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6/22/2010

Non è tempo di stare alla finestra. La Resistenza riparte dall'Anpi (di Stefania Scateni)

Ieri a mezzogiorno sono andato alla sede nazionale dell'Anpi (Associazione Nazionale Partigiani Italiani) insieme a molti altri, per la nuova campagna di iscrizione: come antifascisti (io anche come figlio di partigiani). E' stato molto commovente, coinvolgente. Stefania Scateni ha scritto questo breve riepilogo, uscito in versione molto ridotta su l'Unità di oggi:

Non è tempo di stare alla finestra. Non è tempo di indifferenza né di ignavia, tantomeno di accidia. E' tempo di trasformare lo sconcerto, la rabbia e la paura, di scegliere se continuare ad affannarsi per nuotare in una marmellata culturale e politica che confonde verità e menzogna, libertà e sopruso, sfigurando il tutto in un grande schermo azzurro e piatto, oppure tirarsi fuori dal blob e dare aria al cervello. In poche parole, prendere posizione. C'è bisogno di rivivere il significato morale, prima ancora che politico, dell'antifascismo e della nostra Costituzione democratica. La ricchezza dell'insegnamento che ci arriva dalle donne e gli uomini che si sono schierati e hanno combattuto per costruirla vanno coltivati e ripresi, insegnati, testimoniati di nuovo. Molti ragazzi italiani (come ci ha raccontato il 9 giugno Gabriella Gallozzi su questo giornale) lo hanno fatto iscrivendosi all'Anpi: tanti nuovi “antifascisti”, “volontari per la democrazia” nell’Associazione nazionale dei partigiani che, negli ultimi anni, ha aperto le porte anche a chi la Resistenza non l’ha vissuta. I partigiani hanno passato così il testimone a 110mila nuovi resistenti per continuare a far vivere la memoria della lotta per la democrazia, messa a rischio dalla graduale scomparsa dei protagonisti e dal violento revisionismo di regime. L'Anpi lancia inoltre una campagna con il coinvolgimento di artisti, scrittori e intellettuali. Nata da un'idea di Concita De Gregorio e Dacia Maraini, l’iniziativa è stata presentata ieri nella sede nazionale dell'Associazione.
Dacia Maraini ha citato un discorso agli studenti milanesi di Piero Calamandrei (1955): “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione”. Concita De Gregorio ha spiegato quanto sia fondamentale parlare ai ragazzi di chi ha combattuto per le libertà di cui godono oggi, e spiegare loro la Costituzione: “Il futuro non è più quello di una volta, è necessario incarnare nel presente lo spirito della Resistenza. Una Resistenza personale, privata, che può coincidere con una forma di Resistenza pubblica, collettiva”. Non erano sole ieri mattina all'Anpi. “Mi iscrivo all'Anpi perché la Resistenza non sia solo memoria del passato ma esercizio del presente”. Con questa motivazione, scelta per la campagna, si sono iscritti Andrea Camilleri, Giuliano Montaldo, Giancarlo De Cataldo, Romana Petri, Rosetta Loy, Fabrizio Gifuni, Simona Marchini, Sandra Petrignani, Fabio Bussotti, Simone Cristicchi, Fiorella Mannoia, Mario Monicelli, Neri Marcorè, Emma Dante, Marco Paolini, Gigi Proietti, Moni Ovadia, Ugo Gregoretti, Marco Bellocchio, Giorgia, Monica Guerritore, Sabrina Ferilli, Massimo Carlotto, Emma Dante, Roberta Torre, Irene Grandi, Matteo Garrone, Francesca Archibugi, Valentina Carnelutti, Emanuela Giordano, Beppe Sebaste, Lidia Ravera, Silvia Nono, Flavia Gentili, Italo Spinelli, Francesca Comencini, Cristina Comencini, ellekappa, Staino, Liliana Cavani, Serena Dandini, Riccardo Milani, Piera Degli Esposti, Vincenzo Cerami, Ascanio Celestini, Margherita Hack, Eugenio Finardi, Lucio Villari, Pierluigi Meneghetti, Mario Prosperi, Rossella Or, Lisa Ginzburg, Luca Archibugi, Nadia Urbinati, Roberto Citran. Molti erano presenti, nella stracolma sala dell'Anpi dove a fare gli onori di casa c'erano due partigiani, i vicepresidenti dell'Associazione Armando Cossutta e Marisa Ombra. Non li citiamo tutti. Giuliano Montaldo ha raccontato quando, il 24 aprile 1945, a Genova stavano stampando la prima Unità del dopoguerra, e con altri fece da “spago” per portare l'edizione agli operai dell'Ansaldo: un solo foglio, titolo “Genova è libera”. Moni Ovadia ha ribadito come la Resistenza sia al di là di destra e sinistra: ha fondato e sancito la nostra democrazia, nata da valori eternamente laici, universali, eterni. “Bisognerebbe celebrare il 25 aprile cominciando il 24 con una cena in cui si spezzi il pane della libertà. Quella che ci aspetta è una battaglia di tipo sacrale, per ridare una sacralità laica alla democrazia, basata su valori non negoziabili ed eterni”. Sacro come la narrazione e come la testimonianza: Giancarlo De Cataldo lamenta come la sinistra abbia consegnato i simboli alla destra, e sottolinea l'importanza mitopoietica della Resistenza. Le storie sono necessarie, raccontano il mondo e noi stessi. Così Beppe Sebaste, figlio di partigiani di Parma, sottolinea l'importanza della narrazione e del suo tramandarsi: “la testimonianza è una grande responsabilità, già come destinatari di un racconto diventiamo testimoni, persone che hanno cioè il dono della presenza, che mantengono vivi eventi accaduti in altri luoghi e in altri tempi (se per esempio hai visto il film Shoah di Lanzmann, sei diventato tu il testimone)". Quanta differenza ci sia tra lo ieri dei partigiani e l'oggi dei “nuovi resistenti” lo spiega Armando Cossutta, quando chiude la conferenza con un ricordo personale. “Oggi combattere per la Costituzione è più difficile di allora. Fui incarcerato, messo al muro insieme a dei compagni per essere fucilati, ma non avevo paura, non avevamo paura. Avevamo la certezza di contribuire a costruire un orizzonte visibile e giusto. Oggi non si vede questa luce all'orizzonte”.
Stefania Scateni

