
senti che sollievo trovarsi nelle ZTL naturali
le nicchie dei miserabili col silenzio, i cani vivi, le statuine
colorate e le immagini delle Divinità alle radici di
un albero-tempio,
i veri ricchi sono i poveri che lavano il gradino di marmo
del tempietto all’angolo della strada, recto verso, da
una parte Kali dall’altra Hanuman, offrono
ghirlande di fiori e tanto tempo per fermarsi e
pregare - l'atto più regale dell’uomo.

I poveri non lo sanno di essere poveri, non invidiano
i ricchi in nessun modo, i poveri
sono ricchi, bisogna
essere molto ricchi per essere così poveri da offrire 
se stessi al Divino in silenzio come i cani che
sembrano in trance, 
dare il proprio tempo a contemplare
vivere una vita così ampia e aperta e rivolta al Divino (cosa
c’è più lussuoso del Divino?) che i ricchi poveracci
non hanno il tempo di concedersi con tutti i loro impegni
gli intrattenimenti e questo li rende infelici.
I poveri, che non lo sanno di essere poveri e popolano la
vita di lunghe gratuità, si accampano sotto i muri di cinta
delle ville dei ricchi come edere o rose rampicanti
attaccano immagini delle divinità li tingono di azzurro
accendono lumini cuociono dentro pentole dormono
coi loro bambini che giocano per terra come i cani
mentre dietro le mura i ricchi si annoiano in solitudine
perché non hanno tempo, e vanno ai vernissage.
I poveri beati loro hanno tutto il tempo per pregare e prosternarsi
sgranare gli occhi di felicità verso il cielo o i passanti (epifania
del Divino?), offrire loro una mano aperta (cosa c'è di più
nobile di una mano aperta?)
hanno tutto il tempo per innamorarsi del Divino,
contemplarlo a mani
aperte.
(Calcutta, fine novembre 2014)

11/21/2014

Tutto quello che resta (lettera da Calcutta sulla poesia)

Ieri a Roma alla Galleria la Nuova Pesa si è presentato un nuovo libro del mio vecchio amico critico e saggista Paolo Lagazzi - un libro sulla poesia dal bel titolo La stanchezza del mondo. Era previsto un mio intervento, e di fatto anche se non c'ero (sono a Calcutta), pare che fossi presente con questo intervento che, mi dicono, ieri è stato letto. E ora offro qui in lettura.

