11/01/2008

Il giorno in cui è morto Borges

Aspettando il giorno dei Morti (e dei Santi), facendo ordine tra i files, i cassetti e i fogli virtuali del vecchio computer, ho trovato questa specie di racconto uscito sulla rivista "Marka" nel 1986 (avevo ventisei anni), che mi aveva chiesto un intervento sul "narrare"; e poi una foto di me vent'anni dopo. C'è un evidente legame tra l'uno e l'altra. E tra tutt'e due e il giorno dei Morti (e dei Santi).


Come se venissimo scacciati nei boschi

Vorrei cominciare da una passeggiata.
Domenica 15 giugno sono uscito di casa dopo mezzogiorno. L’idea era di sedermi a leggere da qualche parte, e magari mangiare qualcosa. Sulla strada ho comprato il Corriere della Sera, avevo con me un quaderno e il libro di appunti di Walter Benjamin su Parigi. Devo fare in questi giorni un programma di ricerca per sollecitare un nuovo credito in forma di borsa di studio, consacrato come quello precedente alla letteratura intima ed epistolare, in particolare di alcuni autori romantici. Ho pensato che leggere gli appunti di Benjamin sulla fla^nerie mi avrebbe dato delle idee: anche la lettera è un vagabondaggio.
Ho scartato l’Ile Rousseau, dove ho spesso studiato, perché il bar è troppo caro e di domenica troppo affollato. Ho pensato alla vieille ville, col sole e gli alberi. Del Café Papon, nella terrazza che si affaccia sul parco dell’università, ho il ricordo di un buon posto dove leggere il giornale.
Ma hanno cambiato l’arredo, e quando arrivo trovo dei tavoli grandi e inospitali, buoni per mangiare la pizza in comitiva (l’accento dominante tra i clienti è americano). Giro intorno al bar indeciso, quando accanto a un albero scorgo un piccione morto, forse decapitato, con del sangue raggrumato intorno. Mi esce una breve esclamazione di disgusto, più che altro rivolta all’inconsapevole indifferenza dei clienti sudati che mangiano lì vicino, e del personale di servizio. Alla fine scelgo di sedermi a un tavolo vicino all’entrata del ristorante, all’ombra e lontano dal piccione. Appena mi siedo faccio uno starnuto, mi guardo intorno per comandare qualcosa e sul muro di fianco, a un palmo dalla mia testa, vedo un buco tra i mattoni nel quale galleggiano su delle ragnatele, in un disordine amorfo, vari detriti, tra cui una chewingum masticata. Questa visione mi fa più schifo della precedente, perché non è possibile alcuna redenzione, e brontolando mi alzo seguito dallo sguardo di una coppia. Inizio così una peregrinazione sotto il sole, il libro voluminoso di Benjamin in mano, da un bistrot all’altro, ogni volta respinto da una minaccia diversa. L’ultimo posto puzzava di fonduta al formaggio.
Eppure, penso, l’aria è bella e pulita, il cielo è azzurro e bianco, c’è il sole e ho voglia di sedermi a leggere. Mi fermo sulla Terrazza Agrippa d’Aubigné, dopo aver percorso la rue Calvin e costeggiato la cattedrale. Da una fenditura tra gli edifici guardo il lago, il getto d’acqua bianca e spumeggiante che spunta sopra i tetti, le onde e le barche a vela. Le case intorno sono sobrie e color crema, dalle finestre intravedo qualche interno e mi viene voglia di trovarmi a Parigi, così, per vedere delle case. Del lago, in fondo, non mi importa più di tanto. Così mi accorgo, accendendomi una sigaretta, di non avere nessuna premura, e appoggiandomi al muretto decido di sfogliare il mio giornale. E’ morto Borges. Allora vado a pagina tre, che è tutta consacrata a questo evento. Il primo articolo che appare è di Claudio Magris, “La letteratura non salva la vita”.