(una versione ridotta su l'Unità del 22/6/2010)

3/13/2010

Che altro dire?

Che altro dire che non abbiamo ripetuto in questi anni? Chi ancora sostiene il delirio eversivo del Capo del governo dovrebbe riconoscere un limite, una frontiera dell’evidenza, del principio di realtà. Capivo la chimera di andare al banchetto col miliardario nell’illusione di assomigliargli, ma ci si è accorti che al banchetto si era sì convocati, ma come scatolette di tonno? Se non si riconosce il remix dei mussoliniani proclami dal balcone di Palazzo Venezia, se l’anestesia morale e cognitiva è ormai cecità, si badi: ogni dittatura avanza per graduale abitudine dei cittadini, degradati a spettatori intimiditi; giorno dopo giorno si accetta tutto, anche la sparizione e l'omicidio del vicino di casa ebreo e/o comunista, o i bambini morti bruciati nei campi rom; il sopruso, l’informazione distorta ma indiscutibile, l’unica consentita. Nello stravolgimento orwelliano della realtà, chi è liberale è tacciato di estremismo e messo all’indice.
Leggo che, dopo il fermo di polizia a uno skinhead che voleva importare in Italia il Ku Klux Klan (organizzazione neo-nazista Usa), il gruppo di estrema destra Forza Nuova (alleato di Berlusconi e della Polverini), grida alla “repressione liberticida”: paladini della libertà di toglierla agli altri, di essere fascisti (e ho paura dei loro travestimenti al corteo del Pdl il 20 marzo). Ma non è più un paradosso. Il nuovo fascismo era già visibile nel Partito della Libertà e dell’Amore, nell’uso cinico e indecente di queste parole. Che altro dire? Questo, con voce forte e chiara: che il capo del governo è un nemico della democrazia, vergogna per l’Italia e per l’Europa. Lo dica il segretario del maggior partito d’opposizione, senza delegare ad altri più pittoreschi. E la destra autentica si ribelli contro la sua strumentale caricatura che istiga alla guerra civile (N.d.A: scritto ieri, h. 10,50).

