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9/25/2014

Per Robert Walser (una mostra a Venezia e altro)

(Il corpo di Robert Walser morto nella neve, durante una passeggiata, il giorno di Natale del 1956)


Si riparla di Robert Walser, grazie agli artisti. Domani 26 settembre alle ore 18 si inaugura infatti a Venezia una mostra in omaggio al grande scrittore svizzero, preceduta alle ore 15 da una breve chiacchierata o tavola rotonda su Walser col sottoscritto e altre persone (leggere qui). Vorrei in particolare richiamare l'attenzione che su Walser ha portato in questi ultimi anni l'artista Antonio Rovaldi, che ha ripercorso l'ultima passeggiata di Walser in compagnia di colui che, bambino, fu il primo a trovarne il corpo e a segnalarlo. La sua esperienza costituisce il lavoro e la rigorosa installazione (visibile qui).
Resta che, nelle foto originali, la morte di Walser, l'ostensione del suo corpo nella neve (nei pressi della clinica-manicomio in cui ventisette anni prima avevo scelto di abitare), così simile a una scrittura sul foglio bianco (e si ricordino i suoi "illeggibili" microgrammi, ovvero la sua normale calligrafia, la scrittura della sua prosa), resta una specie di incantato, miracoloso, inesauribile capolavoro visivo.


   Su Walser ho parlato e scritto in diverse occasioni, ogni volta dimenticandomene. Ma grazie a un sito altrui ritrovo un mio articolo che non avevo mai pubblicato nel blog, scritto per il cinquantesimo anniversario della morte di Robert Walser (uscì su Venerdì di Repubblica del 22 dicembre 2006). Eccolo. Non credo che riuscirei a parlarne meglio, domani a Venezia.


Per il cinquantenario di Robert Walser (2006)

   Se Don Chisciotte fosse svizzero e si trovasse in una città del primo Novecento, guarito dalla follia ma pur sempre sognatore e vagabondo, con un’inalterata smania di mettersi al servizio del prossimo, forse ragionerebbe fra sé come lo scrivano Simon Tanner: “L’edificio di una banca è proprio una cosa stupida, in primavera. Che effetto farebbe un istituto bancario in mezzo a un rigoglioso prato verde? Forse la mia penna mi sembrerebbe un piccolo fiore appena spuntato dalla terra [...] Le nuvole bianche passano nel cielo, e io devo stare qui a scrivere. Perché guardo le nuvole? Se fossi un calzolaio, almeno farei le scarpe per bambini e uomini e donne, e loro in una giornata di primavera andrebbero a passeggio per la strada con le mie scarpe. Io sentirei la primavera se vedessi la scarpa fatta da me sul piede di un altro. Qui non posso sentirla, mi disturba”. In questo periodare giovanile tratto da I fratelli Tanner (1907) c’è tutto l’incanto della prosa tenera e lieve di Robert Walser, lo straordinario scrittore nato nel 1878 nella cittadina bilingue di Biel/Bienne, nel cantone di Berna, vissuto a Zurigo e Berlino, dove frequentò una scuola per domestici che gli ispirò l’arte cerimoniosa del servire che traspare nelle sue storie.