Caro Paolo,
                     spesso i libri dei critici sulla poesia sono solo un pretesto per parlare dei poeti, questo o quell’altro, in una paradossale autoreferenzialità per interposta persona. È bello che il tuo libro faccia eccezione: i poeti in cui ti sei imbattuto nella vita sono occasione per parlare di qualcosa che ci riguarda tutti e che non serve a nulla, e che forse per questo ci è così strettamente, famelicamente necessario; di parlare insomma di “quello che resta”, come scrivi nell’introduzione, che “resiste”, come dico io, cioè la poesia.
   C’è una tensione ecologica in questo tuo libro - un’ecologia della mente, non dei panda o delle quote - e mi fa venire in mente quando nella primavera del 2010 (io ero sulla “nave dei libri” diretta a Barcellona per la festa di Sant Jordi, festa dei libri e delle rose) un’eruzione vulcanica nel ghiacciaio islandese dell’Eyjafjallajoekull paralizzò il traffico aereo, perché il vulcano dal nome impronunciabile sbuffò una nube di cenere così grande e intensa da far chiudere i cieli.  Pensa: fumo e cenere che mettono in scacco tecnologia, scienza e aviazione. Fu lì, in un’intervista sulla nave, che ricordai come i poeti, “costruttori di vulcani” (cito quasi senza volere il libro del poeta Carlo Bordini), sanno bene l’importanza di cose trascurabili come le nuvole, il fumo, la cenere, tutti sinonimi di poesia - cose che non servono a niente, ma guai a provocarne l’intensità e la forza.
   C’è qualcosa dicevo di ecologico nel tuo libro, cioè di quella consapevolezza di cui ha parlato spesso un nostro amico per spiegare la miracolosa educazione avuta dal padre (tuo poeta prediletto): riconoscere la poesia in quello che aveva intorno, e soprattutto viceversa. La «rosa bianca» cantata dal padre Attilio come dedica alla moglie, Bernardo Bertolucci la scopriva, dice, nel giardino, così come il «rosone tiepido» da cui entra il raggio di sole nella stalla, o «la posta del mattino azzurra fra le mani». Aprire gli occhi e ritrovare la poesia - risonanza di ciò che (r)esiste e accade.
   Le idee sono dappertutto, la mente è molto più ampia del solo cervello, «l’erba ha bisogno del cavallo come il cavallo ha bisogno dell’erba», diceva Gregory Bateson. Il tuo amato Attilio, senza saperlo, trasmetteva un’educazione non diversa dall’ecologia della mente del mio amato Bateson, per il quale tutto è connesso con tutto, gli organismi viventi e i sistemi di idee, la religione e il comportamento degli schizofrenici, il gioco e il sacro, «il granchio con l’aragosta e l’orchidea con la primula e tutte e quattro con me, e me con voi». La lingua di questa struttura che connette credo sia la poesia. E a ognuno di noi accade il corto circuito che accadeva a Bernardo tra parole e cose, e idee, anche se siamo sempre più intossicati e sommersi da un linguaggio alienato, cioè più sottomesso a uno scopo, non importa se politico, pubblicitario, scritto su una scatola di biscotti o detersivo, o su un romanzo a trama…
   Ti chiederai forse quale sia in questo momento il mio personale cortocircuito, sapendomi a Calcutta (Bengala, India). Non che importi dove io sia, ma forse ricordi la frase di Thomas S. Szasz: «Se parli a Dio stai pregando, se Dio ti risponde, allora sei schizofrenico». Diciamo quindi che sono dove sono per meglio confondermi nella folla di poeti e schizofrenici, anche se proprio stamani, mentre voi facevate colazione, mi riposavo all’ombra del giardino della casa natale di Sri Aurobindo, un’oasi nel brusio perenne della città (non molto distante da quella in cui undici anni prima era nato Tagore), e dove appoggiando le mani sulla superficie di marmo ricoperta di petali di fiori ogni giorno freschi di vita nuova, e sentendo sotto quel marmo, tra api gentili e delicate, la forza che vi scorre sotto come un oceano, ho capito improvvisamente il senso della parola samadhi, "raccoglimento", che non è la morte, che non è la tomba, ma che tradurrei con una bellissima parola misteriosa della nostra tradizione, deposizione, nella continuità dell’anima e quindi della vita. Come «l’amore realizzato del desiderio che resta desiderio», definizione di poesia secondo René Char.
   Caro Paolo, anche a occhi nudi, anche a occhi chiusi, tutto quello che resta è poesia, sorriso dell’anima.
   Haribol!!!
Kolkata, 20 novembre 2014


P.S. Qui si può vedere e capire un po' il Samadhi di Sri Aurobindo nello Sri Aurobindo Ashram, (Pondicherry,  Tamil Nadu)


10/09/2014

"Vi sto sorridendo dovunque io sia" (un sorriso a Jacques Derrida a dieci anni dalla morte)

Jacques Derrida had died, on Saturday 9 October 2004, at the age of seventy-four. A heavy silence reigned, but only the people closest to the tomb could hear Pierre reading the few words prepared by his father. Derrida, reproducing his own father’s gesture, thirty-four years earlier, had composed his epitaph himself:
"Jacques desired neither ritual nor prayer. He knows by experience what a trial it is for the friend who performs them. He asks me to thank you for coming, and to bless you, he begs you not to be sad, and to think just of the many happy times that you gave him the chance to share with him.
Smile at me, he says, as I will have smiled at you until the end.
Always prefer life and never stop affirming survival.
I love you and I am smiling at you from wherever I am."
-Benoit Peeters, "Derrida: A Biography", page: 540,41.


