Domenica scorsa sono saltate delle parole di questa rubrica (sulle persone, berlusconiane senza saperlo, “ciniche, sculettanti e cieche come palle da flipper”). Basta la parola, diceva una nota pubblicità. Come ci mostra questa storia vera.
Lui e lei in un’occasione mondana, festa o cerimonia, dove non è strano avere un bicchiere in mano. Il loro è un rapporto che non decolla, sempre sulle soglie. Lui è un uomo un po’ rigido, controllato, sussiegoso. Sono vicini quando lui, come parlando tra sé a capo chino, pronuncia tre parole che giungono alle orecchie di lei: “Mi manchi sempre”. Il tono umile e il senso inaspettato di quella che suonò come una confessione timida, una crepa nella sua corazza difensiva e quasi autarchica, la commosse al punto che si avvicinò al volto sorpreso di lui e lo baciò a lungo. Un bacio estremamente coinvolgente di fronte a tutti. Si sposano poco tempo dopo, vivono insieme. Passano anni, case, traslochi. Capita loro di riepilogare l’attimo fondatore della loro unione. Quel lungo bacio inatteso e spettacolare. Perché mi hai baciato così? - le chiede lui. Lei racconta che quella sua frase, l’appello improvviso che dichiarava la sua vulnerabilità e rompeva la sua ostentata autosufficienza, le aveva fatto capire il lato passionale nascosto di lui sotto la scorza, e l’aveva sciolta. Quale frase? - dice lui. Quando mi hai sussurrato, senza guardarmi: “Mi manchi sempre”, risponde lei. Silenzio. Ora lui ricorda. Veramente - dice - mi ero versato del vino sulla camicia e avevo esclamato: “Mi macchio sempre!”.
Stop. Ognuno può fare rewind e dare la propria morale. Questo apologo (sull’autenticità?) non vale solo per l’amore. “La caduta del regno”, scrisse Achille Campanile (la dattilografa sbagliò vocale, scrisse “ragno”, la cui caduta si protrasse per oltre ottocento pagine).
(uscito su l'Unità di domenica 5 luglio, rubrica "acchiappafantasmi")
domenica 5 luglio 2009
sabato 4 luglio 2009
Due o tre cose che (ora) so sulle escort

Non credo che le cronache politiche italiane di questi ultimi tempi abbiano guardato dal buco della serratura. Stupisce al contrario che nessuno abbia descritto quanto da parecchio tempo è nascosto dalla sua evidenza, ovvero il carattere della cortigianeria in Italia e il fenomeno antropologico delle escort, insieme ragazze-immagine e prostitute di lusso. Che cosa sia una “escort” – in sintesi, una “amante comoda” che puoi esibire anche a cena o a un congresso - lo spiega con grazia ironica e iperreale semplicità una delle più famose escort italiane (ma di origini ungheresi) in un recente libro: Come fare del bene agli uomini. Sottotitolo: Vita e consigli di una cortigiana perfetta. E’ uscito un po’ in sordina da Einaudi Stile Libero, vuoi per la sgradevolezza di una descrizione così diretta, vuoi per l’autoreferenzialità del racconto che sconfina nell’autopromozione; vuoi anche, forse, per un subliminale pudore, essendo l’“utilizzatore finale” (degli utili del libro) lo stesso politico-imprenditore-editore oggi tanto chiacchierato. Eppure credo che questa narrazione sia une delle forme più evidenti di “new italian epic”, per usare la fortunata e discussa formula dei Wu Ming.
Cosa colpisce di questo scarno libretto? Innanzitutto la descrizione antropologica dei tantissimi uomini di potere e di successo che pagano per avere una escort, e che nonostante il considerevole costo e i “regali” extra mantengono la convinzione di averla sedotta e conquistata, che lei cioè con loro “faccia l’amore”, quello vero. Ragion per cui i suoi clienti sono in genere fedeli fino all’innamoramento. Ciò che nella sua illusione rende unico ogni cliente-amante, è esattamente ciò che egli ha in comune con tutti gli altri. Ed ecco il secondo perturbante aspetto, descritto senza alcuna autocensura, del mestiere di Blue Angy, abile e bellissima escort di lusso: la capacità psicologica, quasi romanzesca, di indossare ogni volta la vita degli altri, di ogni cliente; di farlo sentire effettivamente e interamente amato, coccolato, contenuto, contento. Non che sia così difficile, spiega l’autrice: l’antologia dei desideri dei suoi clienti-amanti italiani è assai banale. E, una volta placati, confessa che con i clienti lei ama soprattutto parlare, come in un salotto o una sala d’attesa.
