5/13/2008

L'ultimo romanzo di Francesca Sanvitale (e tanti auguri per il suo ottantesimo compleanno)

Leggendo L’inizio è in autunno (Einaudi), l’ultimo romanzo di Francesca Sanvitale, ho provato un piacevole spaesamento. Non mi è facile spiegarlo, anche perché in realtà si trattava di un agio – mentre lo spaesamento è di solito dalla parte del disagio, per quanto sottile e spesso benefico. L’agio mi è stato dato dalla forma, dal tono, dalla materia stessa del raccontare. Qualcosa di nuovo, anzi d’antico: il piacere di una narrazione delicatamente realista che fin dall’inizio non promette nulla, nessun effetto speciale; una specie di costante oscillazione tra persone e personaggi, fin dalla prima pagina, dove si registra l’irruzione di suoni, di voci e di visioni dalla finestra del protagonista, narrato in terza persona ma punto di vista soggettivo dell'intero romanzo.
Questo personaggio - il lettore lo viene a sapere subito - è uno psichiatra poco più che quarantenne, in congedo per lavorare a un libro che raccolga e sistemi in forma di saggio didattico i suoi casi clinici. Ecco che lo spaesamento diventa il sentimento di cui è portatore il personaggio, e noi lettori ce ne liberiamo. Seguiamo quindi le sue piccole nevrotiche abitudini, la scelta di una trattoria in disparte e in penombra in cui consumare i pasti e le pause di questo periodo di lavoro in solitudine, in una Roma estiva, assolata e semideserta. Poi l’incontro, cui lo psichiatria è evidentemente predisposto, con l’altro habitué del ristorante, una persona, pardon personaggio, che lo intriga psichicamente, anzi narrativamente (e osservo così, di passaggio, che questo psichiatra che ricompone le vite altrui sembra la controfigura di un narratore; i suoi casi clinici sono del resto racconti, abbozzi di biografie). Il nuovo personaggio colto dallo sguardo empatico dello psichiatra è invece un maestro del restauro di origine giapponese, il quale ha partecipato tra l’altro al monumentale celebre restauro della Cappella Sistina affrescata da Michelangelo. E si sa che non esistono incontri casuali.
Quest’incontro così sommesso all’inizio, come la penombra della trattoria dal menù fisso tra Prati e San Pietro, porterà a una graduale eppure sconvolgente svolta nel destino dei personaggi (con tanto di innamoramenti, triangolazioni amorose, eros e thanatos). Ma fin da pagina otto, con la scoperta della trattoria, il lettore si abbandona fiducioso, sospendendo ogni incredulità, a una narrazione sapiente e fluida, in cui il fatto di non sapere che cosa sia importante notare (all’inverso di tanti romanzi gialli o noir gonfi di effetti e colpi di scena emozionanti come cartelli stradali), costituisce il piacere della storia. Il piacere del testo, come si diceva una volta.
E’ il piacere che ho evocato sopra come spaesamento: riconoscere che non c’è bisogno di un alto tasso di intensità emotiva e di eventi perché vi sia suspense, perché scattino attese narrative nel lettore. I turbamenti professionali e le ruminazioni dello psichiatra-scrittore – se le donne e gli uomini in cura da lui siano guariti grazie o malgrado la sua terapia, per esempio; le confidenze via via più allucinanti dell'artista restauratore, che si dichiara colpevole di avere cancellato nientedimeno che il volto di Cristo nella cappella Sistina, e di averlo rifatto di sana pianta; la deriva amorosa della sorella minore della psichiatra, l’amore che lega lo psichiatra alla donna del restauratore, già condannata da una malattia, fino alla morte di lei; tutto questo intrico di storie disegna sì un universo perturbante, il dispiegarsi di un Unheimlich che irrompe nella vita apparentemente monotona, dopo di che nulla è più come prima. Ma, come nei migliori romanzi (come anche in quelli di Stephen King) il lettore capisce dall’inizio che ogni monotonia è solo apparente, che la routine della vita non esiste, che le percezioni e osservazioni della prima pagina sui rumori, le voci della strada, le finestre di fronte, i passanti, tutta la vita ordinaria e quotidiana, prevedibile e banale, è in realtà un pullulare di storie, di vita caotica, che solo l’arte di un narratore (di uno psichiatra che abdica al suo metodo e si fa scrittore, di un restauratore di affreschi che si fa pittore) può in qualche modo sopportare, amare, governare. Francesca Sanvitale, ricordo, non è nuova a questo tipo di esperienze: basti pensare al suo romanzo precedente, L’ultima casa prima del bosco (Einaudi 2003), grande affresco-archivio, tra Perec e Pirandello, che sfoglia le vite e le storie di generazioni di abitanti di un condominio attraverso la Storia e le tragedie del Novecento.
Ci sono pagine trascinanti, di altissimo stile, in questo ultimo romanzo di Francesca Sanvitale, che sono forse il cuore creativo del libro. Là dove, a seguito di una squisita e intensa descrizione dell’affresco del Giudizio Universale, l’autrice affida alle parole del restauratore giapponese il sentimento del sublime, l’emozione di essere al cospetto dell’arte, di “toccare e vedere risorgere dal buio, pennellata dopo pennellata, l’armonia e la bellezza (...), la grandezza che non è umana, è luce multicolore che attraversa corpi e visi, abbaglia chiunque le sta troppo vicino”. Quando il racconto in crescendo del restauratore giunge all’“attimo dello svelamento” (il momento in cui si leva l’impacco che ha ripulito l’affresco), “nel quale coincidono bellezza e verità”, il parallelo tra il lavoro di colui che dissolve i fantasmi delle malattie mentali, e quello del restauratore di affreschi offuscati dal tempo, si è già formato nella mente del lettore, anche perché si tratta della parte dell’affresco michelangiolesco che riguarda “lo spettacolo della paura forsennata” dei dannati, e lo sguardo compassionevole che Cristo, “il ritratto di un ragazzo innocente”, porta sui reietti.
La potenzialità del giallo – la sostituzione del volto di Cristo sfigurato e ricreato all’insaputa del mondo – resta a incombere sullo sfondo. Francesca Sanvitale non ha bisogno di questo tropo narrativo per descrivere l’inestricabile fusione di innocenza e colpa, di ordine e disordine, di verità e finzione, nella vita degli umani parlanti e mortali.
(recensione uscita su l'Unità del 14 maggio, con un altro titolo)

6 commenti:

Anonimo ha detto...

Fa venire sia la curiosità di leggerlo, sia quella di non leggerlo. Magari mi piace solo il come tu ne parli e poi invece non mi piace il romanzo.La curiosità sull'autrice invece resta, non ho niente di suo e almeno uno forse dovrei...

Rossana

Anonimo ha detto...

posso dirti che è un buon libro. e anche i suoi altri. martedì c'è la festa per i suoi ottant'anni. b.

francesca ha detto...

della sanvitale ricordo un racconto che come un incontro fortuito che ti lascia un segno, mi ha lasciato dentro la malinconia della storia, come se fosse la mia; è Barbara del mare, in una sua raccolta uscita almeno 15 anni fa. te lo consiglio

Anonimo ha detto...

molto intiresno, grazie

Anonimo ha detto...

quello che stavo cercando, grazie

Gaia Chernetich ha detto...

Lo leggerò appena possibile, grazie Beppe!