(rubrica "acchiappafantasmni", in uscita su l'Unità di domenica 14 marzo)

2/07/2010

Leggere Ezra Pound (contro il fascismo)

Si chiama "Casa Pound" il centro sociale neofascista (sembra un ossìmoro) occupato a Roma dal 2003 in una via del quartiere Esquilino, il più multietnico della capitale. La notizia è che anche Parma, città di storico e conclamato antifascismo, ha ora una “Casa Pound”. Alla protesta di molti abitanti (che segnalano anche episodi di violenza) si aggiunge un appello che non si limita a condannare, ma analizza la capacità di attrazione di questa presenza neofascista verso giovani di diversa estrazione sociale, cui propone “un’identità politica semplice e comunitaria, contrapposta a chi ne minerebbe i valori” - immigrati, zingari, barboni, omosessuali, ebrei, musulmani, comunisti... Insomma, quel senso comune nazista che fa il successo della Lega Nord, o quello dei patrioti dell’America profonda che, licenziati dalle fabbriche, issano striscioni contro l’aborto e per la guerra in Iraq.
Ora, a parte l’ovvia condanna alla violenza e al fascismo, da tempo penso al nome che questi giovani hanno scelto di indossare: casa Pound. Lo hanno mai letto? Dico: il poeta Ezra Pound. A 18 anni divorai i suoi Canti Pisani (poema intrecciato come una ragnatela di lingue e di culture), poi la traduzione che egli fece con Ernst Fenollosa delle poesie cinesi: sublimi. Perché non fare (a Parma, a Roma) una lettura pubblica dei suoi bellissimi Cantos, un reading collettivo di versi di Pound, così intimamente, palesemente agli antipodi delle idee e dell’identità fasciste, che ispirarono la poesia di Allen Ginsberg e la beat generation. Un fascista (come un leghista), non sa nulla di poesia (così come Pound capiva poco di politica): poesia è apertura, differenza, alterità, liberazione; è migrazione e mescolanza di generi, lingue, corpi, identità. Come il mercato di cibo e spezie di Piazza Vittorio, per esempio, cuore dell’Esquilino (“da tanta bellezza qualcosa ha da nascere” - “Le nuvole di Pisa”, The Pisan Cantos, Ezra Pound).

(rubrica "acchiappafantasmi", su l'Unità del 7 febbraio 2010)

9/06/2009

Lo chiamavamo regime

Torna alla domenica su l'Unità la rubrica acchiappafantasmi:

“Alla politica si è sostituito il potere. La gestione delle cose, gli affari privati. C’è una specie di accettazione. Il senso dell’inutilità dell’agire collettivo. Non serve, si dice. Non produce effetti. Solo la pubblicità produce effetti... E’ stata una trasformazione molecolare... Vista dall’estero l’Italia resta solo un esempio da studiare sul declino della democrazia”. Sono alcune delle frasi di Nadia Urbinati (l’Unità, 12/8/2009) che hanno avviato un bel dibattito al femminile. Ma non riguardano, è chiaro, solo le donne. Mi riportano alla memoria un piccolo libro collettivo che uscì in marzo 2002 col titolo Non siamo in vendita. Voci contro il regime (fu anche distribuito con l’Unità). Il mio intervento si chiamava: “Dove comincia il fascismo?”. Faceva seguito un forum che organizzai a Parigi all'Ecole Normale col titolo "Italia: la resistibile caduta della democrazia". Alla sinistra (segretario Fassino) non piacque il libro né l’uso della parola “regime”. Eppure c’era già tutto. Nel libro c’era anche un breve testo di Giorgio Agamben (scritto nel 1994!) che avvertiva della soffocante dittatura mediatica che si sarebbe potuta istaurare sotto l‘egida di Berlusconi, “in cui la sistematica falsificazione della verità, della lingua, e dell’opinione, che ha già largamente corso, diverrebbe assoluta e senza spiragli, e in cui, abolita ogni critica, letteralmente tutto tornerebbe a essere possibile, perfino nuovi campi di concentramento...”.
Circolava già la sensazione di essere tutti, se non clandestini (non era ancora un reato), dei rifugiati politici. Lo so, i politici raramente vedono i germi delle cose e degli eventi. E il criterio pubblicitario-spettacolare, quello del successo, è stato ampiamente introiettato, soppiantando ogni giudizio (il successo si constata, non si giudica, e le idee si sottopongono prima ai sondaggi). Ma ora, pur avendo altri pensieri, e mentre l’Italia mi sembra raccontabile solo da un film horror, riprendo l’invito di Nadia Urbinati: massì, ribelliamoci come in Iran o in Birmania. E smettiamo di parlarne (del regime) come di un soggetto di conversazione da bar.