   In tutta Europa si preparano omaggi per il cinquantesimo anniversario della sua morte, e per il centenario de I fratelli Tanner, suo primo vero romanzo. Il lettore interessato troverà ogni informazione sul sito dell’Archivio Walser a Zurigo (www.walser-archiv.ch), mentre a Roma la libreria Simon Tanner (www.simontanner.it) promette il 7 gennaio un appropriato omaggio: una passeggiata walseriana alla Caffarella. Il fatto è che Walser, il più disadattato degli scrittori contemporanei, è ormai riconosciuto come l’alfiere della libertà narrativa, che ha insegnato che tutto è esperienza e degno di essere raccontato, proprio come nell’arte della passeggiata, e che “discorso” e “percorso” appartengono a un comune, anarchico divagare (si pensi a La passeggiata o a I temi di Fritz Kocher). Si sa che per Robert Musil “Kafka fa l’effetto di un caso particolare del tipo Walser”, e che lo stesso Kafka guardò a Walser come un maestro. Elias Canetti lo leggeva così assiduamente da considerarlo “una sorta di droga”, e Walter Benjamin gli dedicò un saggio folgorante: i personaggi dei racconti di Walser, scrisse, sono dei “folli guariti” dalla cui bocca esce pura prosa, “pura e forte come l’aria della vita che guarisce”. Più recentemente, lo scrittore tedesco W. G. Sebald ha dedicato a Walser un riverente e commosso scritto intitolato Il passeggiatore solitario (Adelphi 2006), e anche in Italia non mancano gli appassionati, dall’editore Roberto Calasso (la sua Adelphi ha pubblicato quasi tutti i titoli disponibili) al filosofo Giorgio Agamben, al compianto scrittore Giorgio Messori, il più walseriano di tutti. Ma è di Gianni Celati il commento più lungimirante alla sua “passeggiata senza meta”. Lo “scandalo” di Walser”, ha scritto anni fa, è lo scandalo di “una scrittura che dichiaratamente non cattura nulla”, anzi “celebra affettuosamente tutto ciò che ci sfugge”, e proprio per questo “acquisterà un’importanza sempre maggiore quando tutto il campo della letteratura ufficiale sarà composta solo da prodotti fabbricati per il successo”. Cioè oggi.

   Come gli scrittori da lui più amati, sui quali ripetutamente scrisse – Kleist, Lenz, Buchner – Walser fu un “anti-Goethe”, anomalo e ai margini. La sua scrittura, come la sua vita, fu precaria e priva di appartenenza, fino alla decisione del silenzio, e quella di abitare, cinquantenne, in un asilo psichiatrico a Herisau, da cui usciva la domenica per fare lunghe passeggiate, a volte in compagnia del devoto editore Carl Seelig. Se lo Zen fosse nato in Svizzera, o se nel cantone di Berna vi fossero stati dei monasteri buddhisti, forse Robert Walser ne sarebbe stato monaco, “in umore di santità”. Fu lì, durante una passeggiata, che il 25 dicembre 1956 Walser morì accasciandosi sulla neve. Una foto lo ritrae, il suo corpo sembra un segno di matita tracciato sulla neve.

   Carl Seelig scoprì una quantità di fogli fittamente scritti a matita a caratteri microscopici. Pensando si trattasse di una scrittura folle e segreta, li nascose. Decifrarli fu il ventennale lavoro dei germanisti Bernhard Echte e Walter Morlang, che li hanno da poco stampati in 4 tomi di 4000 pagine. Questi mitici “microgrammi” furono redatti da Walser tra il 1924 e il 1933 dopo una crisi e una fortissima “avversione per la penna”: solo la matita gli restituì il gusto di scrivere, “in modo più sognante, più calmo, più lento, più contemplativo”. E fino alla fine attinse a quei “microgrammi”, ricopiandoli in modo leggibile, per i libri e gli articoli sui giornali. Una mostra debuttata in autunno a Ginevra presso la Fondazione Bodmer ha mostrato per la prima volta al pubblico, col titolo «Territorio della matita», molti di quei manoscritti. E se spesso Walser ha paragonato “i fogli bianchi delle pagine” a “fiocchi di neve”, la scenografia della mostra, a cura dell’architetto Mario Botta, gli dà ragione, facendoli galleggiare lievi come neve nella penombra, macchie bianche coperte da una grafia di illeggibile bellezza, un fascinoso coincidere di materialità e spiritualità.

   Su uno di questi fogli, il «microgramma» n. 134, c’è una traccia di rossetto, ricoperto dalla poesia intitolata L’incompreso. Anche questa disperata gaiezza, o galanteria, è qualcosa di molto, molto walseriano.

