2/09/2008

Tentativo di precisazione sull'antisemitismo (a proposito dell'appello su Israele e la Fiera del Libro di Torino)

Avrei voluto essere meno pigro, e soprattutto meno oberato di impegni, per scrivere e argomentare la mia adesione a quell’appello stilato da Raul Montanari (che purtroppo non conosco), e il cui testo è evidentememente incompleto e ricco di omissioni, ma tant’è, lui l'ha fatto, altri no, e mi è sembrato (mi sembra tuttora) importante pronunciarsi sulla questione del controproducente annunciato boicottaggio agli scrittori dello Stato di Israele ospiti alla Fiera del libro di Torino. Gianni Biondillo su nazioneindiana spiega con garbo e passione perché ha formato l'appello, e in gran parte sottoscrivo le sue motivazioni. Su lipperatura, con impeto, in un brevissimo commento flash ho parlato di "antisemitismo" senza precisare i nessi (farlo assomiglia davvero a un lavoro, e anche adesso, qui, frettolosamente, non so se riuscirò). Sono stato attaccato e criticato (anche Carla Benedetti lo fa su ilprimoamore). Ho dato insomma per implicite una serie di elaborazioni che a me sembrano, purtroppo, da tempo evidenti, e che affiorano anche in discorsi di persone che stimo, con mia angoscia. Anche alcuni amici con cui ho condiviso, in un'assiduità di scrittura per mail durata giorni, l'appello su “nessun popolo è illegale”, o “il triangolo nero”, mi hanno fatto notare per telefono che questa sorta di imputazione o di accusa non viene recepita, o recepita male. Vero, mi rendo conto che c'è (sono tanti) chi continua a professare propositi sostanzialmente avversi di principio a Israele senza essere sfiorato dal dubbio di continuare l'antisemitisimo con altri abiti. E se a farlo notare è un ebreo, o magari un israeliano, quasi naturalmente la sua voce è già in parte o del tutto invalidata dalla sua appartenenza. Come se il conflitto, la discussione, fosse tra chi è portatore di un'appartenenza e chi invece se ne pretende immune, e quindi innocente e libero nelle sue parole. Beh, io non sono ebreo né israeliano, ma noto che questo abissale pregiudizio di chi dà per scontato che i propri propositi non abbiano nulla a che fare con l'antisemitisimo mi turba. Profondamente.
Da ormai da molto tempo l’antisemitismo non è più quello di una volta, ma si chiama antisionismo, con quella domanda davvero impudente sulla legittimità dello stato di Israele. Qualcuno c’è mai stato? Sembra l’Italia di alcuni decenni fa. Ma la domanda è: dove comincia la Storia? Chi ne detiene il criterio della legittimità? (per quanto riguarda gli Stati: a parte l'Onu, che ratificò l'esistenza di Israele nel '47 o '48). Forse che l’Italia ha più diritto di esistere come Stato? E chi l’ha deciso, se non altre grandi potenze furbette, come l'Inghilterra per gli ebrei del sogno socialista-sionista, dopo la Seconda Guerra Mondiale e la Shoah? (Noi abbiamo avuto invece, a conclusione del nostro ridicolo e disastroso risorgimento, i Savoia e Cavour, ma turbolemnze hanno continuato ad esserci alle "frontiere"...). Esiste un punto a partire dal quale si può evitare di mettere in discussione fatti ed eventi di questa portata? Ci sono generazioni di persone nate in Israele, che ovvietà dirlo, così come ci si batte (io mi batto) perché gli immigrati siano considerati cittadini italiani, e tanto più coloro che in Italia sono nati. Non è un'pvvietà, mi rendo conto. E qualcuno dall'esterno può cintestarne la legittimità? Che follia...
Se a Torino si fossero invitati gli Usa, i cui scrittori - dice giustamente Gianni Biondillo su nazioneindiana - ci hanno nutrito (aggiungo colonizzato) l’immaginario e l’inconscio, qualcuno avrebbe tentato di boicottarli, per la ragione che non c’è male o sciagura mondiale che non sia dipesa in questi lunghi uiltimi decenni dagli Usa? (ma è buono anche l’esempio della Russia di Putin, il cui volto minaccioso oggi troneggia su alcuni giornali, con la didascalia della nuova corsa al riarmo nucleare "contro la Nato"). Ricordo poi le proteste al salone del Libro di Parigi nel 2002, quando l'Italia di Berlusconi era il Paese ospite. Fu contestato Sgarbi, delegato del governo. Ma gli scrittori furono accolti, eccome (all'epoca, era appena uscito il librino collettivo di scrittori che avevo contribuito a fare con Stefania Scateni, Non siamo in vendita. Voci contro il regime, in parte pubblicato anche da Le Monde).
