11/14/2009

Sognare e abitare tra Francia e Italia (1a parte)

“L’Italia non fa più sognare”, mi ha detto a tavola a Roma tempo fa il mio amico Claude Nori, grande fotografo francese innamorato da sempre dell’Italia (e che terrà nei prossimi giorni a Lucca una mostra e un workshop nell’ambito del Photo Fest). Stavamo cercando di non parlare di politica, ma la politica c’entra sempre, anche e soprattutto se si parla di sogni e di felicità, di orizzonti. Forse anche in questo il nostro Paese si mostra laboratorio, come iniziò tragicamente a partire dagli anni ’20 del Novecento: in Francia le dichiarazioni e i conflitti di questi giorni tra scrittori e potere politico ricordano la polemica sugli “intellettuali clown” fatta anni fa dal nostro capo del governo. Mi riferisco al putiferio scatenato dall’intervista alla meravigliosa scrittrice Marie NDiaye, francese di origine africana, insignita dal prestigioso premio Goncourt, che vive attualmente a Berlino perché la Francia di Sarkozy e delle politiche sui sans papier le sembrano irrespirabili, anzi "mostruose". Ora, le sue frasi hanno sì suscitato una richiesta di censura da parte di un deputato della destra governativa, ma nel Paese di Voltaire, Diderot, Zola, Camus e Sartre non ha trovato alcuna sponda. Ecco, l’unica censura, nella liberale Francia, è sulle intenzioni di censura, e qui sta la grande differenza tra la destra di Sarkozy e il sultanato berlusconiano; e a un Bondi che insulta l’arte e il cinema corrisponde un Mitterand che tra mille ambiguità è scelto pur sempre per competenza e amore per le arti.
Ma sognare è un’altra cosa. E se capisco bene cosa voleva dire sull’Italia Claude Nori, mi accorgo, mentre cammino con amici scrittori per le vie di Parigi e i bar chiudono uno dopo l'altro in una città che si riempie d buio, che anche qui sembra dissolversi la memoria, quell’identità che è vettore di sogni e di ogni immaginazione... Ma di questa angoscia di fantasmi, di sopravissuti, vorrei parlare la prossima volta.

(rubrica "acchiappafantasmi", su l'Unità di domenica 15 novembre)

4 commenti:

simo ha detto...

buongiorno beppe, son d'accordo con te: sognare è un'altra cosa.
che sia proprio della giovinezza non lo credo perchè ho conosciuto grandi vecchi sognatori; che sia vizio di romantici mangiatori d'ombre fra cimiteri e archivi di parole e visioni, camminatori in strade di altri cieli e luci, sì, ma non solo, perchè c'è chi è stato fermo e chiuso pure tutta la vita ma ha sognato l'universo intero disegnandone la mappa. E allora?
e allora forse ognuno di noi cova un sogno, ma sta in silenzio come in una vergogna e il sogno che non cresce, come ben sappiamo, s'avvilisce se non trova terra: ha bisogno di camminare, muovere le zampette, mangiare, giocare, esser amato e cresciuto come un figlio fra i figli e così farsi sociale.
Far uscire i sogni potrebbe essere già un sogno, ma io, ora come ora, per quel che vedo, ti confesso, ne avrei paura.
Ecco: che sogno contarsi in questa paura.

Anonimo ha detto...

mia cara, parole bellisime e drammatiche le tue. vere. (il sogno quasi come una vergogna...)grazie. ciao, beppe

Mario Anton Orefice ha detto...

Mettiamoci in viaggio come suggerisce Terzani: " A forza di stare nella società degli uomini, anche il migliore di loro si perde. Mettiti in viaggio. I piedi del viandante diventano fiori, la sua anima cresce e dà frutti e i suoi vizi sono lavati via dalla fatica del viaggiare. La sorte di chi sta fermo non si muove, dorme quando quello è nel sonno e si alza quando quello si desta. Allora vai, viaggia, Rohita!"

Anonimo ha detto...

beh, quanto al viaggiare, leggi il mio amico (scomparso) Nicolas Bouvier, "Il pesce scorpione" (contromano laterza). l'ho tradotto io, ma non conosco nulla di altrettanto intenso, vero, essenziale e perturbante su ìl senso del "viaggiare"...
(beppe)