Dieci anni fa come oggi morì il filosofo Jacques Derrida, col quale ebbi il privilegio di avere rapporti accademici e personali. La sua eredità nel metodo del pensiero, la cosiddetta filosofia, il "comprendere" - o forse meglio dire l'andatura e il modo di procedere, di viaggiare e attraversare territori, attraversare muri, crearsi passaggi là dove non c'è passaggio né via d'uscita, uscire, cavarsela nonostante ogni aporia, vivere sempre, scegliere di vivere sempre nonostante ogni impedimento, ecco tutto questo credo è incalcolabile e operante, malgrado l'apparente silenzio di oggi. Forse, anzi, è meglio così, dato che il contributo peggiore lo danno quasi sempre i presunti continuatori ed epigoni, i semplificatori e i commentatori.
    (Su Derrida ho scritto anch'io a suo tempo alcune cose disperse in tanti luoghi e testi. Ne ritrovo due: un articolo l'indomani della morte per l'Unità - che, non potendolo linkare come appariva nel deposito di testi del mio sito, perché è in ristrutturazione, lo pesco qui, per esempio; e poi la  relazione, più a freddo, ma altrettanto calda, se non di più, per il convegno "Spettri di Derrida" a cinque anni dalla morte...)

9/25/2014

Per Robert Walser (una mostra a Venezia e altro)

(Il corpo di Robert Walser morto nella neve, durante una passeggiata, il giorno di Natale del 1956)


Si riparla di Robert Walser, grazie agli artisti. Domani 26 settembre alle ore 18 si inaugura infatti a Venezia una mostra in omaggio al grande scrittore svizzero, preceduta alle ore 15 da una breve chiacchierata o tavola rotonda su Walser col sottoscritto e altre persone (leggere qui). Vorrei in particolare richiamare l'attenzione che su Walser ha portato in questi ultimi anni l'artista Antonio Rovaldi, che ha ripercorso l'ultima passeggiata di Walser in compagnia di colui che, bambino, fu il primo a trovarne il corpo e a segnalarlo. La sua esperienza costituisce il lavoro e la rigorosa installazione (visibile qui).
Resta che, nelle foto originali, la morte di Walser, l'ostensione del suo corpo nella neve (nei pressi della clinica-manicomio in cui ventisette anni prima avevo scelto di abitare), così simile a una scrittura sul foglio bianco (e si ricordino i suoi "illeggibili" microgrammi, ovvero la sua normale calligrafia, la scrittura della sua prosa), resta una specie di incantato, miracoloso, inesauribile capolavoro visivo.


   Su Walser ho parlato e scritto in diverse occasioni, ogni volta dimenticandomene. Ma grazie a un sito altrui ritrovo un mio articolo che non avevo mai pubblicato nel blog, scritto per il cinquantesimo anniversario della morte di Robert Walser (uscì su Venerdì di Repubblica del 22 dicembre 2006). Eccolo. Non credo che riuscirei a parlarne meglio, domani a Venezia.


Per il cinquantenario di Robert Walser (2006)

   Se Don Chisciotte fosse svizzero e si trovasse in una città del primo Novecento, guarito dalla follia ma pur sempre sognatore e vagabondo, con un’inalterata smania di mettersi al servizio del prossimo, forse ragionerebbe fra sé come lo scrivano Simon Tanner: “L’edificio di una banca è proprio una cosa stupida, in primavera. Che effetto farebbe un istituto bancario in mezzo a un rigoglioso prato verde? Forse la mia penna mi sembrerebbe un piccolo fiore appena spuntato dalla terra [...] Le nuvole bianche passano nel cielo, e io devo stare qui a scrivere. Perché guardo le nuvole? Se fossi un calzolaio, almeno farei le scarpe per bambini e uomini e donne, e loro in una giornata di primavera andrebbero a passeggio per la strada con le mie scarpe. Io sentirei la primavera se vedessi la scarpa fatta da me sul piede di un altro. Qui non posso sentirla, mi disturba”. In questo periodare giovanile tratto da I fratelli Tanner (1907) c’è tutto l’incanto della prosa tenera e lieve di Robert Walser, lo straordinario scrittore nato nel 1878 nella cittadina bilingue di Biel/Bienne, nel cantone di Berna, vissuto a Zurigo e Berlino, dove frequentò una scuola per domestici che gli ispirò l’arte cerimoniosa del servire che traspare nelle sue storie.