(Venerdì di Repubblica, 22-12-2006)

7/06/2014

La vita nuova dei rifiuti (della società)

(La foto è di Barry Rosenthal, l'articolo è stato pubblicato su Repubblica del 6 luglio 2014 col titolo "I rifiuti della società")



   Nel giugno 2010 andai in provincia di Napoli e Caserta per descrivere quello che gli abitanti chiamavano l’olocausto bianco dei rifiuti. Sporgendomi sulle voraginose discariche legalizzate e militarizzate dal governo di allora, guardando le distese di spaventose ecoballe che svettavano come megaliti nella campagna di pomodori e peschi inondata di percolato, mi sembrò che i rifiuti disegnassero una nuova, monumentale e grottesca frontiera del “sacro”. Sacrare, ricordava il filosofo Giorgio Agamben, significa separare dall’uso comune, così come il suo contrario, profanare, vuol dire restituire all’uso comune. Non solo i rifiuti, gli scarti, ma anche le “vite di scarto” dell’omonimo libro di Zigmunt Bauman rimanderebbero a questo orizzonte di senso. Ricordo che mi colpì, come se fosse il massimo dell’insensato e dello scabroso, un oggetto sfuggito a un’ecoballa, nudo e fuori contesto, un flacone di plastica bianca e azzurra con la scritta AMMORBIDENTE. Avevo già imparato che supermercati e discariche sono l’uno lo specchio dell’altro: non solo perché l’edificazione dei primi serviva a creare e coprire le seconde sotto un manto d’asfalto, e così via; ma perché sono fatte della stessa sostanza, nel costante divenire scarti delle merci in vendita.
   E’ passata un’era dallo sciopero dei netturbini a Roma nel 1970, le cui condizioni di lavoro erano disumane, filmato da Pier Paolo Pasolini, che riprese volti e gesti degli spazzini all’alba, l’assemblea ai Mercati Generali, dedicando loro una poesia: «... oggi 24 Aprile 1970/ è giorno di sciopero: l’Ordine degli Scopini è entrato nella storia, / bisogna essere contenti, come se gli angeli / fossero scesi sulla terra…». In perfetta continuità col suo amore per gli umili, l’attenzione di Pasolini a quel rimosso sociale che coincideva col «basso materialismo» di Georges Bataille anticipava la celebre frase di Bauman: “i raccoglitori d’immondizie sono gli eroi non celebrati della modernità”.
   Da allora la letteratura e l’arte non hanno cessato di misurarsi col variegato mondo dei rifiuti. Tra i pettegolezzi della garbology, l’arte di frugare nella spazzatura dei famosi, e le grandi questioni ecologico-ambientali, si trattava di dare il tu ai rifiuti, di guardare in faccia le cose che buttiamo via, da Michel Tournier (Le Meteore) a Don DeLillo (Underworld), passando per Italo Calvino, Paul Auster e tanti altri. Se il tema degli scarti è oggi onnipresente grazie alle estetiche del riciclo, la condizione ontologica di separatezza dei rifiuti e la sua relazione con l’arte fu indagata forse per la prima volta da una mostra al MART di Rovereto, a cura di Lea Vergine come l’omonimo libro: Quando i rifiuti diventano arte. TRASH rubbish mongo (Skira 2006). Quanto al problema della plastica, e a parte l’industria e il design del riuso, neanche qui manca la poesia - dalle drammatiche plastiche bruciate di Alberto Burri, in polemica col piano Marshall e l’inizio dell’americanizzazione delle nostre vite, allo struggente sacchetto di cellophane che danza nel vento in American beauty.
   Ci sono poi i rifiuti “naturali”, oggetti smarriti il cui eteroclita repertorio è espresso in lingua tedesca da una parola bella e strana, Strandgut. I dizionari traducono “relitti”, ma significa esattamente i beni o le cose che il mare lascia sulla spiaggia (strand), quelle che tutti contempliamo passeggiando lungo il mare d’inverno, con cui i bambini giocano da sempre costruendo capanne e altri sogni: pezzi di legno o di tronchi, alghe, conchiglie, pezzi di barca, lattine, bottiglie, oltre che, ancora, tanta plastica. Quegli oggetti ci raccontano storie, spiegava la poetessa tedesca Eva Taylor, e non a caso tanti artisti li raccolgono e per inserirli nelle loro opere.
   Uno di essi è il newyorchese Barry Rosenthal, scultore e fotografo degli oggetti trovati che si vedono qui a fianco. Confesso di avere trovato kitsch il suo tentativo di redimere rifiuti disponendoli in file ordinate, come fanno i bambini con le conchiglie o i maccheroni. Più che salvare il trash delle cose buttate via, mi sembrava che lo producesse, rimuovendone ogni implicazione tragica. Ma Rosenthal mi ha spiegato che un’evoluzione c’è stata nei suoi allestimenti: se prima disponeva gli oggetti in modo sistematico e ordinato, è subentrato un gusto per l’affollamento e la densità, un’apertura al caos e all’incompiutezza. Cerca di comunicare la sensazione che gli danno le cose che trova nell’acqua – bicchieri e posate di plastica, flaconi di medicine, cannuccie colorate, palle da tennis - e stabilire tra loro delle relazioni. Non pretende suggerire comportamenti virtuosi né aprire le coscienze, ma solo “portare alla luce” le cose anonime che buttiamo via.
   Gli oggetti senza più contesto né appartenenza sono pur sempre simboli di una deriva, ed è difficile per noi separare le installazioni degli artisti – abiti dismessi o altri oggetti separati e orfani di un uso – senza pensare alle montagne di occhiali o di scarpe tramandatici dall’iconografia di Auschwitz. Quanto agli oggetti portati dalle onde, che siano nel Mediterraneo o nel porto di New York dove va su e giù Barry Rosenthal, è il mare a conferire loro il pathos avventuroso di un messaggio nella bottiglia. La loro versione più tragica la vidi negli oggetti sommersi e poi salvati dal mare di Ustica, dopo l’inabissamento dell’aereo colpito da un missile il 27 giugno 1980. Prima di stipare quegli oggetti strazianti, irriducibili a un’estetica, dentro casse nere, e sottrarli allo sguardo, li elencai con l’artista Christian Boltanski in un piccolo libro fatto dal Museo per la Memoria delle vittime di Ustica a Bologna.
   Che i rifiuti siano specchio del mondo, come il cielo lo è della terra, lo mostrò ancora una volta Pasolini nel 1967 nel film Che cosa sono le nuvole?. Nell’ultima scena Totò e Ninetto Davoli, attori-marionette buttati dal camion della spazzatura in una discarica, semisepolti dall’immondizia, rifiuti tra i rifiuti, vedono per la prima volta le nuvole informi nel cielo azzurro. “Che cosa sono?” Ninetto ride di stupore, Totò beato le contempla: “Ah, meravigliosa e straziante bellezza del creato!”.