(uscito su l'Unità di domenica 6 settembre 2009)

6/06/2009

Votare. Per arginare il napalm del berlusconismo (acchiappafantasmi)

Siamo stanchi. Non possiamo permetterci di essere stanchi. Solo adesso – per vie traverse, umilianti – sembra realizzarsi l’appello lanciato nel gennaio 2002 a Parigi in un forum che organizzai all’Ecole normale dal titolo “Italia: la resistibile caduta della democrazia”. Fu detto a più voci: “che l’Europa ci aiuti!”. Nel frattempo mille occasioni mancate e tradite da una sinistra contigua alla destra nel costume, nelle idee, nel linguaggio. In concorrenza, più che in opposizione. E allora? Allora oggi più che mai non si deve cedere all’ingenuità – alla disperata illusione - di voler far coincidere il voto con la propria anima, cioè astenersi. Che vuol dire ostentare un’idea di coerenza e purezza morale e politica che non ha nulla a che vedere né con la coerenza, né con la morale, né con la politica. Il narcisismo dell’astensione pretende di specchiarsi nella crocetta apposta sul simbolo elettorale, come se potesse riflettere la complessità di sentimenti, aspirazioni e idee di cui ognuno è portatore. La realtà a volte è pragmatica, e se ne frega delle nostre effimere sottigliezze. Siamo chiamati ad arginare il deserto prodotto da quel diserbante o napalm che il berlusconismo spande da anni. Non è (solo) un discorso politico, ma culturale e biologico: è in gioco il destino della memoria, del linguaggio, dell’esperienza, della bellezza, dell’empatia, della possibilità di progettare, immaginare, raccontare. Sono stanco di ripeterlo, ma il fascismo di oggi, pur così cinico e volgare, è più profondo, più devastante, perfino più violento di quello di ieri. Questo nuovo fascismo mi opprime, mi ostacola, mi umilia, mi violenta, e chi ne è complice anche solo per ignavia e leggerezza mi è nemico. Scegliete l’ampiezza utopica del pensiero di Vendola (Sinistra e libertà), la sobrietà pragmatica di Franceschini (Pd) o altro, ma votate.

(in uscita su l'Unità di domenica 7 giugno)

2/22/2009

Caro Pd... (acchiappafantasmi)

Questa è la rubrica domenicale che doveva apparire oggi, su l'Unità, ma che stranamente è stata rinviata a domani... 24 ore dopo (l'ho scritta ieri mattina) aggiungerei questo, onestamente: che il discorso di Franceschini mi è sembrato tosto e serio (magari veltroni avesse parlato così almeno una volta) e che in tutti i casi è meglio di Povia.

Se qualcuno mettesse in fila i provvedimenti del governo negli ultimi mesi o settimane – dall’immunità per il premier alle discriminazioni etniche e razziali, dalle norme da stato etico alle limitazioni di giudici e giornalisti - e le facesse leggere a qualche politico americano che conta, chiedendogli che “profilo” gli venga in mente, si tornerebbe alla domanda già qui articolata: “dove comincia il fascismo”? Ci mancavano le “ronde” e il revival del Futurismo per completare il disegno.
Ma tutto appare già detto, e incombe su chi scrive lo spettro di Cassandra, della stanchezza, della ripetizione. Così come è desolante, da elettore, constatare il fallimento annunciato di una forza politica che non ha mai smesso di allontanarsi dal proprio popolo. Che si è tolta volontariamente la terra sotto i piedi, e senza più radici né valori affermati e condivisi continua a praticare un’autonomia della politica (da “professionisti”) distaccata dalla vita della gente, ma contigua come un darsi di gomito ai colleghi dell’altra sponda. L’altra sponda è l’estrema destra trionfante, di cui colpisce l’omogeneità di valori tra elettori ed eletti, frutto di un’identità culturale (ideologica) costruita mentre la sinistra azzerava se stessa facendo terra bruciata dei propri. Che imbarazzo per il Pd l’eredità di Enrico Berlinguer! Colui che immaginò un’alleanza in nome di valori condivisi tra sinistra e cattolici, che parlò di sobrietà come valore - che in tempo di crisi del capitalismo sarebbe l’occasione epocale per trasformare in lotta di civiltà parte del patrimonio della sinistra. Ma anche questo si lascia alla destra, la cui ideologia è il mero presente, l’amministrazione del potere, la discriminazione di chi non gli assomiglia. Caro Pd, non essere stati capaci di governare è grave. Non essere capaci di fare opposizione è disperante.