Spesso mi sono riferito a dei libri. Le letture fanno parte della mia sfera di esperienza a pari titolo (forse addirittura a maggior titolo, mi rimproverava un’amica) di altri miei atti o stati del mondo. Non solo le letture: voglio dire i libri, anche quelli non letti. Di conseguenza anche i loro autori. Sono sempre stato piuttosto sicuro nel riferire frasi tratte da libri, enunciazioni che potessero sostenere le mie idee (dunque mi capitava di avere delle idee da sostenere). Ad esempio citavo Gilles Deleuze, più spesso senza nominarlo: letteratura minore, letteratura di idee, movimenti, macchine astratte, esilio, stare sempre nel mezzo come l’erba, voltità, muro bianco e buchi neri, l’ape e l’orchidea, essere stranieri nella propria lingua (cercare di esserlo), linee di fuga, concatenamenti, divenire sempre, non diventare mai, metamorfosi vs metafora, ecc. Naturalmente altri concetti e parole chiave si sono aggiunte alla lista: opacità (contro la trasparenza), racconto breve, soggettività, narrare vs romanzo, diluendosi in un territorio così vasto che la libertà mi è sembrata alla fine totale, e ogni morale provvisoria, un po’ come quella frase di Giorgio Manganelli che un mio amico ama citare, “le vie della salvezza letteraria sono infinite”; e che mi potrebbe anche far comodo, se non fosse che, della salvezza letteraria, non mi importa assolutamente nulla.
La provvisorietà della morale letteraria (che non comporta la rinuncia a un’etica) ha preso per me questa forma, di volere situare quello che scrivo in un luogo o in direzione di un luogo. Non mi interessano soltanto le coordinate, per così dire, geopoetiche di quello che scrivo o che leggo, ma vorrei riportare nella scrittura l’effettualità e la coscienza aurorale che si trovano nell’esperienza quotidiana e nell’esperienza dello spazio. Per questo forse faccio fatica, oggi, a dire la mia sul narrare, o sul racconto, come se fosse possibile enunciare qualcosa che non sia in sé narrazione, come se si potesse dare una riflessione che già non si racconti, e viceversa.
In questo mio desiderio di reportage (si tratta in fondo di questo) c’è un tema che mi sta particolarmente a cuore. Parlo dell’abitare. Sono stupito dell’abitabilità. Più ancora del mistero della luce, il fatto di abitare da qualche parte, che la gente abiti qui o là e che spesso affronti il problema della casa con quieta sicumera, mi turba e mi affascina: sia che si tratti degli invisibili abitatori di quelle ville allineate sul lago, tra Ginevra e Losanna, immersi nella nebbia sei mesi all’anno, sia dei pescatori di tonno dell’isola di Lampedusa. Forse perché mi sembra questa la finzione più grande, la più misteriosa - abitare una casa, un luogo, un genere, una forma, avere delle abitudini, di fronte a cui le mie reazioni sono mutevoli e contraddittorie: nostalgia, identificazione, desiderio di essere come gli altri; oppure repulsione, scetticismo, cercare una via d’uscita o di fuga.
Alla ricerca di un gesto, di una consuetudine, ho appreso nel cuore della città vecchia di Ginevra della morte dello scrittore Jorge Luis Borges. “Devono essere tutti fioriti gli alberi del cortile del Liceo Calvino, a Ginevra, adesso che Borges è morto, a due passi dalla scuola dove andò da ragazzo”, intonava un corsivo del Corriere. Allora mi volto, è vero, sono tutti fioriti da un pezzo. Dopo mi sono sentito più calmo. Ho letto sulla fla^nerie in un baretto qualsiasi, poi ho scritto sul quaderno una traccia di questo mio intervento a partire da quella “coincidenza”: scrivere sui luoghi (la scrittura deve dare delle forme per vedere il mondo; uno di quelli che oggi mi piacciono di più è James Ballard); passeggiata nella vieille ville (incidenti, piccione morto, odore di fonduta e morte di Borges – uno scrittore che ho amato – proprio nei luoghi in cui mi trovo in questo momento); questo apologo non ha una morale, e forse non è una storia, difficile è estrapolarne i nessi, ma non è la mia preoccupazione; infine, che di Borges mi piace soprattutto il gusto per gli avvenimenti semplici, effettuali, eventuali, e insieme il fatto che la sua opera non è che una serie di frammenti, di testi molto brevi e sparsi, come ha detto lui stesso.
Borges ha soprattutto insegnato che non c’è differenza tra pensare e raccontare, e ha introdotto una possibilità nuova, anche se evidente: fare il riassunto di una narrazione più lunga, di quel romanzo che si è troppo stanchi, o pigri, o scettici, per scriverlo e abitarlo.