3/13/2014

Il vecchio col piccione (Conversazione con Laura Palmieri, in occasione della sua mostra "Obiqua")

OBIQUA di Laura Palmieri: mostre presso La Nube di OOrt e Interno 14
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NOTIZIA: a Roma il 14 Marzo alle 18,30  la galleria La Nube di OOrt e lo spazio espositivo Interno 14_lo spazio dell'AIAC - Associazione Italiana di Architettura e Critica presentano in contemporanea Obiqua, una personale dell'artista Laura Palmieri (mia grande amica). La mostra è curata da Simonetta Lux, ed espone i lavori di ultima creazione di Laura Palmieri che intrecciano, come dice il, comunicato stampa, "immagini architettoniche di varie epoche, soprattutto architetture romane, con bestie che le sovrastano, in una associazione inquietante e imprevedibile che sta diventando la cifra (o almeno una delle cifre) dell'artista: il cambio di 'inquadratura' sulla realtà riesce sempre a sorprendere. Un moderno bestiarium. C'è un profondo senso d'inadeguatezza dell'operato dell'uomo che queste rappresentazioni suggeriscono, insieme a molti interrogativi che si insinuano provocati dalla vaga sensazione di innaturalezza di fronte alle strutture architettoniche con cui l'homo sapiens celebra i rituali collettivi o personali o più semplicemente riorganizza il mondo".
Nel libro catalogo, oltre alla dotta riflessione di Simonetta Lux, appare un mio pezzo-conversazione sgangherato con Laura, "IL vecchio col Piccione", che qui propongo in lettura:

Il Vecchio col Piccione. Conversazione con Laura Palmieri


   Mentre guardo i disegni (di) animali di Laura Palmieri, contemplando il fascino estetico che emanano insieme al disagio di stare appollaiati in cima a monumenti e palazzi di Roma, mi viene in mente chissà perché Zoo o lettere non d‘amore di Viktor Šklovskij. E’ un piccolo libro delizioso in forma di lettere a una donna di cui l’autore è innamorato come può esserlo un russo, ma che gli vieta di parlarle d’amore. Allora lui le scrive di Berlino, dove vive, dello zoo, di poesia, di arte, tutti sinonimi dell’amore. Ora capisco perché mi è venuto in mente. E’ per via della similitudine con cui esprime il ridicolo del sentirsi fuori posto: “come un cane lanoso ai tropici”. Poi mi accorgo che tutto il libro di Šklovskij è pertinente al lavoro di Laura, ai suoi disegni a(ni)mati e animali, perché l’interdizione da cui prende la sua forma deviata – scrivere lettere d’amore a qualcuno che non vuole in nessun modo sentir parlare d’amore – dice il disagio e il fuori luogo nella forma barocca di un’evasione impossibile, ma nello stesso tempo l’unica possibile, quella dell’arte (e della letteratura). Trovare un passaggio dove non c’è alcun passaggio, la via della metafora e della concatenazione, dove tutto c’entra con tutto. Credo sia per questo che Laura e io collaboriamo in amicizia da quasi vent’anni, da quando ci siamo incontrati la prima volta in casa di Gianfranco Baruchello (ma questa è un’altra storia).