1/27/2009

Buongiorno

Fino a poco fa il cielo era azzurro, ed ero contento che per una volta Roma non assomigliasse a Copenhagen, come capita da troppi giorni - pioggerellina fitta, quando non a dirotto. Le nuvole grigie lo hanno già coperto. E se c'è una città che non sa sopportare la pioggia è proprio Roma (detto da un emiliano): perde il suo senso - le palme, i pini marittimi, il mare che non si vede, le rovine che brillerebbero al sole, ecc.
Da tempo non scrivo sul blog intransitivamente, come nei diari o nella scrittura vera.
Sono in cucina, come in una poesia di Vladimir Holan (quella che mi pace di più, La neve, che parla fa le righe dell'essere senza soldi, non può neanche comprare le scarpette a Saskia, ma che importa, dice, "nulla da mettere in mostra"). Ho grandi stanze dal soffitto alto, e finisce che mi metto sempre in cucina. Così non vedo libri, ma solo inquadrature di oggeti, tra Morandi, Ghirri e la pop art. (Tutti i soldi che avevo nella tasca della giacca li ho passati a mio figlio adolescente, che ha esigenze e desideri che io ho la fortuna di non sentire (più). Il bancomat non mi eroga nulla in questi giorni. Mi arrangerò).
Oggi è l'ennesimo giorno della memoria. Penso a Celan (testimoniare per i testimoni), penso al turismo della memoria, penso all'anestesia della memoria, penso al destino dei rituali istituzionalizzati, penso a quando da ragazzo (e io mi sento giovane, mi illudo) l'antifascismo mi sembrava un tabù solidissimo ("mai più"), e mi permettevo perfino di annoiarmi un po' quando si andava al cinema con la scuola e si guardava il film mai ambiguo sulla Resistenza; e si ascoltavano le parole di un ex partigiano più o meno famoso); penso a quanto tutto questo, ma proprio tutto, si è sfaldato, penso all'ingenuità terribile del "mai più", mentre è invece "ancora sempre", penso che siamo tutti alle prese con qualcosa di prossimo alle parole "sommersi" e "salvati", e che la salvezza e la sommersione oggi si giocano sottilmente (e pesantemente) nelle chance economiche, nella sordità e sprofondamenti abissali dell'essere esclusi, più che precari... E che occorre davvero ricominciare tutto da capo, unica alternativa al non rassegnarsi alla sconfitta definitiva, alla dannazione. E comunque, per restare al tema del giorno, ecco che qui si può rileggere questo, la mia conversazione con Claude Lanzmann (l'autore del film Shoah) dell'anno scorso.
Ma si sa, quando si scrive intransitivamente alla fine è sempre di altro che si vuole parlare. Buona giornata.

1/25/2009

su Stieg Larsson e la trilogia "Millenium" (recensione)

Ho quasi dedicato a Stieg Larsson un capitolo di Panchine (quello, pubblicato anche su carmillaonline, sul "Leggere, vita secondaria"; questa che segue è una recensione all'ultimo volume della sua trilogia uscita su l'Unità di oggi).