Credo di avere speso in questi anni molte parole contro la politica dei Israele (di alcuni loro governi), e sul terrorismo simmetrico tra Israele e Palestinesi, e ricordo che è anche l’unico Paese di quella regione (oltre che l’unica vera democrazia, se questo è ancora un valore per qualcuno) ad avere avuto un primo ministro assassinato mentre stava firmando una probabile pace. Ci sono fascisti in Israele, sì, non è uno stato di marziani, e ci sono pacifisti, anarchici, una sinistra variegata, una destra, ecc. ecc. Ma c’è anche tanto, troppo da aggiungere per un post improvvisato come il mio, sull’assedio e le minacce costanti a un popolo (non solo a uno Stato), che non si spengono. Siamo così ostinatamente sordi sull’antisionismo (avatar dell’antisemitismo) mondiale e italiano, che non ci turbiamo più di tanto che un altro Stato membro dell’Onu abbia ripetutamente dichiarato di voler distruggere Israele, negandone il diritto all'esistenza. L'Iran, certo. Ma non ci si rende conto quanto sia pazzesco tutto questo, se anche nei commenti di questi giorni leggo dubbi sulla legittimità di Israele che da soli fanno cadere tutta l'impalcatura discorsiva di chi vuole difendere la causa sacrosanta dei Palestinesi ad essere popolo e Stato. (Tra l'altro, non è così che li s aiuta, tutt'altro, ma questo è un discorso politico denso e complesso). La stessa simpatia e rispetto che ho per Israele potrei esprimerla per i Palestinesi, la loro lotta, i loro diritti derubati, a loro necessità non rimandabile di uno Stato (esattamente come si pronunciano pubblicamente tanti Israeliani, scrittori e non). Ho dedicato nel tempo tanto di quel fiancheggiamento alla lotta dei Palestinesi che spesso mi sembra scontato. nello stesso tempo, nessuno può nascondersi che noi Italiani, noi Europei, non solo siamo culturalmente contigui agli Israeliani, e ugualmente americanizzati perfino nel subconscio, ma anche senza esserne con sapevoli ci gioviamo di quell'unica democrazia reale nel medioriente come cuscinetto più o meno comodo e sacrificale tra noi e un altro magmatico mondo dove demagogie, fascismi teocratici e corruzioni varie, nello sfondo di una povertà estrema, ci minacciano realmente, attizzati si sa dalla politica Usa di iperproduzione e proliferazione del cosiddetto "terrorismo".
Ma tornando sull'antisemitismo, e sull'indignazione che questa parola provoca in alcuni commenti. Invito ognuno di noi a non dare proprio niente per scontato. Non possiamo dimenticare che sono passati pochissimi anni da un tentato genocidio reale, avvenuto qui, in Europa, in Germania, in Italia. Storia nostra, non loro (degli Arabi...). Storia collettiva, non di un tedesco che non era neanche tedesco, ma austriaco, e di un romagnolo maestro di scuola che era all'inizio un socialista. Storie torbide di passioni, pulsioni di popoli e di collettività. Storie di nemicizzazione collettive dell'altro, degli altri. Storie di assimilazione violenta e di incazzatura pazzesca per le differenze esibite da chi non reca nessun tratto evidente per giusificare una propria differenziazione (l'antisemitismo, diceva Jankelevitch, è l'odio per l'impercettibilmente diverso, non per il diverso). L'odio per gli stranieri. Oggi i portatori sono i rom, ad esempio (ma già allora).
Ho tralasciato per esempio tutte le considerazioni da fare sulla circostanza di una Fiera del Libro (anch'io, come Biondillo, non ci vado mai, mi annoiano, ma sono comunque occasioni di parola pubblica). Considerazioni quindi sull'diozia politica, e non solo, di non profittare di "rappresentanti" - per quanto individui critici e senza potere reale quali possono essere appunti gli scrittori - per una discussione franca e appassionata. Occasione di pace, di parola, di costruzione di orizzonti. Ma a qualcuno interessano ancora gli orizzonti, o solo e semplicemente le divise, le proprie e quelle degli altri? C'è un'altra via oltre la nemicizzazione degli altri? Mi viene in mente che quando un anno fa un ragazzo italiano fu accoltellato in Israele, il padre lo perdonò perché l'uccisore, anch'egli un giovane e palestinese, disse di averlo scambiato per "un isrealiano". Fatico a dire quanto mi abbia agghiacciato quella motivazione, che alcuni accolsero come attenuante, ma che è invece una iperbolica aggravante all'omicidio. La domanda è anche: vogliamo alimentare questa spirale, questa follia, o crediamo che davvero gli orizzonti dell'essere umani e insieme sulla Terra sia una favoletta da ignorare, e importa solo il presente della violenza che ripete violenza, un presente continuo, senza futuro che non sia il futuro di questo presente?
P.S. Sul mio sito ci sono tra gli "articoli" e gli "incontri" alcuni materiali su Israele e la cultura ebraica, su Lanzmann e la Shoah, sul giorno della memoria, ecc. Altri mi riprometto di metterne oggi appena li ritrovo. In particolare un mio intervento su Israele e il diritto di criticarlo, e una conversazione su Israele con due importanti rappresentanti della Comunità ebraica italiana ed europea. Non ho molto altro da aggiungere a questi materiali che offrirò in lettura oggi stesso. O forse sì: il consiglio di leggere i libri di Amos Oz, e soprattutto Storia di amore e di tenebra, in cui racconta la sua intifada da ragazzino contro gli inglesi, coi sassi, ma ricorda anche le scritte sui muri di tutta Europa prima della seconda guerra mondiale ("fuori gli Ebrei dall'Europa"), e quelle dopo la seconda guerra mondiale sui muri della Palestina ("fuori gli Ebrei dalla Palestina").