   In tutta Europa si preparano omaggi per il cinquantesimo anniversario della sua morte, e per il centenario de I fratelli Tanner, suo primo vero romanzo. Il lettore interessato troverà ogni informazione sul sito dell’Archivio Walser a Zurigo (www.walser-archiv.ch), mentre a Roma la libreria Simon Tanner (www.simontanner.it) promette il 7 gennaio un appropriato omaggio: una passeggiata walseriana alla Caffarella. Il fatto è che Walser, il più disadattato degli scrittori contemporanei, è ormai riconosciuto come l’alfiere della libertà narrativa, che ha insegnato che tutto è esperienza e degno di essere raccontato, proprio come nell’arte della passeggiata, e che “discorso” e “percorso” appartengono a un comune, anarchico divagare (si pensi a La passeggiata o a I temi di Fritz Kocher). Si sa che per Robert Musil “Kafka fa l’effetto di un caso particolare del tipo Walser”, e che lo stesso Kafka guardò a Walser come un maestro. Elias Canetti lo leggeva così assiduamente da considerarlo “una sorta di droga”, e Walter Benjamin gli dedicò un saggio folgorante: i personaggi dei racconti di Walser, scrisse, sono dei “folli guariti” dalla cui bocca esce pura prosa, “pura e forte come l’aria della vita che guarisce”. Più recentemente, lo scrittore tedesco W. G. Sebald ha dedicato a Walser un riverente e commosso scritto intitolato Il passeggiatore solitario (Adelphi 2006), e anche in Italia non mancano gli appassionati, dall’editore Roberto Calasso (la sua Adelphi ha pubblicato quasi tutti i titoli disponibili) al filosofo Giorgio Agamben, al compianto scrittore Giorgio Messori, il più walseriano di tutti. Ma è di Gianni Celati il commento più lungimirante alla sua “passeggiata senza meta”. Lo “scandalo” di Walser”, ha scritto anni fa, è lo scandalo di “una scrittura che dichiaratamente non cattura nulla”, anzi “celebra affettuosamente tutto ciò che ci sfugge”, e proprio per questo “acquisterà un’importanza sempre maggiore quando tutto il campo della letteratura ufficiale sarà composta solo da prodotti fabbricati per il successo”. Cioè oggi.

   Come gli scrittori da lui più amati, sui quali ripetutamente scrisse – Kleist, Lenz, Buchner – Walser fu un “anti-Goethe”, anomalo e ai margini. La sua scrittura, come la sua vita, fu precaria e priva di appartenenza, fino alla decisione del silenzio, e quella di abitare, cinquantenne, in un asilo psichiatrico a Herisau, da cui usciva la domenica per fare lunghe passeggiate, a volte in compagnia del devoto editore Carl Seelig. Se lo Zen fosse nato in Svizzera, o se nel cantone di Berna vi fossero stati dei monasteri buddhisti, forse Robert Walser ne sarebbe stato monaco, “in umore di santità”. Fu lì, durante una passeggiata, che il 25 dicembre 1956 Walser morì accasciandosi sulla neve. Una foto lo ritrae, il suo corpo sembra un segno di matita tracciato sulla neve.

   Carl Seelig scoprì una quantità di fogli fittamente scritti a matita a caratteri microscopici. Pensando si trattasse di una scrittura folle e segreta, li nascose. Decifrarli fu il ventennale lavoro dei germanisti Bernhard Echte e Walter Morlang, che li hanno da poco stampati in 4 tomi di 4000 pagine. Questi mitici “microgrammi” furono redatti da Walser tra il 1924 e il 1933 dopo una crisi e una fortissima “avversione per la penna”: solo la matita gli restituì il gusto di scrivere, “in modo più sognante, più calmo, più lento, più contemplativo”. E fino alla fine attinse a quei “microgrammi”, ricopiandoli in modo leggibile, per i libri e gli articoli sui giornali. Una mostra debuttata in autunno a Ginevra presso la Fondazione Bodmer ha mostrato per la prima volta al pubblico, col titolo «Territorio della matita», molti di quei manoscritti. E se spesso Walser ha paragonato “i fogli bianchi delle pagine” a “fiocchi di neve”, la scenografia della mostra, a cura dell’architetto Mario Botta, gli dà ragione, facendoli galleggiare lievi come neve nella penombra, macchie bianche coperte da una grafia di illeggibile bellezza, un fascinoso coincidere di materialità e spiritualità.