Esiste una bellissima storia, raccontata dai Chassidìm, che mi viene ora in mente, e che mi sembra molto adatta a rilanciare un’idea etica del raccontare, oltre che a chiudere questo testo. La cito a memoria come l’ho letta tempo fa in un libro sulla mistica ebraica.
C’era una volta una generazione di chassidìm che, quando dovevano assolvere un compito difficile, o prendere una decisione importante, andavano in un luogo nei boschi, accendevano il fuoco e dicevano delle preghiere, assorti nella meditazione. Un chassidìm della generazione successiva, di fronte alle stesse incombenze, andava nello stesso posto nel bosco e diceva: “Non possiamo più accendere il fuoco, ma possiamo dire le preghiere”, e questo era sufficiente. Ancora una generazione dopo, un altro chassidìm che doveva assolvere lo stesso compito, andava nel posto e diceva: “Non possiamo più accendere il fuoco, e non conosciamo più le segrete preghiere, ma conosciamo il luogo dove tutto questo accadeva”, e infatti bastava. Finché, in un’altra successiva generazione, dovendo affrontare lo stesso compito, il chassidìm restava seduto nel proprio castello, e diceva: “Non possiamo più fare il fuoco, non possiamo dire le preghiere, e non conosciamo più il posto nel bosco, ma di tutto questo possiamo raccontare la storia”. E infatti bastò, il suo racconto ebbe la stessa efficacia delle altre azioni.

Per concludere devo dire della telefonata di V.
La sera di domenica 15 giugno mi ha telefonato un amico da Parma. E’ un bravo poeta, in questo periodo non compra i giornali, sta molto in casa e sta ultimando una raccolta di poesie. Mi ha letto qualche suo verso, poi mi ha annunciato che, di lì a poco, gli avrebbero tagliato il telefono. Poteva quindi indugiare più a lungo del solito. Nel corso della conversazione mi ha letto una frase di Kafka tratta da una sua lettera. Non so se faccia parte delle coincidenze, o anche solo della storia, né se sia importante situarla in un tempo. Ho però trovato importante trascriverla. Eccola:
“Noi abbiamo bisogno di libri che agiscano su di noi come una disgrazia che ci colpisce duramente, come la morte di qualcuno che amavamo più di noi stessi, come se venissimo scacciati nei boschi, via da tutti gli uomini. Come la notizia di un suicidio, un libro deve essere l’ascia per il mare di ghiaccio dentro di noi”.

10 commenti:

Anonimo ha detto...

Il suo racconto mi ha fatto ripensare ad un vecchio racconto (ma forse meglio notazioni)scritte tanti anni fa. Era il giorno dei morti allora e di morti dove vivevo ce n'erano tanti. Qualcosa, nel mio tragitto abituale, aveva deviato e, appena tornato a casa, mi misi a stendere delle righe che mi sembra facciano eco alle sue passeggiate. Da lontano. Da Parigi.

Due negozi ad angolo, due spazi vuoti meglio. Due spazi vuoti all’angolo della strada. Una strada che sale. Una strada in salita. Due negozi vuoti all’angolo di una strada che sale verso dove? Due spazi vuoti, svuotati, meglio; di recente, per quale ragione? Dismissione di qualcosa. Due spazi vuoti da riempire.
No.
Ricominciamo.

