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12/07/2010

Aria & angeli. Thomas Ruff a Prato


Vorrei dire subito che è grazie a Thomas Ruff (e quindi a Dusseldorf), che ho scoperto Prato. Prima ne conoscevo solo la periferia (cioè il Museo Pecci): ma è una città toscana bella e anomala, con un ampio centro storico e un castello edificato da Federico II, un Duomo affrescato dal sublime Filippo Lippi e un’archeologia industriale che non sfigurerebbe a Zurigo o in una di quelle città tedesche in cui, da decenni, la riconversione dei siti industriali in centri culturali ha mostrato come la vita operosa si fonda con la vita intensa. Ma è anche grazie a una storica galleria di Prato, Dryphoto (animata da Vittoria Ciolini e Pier Luigi Tazzi, quest’ultimo curatore e autore di un ottimo testo nel catalogo), se la città ospita da ottobre una mostra antologica di Thomas Ruff. E non nei luoghi espositivi deputati e separati, ma in alcuni punti nevralgici, tra cui Palazzo Buonamici, sede della Provincia, e la popolatissima Biblioteca Comunale Lazzerini.
   Thomas Ruff è uno dei maggiori artisti contemporanei: già allievo dell’accademia di Dusseldorf (dove tuttora risiede), e di Bernd e Hilla Becher, da tempo ha oltrepassato l’attività di fotografo per comporre e lavorare immagini altrui, spesso anonime, lavorando dunque non solo sul (far) vedere il mondo, ma costruendo mondi. A Prato è stato lo stesso Ruff a collocare propri lavori, grazie alla collaborazione di un neo-assessore alla Cultura della Provincia, lo scrittore Edoardo Nesi: ha accettato la sfida di esporre le opere nelle stanze del lavoro e del potere politici come se fosse un museo, accettando dunque di esporre se stesso, con tutti gli altri funzionari e politici, allo sguardo di visitatori, turisti e scolaresche. Glasnost tanto più rischiosa in quanto a diretto confronto con la verità poetica e irriverente dell’arte. “Raramente una mostra è divertente, e questa lo è stata”, mi ha detto Nesi annunciando che, dato il successo di pubblico, la mostra è prorogata fino alla fine di gennaio. Nel medievale Palazzo, tra affreschi tardo-barocchi e arredi post-moderni, le opere di Thomas Ruff, quasi tutte di grande formato, richiamano l’attenzione pur trasmettendo al tempo stesso una strana forza rasserenante. Per cercare di spiegarne il potere vorrei partire dall’impatto che ha il visitatore nell’altra location della mostra, la Biblioteca Comunale Lazzerini.
   Nel parallelepipedo della fabbrica tessile più antica della città, perfettamente restaurata, accolti nel cortile della biblioteca da una grande scritta del pratese Curzio Malaparte – “A Prato, dove tutto viene a finire: la gloria, l’amore, la pietà, la superbia, la vanità del mondo” - se si guarda dalle porte a vetri il salone d’entrata della biblioteca, simile a una nave rovesciata, si misura grazie a Thomas Ruff un benessere collettivo. Sono restato a contemplare affascinato le poltroncine rosse, gli espositori neri di libri, il via vai di corpi di chi ne fruisce, e quei grandi volti, quei primi piani luminosissimi, inconfondibilmente di Ruff, uno maschile e un altro femminile, che sorvegliano amorevolmente tutto questo sulle pareti in fondo. Quei volti che guardano con una sorta di umile, vigile raccoglimento, sono qui le icone di una comunità di individui intensa e operosa. Come se (ho pensato) gli angeli del “cielo sopra Berlino”, testimoni della vita quotidiana degli umani, fossero transitati qui per farci capire la ricchezza di quello che abbiamo, nei luoghi della vita associata. Per insegnarci, in un certo senso, la “politica”: la vita comune.
   Non è solo il potere che hanno i volti di Ruff di (ri)guardarci, perché lo stesso accade con le altre immagini: quelle della serie jpegs, mmagini digitali che esibiscono i pixel, e anche se rappresentano eventi tragici come le Twin Towers in fumo prima del crollo, non cancellano il carattere metalinguistico di immagini di immagini; quelle tratte dai manga giapponesi (Substrat), ingrandite fino all’astrazione e dai colori psichedelici; quelle tratte dai negativi di osservatori astronomici europei (Sterne) dediti alla mappatura del cielo australe, che mostrano quei “nodi quasi di stelle, ch’a noi paion qual nebbia” (con le parole del poeta della Ginestra), nebulose di astri forse già scomparsi mentre noi ne percepiamo la luce; o quelle della serie Nudes, a volte tratte da siti pornografici, ma sgranate, quasi evanescenti, delicate, e a bordi della compassione, perché in qualche mode rese più nude dall’artista. Quello che insomma accade con tutte le opere di Thomas Ruff, a saperle collocare (e a Prato, dove il “curatore” ha per così dire abdicato a favore dell’artista, l’allestimento è semplicemente perfetto), è che sembra siano loro – le opere - a testimoniare e a prendersi cura di noi che le guardiamo, non il contrario; siamo noi che esponiamo a loro le nostre vite, e il loro sguardo ci consola. Tale e tanto è il potere di assorbimento delle immagini di Ruff, che la loro presenza ci fa sentire meno soli, assorbe per così dire la nostra fatica di vivere nel tempo, quel “peso del mondo” di cui scrisse Peter Handke. Non stupisce che consolino e ispirino anche il lavoro dei politici in uno dei palazzi che storicamente ne rappresenta il Potere, rivelandone l’impermanenza.

