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10/05/2011

Diario d'ottobre (1). Le prostitute di Reggio

[E' un esperimento, in attesa del nuovo sito-blog, che è pronto da tempo ma ancora non mi decido ad attivarlo. Un diario. Che mentalmente mi sostituisce la rubrica che non scrivo più sull'Unità. Privato-pubblico. Un brogliaccio di note. Senza nessuna censura. Né, spero, autocensura.]

1° ottobre (Reggio Emilia)
   “Si prostituiscono per comprare la casa in Romania”.
   E’ il titolo più strillato delle locandine accanto alle edicole (Reggio Emilia è una delle poche città in cui si guardano ancora volentieri le locandine dei giornali, come nei paesini dell’Umbria, per esempio). Passeggio per la città intontita dal sabato pomeriggio, finché trovo un bar coi tavolini appartato, quasi periferico. E scrivo questo: dire la tenerezza che mi ha suscitato questo titolo, da annoverare tra le buone notizie, good news – esempio di proposito e progetto umile nella globale rapina armata che è il mondo del neo darwinismo sociale, senza avvenire e insaziabile di pretese. Dunque le prostitute di cui titola il giornale di Reggio non si prostituiscono per avere un posto in Parlamento, né in consiglio regionale, né in un’azienda partecipata, e intascare senza merito i soldi dei contribuenti, della collettività, e acquistando potere per compiere ulteriori scalate. No, nel sistema generale della prostituzione loro si offrono a clienti individuali, presumibilmente per strada, in macchina, in qualche stanza, per un progetto semplice e modesto: tornare in Romania e comprare una casa. Mettere su una famiglia. Magari vicino al bosco. Non a Milano o sul lago di Como o in Sardegna, ma in Romania, perché è il loro Paese.
   Forse anche la parola prostituirsi è spropositata. Penso ai mariti e alle mogli che si danno il corpo a vicenda, senza amore e senza gioia, per continuare a vivere sotto lo stesso tetto, nella stessa casa. Loro invece mi comunicano un moto di gioiosa speranza nel loro progetto di acquisto di casa. Hanno un futuro da immaginare. Loro, le prostitute di Reggio (ma ancora per poco), a differenza di noi non si sono ancora prostituite. Loro, forse, non si prostituiranno mai.



9/18/2011

Rewind: la mia prima rubrica su l'Unità, "Sunday morning" (2002)


Su l'Unità diretta da Furio Colombo, il 4 agosto 2002 avviai una rubrica domenicale, Sunday morning. (Poi la cessai... poi ne feci un'altra, I Lunedì al sole, ecc.ecc., ma è un'altra storia...).
Questa che segue è la rubrica n. 1, la prima, di apertura - senza nostalgia, solo riguardo (be kind, rewind). Ah, il logo era tratto da un dettaglio di questo quadro a olio di Cathy Josefowitz, Breakfast.

Sono tante le domeniche delle canzoni e dei film. A volte terribili, come un’aspettativa di dolcezza in cui irrompe il tragico (Bloody Sunday, o Vivement dimanche). Più spesso noiose: il pacchetto delle paste, e a casa il brodo e il lesso con tutta la famiglia. La domenica assomiglia allora a un giorno feriale di Marino Moretti (“E’mercoledì. / Piove. / Sono a Cesena…”), quando il poeta crepuscolare si trovava al matrimonio della sorella; o al “gelato al limon” dello stralunato turista al mare di Paolo Conte.

   Ma c’è la stupenda canzone dei Velvet Undeground a ispirarci, Sunday morning, con quella specie di carillon elettrico insieme malinconico e gioioso, come la voce di Nico o di Lou Reed, intensa e asciutta come occhi lavati dal pianto, o dal vento.
   La domenica, allora, può voler dire svegliarsi col sole già alto senza nessun senso di colpa, guardare l’estate negli occhi dell’amante. Essere beatamente spaesati e sospesi, mangiare fuori orario e fuori pasto, passeggiare nel parco o per le strade vuote, essere fuori luogo. Leggere i giornali al bar come se niente di tutto questo ci appartiene. Provare la sottile sinestesia dell’andare al cinema di pomeriggio e uscire col sole addosso da quel sogno nella sala oscura.
   Domenica mattina può essere l’inizio di una giornata perfetta, quando, anche senza ironia, il paesaggio urbano si rivela elegiaco come gli oggetti ordinari della pop art, e i nostri gesti sono perfetti in virtù della loro semplicità, come un’andatura sciolta e elastica, come accontentarsi, essere in ciò che si fa. E’ quello che racconta un’altra canzone di Lou Reed, A perfect day: “Proprio una giornata perfetta / Sorseggiare sangria nel parco / E più tardi quando fa buio tornarsene a casa / Proprio una giornata perfetta / Dar da mangiare alle bestie dello zoo / Poi un film, e infine a casa”.
   Non sempre in “Sunday morning” parleremo di una giornata perfetta: non sono tempi allegri per questo Paese. Coraggio: se tutto può essere sinonimo d’amore, come rivelava Victor Sklovskji (Zoo, o lettere non d’amore), tutto è anche sinonimo di politica, intesa come attenzione alla vita. Ho letto che lo scrittore di fantascienza William Gibson pensava come sua epigrafe ideale un verso di Sunday morning: “attento ai mondi dietro di te”. E’ quello che cercheremo di fare qui, in questa rubrica: guardare con attenzione a quello che accade, che è nascosto a volte dalla sua stessa evidenza, o da quello che i giornali dicono che accade. Raccontare storie, news che restano tali anche dopo averle lette. Ogni domenica mattina.