   Su uno di questi fogli, il «microgramma» n. 134, c’è una traccia di rossetto, ricoperto dalla poesia intitolata L’incompreso. Anche questa disperata gaiezza, o galanteria, è qualcosa di molto, molto walseriano.

(Venerdì di Repubblica, 22-12-2006)

9/04/2014

"Scrivo, dunque sono libera". Amare la letteratura con Jacqueline Risset



E' morta Jacqueline Risset, grande poetessa, saggista, studiosa di letteratura, redattrice storica della rivista Tel Quel, traduttrice insigne di Dante, da anni residente e docente all'università di Roma
L'11 dicembre 2006, mentre a Villa Medici riprendevano le letture del ciclo di incontri con scrittori francesi curato dall'amico Olivier Rolin, "Amare la letteratura", pubblicavo sulle pagine della cultura de l'Unità questa conversazione con Jacqueline Risset. A ripensarci, fu un periodo letterariamente intenso di nutrimento e resistenza. Vorrei ricordare Jacqueline con queste sue parole di un'attualità bruciante e viva. Si possono leggere anche qui nella pagina originale, in pdf, oppure col titolo “Risset: Scrivo dunque sono libera” sul sito de l'Unità che ancora vive. Comunque eccolo, il nostro colloquio. Con immenso affetto e stima.


   Il silenzio delle sirene Percorsi di scrittura nel Novecento francese (Donzelli, p. 242, euro 28), deve il suo titolo a un enigmatico frammento postumo di Kafka: Ulisse sapeva  non sapeva che le sirene avevano già smesso di cantare, e che il loro silenzio è forse più insidioso del loro canto? E’ l’ultimo libro di Jacqueline Risset - poeta e saggista, docente di letteratura francese all’università di Roma, insigne traduttrice della Commedia di Dante, cui ha dedicato numerosi saggi - e lo si legge come un manuale essenziale dell’esperienza letteraria più significativa del Novecento, non solo francese: letteratura come “forma autonoma di conoscenza”, “esperienza del limite”, indistinguibile forse dalla filosofia. Ma è anche una summa autobiografica della sua teoria e pratica di questa esperienza: da Mallarmé a Joyce, da Proust a Deleuze, da Ponge a Beckett.

   “E’ una rassegna delle mie passioni – mi dice Jacqueline Risset - delle attenzioni che non ho potuto fare a meno di avere per alcuni scrittori del XX secolo che ogni volta mi hanno colpito come dei punti irradianti, delle costellazioni che si facevano segno l’una all’altra, che passavano l’una nell’altra. Ho posto Mallarmé all’inizio, il che può stupire perché appartiene all’Ottocento, e però ha inseminato, anche di dubbi, il XX secolo. In Valery, in Proust, in tutti gli autori del Novecento di cui tratto, si ritrovano le interrogazioni che ha posto Mallarmé. Perfino nei linguisti, come il grande Roman Jakobson, che raccontava di avere cominciato al liceo col leggere Mallarmé, e questi lo aveva portato a suoi famosi studi sulla linguistica. E’ stato uno shock e un grande piacere veder riconosciuto, come fanno oggi gli scienziati, che la poesia, il punto più ardito della letteratura, possa anticipare le scoperte della scienza. Freud ha riconosciuto che la poesia, la letteratura, aveva scoperto prima di lui il continente inconscio, e alcuni scienziati hanno visto che la letteratura aveva già percepito, e addirittura teorizzato, quella che oggi si dice “teoria della complessità”. Soprattutto la letteratura che si fa “teoria della letteratura”. Proust più di chiunque altro, ma anche i grandi dell’inizio del secolo, Musil, Kafka, ecc.. Letteratura come pensiero della e sulla letteratura, che è la cosa più affascinante delle opere del XX secolo: la capacità di pensare se stesse, senza delegare ai critici. La stessa cosa mi affascinò nel gruppo della rivista Tel Quel, cui partecipai prima che si identificasse, con Philippe Sollers, con un pensiero politico (cinese o maoista). Era l’idea di riprendere il pensiero della letteratura, di ripensare la “scrittura” – parola che diventò il centro della riflessione – come un luogo che ognuno interrogava da sé, e che andava oltre i confini tradizionali della letteratura”.

