12/14/2008

Contro il virtuale (acchiappafantasmi n. 7)

Su l'Unità, la mia consueta rubrica domenicale (finché dura, finché resisto) oggi è questa:
“Il personale è politico” è uno slogan degli anni Settanta. Meglio del sessantottino “l’immaginazione al potere” (che potrebbe ormai designare l’impero Mediaset e il suo padrone, che con l’intrattenimento e l’immaginazione ha instaurato un regime pubblicitario), era un modo di esprimere e praticare la fine di una frattura artificiosa: dove comincia la politica, dove finisce? Dove inizia la realtà? Come insegnano i filosofi (lo mostrava Wittgenstein), non esiste linguaggio privato: esso è per definizione dialogico, e attesta che l’uomo è relazionale. E’ invece la capacità di fare esperienze che si sta dissolvendo. Personali e/o politiche, comunque reali. Qualche giorno fa a Bologna, a un convegno su letteratura e realtà, ho applaudito uno studente che alla fine di un suo intervento ha invitato a lottare “contro la virtualità”. La formula “realtà virtuale” ha saturato il linguaggio: non si dice più immagine, storia, pensiero, desiderio, idea, rapporto, racconto, programma politico ecc., ma solo “realtà virtuale”. Ogni parola (ed esperienza) è sostituibile col suo avatar (virtuale). Compresa la parola “comunita” (e i suoi derivati). Internet ne è solo il pretesto: all’articolo “Posta” del suo Dizionario filosofico Voltaire (che a sua volta cita trattati antichi sullo stile epistolare) scriveva frasi che anticipano parola per parola la retorica del web di questi anni (ubiquità, metafisica della presenza, “rendere presenti gli assenti”, ecc.), e senza mai usare la parola “virtuale”. Se la robotica e il mito dell’intelligenza artificiale accompagnano la rimozione del corpo, oggi la realtà virtuale è l’alibi per creare, dopo la finanza virtuale e l’economia virtuale, dei partiti virtuali che fanno una politica virtuale e un’opposizione virtuale. Ben venga la crisi (reale) se modifica realmente il nostro stile di vita, e ci fa accorgere che abbiamo un corpo, un corpo che ha fame. E che sono l’immaginazione e gli slogan del potere l’unica realtà virtuale.
P.S. Dell’inizio di tutto questo, credo, e di altro, ci parlano le bellissime poesie della trentenne Lidia Riviello, Neon 80 (editore Zona). “Fatti fummo per essere al neon assuefatti / occhio per occhio, digitale celeste, anno del Dragone / fatti fummo per essere consumati. / Eravamo i cigni del decennio Ottanta e fatti fummo di fumo per vivere di pillole e gas...” (cito dall’Intro). Alla fine del libro c’è anche un riepilogo (in prosa) degli anni ’80: “Negli anni dell’intrattenimento franano interi paesi, si esplode in volo, s’invadono le terre, gli uomini di governo mordono tutte le metà della mela rimaste, le ragioni dei disastri non vengono più chiarite...” Tra la fine dei film western e il successo dei mobili Ikea, Lidia ricorda anche la morte di John Lennon, che non vide gli anni Ottanta: “Nessuno riconobbe nell’assassino di John Lennon un ‘nipotino’ di Ronald Reagan...”. Neon è un gas che emette luce virtuale, metafora di falso sole. Gli anni Ottanta, quelli di Berlusconi & Craxi, beh, è quando “Fummo spenti con il neon appunto.”

6 commenti:

Anonimo ha detto...

Che la nostra realtà sia virtuale è un fatto: chi può negarlo? E' inquietante, ma è così. Un giorno scopriremo, o qualcuno dopo di noi scoprirà che il nostro attuale Spot-Premier era un ologramma, o forse un cyborg. Spariscono i rifiuti dalle strade di Napoli? E' un effetto virtuale. Chi non ci crede, chieda a un napoletano. La realtà "vera" (incredibile che si debba usare quest'aggettivo per definire la realtà - ormai alternativa: le cose sono rovesciate, insomma) è quella che si vede solo dietro lo schermo, e - come dice Lidia Riviello nel suo bel poemetto - è "tutto poco originale, visto da dietro". Bisogna però essere capaci di entrare dietro lo schermo. Per ora non è la politica - come ci si dovrebbe augurare - a riuscirci, ma la poesia. Ancora la poesia, per fortuna! FD

maria grazia ha detto...

La scrittura di Lidia Riviello era un'amara ironica necessità della nostra poesia: lei è la nostra intelligentissima poetessa pop e il suo libro (che ho avuto il privilegio di leggere in dattiloscritto, con i fogli non spillati e senza i numeri delle pagine in calce) parla del movimento storico di un noi e del suo fantasma, cioè del germe della comunità virtuale e senza corpo che oggi ci minaccia. Negli anni Ottanta si andava formando lo sgomento sul quale oggi ci interroghiamo a tutta pagina - e trovo commovente e significativo della poetica di Lidia quel suo dattiloscritto così fragile, così suscettibile di venire sconvolto dal vento, come a dire che il corpo ce l'abbiamo eccome, e che sia nostra cura tenere salde al loro posto le sue pagine effimere!

Anonimo ha detto...

sono d'accordo, maria grazia.
la poesia non è virtuale, la poesia è poesia. è corpo - e lingua, e fantasma. carne di fantasma. e lidia è bravissima.
a FD: non c'entrano gli ologrammi né Philip Dick né Matrix né Jean Baudrillard e l'iperreale, semlicemente, non ne posso più della facile scorciatoia della "realtà virtuale". Il virtuale può coesistere col non virtuale. ma dov'è finito il non virtuale? chi e parla? chi se ne prende la sua personale responsabilità (ecco, responsabilità è il contrario d realtà virtuale, uno dei tanti contrari). beppe

Anonimo ha detto...

Beh, è esattamente quel che volevo dire, caro Beppe. Basta parlare di virtuale e torniamo alla concretezza delle cose, prendiamoci cura delle cose (così, ecco, mi viene in mente che "La cura delle cose" è il titolo di un bel libro di poesia dell'amica Daniela Attanasio). Che lo faccia la poesia mi conforta. Che lo faccia solo la poesia mi inquieta. FD

Lidia ha detto...

Grazie Beppe. Che tu, poeta reale, abbia scelto neon 80 a chiusura/apertura del tuo "Contro il virtuale" mi onora.
Quando una società è debole, non sa in quale discarica culturale mettere a riposo i poeti. Ci RI-vogliono ( o ci hanno sempre voluti...? e complici per primi, purtroppo, proprio i poeti stessi, o molti di loro) muti e sconfitti, oggetti lamentosi, sacrali, patetiche vittime della macchina di consumo e di rivendita dei linguaggi. Eppure è o no, la poesia, una verifica degli usi e degli abusi di questo ingranaggio virtuale? Credo che il poeta con il lavoro che fa di riportare alla luce i reperti originali di una genesi dimenticata, possa contribuire a smascherare l’allarmante illusione dei sistemi di mercato, di "durare"...

Anonimo ha detto...

Buongiorno Lidia, ti leggo adesso, col caffé, e come sempre le tue parole mi danzano davanti con uno shining (che vuol dire sempre intensità) che mi risveglia milla frasi e idee... Per ora ci penso su, ma so che mi spingi a scrivere e pensare. Ti abbraccio forte, beppe