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1/11/2014

Luna Park


   Sembrava che la Luna non interessasse più nessuno, invece se ne preparava il revival. E mentre la Cina diventava il terzo Paese capace di arrivarci, con l'allunaggio di un robot nella “Baia degli Arcobaleni”, sbarcava in libreria l’affascinante libro di Stefano Catucci Imparare dalla Luna (Quodlibet), che spiega come il satellite sia divenuto ormai un prolungamento della geografia terrestre.
   Fine di una lunga storia dell’immaginario in cui la Luna era l’Altro, l’alterità per definizione, modello dell’irraggiungibile, e forse per questo era cara agli amanti, come insegnano Cyrano de Bergerac e secoli di poesia. “Non sopprimete la lontananza”, ammonisce tra gli ultimi un verso di René Char. Ma tra i business dell’imminente corsa alla Luna ci sarà anche quello della sua trasformazione in un parco archeologico della presenza umana nello spazio, un museo delle impronte (che si suppongono intatte) e dei rifiuti terrestri (170 tonnellate!) lasciati lì dai precedenti allunaggi. D’altra parte, non si chiamava già “Luna Park” la madre di tutte le attrazioni? Il primo parco di divertimenti con questo nome fu fondato nel 1903 a Coney Island, ispirato al nome di una giostra di Buffalo, A Trip to the Moon, tradotta nel latino Luna in omaggio a una donna che si chiamava così.
   Nel saggio di Stefano Catucci, docente di Estetica all’Università La Sapienza di Roma e voce storica di Radio3Suite, si descrive la trasformazione della Luna da luogo poetico a oggetto mediatico, poi futura dépendence della Terra. E’ una storia che va dagli Sputnik sovietici lanciati nel 1957 (in uno c’era la cagnetta Laika), che per primi circumnavigarono la Luna, all’ultima missione della Nasa, l’Apollo 17 del dicembre 1972, quella della fotografia della Terra come pianeta azzurro, The Blue Marble, ma svoltasi nella quasi indifferenza dei media.
   Solo tre anni prima, il 20 luglio 1969, l’allunaggio dell’Apollo 8, con Neil Armstrong e Buzz Aldrin ballonzolanti nei loro scafandri sul suolo lunare e il pilota Michael Collins che li attendeva in orbita, era stato un evento capitale, apoteosi della tv. Da noi furono la voce e il volto sussiegosi del tg di Tito Stagno a darne rappresentazione in bianco e nero. Ero bambino (sono quasi contemporaneo della Space Age), e quella sera d’estate la presenza simultanea della luna in cielo e alla tv mi turbava. Qual era quella vera?
  Si chiamava Capricorn One il film del 1978 che divenne suo malgrado il manifesto dei negazionisti e complottisti, che consideravano l’avventura lunare un falso realizzato dalla tv, cui - secondo certe voci - si sarebbe prestato il regista Stanley Kubrick, che in effetti lavorò per la Nasa (vedi il film mockumentary del 2002 di William Karel Opération Lune). Il fatto è che l’exploit scientifico e militare culminato nello sbarco sulla Luna coincise con quello della televisione, in un’epoca che, scrive Catucci, “ha mescolato in un cortocircuito inestricabile il documento e lo spettacolo, l’evento e la sua comunicazione”. Curiosamente fu proprio l’opinione negazionista a rafforzare la consapevolezza anche estetica delle immagini.
   Almeno due grandi eventi percettivi sono legati al viaggio sulla Luna. Uno fu vedere per la prima volta la mitica faccia nascosta della Luna, archetipo dell’idea stessa di inconscio. Paradossalmente, per gli astronauti fu una delusione: non aveva niente, dicono, da rivelare. Quel passaggio lungo il dark side è chiamato anche Quiet Cone, “cono di silenzio”, per via dell’assenza totale di comunicazioni radio. Possiamo immaginare quanto fosse reso ancora più malinconico dalla musica per theremin (un noioso strumento musicale elettronico, tipico dei vecchi film di fantascienza) portata a bordo da Neil Armstrong. La musica era la migliore compensazione al tempo senza tempo della noia degli astronauti (il libro di Catucci ne riporta le playlist).
   L’altro shock percettivo fu vedere la Terra dalla Luna in una prospettiva assolutamente spaesante per noi umani, quella inquadrata dagli scatti dell’astronauta Bill Anders, come Earthrise, il “sorgere della Terra” (“la prima fotografia del mondo”, la chiamò il fotografo Luigi Ghirri). Fu uno stupore intenso e perturbante, rovesciamento forse di “Ciaula scopre la luna”, la novella di Luigi Pirandello in cui il ragazzo minatore esce dal ventre della terra e vede per la prima volta la Luna, “col suo ampio velo di luce”. A risplendere era la Terra, nel primo sguardo dal di fuori, dallo spazio profondo: meraviglia di “osservare noi stessi da lontano, rendere il soggettivo improvvisamente oggettivo”, ha scritto di recente il romanziere Julian Barnes a proposito delle immagini di Anders. Del quale è noto il commento: “abbiamo percorso 240.000 miglia per vedere la Luna, ma era la Terra che valeva la pena guardare”.
   Forse nessuna elaborazione estetica ha raggiunto quell’intensità, nonostante i numerosi artisti contemporanei che hanno lavorato sul repertorio di immagini degli allunaggi, dai primi passi sulla Luna al gesto di piantare una bandiera. A parte i dipinti kitsch (con polvere di luna) dell’astronauta-pittore Alan Bean. Si va dalla performance di Aleksandra Mir, The First Woman on the Moon, e la sua installazione di ordinari rifiuti Museum of Lunar Surface Findings, alle immagini di oggetti “spaziali” e astronautici di Vincent Fournier, il cui senso avveniristico diventa altrettanto vetusto della carta da parati su cui sono esposti, dando una tonalità scabrosa al gesto novecentesco del promuovere gli oggetti ordinari a oggetti artistici. E si sa quanto precocemente invecchino il futuro e la fantascienza.
   Più volte leggendo Imparare dalla luna viene voglia di giocare e costruirsi il proprio autoapprendimento. Mi sono chiesto subito che cosa la Luna mi facesse venire in mente, e confesso che non era né il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia né Pirandello, né il pittorico Viaggio sulla Luna di Georges Meliès, regista e prestigiatore agli albori del Novecento, né il sublime ariostesco episodio del viaggio di Astolfo sulla Luna, e nemmeno la canzone Fly me to the Moon, resa celebre nel 1964 da Frank Sinatra e divenuta colonna sonora delle missioni Nasa; ma Blue Moon nello straordinario film di John Landis Un lupo mannaro americano a Londra, colonna sonora della trasformazione in lupo mannaro di David nonostante l’avvertimento di Jack, l’amico morto: “Guardati dalla luna, David!”