Sono uscito di casa per comparare qualcosa da mangiare. Nel frigo non restava quasi niente, conserve di piselli o di lenticchie.
Ho visto: una famiglia composta da un uomo, marito ?, una donna, moglie ?, e una bambina, figlia ?, tutti e tre intenti a guardare una vetrina. Un po’ lontano dai tre una bambina piccola grassottella. L’uomo del gruppo, il marito, le fa segno di venire ma la bambina resta ferma. Continuo a camminare e il mio occhio cade su una donna seduta per terra, un bicchiere di plastica in mano per l’elemosina. La guardo di sbieco per evitare il suo sguardo che equivarrebbe ad una richiesta insoddisfatta.

Penso: “Spio il dolore degli altri. Qual è la differenza tra uno spione e qualcuno che prende un’immagine per conservarla in un luogo nel quale altri possano vederla? Mi dico che la differenza è nell’uso che si fa di un’immagine. Se l’immagine non torna alla persona a cui la si è presa allora la si è rubata. Ma come dovrebbe avvenire questo ritorno, materialmente ? Si tratterebbe di fare pervenire alla persona in questione l’eventuale ritratto che le si è fatto per liberarsi dal suo peso: un immagine pesa, è la richiesta che qualcuno che ci guarda da un altro tempo ci rivolge: “non voglio che si dica di me che sono un pornografo che colleziona immagini di dolore altrui per soddisfare a chissà quale bisogno”, esclamo mentalmente; oppure si tratterebbe di fare in modo che questo ritorno avvenga sotto forma di vantaggi materiali che la persona ritratta ne trarrebbe. Così, l’arte compirebbe la sua funzione di salvataggio del reale nel senso che ne perpetua la memoria e ne facilita al contempo la cancellazione: scopo della presa di un immagine di dolore altrui non essendo nient’altro che quel dolore non si ripresenti più, ecco perché la funzione dell’arte sarebbe di scomparire perché la rappresentazione avrebbe compiuto la sua funzione di salvataggio”…

E intanto sono ad un altro stadio della mia passeggiata, ad un altro arresto: un semaforo. Alle mie spalle sento un suono che mi è familiare, un suono che appartiene alla mia lingua materna. Il semaforo è rosso. Cerco di non voltarmi perchè i due non si accorgano che li sto guardando. Ma non c’è bisogno che attraversi la strada perché quello di cui ho bisogno, uno sportello automatico da cui ritirare dei soldi, è alla mia destra. Resto immobile mentre il suono della mia lingua materna fa da spartiacque tra me e l’altra sponda della strada, tra me e tutto quello che caoticamente sfila sotto i miei occhi, e non appena scatta il verde, continuo a camminare.

Un buco con dentro degli uomini vestiti di giallo che impugnano degli strumenti per scavare chiusi da una transenna. Continuo a camminare e il pensiero lasciato in sospeso ritorna :

“Straniare qualcosa è associare qualcosa che abitualmente significa una cosa a un’altra cosa che significa altro – procedimento della metafora. In questo senso ogni arte è moderna nella misura in cui lavora su delle sedimentazioni per mostrare qualcosa di non ancora percepito. Ti dici allora che il lavoro che fanno questi uomini che stanno dentro a delle buche ha delle relazioni con te che vedi dei morti viventi interrati dal lavoro o dei vivi che fanno riaffiorare dei morti …”

Arrivo al distributore automatico da cui prelevo i soldi e sulla macchietta che distribuisce il denaro c’è un immagine: un orologio digitale affisso sul tetto di un grande grattacielo, l’ora segnata è: 19:85. Penso:

“Ecco un immagine straniante, qualcosa di reale, l’ora sul tetto di un palazzo, e finto, l’ora segnata non corrisponde a nessuna delle ore registrate. Cosa ci vuole dire chi ha messo là quest’immagine su un banco-mato? Il giorno in cui qualcuno non preleverà più dei soldi mentre altri muoiono di fame è di là da venire, che non verrà mai perché sempre delle donne saranno stese a terra chiedere l’elemosina?…”.