20 commenti:

Wu Ming 1 ha detto...

Beppe, è un bel passo avanti rispetto alle frasi buttate giù "de panza" su Lipperatura, però continuo a riscontrare un'eccessiva generalizzazione. E' senz'altro vero che oggi molti antisemiti si parano il culo (o cercano di farlo) con la professione di "antisionismo", ma da questo non si può concludere che la critica radicale al sionismo è sempre "l'avatar dell'antisemitismo". Ad esempio, io sono contrario a qualsivoglia forma di nazionalismo, e non ci piove che il sionismo sia un nazionalismo europeo, come molti nazionalismi europei nato nella temperie dell'Ottocento. Ed è anche un nazionalismo particolarmente aggressivo (non potrebbe essere altrimenti, dato che al fondo è un revanscismo territorialista basato su un'esclusività etno-religiosa registrata nella Tradizione). Questo è il motivo per cui, prima della seconda guerra mondiale, il sionismo era fortemente avversato dagli ebrei socialisti e internazionalisti, lo racconta nei dettagli Jonathan Frankel nella sua monumentale storia de "Gli ebrei russi tra socialismo e nazionalismo, 1862-1917". Poi in mezzo c'è stata la grande catastrofe, la Shoah, la questione si è fatta molto più complessa e la critica è diventata più difficile, anche perché c'è stato un tentativo storico di "spostare il sionismo a sinistra", tentativo di cui mi pare si possa registrare il fallimento. Il sionismo non mi dà più fastidio di altri nazionalismi, li metto tutti sullo stesso piano. Questo fa di me un antisemita? A volte qualcuno risponde a queste osservazioni sostenendo che, sì, il sionismo è un nazionalismo, ma è un "nazionalismo peculiare". Questa è una tautologia, perché *ogni* nazionalismo è peculiare: un nazionalismo è sempre l'estremizzazione di una peculiarità.

Il rischio che continuo a vedere è che un ricorso troppo facile e immediato all'accusa di "antisemitismo" (termine peraltro improprio, ma ormai è quello che si adopera) finisca non soltanto per cristallizzare le posizioni di tutti, ma anche per annacquare e depotenzialmente il concetto, e paradossalmente farci abbassare la guardia di fronte all'antisemitismo. Se si ricorre all'epiteto più obbrobrioso di fronte ai giovani di Rifondazione di Torino (le cui posizioni in questi giorni sono oggetto di caricatura da parte di chi non desidera approfondire la questione), rimarremo senza parole per descrivere l'antisemitismo vero, che è un fenomeno reale e in crescita.

Wu Ming 1 ha detto...

Refuso: dove c'è "depotenzialmente" si intendeva scrivere "depotenziare definitivamente". Espressione non bellissima, vero, ma sono due parole esistenti. L'altro è un neologismo non intenzionale :-)

beppe s. ha detto...

grazie, ti rispondo solo brevemente (sono sciaguratamente all'aperto ma adesso ho freddo): il sionismo era un nazionalismo. anche il risorgimento italiano lo era. non mi viene in mente nessuna fondazione d uno stato moderno (categoria storica) che mon fosse frutto di un nazionalismo. sì, israele è uno degli ultimi esemplari. ma parliamo di storia o parliamo dell'oggi? l'antisionismo oggi non si giustifica di più (faccio un saltello logico) dell'anticomunismo (e mi viene in mente sempre la frase di sartre, assai beffarda e giustamente cattiva: gli anticomunisti sono cani morti). Israele esiste. E il nazionalismo accomuna numeros stati arabi (anch'essi semiti) (per non parlare delle manipolazioi, ma anche dei bombardameni, che Palestinesi hanno subito da altri Stati arabi). Se parliamo critiamente dello stato modermo, e si può e si deve fare, io sono d'accordo: anche sewnza risalire ad Hannah Arendt(i suoi studi sulla crisi dello Stato-nazione, cui aggiungerei un bellissimo intervento di Agamben di na decna d'anni fa), è chiaro che è proprio la persecuzione e il genocidio degli Ebrei d'Europa che hanno posto all'attenzione il limite, oggi derisorio, della Dichiarazione dei Diritti dell'omo E de cittadino (su cui si fonda l'Europa moderna)la cui endiadi (la e) ci dice oggi perversamente tutta l'ipocrisa (v. il nostro appello il "triangolo nero"). Non bastava essere uomini per essere accolti come profughi allora, non basta nemmeno oggi (occorre essere "cittadini", occorre uno Stato). Ma allora, in quell'epoca, guidato da utopisti e numerosi socialisti, il sionismo fu un approdo, un'utopia appunto, che si è realizata bene o male, manipolata dagli stati europei quanto lo sappiamo. Oggi è un stato dove si nasce da decenni, e si vive, esattamente come sono nati e vissuti lì (prima) i palestinesi. Ho visto in Israele le città e i quartieri de-arabizzati, occupati, espropriati, resi israeliani, li ho visti con angoscia. E un regista isreliano come Amos Gitai ne ha fatto (proprio sulle case) film bellissimi, rigorosi, commoventi. Ma da qualche parte bisogna fermare la catena delle sofferenze, delle recriminazioni. Non credo sa avventurasi nella teoria dello Stato la soluzione. Gli Stati esistono, come ci a appena ricordato Girolam nell'e-mail collettiva. Un abbraccio, beppe