articolo uscito su Venerdì di Repubblica del 10/1/2014:


6/27/2009

Palle da flipper

“Io sono così”, ha detto Silvio Berlusconi, gli Italiani mi amano. Ha ragione. Ha ragione anche D’Avanzo su Repubblica a ripetere che Berlusconi ha dissolto a suo modo il concetto di verità. C’è un concetto Rashomon (il famoso film giapponese), sulle mille versioni di un fatto; e c’è il concetto Berlusconi, la negazione dell’evidenza fattuale e la continua sconfessione di quanto appena detto, fino all’irrilevanza di ogni detto e ogni fatto. E’ il modello più avanzato, performativo: dire è fare, i detti rimpiazzano i fatti e li eliminano. E’ eticamente, politicamente distruttivo, anzi devastante? Sì, ma forse piace alla gente: l’immunità, l’impunità, il diritto a falsificare e a rimuovere, fino al lemma più gettonato: “io sono così”. Se uno è così, sottinteso, anche quello che fa dipende da questa “verità” di natura. “Che vuoi da me?” Curioso (è un problema per i filosofi) che chi sradica ogni concetto condiviso, sociale o relazionale di verità, ne abbia poi bisogno come fondamento rigido, invivibile, metafisico e un po’ nazista. Io sono così, e se non ti va “è un problema tuo” (altra frase gettonatissima).
Berlusconi non è un corpo estraneo, fa corpo (corpus, come si dice delle opere) con noi, gli Italiani, la gente. Accade anche nelle relazioni private, dove tutto è sempre più sconfessabile, in nome di una affermazione cinica di sé sculettante e cieca come una palla da flipper. Quando tutto ciò mi dà la disperazione e la claustrofobia sprofondo in frasi come questa di Luigi Pirandello (1911), un antidoto che vorrei far mio: “Non aver più coscienza d’essere, come una pietra, come una pianta; non ricordarsi più neanche del proprio nome; vivere per vivere, senza saper di vivere, come le bestie, come le piante; senza più affetti, né desiderii, né memorie, né pensieri; senza più nulla che desse senso e valore alla propria vita”. Ma forse non sono cose che si possano scrivere su un giornale.

(in uscita domani, domenica 28 giugno, su l'Unità, rubrica "acchiappafantasmi"