   Facendo interagire il tema della città con quello dell’animalità, Laura tocca la frontiera biopolitica tra umano e animale, molto attraente oggi per scrittori e artisti consapevoli, con Gilles Deleuze, che scrivere o fare arte non significa diventare scrittori o artisti, ma diventare altro, “diventare animali”. Non è un caso se il sublime libro di Šklovskij da cui ho preso le mosse si intitola Zoo. O “Lettere non d’amore”, certo. E’ quando si è innamorati che più ci si sente disadattati, fuori luogo come un’orsa bianca sul tetto della Stazione Termini, o una zebra sospesa su una chiesa romanica.
   “Che cosa ne pensi, Laura?”
   “Penso che non sappiamo di preciso se e quando gli animali sono innamorati, però sappiamo che se hanno voglia di fare l’amore sono incontenibili, fanno qualunque cosa per farlo, mentre noi no, non possiamo. Poi penso che all’orso polare, anche qui a Roma, col caldo viene ancora più voglia di fare l’amore, ma se porti qui invece degli animali africani soffrono il freddo, e forse per questo li puoi addomesticare. Facci caso: al circo non ci sono mai gli orsi polari. E perché poi hanno abbattuto le giraffe in Danimarca? Io le ho messe nei bagni pubblici di Ostia antica…”
   Anche se è tutto vero, ascoltando e trascrivendo queste parole ho riso a lungo, e altrettanto Laura quando gliele ho rilette. “A Roma - ha aggiunto - gli animali acquistano una realtà e una fisicità particolari”. Quindi mi ha raccontato un buffo aneddoto scatologico su un cammello che a Roma aveva partecipato a una grande manifestazione in piazza contro Berlusconi. Quanto alla bellezza delle giraffe nella Roma archeologica, Laura le disegna da anni sullo sfondo dell’opus reticolatum, prima che si vedessero al cinema o che venissero abbattute pubblicamente a Copenaghen (vedi il suo lavoro “Perché possiamo dirci africani”). Le ha fatte poi sedere nei bagni coi mosaici di Ostia antica, mentre le sue zebre levitano sopra un’antica chiesa pisana della campagna sassarese, con quella decorazione da coperta marocchina simile al Duomo di Firenze. Gli altri animali di Laura sono quasi tutti a Roma, la maggior parte su monumenti in travertino bianco a forma di cubo o di altri parallelepipedi (ma anche sul Palazzo delle Poste di Ostia dell’architetto Angiolo Mazzoni, su cui campeggia un animale marino).
   “Della vicinanza al travertino in questa città ci si accorge anche solo aspettando l’autobus”, dice Laura. “Roma è piena di monumentalità in travertino bianco, che ha un calore e una fisicità propri, e soprattutto segna una curiosa continuità nel tempo, dai resti archeologici all’architettura razionalista anni ’30, passando per quella risorgimentale. Non è un caso che ne stiamo parlando qui da te al Gianicolo, dove ho fatto sdraiare un ippopotamo sul mausoleo che ha l’iscrizione ‘Roma o morte’”.
   Agli antipodi del concetto horror detto “arredo urbano”, gli animali di Laura sono più disadattati di King Kong proprio perché più “umani” (come direbbe Vittorini: una creatura che soffre è sempre più umana), esseri alieni che esprimono un’inadeguatezza assoluta, uno status di ontologica clandestinità. E se fossimo noi a specchiarci in loro? Cosa fanno un lupo accovacciato sul tetto del Palazzo della Civiltà del Lavoro all’Eur, e due orse sull’iceberg della Stazione Termini, o su un mauseoleo di Porta Maggiore?