beppe s. ha detto...

ora sono a casa, al caldo. ho letto qursto intervento di Antonio Moresco su Israele ecc. che vorrei segnalare per la sua pacatezza: http://www.ilprimoamore.com/testo_791.html

girolamo ha detto...

È vero quel che scrive Roberto: c'è stato un tentativo di spostare "a sinistra" il sionismo, e ne registriamo il fallimento. Però è vero che molti di noi, nel 1950, avrebbero passato l'estate in un kibbuz, a lavorare e condividere nel comune (e a montare la guardia con un fucile in mano). Ma le alternative mancate, nella storia, non necessariamente vengono cancellate: almeno noi scrittori possiamo continuare a coltivarne le ragioni. Cosa, altrimenti, dovremmo dire di ciò che fu il tentativo, parimenti fallito, di trasformare un'ideologia nazionalistica in rivoluzione popolare da parte delle precedenti generazioni di palestinesi?

beppe s. ha detto...

in realtà una "deriva" di sinistra del sionismo c'è sempre stata, fin dall'origine, e anche recene (ne ha scritto anche Oz), fallita come è fallita OVUNQUE la sinistra che a noi sembra abitabile...
caro girolamo, volevo postare qui nei commenti quelle altre tue consideazioni...

girolamo (via beppe) ha detto...

vorrei dire perché ho firmato l'appello, senza per questo voler criticare chi non l'ha firmato (ci mancherebbe):
1. non lo trovo né generico né omissivo: dice quanto serve, punto. nel lavorare al triangolo nero abbiamo ricevuto sin troppe critiche di questo tenore, mi pare. la risposta è la stessa: non è un articolo informativo, è un appello. al contrario, trovo poco onesto il pezzo della benedetti, soprattutto nell'attacco a beppe: ed anche pieno di foglie di fico. ma non è di questo che stiamo discutendo.
2. non dimentico nessuna delle vittime dello stato israeliano (ma
neanche di altri, se è per questo). ho una memoria che a volte vorrei poter resettare, per quanto odio gli elenchi di nomi e fatti che non mi escono dalla testa. ma non vedo quale sia il nesso: quante volte (l'ultima, collettivamente per quanto riguarda carmilla, nella
discussione con fasanella e i suoi aficionados) ci siamo sentiti dire
che il vero argomento di cui dovremmo occuparci è un altro (è sempre un altro)? valerio è persona troppo onesta per aver pensato con malizia, ciò non toglie che l'argomento continua a non sembrarmi valido.
3. condivido al 200% ciò che roberto e i WM hanno scritto sul danno che fa il rapporto tra arte e stati, sull'esistenza stessa degli stati, ecc. e sarei il primo a sottoscrivere un progetto di esistenza dei popoli mediorientali senza stati. nondimeno, finché saremo costretti a vivere
in un mondo diviso in stati, qualunque cosa io pensi dei governi israeliani (e non credo di averne mai pensato meno che male in tutta la mia vita), se sono costretto a scegliere tra un mondo in cui lo stato d'israele esiste e uno in cui non esiste, scelgo il primo.
4. non ho mai condiviso i boicottaggi culturali, e neanche quelli sportivi. al tempo dei mondiali d'argentina, credo che la cosa più giusta l'abbiano fatta i calciatori svedesi: invece di pensare a boicottare i mondiali, ci sono andati, e una volta lì sono andati in plaza de majo dalle madri in nero, che per la prima volta hanno capito che la loro protesta era nota anche in europa. boicottare uno stand, o un libro, è sempre inutile, spesso controproducente, talvolta dannoso.
un abbraccio a tutti, girolamo

girolamo

Wu Ming 1 ha detto...

Girolamo scrive:
"Però è vero che molti di noi, nel 1950, avrebbero passato l'estate in un kibbuz"
Beh, forse se avessimo saputo cos'era successo DAVVERO due anni prima, avremmo passato l'estate altrove.
"e a montare la guardia con un fucile in mano"
Contro chi?
Non c'è bisogno di rispondere, era una domanda retorica.

girolamo ha detto...