(su l'Unità, 7/12/2010)

4/11/2010

Il volto che s'offre (etica e fantasma)

“Il volto è rivolto a me, è questa la nudità stessa”. Ripenso a questa frase del filosofo Emmanuel Levinas a proposito della nuova Ostensione della Sìndone a Torino, meta di pellegrinaggio. Perché è importante? In un mondo in cui si fanno guerre per non guardarsi in faccia, e si trasformano le singole vite in cifre statistiche o “danni collaterali”; dopo secoli di fisiognomica, ossia tentativi razionali di assoggettamento e annullamento del volto (dell’alterità) dell’altro, la contemplazione dell’impronta di un volto non può che dare speranza.
Si sa, la Sìndone non raffigura Cristo, ma un povero cristo, il lino è medievale, ma che importa: la sua eccezionalità, disse Papa Woytila nel 1998, è nel testimoniare le più intime e private delle impronte, gli umori del dolore (sudore e sangue) che la morte ha fissato sul lino: “icona della sofferenza dell’innocente di tutti i tempi”. La Sindone commuove per la sua nudità inerme: volto che soffre, che s’offre. Testimonianza, non reliquia, aggiunse Woytila: “la contemplazione di quel corpo martoriato aiuta l’uomo contemporaneo a liberarsi dalla superficialità e l’egoismo (…), ricorda all’uomo moderno distratto dal benessere e dalle conquiste tecnologiche, il dramma di tanti fratelli, e lo invita a interrogarsi sul mistero del dolore”.
La Sìndone è una ghost story che ammonisce alla sacralità assoluta del volto del prossimo, dello straniero; che ricorda i volti dei morti e dei dispersi, e l’obbligo dell’accoglienza; fino allo scandalo dei volti velati delle donne, o coperti dal burka, oggi per noi la nudità più inerme, ma inaccettabile. E’ l’archetipo del volto che sfugge all’imposizione poliziesca e razzista dell’identità, e che, agli antipodi del ritratto, è tanto più volto quanto più è sfuocato, frontale, fantasmatico, e soprattutto anonimo [proprio come nelle immagini di volti di morti, sgranate e ingrandite, cui ci ha abituati da anni Christian Boltanski].
Questo della Sìndone ci commuove.