8/30/2011

Parole, mondo, claustrofobia

   (Rileggo questo frammento - uno dei corsivi che intervallano i racconti di una mia vecchia raccolta - Niente di tutto questo mi appartiene, Feltrinelli 1994 (esaurito) - ritrovando una prima, forse ingenua formulazione della mia claustrofobia. Allora non c'era Internet, né il suo oceano di parole orientate, cioè già inconsciamente pubblicitarie e schiave di una rappresentazione del mondo immune dall'esperienza degli individui... Per questo le parole tra parentesi quadre le ho aggiunte mentre lo trascrivevo)


   Immaginate questo mondo. Sì, questo. Immaginatelo nel suo inestricabile viluppo di bellezza e bruttezza, gioia e orrore, vuoto e pieno. Immaginatevi il mondo e confrontatelo col vostro piccolo punto di vista, con la vostra indifferenza. Da cosa dipende?
   Immaginate la televisione, immaginate di vedere soltanto la televisione. Come se fosse il mondo. Non potete spegnerla, potete soltanto cambiare canale. Ma vi accorgete della differenza?
   Immaginate di leggere, però soltanto il giornale. [O i notiziari on line]. La grafica dei titoli, il tono delle frasi, le sottolineature, le allusioni, i corsivi, i riquadri della pubblicità. [I commenti]. Immaginate che siano l'unica cosa da leggere. Che non vi siano al mondo altre parole che queste. A cosa mirano, a cosa servono, che cosa vi dicono quelle frasi ammucchiate, i verbi che sgomitano e si comprimono, quelle parole in falsetto che concorrono a darvi un'idea del mondo, a costruire il mondo (sì, questo).
   Immaginate che questo mondo sia il vostro mondo. Che non vi sia altro mondo all'infuori di questo. Che se  non ci fosse questo mondo non staremmo qui a parlarne. In breve: immaginate questo mondo.
   Che cosa state provando?

9/11/2009

quattuor (passi) fare (2 notturni)

per la belle serie apparsa su nazioneindiana delle poesie-balli a due ideata e curata da Francesco Forlani, detto il Furlàn, scritto effeffe, ultima danza i due notturni, di Monica Mazzitelli e il sottoscritto:

Monica Mazzitelli, Notte fango a Addis Abeba

Scendono strade dalla collina, portano all’occidentale albergo come bolo spinto nel digerente.
Buio e freddo, la macchina inciampa lenta su dossi e fratture. Piogge inondano svergognate.

Luci poche da qualche baracca, fari fendono, fischiano il buio.
Sbattono in faccia bambine e bambini soli per strada come branchi di cani; intenti nel buio su qualcosa: mangiare?
Laceri e stinti come cani nel buio bagnato; soli di notte, lune di notte, il faro dell’ingiusto li abbaglia. Solo bolo da spingere, nel digerente.

Beppe Sebaste, Notte Roma impromptu

“Niente è più intatto di una rovina”, dici attraversando, coi pini marittimi disposti come funghi,
il parco archeologico del tardo capitalismo industriale impiegatizio,
hai fame e caldo, puoi mangiare all’ombra e a Ferragosto pulirti con lo stuzzicadenti e
sdraiato guardare la festa dell’Assunta che dal Tevere prende il mare,
uomini & donne tatuati, guardie di finanza, carabinieri, parroci & Santi, insieme barcollano nelle
barche ubriache e i fuochi non solo d’artificio esplodono fuori tempo
come rutti.
La sera i neon e i karaoke, i fili delle baracche attaccati ai pali della luce. Ci divertiamo molto.
Poi torni a casa e guardi le puttane in viale Marconi. La notte ci si dà da fare
la notte,
eiaculare stanca.

7/22/2009

Antonio Pascale su "Oggetti smarriti..."


