10/10/2010

Vissero infelici perché costava meno

("acchiappafantasmi" di oggi)

C’è questa frase di Leo Longanesi (per anni pensavo fosse di Flaiano): “Vissero infelici perché costava meno”. Dopo il sorriso provoca un cortocircuito che lascia una specie di livido, ma cosa significa? La prima tentazione è associarla al valore d’uso (“chi più spende meno spende”) contro l’alienata rincorsa del consumismo. Poi ti accorgi che la bestemmia cui la frase allude sta nell’accostamento tra due parole tra loro incommensurabili, felicità ed economia. Ho buttato la frase tra i miei conoscenti, ed ecco alcune reazioni: “E’ il manifesto del popolo italiano”. “La felicità è faticosa”. “L’infelicità non costa poco, a volte costa addirittura la vita, ma richiede coraggio”. “Decidere di imparare a essere felici costa fatica, implica un’educazione al rispetto di sé e degli altri”. Infine: “Sì, la felicità fa paura, rischi di sparirci dentro, e poi di cosa ti lamenti?” – detto con ironia verso il nostro attaccamento al dolore e alla paura. Si oscilla tra l’eroismo ascetico di un’infelicità critica e la percezione di un nesso tra la miseria morale italiana, la viltà e avarizia di un popolo attaccato al neg-ozio, sospettoso di tutto e nutrito di paura. Si capisce anche che è per “spendere meno” che si taglia sull’educazione, la cultura, la salute mentale, la bellezza e altre cose “inutili” (cosa rimane?). Eppure sospetto che l’annoso successo dell’impostore che occupa il posto di primo ministro (eletto da noi, anche se tutti negheranno di averlo fatto) sia dovuto a un desiderio inconfessabile e distorto di felicità, assente da tempo immemorabile nel “programma” (?) della sinistra.
Adesso mi viene in mente la frase del mio amico Fausto Taiten Guareschi, maestro Zen, “la vostra vita è troppo preziosa perché sia felice, perché sia spendibile facilmente”, e so che per lui in questa apparente rinuncia risiede la felicità più alta, l’unica.

11 commenti:

gustavivo ha detto...

Nell'economia della persona contano più gli ammanchi, le perdite, che i guadagni; i libri contabili dei sensi in perenne rosso sangue, anziché in un nero profonda notte. Se non vogliamo convertire le nostre vite in consigli d'amministrazione sul vuoto dell'anima, investiamo il nostro capitale umano in operazioni, forse fallimentari per la saccoccia, ma arricchenti per i nostri sentimenti e non per i nostri possedimenti. Spendete, spendetevi; qualcosa di valore resterà nelle vostre mani.

Geppo ha detto...

La felicità è un lusso che solo i semplici possono permettersi. E' il lusso di chi usa le cose, senza diventarne schiavo, di chi cura l'essenziale senza dimenticare la superficie, di chi apprezza il superfluo che rivela all'uomo la sua umanità. Non è semplice e costa tempo ed educazione, merci preziose ai giorni nostri (e sempre).

Beppe Sebaste ha detto...

grazie: sono d'accordo con entrambi i vostri commenti...

Anonimo ha detto...

Siamo abilissimi nello spendere e spenderci, anzi direi professionali

Anonimo ha detto...

parafrasi di "essere o non essere", può essere?

gustavivo ha detto...

Spenderci, che è un po' come spanderci, senza troppo espanderci troppo fuori dei nostri limiti (che è cosa da militi) ignoti a noi e alla nostra scienza. Scienza bellica e belluina, per l'altrui ruina e la nostra urina che andiamo a fare sempre fuori del vaso; in un travaso di bile guerra-fungaia atomica e vomica. Poco àmica, troppo poco amica di cazzo e fica, e amore mondiale. Per quel che vale: non facciamoci troppo male.

Beppe Sebaste ha detto...

mica male...

MariellaTafuto ha detto...

bravo gustavivo ...

MariellaTafuto ha detto...

bravo gustavivo ...

Shakti ha detto...

per me è più "avere o essere" come diceva fromm... per ESSERE uno si spoglia di ogni avere, inclusi se stessi.. e alla fine in quell'essere si E' ogni cosa. un caro saluto a beppe

Beppe Sebaste ha detto...

grazie cate, a te...