Un vecchio manifesto dell'OLP, che purtroppo ho perso, raffigurava un Fedayn con due teste e due fucili, uno puntava un avanti ed uno alle spalle.

Helena Janeczek ha detto...

Sul problema di cosa sia un certo antisionismo e se sia o meno un antisemitismo larvato provo a dire la mia.
In primo luogo è evidente che l'atteggiamento degli israeliani, ebrei e peggio ancora "amici d'Israele" che rispondono alle critiche dure alla politica israeliana o persino alle eventuali contradizioni insiste nel
progetto sionista, tacciando chiunque li espliciti di antisemitismo sia liquidiatorio e strumentale. E capisco che possa far incazzare. Trattasi spesso, è vero, del vittimismo dei potenti.
Ma questo forse non è tanto un problema nostro. Il problema nostro è quello di capire cos'è che non va nell'atteggiamento di quelli che starebbero dalla
nostra parte, di quelli che avrebbero a cuore il diritto delle persone e dei popoli e la fine del conflitto.
Quel che non va è l'eccesso di risentimento per non dire di odio nei confronti di Israele. Quel che non va (sono esempi emblematici) è quando si parla di genocidio, quando si sottolinea mille volte che chi è stato vittima è diventato carnefice e dunque non merita più nessun appoggio, nessuna
empatia. E questo vedere tutto con le maiuscole: la VITTIMA che diventa CARNEFICE e dunque diventa NEMICO.
Bebbe e Moresco si chiedono se reazioni analoghe a quelle di oggi si sarebbero avute se si fosse trattato degli USA, della terribile Russia di Putin e altri. In genere il metodo "eh, ma che ti indigni a fare per questa roba qui, non vedi che nei casi x y è pure peggio" è un'altra mossa
scorretta. Ma qui la domanda del perché il male commesso da Israele susciti reazioni così imparagonabilmente più violente, credo sia giusto porsela.
Cos'è che viene proiettato su Israele che non viene invece proiettato su altri? Io credo che c'entri la percezione di quell'impercettibilmente altro
di cui parlava Beppe citando Jankelevitch. E' come se fosse lo specchio su cui far riflettere quel che espelliamo da noi stessi. E questo è pericoloso.
E' una componente radicale dell'odio contro gli ebrei.
Poi, d'accordo, c'è anche un fatto tradizionale, nel senso che molte persona di sinistra si sono interessate alla questione israelo-palestinese da molto tempo, essendo un nodo centrale degli equilibri geopolitici mondiali ed
essendo stato un tempo anche un luogo in cui ci si poteva identificare politicamente con Al-Fatah.
Tornando a quanto dicevo sopra, quel che mi ha sempre colpito è la scarsa disposizione dei filopalestinesi di mettersi nei panni degli israeliani: di
pensare, per esempio, cosa succederebbe qui se per anni tutta la popolazione dovesse vivere con la paura di attentati, se i paesi limitrofi continuassero a negare il diritto all'esistenza al paese dove vivi, se la possibilità di
guerre fosse il tuo orizzonte quotidiano ecc. Io credo che la cultura israeliana abbia fatto da diga straordinaria verso una deriva razzista e fascista che poteva essere ben più forte di così, frutto di una paranoia
collettiva che non bisogna aver subito secoli di persecuzioni più sterminio per poter sviluppare. Attenzione: capire non significa giustificare. Capire significa capire.
Io credo di poter capire e lo spiego anche ai filoisraeliani beccandomi la mia dose di insulti e sputi e "traditrice", quel che spinge un ragazzo dei territori verso Hamas o a fare lo shahid che è poi l'emblema, se volete,
della tragedia, della fusione di vittima e carnefice in cui si condensa la tragedia.
Ma non capisco come sia possibile che chi non vive quell'esperienza, dal massimo di comprensione ed empatia sacrosanta finisca in un'identificazione assoluta. Questo è anche rifiutare la cosa che fa più male, la tragedia.
Questo manicheismo che non solo fa della parte prescelta i buoni di fronte ai cattivi, ma assorbe persino la loro paranoia vittimaria (vittimaria, non
vittimista: per capirci) è abberrante.
Se io, israeliano non razzista, convinto dei diritti dei palestinesi ad uno stato, ma affezionato q.b. al mio paese ecc., se io ebrea cogliona da sempre di sinistra, mi sento investire di queste ondate di virulenza bava alla bocca che ti dicono "solo se diventi come Shabtai o Chomsky ecc, puoi
considerarti degno di rispetto", mi sento aggredita ed isolata. E sì, l'imprintig di secoli di antisemitismo qualcosa c'entra. Perché così come una donna è capace di distinguere fra maschilismo più o meno blando, ma
comunque fastidioso e vera e propria misoginia, così io sono in grado di avvertire la differenza fra un'adesione appassionata a chi subisce ingiustizia e il risentimento virulento per un nemico indistinto.
Se dalla parte da cui voglio stare mi viene incontro una ferocia che sempra riguardare anche me, faccio sempre più fatica a stare da quella parte. Ci vuole, per riuscirci, lo sforzo della ragione e del senso di giustizia a
prescindere. Sta capitando anche così che si erode sempre più il campo di chi cerca mediazioni e i muri diventano sempre più alti. Molti intellettuali israeliani che hanno fatto molto per chiarire cosìè veramente successo ai
palestinesi, hanno gettato la spunga. Penso a Benny Morris, ad esempio. Ovvio che non è primariamente colpa dei filopalestinesi non palestinesi, ma
il fatto che sembrino uguali ai palestinesi non aiuta certo.
Le cosa sono ancora più complicate di così, ma per ora mi fermo.
un abbraccio a tutti,
h

Helena J. ha detto...