Non sono certo il solo ad amare lo svedese Stieg Larsson. I tre volumi della sua «Millennium Trilogy» hanno già venduto 6 milioni di copie, ma non è che l’inizio: la pubblicazione è avvenuta solo in 12 dei 34 paesi che ne hanno acquisito i diritti, Stati Uniti esclusi (lo stanno pubblicando ora). Ai pochi amici ancora ignari, e che mi vedevano divenire assolutamente asociale ogni volta che usciva la traduzione di un suo libro (l’ultimo della sua trilogia - La regina dei castelli di carta - è in libreria da pochi giorni, dopo Uomini che odiano le donne e La ragazza che giocava con il fuoco, tutti targati Marsilio), spiegavo che sì, sono “anche” dei gialli, la trama è forte, i personaggi geniali (oltre al giornalista Mikael Blomkwist, è di Lisbeth Salander che ci si innamora, la giovane hacker minuta, sociopatica e geniale, vittima assoluta ma anche guerriera sorprendente); ma non si possono racchiudere questi romanzi nella definizione di “letteratura di genere” solo perché c’è la messa in scena di un’inchiesta (un’inchiesta immanente), perché la trama è avvincente e suscita a volte spasmodicamente le attese narrative del lettore. Sono romanzi che descrivono in modo sorprendentemente acuto il nostro tempo, come ancora due giorni fa si leggeva sulla seconda pagina di le Monde, dove Larsson è citato a commento della crisi economico-morale dell’Occidente.
Nell’ultimo volume, agli individui disperatamente in conflitto con le istituzioni che perversamente contraddicono la loro natura e funzione (psichiatri pedofili, avvocati e assistenti sociali stupratori, servizi segreti deviati), si affianca un Ufficio per la Difesa della Costituzione. Alla solitudine del detective (del private eye, o “pensatore privato”) si unisce una resistenza democratica che procede unita nella guerra finale per la giustizia. Troppo semplice? In realtà è entusiasmante, e la descrizione delle realtà politiche, spionistiche e informatiche è precisa e fattuale in ogni aspetto. Il fatto è che mai finora un’epica contemporanea è riuscita a saldare insieme, narrativamente e con tanta forza, la difesa della democrazia e la denuncia delle violenze individuali – in primo luogo sulle donne e bambini – la denuncia del neo-fascismo istituzionale e quella della crudeltà individuale, il suspense e l’umanità, il thriller e politica, lo spionaggio e la repressione delle libertà.
L’autore, Steig Larsson, fu uno straordinario giornalista d’inchiesta, antifascista militante, femminista autentico, esperto di neonazismo in Svezia e altrove. Scrisse i tre romanzi tra il 2002 e il 2004, consapevole del successo che avrebbero avuto, per assicurare finalmente una tranquillità economica a lui e alla compagna. Ma morì per un attacco cardiaco prima che uno solo fosse pubblicato, nel 2004. Si legga il commovente ritratto che fa la compagna Eva Gabrielsson della vita breve e intensa di Larsson (in un articolo di Ghislaine Ribeyre apparso su Paris Match lo scorso anno, leggibile in italiano on line: http://www.carmillaonline.com/archives/2008/07/002704.html#002704. Tra gli eroi della resistenza e della lotta per la giustizia spicca giustamente il “quarto potere”, incarnato da Mikael Blomkwist. “Come è possibile che funzionari della pubblica amministrazione si spingano così in là da commettere degli omicidi?”, gli chiedono. “L’unica spiegazione che riesco a dare [...] è che si sono dati le loro leggi, e per loro concetti come giusto e sbagliato hanno cessato di essere rilevanti. Si sono totalmente isolati dalla società normale”. “Suona come una specie di malattia mentale”. “Non è una descrizione del tutto sbagliata”.

10/28/2008

Giallo Parma e cielo azzurro

Oggi su l'Unità c'è una mia "memoria" delle Barricate di Parma (cronaca di una duplice esperienza, le testimonianze filmate di chi le Barricate le vide e le fece, e una "passeggiata" oggi negli stessi luoghi di quell'epica, dove le badanti e gli immigrati hanno oggi sostituito i proletari di un tempo). E, sempre su Parma, incollo qui una sorta di reportage gonzo, in realtà assa serio, uscito sull'ultimo Venerdì di Repubblica, la settimana scorsa. Quello che non avrei previsto era che il direttore del giornale locale intervistasse il prefetto di Parma sul mio pezzo (ne riporto alcune frasi nella mia replica). Buona lettura.