Storia di una moderna cortigiana alle prese coi desideri e illusioni degli altri ricchi cortigiani, il libro è costellato di considerazioni sotto traccia, tra ironia e understatement, sui paradossi del maschio italiano, quasi sempre sposato con figli, che nega a letto con Blue Angy di tradire la propria moglie, affermando beninteso di amarla. Tra una Moll Flanders di De Foe in salsa post-moderna e un cinepattone alla Boldi-De Sica trasformato in documentario, il libro disegna il mondo delle relazioni sessuali e sociali di cui ville in Sardegna e palazzi romani sono solo delle punte d’iceberg. Ma escono anche alcuni tratti del narcisismo del Potere oggi intinto di belletti, sorrisi&canzoni, culto di sé, e attraversato da quel mito ossessivo che Marco Belpoliti ha già analizzato nel libro Il corpo del capo (Guanda): il fantasma dell’immunità dalla morte. Come se la morte fosse una sfiga che capita agli altri, a chi non ci sta attento o non ha i mezzi (e l’ottimismo) per evitarla. Il geniale Marcel Duchamp rise di questa credenza sulla propria lapide: “Sono sempre gli altri che muoiono”. “Sono sempre gli altri che vanno a puttane”, pensano invece senza ironia i clienti della escort. Convinti che, pur pagandola, lei faccia l’amore con loro perché belli, seducenti, immortali.
(articolo uscito su La Stampa Tuttolibri di oggi, sabato 4 luglio)
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lunedì 29 giugno 2009
La passeggiata
Pare che in libreria si trovi anche questo in questi giorni, uno dei graziosi "chicchi" editi da Manni (racconti a 5 euro):

(Beppe Sebaste, La passeggiata
"Lui che è seduto in cucina, guarda sul tavolo la bottiglia del latte, afferra la bottiglia del latte, sul tavolo al posto della bottiglia ora non c’è niente, guarda incantato il vuoto lasciato dalla bottiglia…")

(Beppe Sebaste, La passeggiata
"Lui che è seduto in cucina, guarda sul tavolo la bottiglia del latte, afferra la bottiglia del latte, sul tavolo al posto della bottiglia ora non c’è niente, guarda incantato il vuoto lasciato dalla bottiglia…")
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sabato 27 giugno 2009
Palle da flipper
“Io sono così”, ha detto Silvio Berlusconi, gli Italiani mi amano. Ha ragione. Ha ragione anche D’Avanzo su Repubblica a ripetere che Berlusconi ha dissolto a suo modo il concetto di verità. C’è un concetto Rashomon (il famoso film giapponese), sulle mille versioni di un fatto; e c’è il concetto Berlusconi, la negazione dell’evidenza fattuale e la continua sconfessione di quanto appena detto, fino all’irrilevanza di ogni detto e ogni fatto. E’ il modello più avanzato, performativo: dire è fare, i detti rimpiazzano i fatti e li eliminano. E’ eticamente, politicamente distruttivo, anzi devastante? Sì, ma forse piace alla gente: l’immunità, l’impunità, il diritto a falsificare e a rimuovere, fino al lemma più gettonato: “io sono così”. Se uno è così, sottinteso, anche quello che fa dipende da questa “verità” di natura. “Che vuoi da me?” Curioso (è un problema per i filosofi) che chi sradica ogni concetto condiviso, sociale o relazionale di verità, ne abbia poi bisogno come fondamento rigido, invivibile, metafisico e un po’ nazista. Io sono così, e se non ti va “è un problema tuo” (altra frase gettonatissima).
Berlusconi non è un corpo estraneo, fa corpo (corpus, come si dice delle opere) con noi, gli Italiani, la gente. Accade anche nelle relazioni private, dove tutto è sempre più sconfessabile, in nome di una affermazione cinica di sé sculettante e cieca come una palla da flipper. Quando tutto ciò mi dà la disperazione e la claustrofobia sprofondo in frasi come questa di Luigi Pirandello (1911), un antidoto che vorrei far mio: “Non aver più coscienza d’essere, come una pietra, come una pianta; non ricordarsi più neanche del proprio nome; vivere per vivere, senza saper di vivere, come le bestie, come le piante; senza più affetti, né desiderii, né memorie, né pensieri; senza più nulla che desse senso e valore alla propria vita”. Ma forse non sono cose che si possano scrivere su un giornale.
(in uscita domani, domenica 28 giugno, su l'Unità, rubrica "acchiappafantasmi"
Berlusconi non è un corpo estraneo, fa corpo (corpus, come si dice delle opere) con noi, gli Italiani, la gente. Accade anche nelle relazioni private, dove tutto è sempre più sconfessabile, in nome di una affermazione cinica di sé sculettante e cieca come una palla da flipper. Quando tutto ciò mi dà la disperazione e la claustrofobia sprofondo in frasi come questa di Luigi Pirandello (1911), un antidoto che vorrei far mio: “Non aver più coscienza d’essere, come una pietra, come una pianta; non ricordarsi più neanche del proprio nome; vivere per vivere, senza saper di vivere, come le bestie, come le piante; senza più affetti, né desiderii, né memorie, né pensieri; senza più nulla che desse senso e valore alla propria vita”. Ma forse non sono cose che si possano scrivere su un giornale.
