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5/07/2013

Camminando nei "Paesaggi in breve" di Tullio Pericoli


Cammino nei “paesaggi in breve” di Tullio Pericoli, da qualche parte tra Twombly, Cézanne e Ambrogio Lorenzetti, vago e divago come in un libro che non finisce, o come in una poesia del grande Wallace Stevens: “Nella mia camera, il mondo è al di là del mio intelletto; / Quando cammino vedo che si compone di tre o quattro / colline e di una nuvola”. Da dove viene tanta bellezza, mi chiedo mentre non cesso di guardarmi intorno, perché tanta felicità estetica?
   Dovrei nominare le delicatezze sublimi dei colori e del tratto, tutto il lessico giocoso e sapiente della pittura (punti, linee, superfici, colpi di pennello e di dita, impronte digitali), ma questi paesaggi mi parlano anche molto di scrittura: lo scrivere con le mani, l’arte di tracciare segni e bassorilievi a volte impercettibili ma non virtuali; e quell’altra scrittura della terra e nella terra, campi coltivati e anch’essi “manoscritti”, patchwork di idiomi e di grafie, come stoffe fatte di scampoli di diverse tessiture; terre, non a caso di rasserenante bellezza, cucite di una babele di scritture, di epiche e di lingue. Per esempio i vigneti e gli oliveti delle Marche e del Chianti, gli stessi che vediamo sullo sfondo della Allegoria del Buon Governo, colline come pagine immense di libri aperti, libri la cui lingua non sempre sappiamo leggere, ma che riconosciamo appunto scritta, punteggiatura compresa - cipressi a fare punti esclamativi, puntini e macchie di sospensione, boschive e d’inchiostro...
   Come un volto è tale proprio perché scritto, così il paesaggio, che ne è forse (e non solo per Pericoli) modello intercambiabile.
  Paesaggi “in breve”: in letteratura la brevitas, o breviloquentia, il “dire molto con poco” (l’opposto della magniloquentia) richiama lo stile semplice e morale, “piano” ma acuminato (gli “acumina” erano figure di ingegno nella retorica stoica e poi barocca). Ma fra le tante associazioni di idee che mi suscita prevale qui la somiglianza con l’haiku, la breve anzi fulminea poesia giapponese che è epifania del “qui e ora”, testimonianza dell’eccezionalità dell’ordinario, forma zen dell’idillio (un idillio in breve). “Idilli” erano i Canti del marchigiano Giacomo Leopardi, letteralmente “quadretti”, paesaggi di un mondo esterno e interno, soglie dell’anima, come è il caso della più celebre (e più bella) poesia italiana sul paesaggio, l’Infinito. Negli idilli del marchigiano Pericoli, come nell’haiku e nell’idillio leopardiano, la valorizzazione dello spazio coincide con una logica che annulla le dualità - la forma è vuoto e il vuoto è forma, il questo è il quello, il qui e ora è il perdersi nell’immenso - ma non la meraviglia di ciò che accade. L’arte dell’haiku (e dell’idillio) è arte dell’apparire, qualcosa di radicalmente diverso dalla rappresentazione. Se rappresentare è un atto luttuoso e funebre che celebra ciò che non c’è più, che è stato, o che ci sarebbe; far apparire celebra al contrario i gioiosi tratti di pennello che rivelano se stessi e il mondo, colori e forme, segni e tracce e impronte di vuoto o di pieno, di nudità, di presenza, linee curve e verticali, oblique, orizzontali; calligrafie; paesaggi e terre. E’ questa la felice magia degli acquerelli (e degli oli) di Tullio Pericoli, dei suoi paesaggi in breve.
(aprile 2013)
La mostra si inaugura giovedì 9 maggio da Tricromia

5/10/2009

Agenda (e appunti sulla "testimonianza")

Sono stato benissimo a Udine - città piena di osterie e bar all'aperto festosi - all'ottima rassegna vicino/lontano, abbinata al premio Tiziano Terzani. Ho parlato di "testimionianza" con la storica Marta Verginella e il giudice Pier Paolo Rivello, coordinati dalla direttrice dell'Archivio di Stato Roberta Corbellini.
Breve ritorno a Roma, e già in partenza per il Festival del Blues a Piacenza ("Dal Mississippi al Po"), organizzato dall'ottimo Seba Pezzani. Dialogo domani e dopodomani coi colleghi Joe Cottonwood, Serge Quadruppani, Olen Steinhauer. Il 13 sarò di nuovo a Roma al convegno "La rosa e il cavolfiore. L'immaginazione al bivio", insomma dedicato alla "terra": al Museo d'Arte Moderna, salone dell'Ercole, viale Belle Arti, Roma. Ditemi "buoni viaggi"...

(qui di seguito, alcuni miei scarni appunti sulla "testimonianza" sviluppati all'incontro a Udine dal titolo "Passaggi di testimone", usciti su l'Unità dell'8 maggio):

Il Novecento è stato L’era del testimone, titolava un suo libro la storica Annette Wievorka: epoca dell’irruzione dei “sopravvissuti” nella Storia (quelli della Shoah, e prima ancora della prima guerra mondiale), cioè i testimoni. Memoria e parola vive hanno introdotto una storia al presente e del presente, spesso in conflitto con gl storici di professione, con la loro versione dei fatti meno arida e più soggettiva. La testimonianza ha influenzato anche la filosofia e le arti, promuovendo una contaminazione feconda col genere detto “documentario” e una nuova nozione di “archivio”. Ma la testimonianza è anche luogo di problematicità intensa, come mostra lo stupendo film di Claude Lanzmann, Shoah, quasi nove ore di interrogazioni a testimoni oggi dello sterminio degli Ebrei di ieri, che non esita a tenere conto anche del cielo azzurro e il sole sopra Auschwitz quando venivano bruciate duemila persone al giorno. Emancipata dallo stretto ambito sacro-giuridico, che ne faceva un sinonimo di “prova”, la testimonianza si caratterizza non solo per la soggettività empatica e l’attenzione alle singolarità, in opposizione alle astrazioni universali; il suo essere sostanzialmente linguaggio ci ricorda che la nostra vita, il nostro essere soggetti e persone, si radicano nel linguaggio.
L’etimologia della parola (testis, superstes, cioè superstite) insegna che testimoniare è facoltà della superstitio (superstizione), sorta di “dono della presenza”, quasi una divinazione, ossia la possibilità di assistere ad eventi lontani come se avvenissero davanti ai nostri occhi. La possibilità di testimoniare non riguarda quindi solo i testimoni oculari, quelli che sono (stati) presenti lì, in quel momento; ma anche chi da un evento è coinvolto a distanza, nello spazio o nel tempo. E’ il senso etico e narrativo del tramandare, della trasmissione, del “passaggio” del testimone.
Resta almeno un’altra domanda vertiginosa: che cosa è importante testimoniare, cioè affermare e far vedere. Cosa è giusto prelevare dal flusso ininterrotto di eventi che accade di continuo. Nell’era della saturazione mediatica la responsabilità diviene cruciale, se è vero che testimoniare non è (più) informare sugli eventi, ma crearli, un dire che fa gli eventi di cui pretende riferire. La testimonianza è un enunciato performativo alla base della democrazia: dire è fare.