Prima aggiunta:
Prima aggiunta: così come un certo modo di ricordare la shoah e sottolineare la sua unicità, ha avuto l'effetto di oscurare i genocidi (per non dire dei semplici "pogrom" o pulizie etniche) precedenti e soprattutto successivi, legittimando l'indifferenza nei confronti di quelli che si stavano compiendo, così un certo tipo di adesione alla causa palestinese è stata
deresponsabilizzante nei confronti dei molti massacri e delle molte
oppressioni sistematiche che si stavano e stanno compiedo altrove.
E questo, a mio modo di vedere, non è solo eticamente inaccettabile, ma anche di una miopia politica estrema, incompatibile sia con una visione
davvero egalitaria e universalistica degli uomini che del mondo globale e globalizzato dove non puoi semplicemente fottertene di quel che succede in
Africa, in Cecenia, in Indonesia o nei Balcani perché quelli sembrano nodi meno importanti dal punto di vista geopolitico.
Seconda aggiunta: il boicottaggio come strumento di critica e protesta non mi piace. Non mi piace nei confronti della letteratura, anche se rappresentata da una nazione e immagino dunque ambasciatori e ministri della cultura oltre che singoli scrittori, e non mi piace in genere. Mi sembra uno strumento di aggressività passiva ottusa che rischia di compattare attorno
al paese espulso anche chi in genere ne è critico. E quindi non lo applicherei neanche all'Iran, on ai libri e neppure, per dire, i tappeti o ai melograni.

Nautilus ha detto...

Bellissimo intervento signora (o signorina) Helena, ebrea a quel che si capisce. Piacere di conoscerla, da parte di un possibile antisemita.
In verità non credo di esser tale ma siccome ogni volta che esprimo la mia su Israele vengo più o meno larvatamente accusato di esserlo son costretto a domandarmi: hai visto mai lo sia davvero, in incognito?
Poi arriva Sebaste che gli antisemiti, anche se rimossi, li conosce e li riconosce e mi viene voglia di rivolgermi a lui per sapere se lo sono o no.
Lei Helena tocca dei punti che è veramente raro sentire affrontare pur nella miriade di articoli, lettere, post che fino alla nausea si scrivono appena c’entra Israele.
Vorrei trattarne due: 1) la refrattarietà dei filopalestinesi a mettersi nei panni dei cittadini d’Israele e 2) “Cos'è che viene proiettato su Israele che non viene invece proiettato su altri?”
Secondo me la persona di sinistra grosso modo si schiera dalla parte dei palestinesi perché li identifica negli “oppressi”, categoria che a sinistra trova i suoi difensori naturali. E in parte come dice lei per ragioni politiche pregresse, di quando l’URSS stava con gli arabi e gli USA con Israele, per dirla rozzamente.
In questo gioioso schierarsi (perché sappiamo che il tifo, specie per i più deboli, rende felici) la persona benintenzionata di sinistra magari può riconoscere un generico diritto d’Israele all’esistenza perché lo sterminio o l’ esodo forzato di milioni di persone non è pensabile, ma più in là non va.
Non riesce a immedesimarsi in un popolo che vive nel terrore, sapendo che a pochi chilometri (a volte metri) delle proprie frontiere c’è una moltitudine di disperati assetati di vendetta e resi idrofobi dai torti e dalle umiliazioni subite che, soltanto potessero… beh, meglio non pensarci, gli episodi di Klinghoffer gettato in mare con la carrozzella, o di bambini sgozzati o di soldati fatti a pezzi e i pezzi distribuiti alla folla credo siano ben presenti nella mente di ogni israeliano.
In queste condizioni ha ragione lei Helena, torna ad onore della civiltà e forse al coraggio che ha sempre contraddistinto gli ebrei se Israele non è ancora diventato una dittatura militare, contentandosi di avere un esercito potentissimo.
Io, di sinistra, son sentimentalmente filopalestinese, ma mi chiedo: se vivessi in quel campo assediato cosa farei, avrei il coraggio d’essere per la trattativa o mi farei travolgere dalla paura e vorrei solo più carri, più aerei e più territorio fra me e il mare arabo che mi circonda ?
Si fa presto a dire diritti uguali per tutti, o due stati due popoli. E se il vicino cui ho dato gli stessi diritti non sogna altro che tagliarmi la gola? E se lo stato che faccio nascere alle mie frontiere diventa forte e non sogna altro che di azzannarmi? Son domande che fossi israeliano mi porrei e che mi offuscherebbero la mente.
E ora la questione del: “Perché il male commesso da Israele susciti reazioni così imparagonabilmente più violente”.
Sbaglierò, ma c’entra proprio la fondazione di cui si festeggia il sessantesimo. Non ci sono precedenti nella storia moderna d’uno stato che nasce da un giorno all’altro espellendo gli abitanti originari con la forza. Gli USA lo hanno fatto, ma è un processo durato un paio di secoli e somigliante più a un emigrazione di popoli in uno spazio quasi vuoto che a una conquista militare. Analogamente l’Australia.
Invece Israele porta questo marchio: per costruirsi la patria che gli mancava gli ebrei hanno creato un popolo di esuli, rimasto senza terra, senza risorse, senza diritti.
Ora questo marchio è imperdonabile, da un benintenzionato di sinistra. E’ il suo senso elementare di giustizia che viene offeso e si ribella.
E forse è così offeso che non pensa al punto di vista degli israeliani, che una volta dichiarati nemici non han più diritto ad attenuanti. Anche perché magari i comportamenti successivi non hanno fatto che confermare la prepotenza iniziale.
Fra l’altro questo peccato originale dai filoisraeliani difficilmente viene riconosciuto. Si ricorre a tutto un armamentario di scuse, l’ONU, i governi arabi cattivi ecc.ecc. che non toccano la sostanza
Come se n’esce? Boh? Mi par chiaro che Israele è a cavallo d’una tigre, per rabbonirla sarà un casino, specie quando fino ad oggi non ha fatto che sferzarla.
L’unica è che intervenga tutto il mondo, da soli non ce la faranno mai.
Ma scusi a me questo non compete, volevo solo spiegarle come si diventa “antisemiti” per i filoisraeliani, pur stravedendo per Isaac Babel’, Primo Levi, Natalia Ginzburg, Giorgio Bassani e la cultura ebraica in generale.
Saluti cordiali e anche di più.