Continuo a camminare. La salita adesso è finita. Non mi resta che scendere per la strada da cui sono salito poco fa. La donna sul cui volto poco fa ho letto i segni di una quieta disperazione si è aperto! La bambina che prima era sola, discosta dal gruppo di tre persone, quella grassottella, adesso stringe la mano della vecchia seduta per terra nel cui volto prima avevo letto i segni di una quieta disperazione e, nel momento in cui la mano della bambina si stacca da quella della vecchia, il volto di quest’ultima si apre a un sorriso da cui lampeggia un dente di metallo.

“Ecco: uno sguardo posato sulla sofferenza è una mano che si apre e non una pupilla che spia”. Fine.

Anonimo ha detto...

ringrazio per questo lungo (forse troppo?) che per me ha almeno un difetto, quello di essere anonimno (quando si manda qualcosa ad altri che pretende di essere letto saeebbe meglio, specie se così lungo, firmarlo). non credo di essere d'accordo coi suoi pensieri (non credo che esista un dolore altrui che appartenga altrui, o a qualcuno in particolare; non credo che scopo del testimoniare o scrivere sia abolire il dolore, quanto di riconoscerlo, e forse conviverci; ecc. ecc.), ma non è importante quello che penso io. beppe s.

Anonimo ha detto...

A me la cosa che piace di più è l'inizio, la descrizione di quegli spazi vuoti.

Anonimo ha detto...

Ciao beppe, sono Marco. Le lunge notazioni erano le mie. Non ho firmato perché non riscriverei cosi quelle cose, per cui preferivo che restassero anonie. Grazie per le poche ma dense parole che hai avuto per le mie notazioni. Un saluto a tutti da Parigi. (Oggi fa molto freddo. Sono appena tornato a casa dopo una lunga camminata in bicicletta che mi ha obbligato a pormi una domanda che non posso non pormi ogni domenica alla fine di una sbicicelttata. Perché, se non si ha bisogno della macchina per lavorare - caricare o scaricare degli oggetti, intendo, e non spostarsi semplicemente ché per quello qui a Parigi ci sono i treni sotteranei - si diventa criminali senza accorgersene, cioé si prende una macchina inquinando l'aria, ma peggio ancora riducendo la vista propria e quella degli altri alla prospettiva che si puo godere da una "monade impazzita", l'autovettura ? Delle linee connesse solo dal bisogno di non incorrere nel corpo di un pedone o nella lamiera di un altra monade). Scusa la lunghezza Beppe, ciao. Marco

Anonimo ha detto...

Relazioni sociali

Per telefono
mi hai elencato
uno ad uno
i tuoi morti.
Nel giorno dei morti,
al cimitero.

Nome,cognome,età,
malattia.
E cos'era per te:
padre, cugino,amico,
paziente,conoscente.

-Buongiorno signora!
Come sta?-
Interrompevi
di tanto in tanto
-ostentando-
le tue relazioni
sociali.
Al cimitero.

Ciao!
Kauffman

Anonimo ha detto...

Mi fa molto piacere sapere che condividiamo la stessa passione per Borges. Sono un tuo estimatore da tempo (proprio qui ti feci di recente i complimenti per le tue panchine), e quindi i tuoi complimenti per il mio ricordo di Borges mi lusingano moltissimo. un caro saluto

sergio garufi

sergio falcone ha detto...

Sul mio blog, www.sergiofalcone.blogspot.com, anno 2006, i miei materiali inediti su Jorge Luis Borges.

Anonimo ha detto...

caro sergio falcone, ho visto il tuo blog/sito, molto ricco e affascinante, sembra una biblioteca, un vero archivio, ordine & disordine insieme... e ho visto/letto i tuoi materiali su Borges, molto belli. ma erano usciti da qualche parte - e dove? - prima che nel mese di settembre 2006 tu decidessi di metterli on line?
beppe s.

Anonimo ha detto...

imparato molto

Anonimo ha detto...

Si, probabilmente lo e