Giallo Parma
Cammino per Parma, la mia città in cui non abito più. Ho visitato la mostra del Correggio – la sua sensualità angelica e ammiccante - e contemplato da vicino, grazie alle impalcature, gli affreschi nelle cupole del Duomo e della chiesa di San Giovanni, quel giallo vorticoso che risucchia verso l’alto (che da bambino mi ricordava l’uovo all’occhio di bue). Poi sono andato nel parco periferico in cui è stato picchiato e sequestrato lo studente ghanese Emmanuel Bonsu da un gruppo di vigili in borghese: il giallo delle foglie, dei vialetti sabbiosi “stile Versailles”, dei muri dell’ex fabbrica Eridania, ora Auditorium firmato Renzo Piano. Giallo Parma, che confonde sacro e profano. Come la foto del cadavere del giovane Mario Lupo, accoltellato nel 1972 dai fascisti, pubblicata dalla Gazzetta di Parma per annunciare il libro del fotoreporter locale Giovanni Ferraguti. C’è poco spazio per la memoria dell’antifascismo, un tempo vivissimo, nella “città cantiere” dell’ex sindaco Ubaldi. Si respira ancora l’ideologia della modernizzazione, anche se la ristrutturazione permanente è nell’agenda dei costruttori. Una politica spettacolare e spregiudicata ha sfidato il buon senso nel progetto di una metropolitana (13 km, fermate ogni 700 metri, per una città di 170 mila abitanti che vanno tutti in bicicletta), e quello del ridicolo nei ponti faraonici alla Calatrava. All’inaugurazione di uno di essi, ha detto il rappresentante europeo: bel ponte, peccato manchi il fiume. A Parma c’è solo un omonimo torrente, quasi sempre in secca.
Seduto al caffé, sui giornali locali vedo rimbalzare gli stessi titoli. Processo Parmalat; condanne confermate per i complici del killer di Gianmario Roveraro, finanziere dell’Opus Dei (che salvò la Parmalat quotandola in borsa). Il killer, Filippo Botteri, giovane consulente finanziario, emblematico della Parma bene e del suo stile di vita, sembra uscito da un romanzo giallo del parmigiano Valerio Varesi, il più simenoniano degli scrittori italiani (il suo commissario ha il volto di Luca Barbareschi in tv). Leggo dell’operazione all’occhio di Emmanuel Bonsu (detto “negro”) dopo il pestaggio, e le testimonianze che inchiodano i vigili; leggo su "Polis Quotidiano" le dichiarazioni del comandante dei vigili urbani delle Terre Verdiane sul fattaccio di Parma: “da noi non sarebbe mai potuto accadere, è una questione di stile di comando”. Timida richiesta dell’opposizione di sinistra: dimissioni “temporanee” dell’assessore alla polizia municipale. Si mormora di una futura alleanza, o inciucio, tra il centrosinistra che governa ancora la Provincia e la “Civiltà parmigiana” di Ubaldi, sindaco di centrodestra per dieci anni e padrino un po’ deluso dell’attuale.
Leggo che la “Fiera del Lusso” (?) non si farà, se non in tribunale (guerra non chiarita di carte bollate) mentre apre la nota “Mercante in fiera”: era la mostra dell’antiquariato, ora si vende un po’ di tutto. Crisi del Parmigiano: i produttori incontrano il ministro leghista delle politiche agricole, ma il ministro non si fa vedere. L’universo concettual-pubblicitario dei parmigiani è a rischio implosione. I suoi simboli sono gadget onnipresenti, come l’icona di Verdi con barba e cilindro riproposta anche intorno al gazebo che oscura in parte la statua del Parmigianino, con totem di coppe e prosciutti hard core a sedurre i turisti, e gigantografie in polistirolo di Verdi a benedire. Quale il sacro, quale il profano? C’è il “Festival Verdi”, e sotto le volte del Municipio un’installazione apposita: due poltrone rosse simil Frau, brani registrati, grandi pannelli con fotografie de La Traviata e sibillini frammenti d’opera: “Tutto è follia nel mondo”, “Gioire di voluttà”, “Di quell’amor che è palpito”. Sembra di stare in una grande osteria all’aperto. Manca solo l’accento impastato, o l’ironia sublime della voce di Paolo Nori, altro scrittore esule parmigiano.
Alla manifestazione antirazzista, mentre in piazza parlavano i rappresentanti della comunità ghanese e il segretario della Cgil, gli altoparlanti coprivano le voci con la Traviata. Ma Parma non è razzista, lo scrive Alberto Bevilacqua, e tecnicamente forse è vero. Di certo è sazia e soddisfatta di sé, sprezzante verso i poveri e i diversi, incapace di guardarsi dal di fuori. Clinicamente si dice “narcisista”: un circuito chiuso e autoreferenziale che cerca conferma di sé, dunque insicura, come gli Italiani all’estero che cercano gli spaghetti ovunque. I parmigiani si sentono speciali, ma di speciale hanno solo questo sentimento, o presunzione, un darsi di gomito che racchiude chissà quale appartenenza. Simulacri e marketing, dall’austriaca Maria Luigia ad Arturo Toscanini che emigrò in America. Ne era spia il tic linguistico, “città dell’eccellenza”, sulle labbra dell’ex sindaco. Eccellenza di che? A Parma si allunga l’ombra della camorra, avvertiva Roberto Saviano su l’Espresso. Lo ha ripetuto il parmigiano di nascita Carlo Lucarelli a un incontro pubblico. Mi ha detto poi: “Parma è bellissima, ma deve riconoscere i suoi problemi: come altre città ricche del Nord è permeabile ai capitali della mafia. L’unico vero antidoto è la cultura, la socialità, la sua tradizione”. Tra i problemi, i fallimenti finanziari della Parmalat di Callisto Tanzi (“come una brutta storia di mafia”, ha detto il pubblico ministero Greco), della Guru di Matteo Cambi, cocainomane e bancarottiere, ditte che chiudono e casse integrazioni. Altri omicidi senza passione, che hanno riempito le cronache negli ultimi anni. Sullo sfondo, i tanti appalti della “città cantiere”, anche quelli che stravolgeranno il volto della storica piazza mercatale della Ghiaia, o del medievale Ospedale Vecchio, sede dell’Archivio di Stato, trasformato in albergo di lusso. Appalti spartiti dai soliti noti.
Molti ironizzano sulle ordinanze del sindaco Vignali, e la Carta sulla Sicurezza firmata proprio a Parma. Tolleranza zero contro chi va a puttane, chi butta le cicche per terra, chi mendica, bivacca, imbratta i muri, chi parla forte e disturba il quieto vivere, chi piscia per strada. C’entrano con la sicurezza e la paura della gente? Anche l’ex sindaco Ubaldi ha preso le distanze: “Abbiamo già tre polizie per la repressione del crimine. Metterci anche i vigili è sbagliato. Si sollecitano reazioni allarmate, si autorizzano isterie collettive”. Massimiliano Brunetti, cronista di "Polis Quotidiano", mi ricorda altri discussi comportamenti della polizia municipale, come lo sgombero di profughi sudanesi del Darfur da un’ex cartiera, gennaio 2005, tuttora ospitati da don Luciano Scaccaglia, parroco della Chiesa Santa Cristina, strenuo difensore dei non garantiti.
In tutto questo, Parma è un laboratorio italiano. Le trame opache del mondo finanziario, il consumismo estremo, l’infelicità inconsapevole tra ricchezze e luccichini, il senso di diffusa anestesia e indifferenza. Valerio Varesi, giornalista e romanziere, sospira: “Parma era un laboratorio sociale e libertario, ora lo è dei divieti. C’è stato un mutamento genetico? La sua storia è di una città da sempre contro le coercizioni, insofferente ai despoti - “popolo inquieto e incline al tumulto”, scriveva Bruno Barilli – dalle coltellate al Duca alle Barricate contro i fascisti di Balbo, e nei primi anni ’60 le lotte operaie”. Ricorda Mario Tommasini, l’assessore che con Basaglia aprì i manicomi e realizzò con Marco Bellocchio il film Matti da slegare, i brefotrofi svuotati, la creazione della fattoria di Vigheffio coi malati di mente. “La Parma di oggi è invece quella omertosa delle banche, questa sì un attentato alla sicurezza dei cittadini, della finanza virtuale, personaggi da Falò delle vanità di provincia, donne noleggiate e macchine sportive, la tv spazzatura che si fa carne. Quanto lontana da quelle solide basi contadine, i piedi ben piantati nelle zolle di terra, che costruì la ricchezza di Parma, quella delle industrie agroalimentari”. Come in Novecento di Bernardo Bertolucci, penso, dove il sacro e il profano potevano anche confondersi, ma non cancellarsi.