beppe sebaste ha detto...

Credo sia a me fare le ceromoie d case. essendo questo blog nel mio sito. Il suo intervento è un lucido delirio, di cui ricopio questa frase, l'unica che esprima una parvenza di soggettività: "Ora questo marchio è imperdonabile, da un benintenzionato di sinistra. E’ il suo senso elementare di giustizia che viene offeso e si ribella". Lei ha un senso elementare di giustizia di cui si sente portatore? E mi dica: dovrebbe importarmene qualcosa, se lei non rispetta il mio, o il nostro? Vorrei non leggerla più su queste pagine virtuali. Grazie.
Beppe Sebaste

piumalarga ha detto...

Ecco cosa succede quando ci si lascia prendere la mano dall'intellettualismo,sionismo o antisionismo?
Mi pare che la discussione era cominciata intorno all'ivito alla fiera di Torino degli scritori Israeliani, me lo confermate vero?
Un abbraccio a tutti

berppe s- ha detto...

nessun intellettualismo sergio, io vedo pulsioni, che a volte mi turbano molto in chi parla per così dire per non dire e dirsi (chiedersi sempre da dove vengono le proprie certezze). va da sé che di certezze io non ne ho nessuna (v. il post di stanotte, il diario)

wu ming 1 ha detto...

Molto bella e solida la lettera di Helena. E' senz'altro vero che in certi ambienti e correnti politico-culturali i crimini di Israele ricevono un'attenzione spasmodica, di contro a un completo disinteresse nei confronti di crimini commessi altrove, da altri eserciti, da altri stati. E non è peregrino pensare che abbia un ruolo, e nemmeno da poco, il pregiudizio nei confronti degli ebrei, il sedimentarsi di sospetti e odii, leggende del sangue etc. Però, proprio perché la situazione è complessa, aggiungerei alcuni elementi che ritengo importanti:
1) spesso si tende a denunciare i crimini di stato israeliani con molta più foga per *compensare*, perché i media (non quelli che consumiamo noi: quelli "veri", consumati da vaste masse di fruitori, quelli conservatori-generalisti, in genere filo-0americani fino al midollo) dipingono Israele quasi esclusivamente come vittima. Se usa la forza lo fa sempre e solo in risposta ad attacchi ricevuti, l'uovo è nato prima della gallina e non si discute. Per il resto, la definizione di "unica democrazia del Medio Oriente" è proposta come formula esaustiva, che rende inutile qualunque approfondimento serio, e così si nascondono all'opinione pubblica cosette come l'esistenza dei refuseniks, gli impedimenti ai matrimoni misti tra israeliani e arabi dei Territori, la sterilizzazione dei falasha etc.
Questa cosa non capita con la Birmania o il Sudan o la Bielorussia, perché nessuno si sogna di definirle democrazie e tutti sanno che sono stati repressivi e criminali.
2) Appunto, una parte della sinistra e del pacifismo internazionale è più dura con Israele che con altri proprio perché Israele è *una democrazia*, e dalle democrazie è lecito attendersi di più: più rispetto per i diritti umani e civili, più sforzi di integrare i
cittadini di diversi gruppi etnici etc. Da una dittatura nessuno si
attende cose del genere.
3) Last but not least, c'è un diffuso rancore nei confronti di Israele perché, per gran parte della sinistra internazionale, Israele rappresenta *una cocente delusione*. Il sogno di dare una terra dove potessero vivere in pace i superstiti dell'Olocausto... Il socialismo dei kibbutz... La voglia di rinnovamento sociale e culturale... Tutti sogni in cui la sinistra ha creduto. Prima della Guerra dei Sei Giorni, nessuno in Europa e negli USA parlava del problema palestinese. Nella sua autobiografia, Stokely Carmichael racconta che, anche negli ambienti più radicali e movimentisti, Israele era una realtà indiscutibile, *tutti* erano zelantemente filo-israeliani. Anche neri convertiti all'Islam. Carmichael fu uno dei primi - e per diverso tempo l'unico - a far presente che c'era un problema palestinese. Negli ultimi quarant'anni, la situazione si è invertita perché ci si è progressivamente svegliati da quei sogni, e quel che di brutto e sconcio veniva rimosso dall'arazzo bucolico-socialista è divenuto visibile e in molti casi ha invaso la scena. Molti ce l'hanno con Israele perché li ha delusi. La Birmania, per dire, non li ha mai illusi, quindi non li ha nemmeno delusi.

