3/06/2007

Il pasto nudo (sunday morning n. 23)

A volte mi ricordo che il mio mestiere non è di scrivere commenti, ma racconti e descrizioni. Non che mi penta, ma insomma vorrei tenere a bada questo impulso pedagogico, o semplicemente "comunicativo". Contro la comunicazione, si chiama un bel saggio breve uscito un paio d'anni fa di Mario Perniola (Einaudi), e io sono d'accordo con lui. Le bombe e i missili che continuano ad ammazzare gente in Afghanistan e altrove (leggi i giornali di ieri e di oggi), lanciati dalla potenza più forte e più armata del mondo, mi hano fatto venire in mente quello che avevo scritto nella rubrica (domenicale) Sunday morning (sì, sempre su l'Unità), prima de I lunedì al sole. (E se una volta o l'altra le riunissi in volume? Mah). Questo "Sunday morning" n. 23 è del 2002:

Mi è venuta in mente la definizione di Pasto nudo, quello di William Burroughs, quell’attimo gelato di pausa del senso, quando la mano che tiene la forchetta, dice, resta sospesa a mezz’aria; quando senti anche il gemito del boccone infilzato, quando il tempo si ferma, ogni secondo, ogni respiro.
Eravamo a tavola, il bambino si alzava per giocare coi suoi mostri di gomma, lei e io un ultimo sorso di vino, e pane di sesamo, e canzoni di David Bowie nel piccolo stereo in cucina. Ecco, questa tranquillità ordinaria, disarmata, lo scorrere del tempo e dei gesti, la casa, la musica, tutta questa vulnerabilità nella mia visione veniva infranta in un baleno. È il proprio del suspens richiamare le immagini della vita inerme (della vita «buona»), e per esempio Stephen King è maestro indiscusso di queste rappresentazioni dell’ovvio, quasi in tempo reale, che indugiano sulla vita quotidiana per farci meglio attendere, con spavento, l’insorgere del male. Ma l’orrore cui mi riferisco è un altro, e non ha niente di soprannaturale. Ashes to ashes, funk to funky, cantava David Bowie, «cenere alla cenere, paura alla paura». Quello che pensavo io, e credo anche Bowie, è semplicemente la guerra.

Alcuni anni fa, dalla finestra di un hotel, richiamato dal frastuono assordante, vidi nel cielo del Medio Oriente un volteggiare di aerei da guerra, triangoli neri e sottili, aggressivi e temibili già nella forma, pura potenza espressiva della grande tecnologia occidentale. Era un’esibizione «innocua», eppure non potei trattenermi dallo scoppiare a piangere, pensando a chi, oltre alle forme e al rumore, subisse gli effetti a cui quegli aerei sono finalizzati. Le bombe, gettate a velocità pazzesca. Si tratta solo di un ricordo, che non equivale ancora a una memoria. La memoria è quella delle nostre madri e dei nostri padri (o dei nostri nonni) che riferiscono di quel sibilo sottile che cinquant’anni fa anche sotto il nostro cielo preludeva allo scoppio e al rimbombo. Non sempre risuonava una sirena. Credo che la realtà sia cambiata, che non ci sia più quell’intervallo percettivo nelle moderne “armi di distruzione di massa”. Che, grazie alla tecnologia del Paese più potente del mondo, la sincronia sia ormai perfetta tra la paura, il rumore, la distruzione, l’estinzione di sé e degli altri. Che la realtà intera sia, per chi lo sa sentire, un «pasto nudo». Ashes to ashes, funk to funky, «Sappiamo che il Maggiore Tom / è un tossico / confinato nell’alto dei cieli / raggiunge una depressione senza fine (...) Un lampo di luce / ma nessuna pistola fumante... »
Le conversazioni hanno questo di rassicurante, che la loro catena di parole ricuce, come i racconti, le apparenze disperse, i pezzi di mente, le impressioni. Così, bevendo il caffè, ho parlato della mia visione (il bambino ora giocava al computer, imparava a scrivere, a lasciare tracce), ho ricordato quegli aerei di morte, e che quelle canzoni di Bowie hanno qualcosa di terribile e insieme consolante, come la sua musica in crescendo, che si apre e si espande. Poi io o lei abbiamo detto quella frase dei Velvet che ripeté Wim Wenders, "la mia vita fu salvata dal rock'n'roll". Forse perché il rock è già così spezzato, e le sue parole nascono già rotte, e per questo vere; ma oggi mi è difficile pensare a frasi più lunghe, come un articolo o una riflessione.
«Mia madre mi diceva / di portare a termine le cose. / Meglio che non perdi tempo / con il Maggiore Tom» (o con il Generale Bush).

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Il pezzo è agghiacciante, ma è bellissimo. Grazie di averlo scritto.

X ha detto...

Bellissimo, l'orrore che irrompe nel quotidiano, ma anche il controllo mediatico che lascia disarmati e ti obbliga a ripetere parole e stati d'animo, in una parodia pornografica del reale.

"Il controllo dei mass media dipende dallo stabilire delle linee di associazione" diceva Burroughs. "Quando le linee sono tagliate, le connessioni associative sono interrotte". Solo allora si apre uno spiraglio per vedere davvero il mondo. A volte basta davvero una canzone...

X

rossana ha detto...

"..la realtà intera sia, per chi lo sa sentire, un «pasto nudo». Ashes to ashes, funk to funky, «Sappiamo che il Maggiore Tom / è un tossico / confinato nell’alto dei cieli / raggiunge una depressione senza fine (...) Un lampo di luce / ma nessuna pistola fumante... »"..E' questo...nessuna pistola fumante.Nessuna pistola fumante.Uccidere è un atto chirugico, asettico, senza schizzi di sangue. Al naso del Maggiore Tom non arriva nessun odore: preme un pulsante. E per dimenticare la depressione hanno inventata la pillola che cancella la memoria. Lo zio Tom pensa a tutto.Unica via di scampo non è nel cercare ragioni, ma nel trascenderle tutte. In questo niente è come il rock. O Bach,o i vecchi tamburi africani...o Nina Hagen...Nina mi sa che è la migliore, fosse altro che perché urla come poche...Ribadendo un vecchio motto:una risata vi seppellirà...o anche ...un urlo vi seppellirà.O il ghigno dell'impiccato nella ballata di De Andrè.
Grazie, pezzo bellissimo, molto carnale...fisico...Cos'è un urlo, se non la manifestazione dello spirito che si fa carne pur di esprimere l'indignazione?