(uscito su Venerdì di Repubblica del 25 ottobre 2008)


"Parma è sana troppo clamore". "I parmigiani sono sconcertati la città dipinta dai media non è quella che conoscono". Questo il titolo della sconcertante intervista del direttore della Gazzetta di Parma al Prefetto Paolo Scarpis in reazione al mio articolo. Per replicare si è delegato il prefetto (a quando la critica stilistica e di genere al Ministero dell'Interno, con tanto di timbro che autorizza la pubblicazione?). Per dire che "Parma è diventata protagonista sui media per episodi che hanno avuto un clamore sicuramente sovradimensionato rispetto all'entità degli stessi", ha attaccato il sottoscritto. Questa la mia replica inviata ieri per e-mail alla Gazzetta di Parma:
"Leggo con comprensibile ritardo (dove abito la Gazzetta di Parma ahimè non si trova) un'intervista del direttore della Gazzetta al Prefetto di Parma, in cui si commenta un articolo di un non nominato scrittore su un non nominato magazine de la Repubblica. Il magazine è Venerdì, l'autore è Beppe Sebaste, il sottoscritto. Osservo solo questo: è una strana cosa chiedere a un prefetto, cui di solito ci si rivolge per avere dati su crimini e sicurezza, di esprimere un giudizio su stile e opportunità di un articolo che contiene a sua volta giudizi etico-estetici sulla città, nonché una certa nostalgia. Altrettanto strano è accettare di rispondere, e commentare ("argomenti triti", "spirito fazioso"), fino all'illazione e all'insinuazione ("a quanto so, è un parmigiano pieno di livore verso la sua città e non capisco perché"). E' uno stile che si commenta da sé. (Da parte mia girerò la lettera ai colleghi che sulla città si sono espressi nell'articolo in questione)".

Detto questo, spero che oggi non piova, almeno a roma, e che il cielo resti azzurro sopra le teste degli studenti che affolleranno la strada davanti al Senato in cui si discute del decreto Gelmini.