beppe s. ha detto...

questo, roberto, è un intervento al quale mi sento molto vicino. è ampio (categoria che non c'entra nulla con la brevità o lunghezza). grazie. beppe

Nautilus ha detto...

Aderisco convintamente al boicottaggio proposto nei miei confronti e ringrazio per la moderazione della risposta.
Nelle discussioni su Israele con elementi filopalestinesi a volte ho rischiato l'incolumità fisica.
Solo un'ultima cosa per riconfermare quanto detto da Girolamo, che saluto, e da Wuming: due miei zii partigiani raccolsero e inviarono casse colme di sten e '91 alla resistenza israeliana in Palestina, allora la sinistra non era ancora antisemita. Chissà perchè in seguito...

beppe sebaste ha detto...

nautilus, nessun boicottaggio, anche se la battta è carina. difendo i miei a volte bollenti spiriti e me li concedo, almeno qui. ognuno boicotta se stesso, questo è chiaro. per il resto, mi sono espresso a modo mio nel diario notturno. saluti (anche se non so chi è lei).

Anonimo ha detto...

Wu Ming scrive, fra le altre cose:"Last but not least, c'è un diffuso rancore nei confronti di Israele perché, per gran parte della sinistra internazionale, Israele rappresenta *una cocente delusione*. Il sogno di dare una terra dove potessero vivere in pace i superstiti dell'Olocausto... Il socialismo dei kibbutz... La voglia di rinnovamento sociale e culturale... Tutti sogni in cui la sinistra ha creduto. Prima della Guerra dei Sei Giorni, nessuno in Europa e negli USA parlava del problema palestinese"...

Le delusione che descrive e' la stessa che vive una parte della sinistra israeliana, divisa anch'essa fra sionisti e non. O forse piu' precisamente fra sionisti, non-s. e antisionisti.
Ma il risentimento di parte della sinistra in Occidente, per quanto comprensibile, finisce per punire anche quelle voci della sinistra israeliana che cercano ancora il dialogo. Che di fatto trattano ancora con i palestinesi.
E sono le forze che hanno bisogno di sostegno, non di boicottaggio.
La sinistra storica del Mapam voleva lo stato unico binazionale, e non i due stati, fino al '48? E allora? Nel '77 sono andati al potere Begin e la destra e Israele e' cambiata per sempre. I laburisti arrancano da allora e la sinistra radicale e' sempre piu' piccola. Come e' piu' piccolo, e certo non rivoluzionario come negli anni '50., il sindacato dell'Histadrut.
Nei kibbutz, o in buona parte di essi, si parla oggi di privatizzare le terre e non di socialismo. Non ci sono piu' i ritratti di Lenin, come negli anni '50. E' una triste realta' di fatto, ma e' come lamentarsi per i mali dell'Italia accusando l'azione di Togliatti nel primo dopoguerra verso chi aveva i fucili pronti per la rivoluzione.
Cocente delusione? Chiediamoci come mai quando la pace e' sembrata a portata di mano, ad esempio negli anni di Oslo o della Camp David voluta da Clinton, e' risaltato fuori il terrorismo. E di chi abbia fatto il gioco.
Sara' retorico ma continuo a credere che il ruolo della sinistra, dovunque e comunque, sia quello di favorire il dialogo e i contatti fra le parti in causa. L'Israele descritta da Wu Ming era sostenuta dall'Unione Sovietica, che ne aveva approvato la creazione ancor prima e con maggior convinzione degli americani. Qualcosa, va da se, e' cambiato da allora...