   Da Mallarmé si irradia tutto il percorso del tuo libro, e ne fornisci vari esempi: le sue frasi contro il senso tradizionale, positivistico del “capire” (che ricordano Lacan, le cui affermazioni che citi gli sono straordinariamente vicine); oppure quello che colpisce e ispira Jakobson, l'idea che il linguaggio poetico non sia uno scarto rispetto alla lingua, ma una macro-lingua…
   “Sì, perché c’era quell’idea della poesia come un linguaggio decorativo, più alto rispetto al linguaggio comune, mentre è forse il contrario, la poesia che ingloba il linguaggio comune, più vasta.”

Infine l’idea della poesia come “pensiero nascente”, che ricorda intimamente l’opera di Beckett, ma anche i gesti filosofici più importanti ed estremi della storia del pensiero… 
   E’ vero. C’è chi vede la letteratura e la filosofia totalmente separate, ma a me pare ci sia un’erosione reciproca dell’una nell’altra nel XX secolo, ed è questa erosione che segna gli avvenimenti più interessanti. Per esempio Blanchot, che per me è molto importante. Nel XX secolo egli ha reso conto dell’esperienza – ogni volta unica, con proprie caratteristiche – di questa interrogazione della letteratura come esperienza. In Italia si parlava molto negli stessi anni di sperimentazione, una nozione importante ma riduttiva, che perde quella dimensione più vasta e non definibile della letteratura, un’esperienza della scrittura non prevedibile. Ma è anche vero che in Italia non c’è stata quella grandissima rivoluzione poetica che ci fu in Francia alla fine dell’Ottocento. In Italia c’è solo Leopardi”. 

   Rispetto alla Francia, credi che in Italia la letteratura sia un’esperienza meno comune e condivisa?
 In Italia mi sembra che negli ultimi anni ci sia stata una politicizzazione estrema, che ha fatto della letteratura un’ancella della filosofia, ma anche della politica. Ora noto finalmente nei giovani un desiderio della letteratura come di qualcosa senza confini, come ciò che può insegnarti qualcosa proprio perché non è irretito in una serie di legami ideologici o pratici  scientifici e quindi la letteratura, credo,  sia un po’ come per Georges Bataille quando parlò contro l’impegno di Sartre, e che il motto della letteratura sia quello del diavolo, “Non serviam!”, cioè “non servirò”, e solo questa sarebbe la libertà. Per Bataille l’impegno e la letteratura erano agli antipodi, e dice chiaramente: se uno sente la necessità profonda di impegnarsi, a un dato momento, lo deve fare, ma ciò che è profondamente estraneo alla letteratura è svolgere programmi già prestabiliti. La letteratura o è esperienza o non è nulla. L’autonomia della letteratura in questo senso forse oggi è sentita, ma non è stato così per molto tempo. Quando parlavo di Tel Quel sentivo molta ostilità, perfino da parte dei giovani del Gruppo 63, per i quali quella libertà era una cosa quasi pericolosa”.

 Dove vedi l’ampliarsi oggi della letteratura come esperienza, forse nel successo delle letture pubbliche, dei festival? Penso alla frase di Barthes che dà il titolo alle attuali letture a Villa Medici organizzate da Olivier Rolin, “Amare la letteratura”. Ovvero “dissipare, nel momento della lettura, ogni dubbio sul suo presente, la sua attuazione (…) come se il suo corpo fosse realmente qui accanto a me”.
   “Questa frase di Barthes dice che la letteratura può dare anche felicità. E questo paradossalmente, perché la letteratura è quasi come Sheerazade, chi scrive vuole differire la morte, e quindi nella letteratura c’è un corpo-a-corpo con la morte. Ma nella letteratura c’è una  risorsa di felicità, e anche Proust parla di “enigma della felicità”. Proust, che secondo me è il più grande scrittore francese, che equivale in Italia a un Dante, o ad un Shakespeare, un Cervantes. Come Dante ha la stessa volontà di totalità, di creare un universo”.