(in uscita domani, domenica 28 giugno, su l'Unità, rubrica "acchiappafantasmi"
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venerdì 26 giugno 2009
sabato 20 giugno 2009
"La nostra altezza è in ribasso" (per Vito Riviello, per Aldo Gargani)
Quando muore un poeta lo si dovrebbe scrivere in prima pagina. Quando muore un amico è la fine del mondo. E’ morto Vito Riviello, grande, ironico e tenero autore, tra i tanti libri, della raccolta Assurdo e familiare (Piero Manni editore). Aveva una faccia bellissima e assurda, e per me molto, molto familiare. Nato a Potenza nel 1933 ma da sempre a Roma, ineguagliabile improvvisatore di rime, le sue poesie “comiche” causavano torsioni e corto circuiti logici che ci allargavano la mente, come accade solo coi poeti e i maestri. “Se prima eravamo in Abissinia / ora siamo negli abissi”. Faceva ridere, ma mi fece piangere a fine marzo al salone Borromini della biblioteca Vallicelliana, a Roma. Presentava l’ultimo libro, Scala condominiale, reperibile, disse, solo alla libreria Odradek. Samiszdat, come le opere dei dissidenti sovietici. Parlò di povertà, all’origine del suo meraviglioso teatro: quando era bambino, i vicini facevano il rumore di stoviglie per fingere di mangiare. Parlò a lungo, generosamente, proprio come se fosse l’ultima.
Ci sono coincidenze che fanno pensare. Anche nel morire.
Mentre scrivo a caldo queste righe, apprendo la scomparsa di un altro amico, un filosofo (il meno provinciale d'Italia) che coi poeti e scrittori coraggiosamente si misurò - Ingeborg Bachmann, Thomas Bernhard, o la prosa di Wittgenstein. Parlo di Aldo Gargani, autore tra l’altro di un fondamentale saggio sul “Il maestro e l’allievo” (poi in Il filtro creativo, Laterza). Influenzò molto il libro che ai maestri dedicai dieci anni fa (Porte senza porta, oggi introvabile), e che proprio Vito Riviello volle presentare in una serata memorabile in via del Babuino. Esiste un dolore alla ricerca di qualcuno che lo pensi e lo trasformi in autenticità, e che non blocchi le emozioni pre-verbali entro codici già dati e consunti, scriveva Gargani. Lui uscì definitivamente dalla schiera degli “intellettuali terrorizzati”, che parlano solo per tacere, occultare quelle emozioni. La perdita è immensa, e questo spazio è troppo esiguo per dirla. “La nostra altezza / è in ribasso” (Vito Riviello).
(in uscita, nella rubrica acchiappafantasmi, su l'Unità di domani, domenica 21 giugno)
Ci sono coincidenze che fanno pensare. Anche nel morire.
Mentre scrivo a caldo queste righe, apprendo la scomparsa di un altro amico, un filosofo (il meno provinciale d'Italia) che coi poeti e scrittori coraggiosamente si misurò - Ingeborg Bachmann, Thomas Bernhard, o la prosa di Wittgenstein. Parlo di Aldo Gargani, autore tra l’altro di un fondamentale saggio sul “Il maestro e l’allievo” (poi in Il filtro creativo, Laterza). Influenzò molto il libro che ai maestri dedicai dieci anni fa (Porte senza porta, oggi introvabile), e che proprio Vito Riviello volle presentare in una serata memorabile in via del Babuino. Esiste un dolore alla ricerca di qualcuno che lo pensi e lo trasformi in autenticità, e che non blocchi le emozioni pre-verbali entro codici già dati e consunti, scriveva Gargani. Lui uscì definitivamente dalla schiera degli “intellettuali terrorizzati”, che parlano solo per tacere, occultare quelle emozioni. La perdita è immensa, e questo spazio è troppo esiguo per dirla. “La nostra altezza / è in ribasso” (Vito Riviello).
(in uscita, nella rubrica acchiappafantasmi, su l'Unità di domani, domenica 21 giugno)
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venerdì 19 giugno 2009
Ciao, caro Vito

Un grande poeta, un amico, il più ironico dei maestri, anti-maestro per eccellenza, il più tenero, ci ha lasciati.
E' morto Vito Riviello.
L'autore, tra gli altri libri, della raccolta Assurdo e familiare.
Aveva una faccia bellissima e assurda, per me molto, molto familiare.
Per ora è tutto, non posso aggiungere altro. Cercatelo. Leggetelo. Ridete delle sue poesie e delle sue prose.
Un abbraccio forte a Daniela e a Lidia Riviello
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