Apparizioni antiretoriche, su Il Sole - 24 ore di domenica 5 luglio 2009, articolo di Antonio Pascale dedicato al mio libro Oggetti smartiti e altre apparizioni.

Tento di fornire una sintetica definzione di Beppe Sebaste: uno scrittore pioniere. Del pioniere ha l'inquietudine, la curiosità, l'entusiasmo e una sorta di fiducia nel mondo che si trova ad attraversare. Ha, poi, la sua scrittura, una vocazione, anch'essa pionieristica, interdisciplinare. Infatti, Sebaste si è spesso trovato a scrivere in compagnia di fotografi, un modo per amplificare lo sguardo, circoscrivere e analizzare un oggetto con più strumenti conoscitivi. La sua poetica ha un'altra caratteristica: l'antiretorica. Sebaste, a questo proposito, fornisce lui stesso una definizione: la retorica dell'antiretorica.

Non ha paura di arrivare sulla scena quando questa si è raffreddata, e magari non emette più quelle calde onde di indignazione, molto facili da raccontare, ma in fondo, a lungo andare, sterili. È sintetico e preciso. Ai grandi temi, preferisce una descrizione caso per caso. Da un punto di vista formale è rigorosamente attento allo stile. Del resto Carmelo Bene, il nostro grande filologo e poeta della voce, ha ripetuto spesso che la vera urgenza non è nel dire, ma nella forma. La scrittura di Sebaste è in effetti contenuta in una speciale forma poetica: distratta ed eclettica.

Questo libro, Oggetti smarriti, si può leggere come una biografia. Personale e collettiva. Sebaste inserisce in rubrica non fatti epici o azioni eroiche, ma semplici oggetti smarriti. Cose che ci sono appartenute e sulle quali abbiamo fatto affidamento che poi, per contingenze o mutazioni varie, abbiamo lasciato andare. Canzoni, libri, versi poetici e musicali, bar e angoli di caffè parigini, palloncini colorati gonfiati a elio in occasioni di feste e ricorrenze e strade fuori mano che percorriamo per caso. Campi rom (i veri oggetti smarriti) e le banche dei poveri, ovvero il Monte dei Pegni. I fantasmi tornano, gli oggetti smarriti si materializzano, Sebaste li osserva di nuovo, li rigira, li riposiziona. Individua un dettaglio sfuggito ai più e la nostra memoria torna a essere inquieta. Niente nostalgia. Per fortuna. Solo descrizioni più attente. Correzioni in corso d'opera e nuove misurazioni.
Antonio Pascale

6/29/2009

La passeggiata

Pare che in libreria si trovi anche questo in questi giorni, uno dei graziosi "chicchi" editi da Manni (racconti a 5 euro):



(Beppe Sebaste, La passeggiata

"Lui che è seduto in cucina, guarda sul tavolo la bottiglia del latte, afferra la bottiglia del latte, sul tavolo al posto della bottiglia ora non c’è niente, guarda incantato il vuoto lasciato dalla bottiglia…")

2/10/2009

Cahier de doléance (3... 4... poesie) (non è un gioco ma può continuare)

Dicono che la polizia si spartisca la cocaina
ma questo non si può dire
dicono che la polizia ti gonfi [di botte]
se sei straniero
o [che] ti perseguiti
se hai i capelli lunghi o se sospetta
che hai fumato
ma (e) intanto si spartiscono la cocaina
Tante cose non si possono dire ma questa
E’ soltanto una poesia

Carlo Bordini


Dicono che un criminale si spartisca i poteri
ma questo non si può dire
dicono che il Parlamento sia gonfio [di manigoldi]
ma noi siamo rimasti stranieri
estranei o perseguitati [abbandonati]
con desiderio d'amore sebbene sospettiamo
che sia il caso di andarsene [per sempre] talvolta
ma (e) intanto si spartiscono le nostre abitudini
Tante cose non si possono dire ma questa
E’ soltanto una poesia

Luca Sossella


Dicono che chi è al potere si spartisca la Storia
il cibo l’acqua il lusso la vita [stessa]
ma questo non si può dire e se lo dici
è uguale [e] diventi subito fantasma
straniero clandestino perseguitato
e [senz’acqua]
intanto si spartiscono la nostra vita e la nostra
morte
Tante cose non si possono dire ma (e) questa
E’ soltanto una poesia

Beppe Sebaste

Dicono che i poeti si spartiscono la bellezza
ma questo non si può dire
perché ne rimane comunque tanta
(e) loro restano comunque affamati da morire
stranieri clandestini perseguitati
e per le strade vedi solo polizia
criminali ammantati di poteri
manifesti gonfi di merci e manigoldi
clandestini (senza terra)
capelli lunghi e fumati
Tante cose non si possono vedere ma questa
E’ (soltanto) una poesia

Anna Mallamo