(L'immagine riportata sopra è della mostra di Christian Boltanski Après appena conclusasi a Vitry-sur-Seine, Parigi)

(rubrica "acchiappafantasmi", l'Unità dell'11 aprile 2010)

per un approfondimento sul tema del volto, in opposizione al ritratto, cfr., tra l'altro, questo articolo apparso su l'Unità del 27/3/2003)

3/24/2010

Una mattina mi son svegliato

Questo è un invito che diffonderà tra breve l'Unità on line su Facebook, con questo breve testo di presentazione:

"UNA MATTINA MI SON SVEGLIATO..."
C'è chi ha gli specchi di legno. Berlusconi di sicuro: per lui è facile notare le rughe sul viso di Mercedes Bresso [la solita battuta che riserva agli avversari politici, che si guasterebbero la giornata guardandosi allo specchio], ma gli è impossibile vedere la sua faccia di 74enne senza il cerone. Stamattina ne parlavo con lo scrittore Beppe Sebaste, collaboratore de l'Unità, e ho rievocato un gioco che giocavo anni fa insieme al mio allora compagno: a ogni viaggio ci fotografavamo davanti allo specchio appena alzati. Quelle immagini formano l'album più dolce che abbia raccolto. Allora, perché non regalare a chi ha paura degli specchi le nostre foto appena svegliati? Mandatecele. Facciamo insieme l'album "Una mattina mi son svegliato".
Stefania Scateni

12/13/2009

Quel volto di sangue vero

Io ho paura. Di quel volto imbrattato di sangue, di quello sguardo. Quelle foto sono già un'icona contemporanea, un evento - che lo vogliamo o no - estetico, cioè politico. Nel flusso delle pose, delle immagini patinate e intinte di cerone, quel volto umano e per questo inaudito del capo, intriso di sofferenza e di odio, mi turba come - per esempio - un'opera-installazione di Maurizio Cattelan. E' sangue vero - anche questo mi stupisce. Rosso. Comune e mortale. Volto, per una volta, nudo. Volto che, per una volta, soffre (s'offre). Utopia di una comprensione, una conversione, che non avverrà mai. Anzi.
Ho paura della violenza, di ogni violenza. Mi sento colpito, irradiato da un'energia negativa emanata da quel volto, nonostante ogni compassione. Se è l'era di un nuovo realismo, ho paura della brutalità della cosiddetta realtà. Mi fa anche già paura il fatto che sento di non riuscire a esprimere liberamente il flusso di pensieri e di associazioni di idee, anche solo intellettuali, anche puramente estetiche (se esistono), che quella sequenza di immagini mute mi suscita. Ho paura della mia autocensura, presentimento di una pesante censura. Paura dell'immensa violenza di rimbalzo. Paura di vedere, in quella bocca piena di sangue, l'immagine simmetrica della bocca che ride per mostrare i denti. Paura di scorgere, nel ghigno dell'umana sofferenza, un soffio algido di vendetta.

P.S. Leggo che l'aggressore, un ingegnere di 42 anni di nome Massimo T., in cura per problemi psichici da une decina d'anni, quando i poliziotti lo hanno trascinato via dalla piazza dopo l'aggressione ripetesse: "Non sono io. Io non sono nessuno". Soprattutto mi colpisce apprendere che 15 anni fa fosse comparso sui giornali accanto a fotografie di una sua invenzione, i "quadri musicali". "Coniugando la passione per l'elettronica con il gusto per l'arte astratta, Massimo T. realizzò dei piccoli quadri che si illuminavano di luce colorata diversa ogni volta che nella stanza in cui erano appesi si ascoltava della musica. L'invenzione finì presto in un cassetto e dei "Quadri musicali" non si sentì più parlare". Che l'aggressore abbia flirtato con l'arte astratta - quella che il ministro Bondi, come ha ripetuto spesso, non capisce e disprezza - sarà senz'altro considerato una più che simbolica aggravante...