   E’ questa la politicità della poesia? Voglio dire: dopo un periodo di comuni testimonianze politiche, che approdarono nel 2002 al pamphlet collettivo Non siamo in vendita. Voci contro il regime, Roberto Benigni andò in tv, e nonostante le attese della destra, che invocava una censura preventiva, non parlò direttamente di politica, ma recitò l’ultimo canto del Paradiso di Dante. La poetessa Patrizia Cavalli mi ha detto: “Siamo nati per giocare”, e sull’Unità è rimbalzato un dibattito a partire da un mio breve intervento sulla poesia, “così inutile, così sovversiva”... 
 “Sì, ci sentivamo costretti a intervenire politicamente, tutti i giorni ci indignavamo per qualcosa, siamo stati governati cinque anni da una terribile “banda” che mi auguro non torni più. Sono assolutamente d’accordo con le tue parole, “inutile e sovversiva”. Quanto a Dante, penso che sia di una ricchezza e di una libertà che sorprende ancora oggi per la sua attualità. Uno completamente ateo del XX secolo può dialogare con Dante. Oltretutto Dante aveva politicamente idee chiarissime e in anticipo sulla separazione dei poteri, mentre in Italia non si capisce ancora oggi l’idea di laicità come spazio neutro di libertà, necessario per acquisire una capacità critica. Nel De Monarchia Dante parla di un Papa e di un Imperatore, senza nessuna gerarchia tra i due poteri, ciascuno assolutamente libero nella propria sfera: il Papa doveva pensare alla felicità celeste, l’Imperatore a quella terrestre. La sua Monarchia fu condannata e bruciata nel Medioevo, ma mi fa rabbia che l’Italia sia ancora in ritardo su questo, che non abbia ancora assimilato questa separazione e dia ancora tanto potere alla religione, alle religioni. Forse ci vorrebbe un Voltaire... Comunque sia, ho sempre pensato che la forma della letteratura sia la libertà, e la sua esperienza sia feconda perché libera. Quando si scrive non si sa quello che si sta per scrivere, e anche se si ha l’esperienza dello scrivere si può essere sorpresi da ciò che si è scritto. Questo, nella nostra epoca di programmazioni obbligatorie in ogni campo, è qualcosa di più utile e prezioso che mai. Ovviamente la letteratura è odiosa alle tirannie, e gli scrittori ne sono sempre stati oppressi. Lo scrittore gioca, è vero, e questo gioco deve farlo in libertà, se no non è gioco, e quindi è naturalmente contro la tirannide, non perché sia “impegnato”, ma perché scrive. Forse oggi questo bisogno di letteratura esiste di più, perché è legato al sentimento di un mondo più chiuso. Foucault ha scritto Sorvegliare e punire, e oggi siamo in un mondo in cui la sorveglianza ha raggiunto livelli pazzeschi, e il fatto di trovarsi soli in una stanza, con un foglio bianco, è una condizione privilegiata e meravigliosa di libertà”.

  Pensi ci sia un futuro, che l’esperienza del Novecento di cui parli nel tuo libro non si chiuda?
   “Se non stiamo assistendo all’Apocalisse finale, se il pianeta Terra non si dissolve o i fondamentalisti non ci riducono in schiavitù totale, credo che sì, c’è un futuro, si sentono i segni di un gusto, un desiderio di ribellione che sta rinascendo, e se rinasce allora la letteratura e la poesia si salvano, come è successo in ogni civiltà, che si misura del resto da cose come l’arte e la letteratura. Il libro si chiude con l’elogio di una parola che in italiano non esiste: insoumission, che è più del contrario di sottomissione. Insubordinazione, forse. Letteratura come campo di realizzazione dell’inesauribile, capace di svelare l’enigma delle sirene, il loro presunto silenzio”.