   “Non c’è un simbolismo, sono associazioni. All’iscrizione memorabile di un ossario risorgimentale preferisco magari un pachiderma addormentato. Un lupo, che è l’animale puro e selvatico per antonomasia, irriducibile alla vita dell’uomo, come appunto la “civiltà del lavoro”, sta lì ad osservare la nostra parte animalesca. Non è un richiamo all’homo homini lupus, né ad altri bestiari più o meno allegorici di scrittori e filosofi, Machiavelli compreso, ma a qualcosa di interiore: ognuno di noi vorrebbe forse scappare dalla macchina e dalla gabbia sociali, soprattutto in questo Paese. I miei animali sono esotici, quindi inadeguati al luogo in cui sono situati, ma guardano la nostra natura profonda e ci rivelano l’insensatezza dei nostri atteggiamenti e delle forme in cui abitiamo, da vivi come da morti - cubi, monumenti, marmi, loculi o garages per umani - come l’antica tomba al fornaio di Porta Maggiore, più sontuosa di quella di un imperatore”.
    Come se fosse necessario il punto di vista degli animali, oggi, per dire la verità sulla condizione umana… E le tartarughe o lo stupendo elefante di Bernini? Non mi pare che esprimano disagio, s’inseriscono beatamente nella meraviglia estetica del loro tempo…
   “C’è da riflettere su come la nostra cultura si sia rapportata alla natura, anche quella più selvaggia: tra le modalità di addomesticamento dell’animale c’è quella decorativa, incastonata nella nostra cultura in un percorso che arriva, attraverso gli animali del circo, fino a Picasso e oltre. Ma parlando di Roma è anche vero che se il razionalismo italiano è così originale rispetto agli altri (per esempio quello tedesco) è anche perché ha guardato al Barocco: l’ex Gil a Trastevere di Moretti, o Piacentini che ha fatto il rettorato alla Sapienza con riferimento alla forma ellittica di Sant’Ivo. Nel barocco, è perfino banale dirlo, c’era questo spirito capriccioso, come una forma di civile disobbedienza. E poi l’animale, in Bernini, rende luogo un luogo, crea intimità…”
   Anche gli animali di Laura paradossalmente creano intimità: la loro grandezza sproporzionata riporta le architetture a una scala e a una proporzione umane, abitabili. Una sorta di poetic justice, “giustizia poetica”, come in inglese si traduce la legge del contrappasso di Dante. Ora torno a darle del tu.
   Laura, anche in questo lavoro è presente il tema del vuoto che definisce molti tuoi lavori precedenti, come gli “svuotamenti” (che disegnavi anche nel nostro lavoro sulle periferie), una cancellazione della cancellazione, ben più grave, iscritta nel nostro sguardo, il non essere più capaci di vedere niente, come diceva Luigi Ghirri. O come il bambino di cui mi hai parlato, che in un tema ha descritto così un’opera che rappresenta Dio e lo Spirito Santo: “un vecchio barbuto con un piccione” (ma la cecità degli adulti è meno divertente).
   “La nostra inadeguatezza si esprime anche qui in un vuoto, nella relazione tra cubi vuoti e animali astratti, che non sono più architetture e non sono nemmeno un bestiario. Tutto è cangiante, come unire la fisicità del marmo alla morbidezza dell’animale. Poi c’è il fatto che a Roma, per sua natura, un monumento equestre che normalmente basterebbe a riempire una piazza, diventa un circo equestre. E’ una città in cui si vive molto all’aperto, e per questo oltre alla bellezza è impossibile non notare la bruttezza degli abusi e della superfetazione edilizie. (Vedi quel parallelepipedo bianco della chiesa di Santa Maria della Salette? Ci starebbe bene un polpo gigante appiccicato: poetic justice).
   “Le architetture romane nei miei disegni risultano alla fine per gli animali (forse non solo per loro), come le Panchine nel tuo libro: ci si siedono sopra a contemplare lo spettacolo del mondo senza essere visti, perché è troppo rischioso guardarli - come hai scritto degli umani seduti sulle panchine, così loschi per lo sguardo borghese da acquistare il privilegio di diventare invisibili”.
   Come lo Spirito Santo nel vecchio col piccione.




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1/11/2014

Luna Park


   Sembrava che la Luna non interessasse più nessuno, invece se ne preparava il revival. E mentre la Cina diventava il terzo Paese capace di arrivarci, con l'allunaggio di un robot nella “Baia degli Arcobaleni”, sbarcava in libreria l’affascinante libro di Stefano Catucci Imparare dalla Luna (Quodlibet), che spiega come il satellite sia divenuto ormai un prolungamento della geografia terrestre.
   Fine di una lunga storia dell’immaginario in cui la Luna era l’Altro, l’alterità per definizione, modello dell’irraggiungibile, e forse per questo era cara agli amanti, come insegnano Cyrano de Bergerac e secoli di poesia. “Non sopprimete la lontananza”, ammonisce tra gli ultimi un verso di René Char. Ma tra i business dell’imminente corsa alla Luna ci sarà anche quello della sua trasformazione in un parco archeologico della presenza umana nello spazio, un museo delle impronte (che si suppongono intatte) e dei rifiuti terrestri (170 tonnellate!) lasciati lì dai precedenti allunaggi. D’altra parte, non si chiamava già “Luna Park” la madre di tutte le attrazioni? Il primo parco di divertimenti con questo nome fu fondato nel 1903 a Coney Island, ispirato al nome di una giostra di Buffalo, A Trip to the Moon, tradotta nel latino Luna in omaggio a una donna che si chiamava così.
   Nel saggio di Stefano Catucci, docente di Estetica all’Università La Sapienza di Roma e voce storica di Radio3Suite, si descrive la trasformazione della Luna da luogo poetico a oggetto mediatico, poi futura dépendence della Terra. E’ una storia che va dagli Sputnik sovietici lanciati nel 1957 (in uno c’era la cagnetta Laika), che per primi circumnavigarono la Luna, all’ultima missione della Nasa, l’Apollo 17 del dicembre 1972, quella della fotografia della Terra come pianeta azzurro, The Blue Marble, ma svoltasi nella quasi indifferenza dei media.
   Solo tre anni prima, il 20 luglio 1969, l’allunaggio dell’Apollo 8, con Neil Armstrong e Buzz Aldrin ballonzolanti nei loro scafandri sul suolo lunare e il pilota Michael Collins che li attendeva in orbita, era stato un evento capitale, apoteosi della tv. Da noi furono la voce e il volto sussiegosi del tg di Tito Stagno a darne rappresentazione in bianco e nero. Ero bambino (sono quasi contemporaneo della Space Age), e quella sera d’estate la presenza simultanea della luna in cielo e alla tv mi turbava. Qual era quella vera?
  Si chiamava Capricorn One il film del 1978 che divenne suo malgrado il manifesto dei negazionisti e complottisti, che consideravano l’avventura lunare un falso realizzato dalla tv, cui - secondo certe voci - si sarebbe prestato il regista Stanley Kubrick, che in effetti lavorò per la Nasa (vedi il film mockumentary del 2002 di William Karel Opération Lune). Il fatto è che l’exploit scientifico e militare culminato nello sbarco sulla Luna coincise con quello della televisione, in un’epoca che, scrive Catucci, “ha mescolato in un cortocircuito inestricabile il documento e lo spettacolo, l’evento e la sua comunicazione”. Curiosamente fu proprio l’opinione negazionista a rafforzare la consapevolezza anche estetica delle immagini.
   Almeno due grandi eventi percettivi sono legati al viaggio sulla Luna. Uno fu vedere per la prima volta la mitica faccia nascosta della Luna, archetipo dell’idea stessa di inconscio. Paradossalmente, per gli astronauti fu una delusione: non aveva niente, dicono, da rivelare. Quel passaggio lungo il dark side è chiamato anche Quiet Cone, “cono di silenzio”, per via dell’assenza totale di comunicazioni radio. Possiamo immaginare quanto fosse reso ancora più malinconico dalla musica per theremin (un noioso strumento musicale elettronico, tipico dei vecchi film di fantascienza) portata a bordo da Neil Armstrong. La musica era la migliore compensazione al tempo senza tempo della noia degli astronauti (il libro di Catucci ne riporta le playlist).
   L’altro shock percettivo fu vedere la Terra dalla Luna in una prospettiva assolutamente spaesante per noi umani, quella inquadrata dagli scatti dell’astronauta Bill Anders, come Earthrise, il “sorgere della Terra” (“la prima fotografia del mondo”, la chiamò il fotografo Luigi Ghirri). Fu uno stupore intenso e perturbante, rovesciamento forse di “Ciaula scopre la luna”, la novella di Luigi Pirandello in cui il ragazzo minatore esce dal ventre della terra e vede per la prima volta la Luna, “col suo ampio velo di luce”. A risplendere era la Terra, nel primo sguardo dal di fuori, dallo spazio profondo: meraviglia di “osservare noi stessi da lontano, rendere il soggettivo improvvisamente oggettivo”, ha scritto di recente il romanziere Julian Barnes a proposito delle immagini di Anders. Del quale è noto il commento: “abbiamo percorso 240.000 miglia per vedere la Luna, ma era la Terra che valeva la pena guardare”.
   Forse nessuna elaborazione estetica ha raggiunto quell’intensità, nonostante i numerosi artisti contemporanei che hanno lavorato sul repertorio di immagini degli allunaggi, dai primi passi sulla Luna al gesto di piantare una bandiera. A parte i dipinti kitsch (con polvere di luna) dell’astronauta-pittore Alan Bean. Si va dalla performance di Aleksandra Mir, The First Woman on the Moon, e la sua installazione di ordinari rifiuti Museum of Lunar Surface Findings, alle immagini di oggetti “spaziali” e astronautici di Vincent Fournier, il cui senso avveniristico diventa altrettanto vetusto della carta da parati su cui sono esposti, dando una tonalità scabrosa al gesto novecentesco del promuovere gli oggetti ordinari a oggetti artistici. E si sa quanto precocemente invecchino il futuro e la fantascienza.
   Più volte leggendo Imparare dalla luna viene voglia di giocare e costruirsi il proprio autoapprendimento. Mi sono chiesto subito che cosa la Luna mi facesse venire in mente, e confesso che non era né il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia né Pirandello, né il pittorico Viaggio sulla Luna di Georges Meliès, regista e prestigiatore agli albori del Novecento, né il sublime ariostesco episodio del viaggio di Astolfo sulla Luna, e nemmeno la canzone Fly me to the Moon, resa celebre nel 1964 da Frank Sinatra e divenuta colonna sonora delle missioni Nasa; ma Blue Moon nello straordinario film di John Landis Un lupo mannaro americano a Londra, colonna sonora della trasformazione in lupo mannaro di David nonostante l’avvertimento di Jack, l’amico morto: “Guardati dalla luna, David!”

articolo uscito su Venerdì di Repubblica del 10/1/2014: