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7/10/2010

L'incrinatura (The Crack-Up)

Saluto come importante, per disapprovandone la traduzione del titolo (Frances Scott Fitzgerald, Il crollo, a cura di Ottavio Fatica, Adelphi) l’uscita in un piccolo libro dei tre testi più sconcertanti dell’autore di Tenera è la notte, noti come The Crack-Up. Cioè “l’incrinatura”, come si dice di un piatto crepato, anche se qui è la propria vita a essere descritta con voce disperatamente off,o postuma. Usciti sulla rivista Esquire nel 1936, si tratta di una “confessione” perfettamente attuale in questi nostri anni disgraziati, ma anche una lezione sul senso profondo dello scrivere, oggi degradato: ci sono molti libri, sì, ma pochissima letteratura. Quello che commuove di The Crack-Up, testimonianza di una “bancarotta affettiva”, emotiva e professionale, è che Fitzgerald riesce a scrivere perfino sulla propria impotenza e impossibilità di scrivere. Lo fa con sincerità accecante, immune da ogni intellettualismo. E’ anche la consapevole conclusione di un’opera che ha avuto sempre a che fare, lo scrisse lui stesso, con “un tocco di disastro”. Ma il vero tema dei suoi libri non è il declino o la disgrazia, quanto il sentimento di esclusione sociale. Il suo incanto e disincanto è quello dell’estraneità, solitudine che si prova non fuori, ma all’interno di una comunità, quella dei ricchi soprattutto, di chi ha successo: non c’è glamour che non gli si riveli un agghiacciante “pasto nudo”. Da qui la sua modernità, e il carattere profondamente sperimentale (Deleuze lo chiamò “stoico”) della sua opera. Se Fitzgerald si è tanto interessato ai ricchi (celebre l’esclamazione fatta a Hemingway: “i ricchi sono diversi da noi”, cui l’altro rispose: “sì, hanno più soldi”), è perché rispetto a loro si sentì sempre uno straniero, abitante di quello “spazio letterario”, il disperato non-luogo di chi fa letteratura nell’età contemporanea.

(rubrica "acchiappafantasmi", l'Unità 11/7/2010)

8/13/2008

Per dirla meglio - Ascoltando Barenboim a Ravello

Sono a Ravello, la cui speciale bellezza viene dall’incrocio e sedimentazione di culture e stili diversi – civiltà greca, romana, araba, siculo-normanna, ma anche giardini romantici all’inglese. E’ una piccola capitale dell’ozio creativo, il cui ormai famoso Festival ne è celebrazione. Sono nel giardino di Villa Rufolo, là dove Wagner, uno dei tanti viaggiatori, riconobbe in toni esclamativi il giardino di Klingsor che andava cercando. L’evento “fuori programma” – “evento” nel senso vero della parola – è il concerto sinfonico diretto da Daniel Barenboim con la sua West-Eastern Divan Orchestra. Il nome goethiano è eloquente: la raccolta di poesie Divano occidentale orientale (1819), frutto dello studio di Goethe della poesia araba e persiana, è tappa preziosa nella storia dei rapporti tra Oriente e Occidente. E Goethe dichiarò che per lui “la patria è ovunque e in ogni luogo”. La Divan Orchestra - fondata dal palestinese Edward Said, filosofo e studioso di letteratura, e dall’ebreo israeliano, ma con anche passaporto palestinese, Daniel Barenboim, sublime pianista e direttore d’orchestra tra i più insigni del mondo - pratica e incarna quella pace, coesistenza e cooperazione necessaria tra i popoli, conoscenza reciproca, inter-dipendenza. I suoi componenti, musicisti giovanissimi e di grande talento, sono palestinesi e israeliani, cui si aggiungono siriani, egiziani e andalusi (la sede dell’Orchestra è a Siviglia).
Mi colpisce, ascoltando il primo dei concerti (trasmesso in diretta dalla tv franco-tedesca Arte) la modernità assoluta della musica di Wagner. Brilla ancora il sole sui monti Lattari dietro il palcoscenico, sul mare e la costa del Cilento in fondo all’orizzonte, quando attacca l’Ouverture dei Maestri cantori di Norimberga. Poi il Preludio e morte di Isotta (da Tristano e Isotta), con quel "la" spettrale che nasce dal silenzio, mentre il mare è argento vivo e immobile: quella nota su cui ha scritto osservazioni semplici e geniali lo stesso Barenboim nel suo La musica sveglia il tempo (Feltrinelli), e che contiene un suspens che, a me spettatore viziato dal cinema, ricorda Hitchcock. Il buio arriva con l’Atto primo de La Valchiria. Non si tratta solo di un’ironia della sorte: vedere arabi e israeliani suonare insieme Wagner superando lo storico tabù (Barenboim ha già diretto Wagner in Israele); si tratta di riscattare un’opera geniale (e che forse prefigurava proprio il cinema come arte totale), non tanto o non solo dal suo antisemitismo europeo, ma dalla funesta associazione colla “notte dei cristalli”, ha dichiarato Barenboim.
Sono nell’anfiteatro colmo anche la sera dopo, martedì 12. Il mare e il cielo trascolorano lungo le note della Sinfonia concertante in Si bemolle Maggiore, Hob.I n.105 di Franz Joseph Haydn prima, della rigorosissima “Arte della fuga dell’era dodecafonica” delle Variazioni per orchestra op. 31 di Arnold Schoenberg poi; e infine, quando tutto è immerso nel buio, risuona l’inquieta e vigorosa malinconia della Sinfonia n. 4 in Mi minore op. 48 di Johannes Brahms, l’anti-Wagner.
La mescolanza che definisce l’orchestra non è solo di culture e nazionalità, ma montaggio di idee. Il concetto stesso di “orchestra” assume un senso metodologico: crogiuolo e concatenamento di idee e forme, armonie e disarmonie, “paralleli e paradossi” (titolo di un libro a quattro mani di Said e Barenboim), come fu il metodo del compianto Edward Said, che ovunque cercava l’apertura e il movimento - si trattasse di un conflitto politico, un concetto filosofico, un romanzo di Melville, una sinfonia di Wagner o John Cage, o un’esecuzione al piano di Glenn Gould. E’ quanto proseguirà la Divan Foundation, mi assicura la vedova di Edward, Mariam Said. Che, inseparabile da Barenboim e dall’orchestra, mi descrive la condivisione di letture e seminari di opere del marito da parte dei giovani concertisti, parte integrante del loro impegno “orchestrale”. “Svegliare il tempo”, per parafrasare il libro di Barenboim. Ma anche la condizione dell’intellettuale, libero da appartenenze, che scorre nell’ultima, bellissima raccolta di saggi di Edward Said ora in traduzione italiana: Sotto il segno dell’esilio (Feltrinelli).
E forse Ravello (anticamente Rebellum) è anche questo: il luogo utopico del non-esilio, dove sentirsi insieme, paradossalmente, sradicati e residenti.
(in uscita su l'Unità, domani 14 agosto)

8/12/2008

Il luogo del non esilio

Dopo viaggi alpini, sono in questi giorni a Ravello, dove ho ascoltato ieri sera un magnifico concerto sinfonico diretto da Daniel Barenboim con la sua The West-Eastern Divan Orchestra (il nome è mutuato da Goethe, dalla sua raccolta di poesie Il Divano Occidentale Orientale), con lo scenario incredibile del golfo, del mare. Conoscete Ravello, sopra Amalfi, con terrazze di limoni digradanti verso il mare, ecc. ecc. ? Amo questo luogo, e due anni fa ne avevo scritto qui. Forse vale la pena (ri)leggerlo: ci credo ancora, e Ravello non è cambiata. E' il posto, oltre che della bellezza, dell'ozio creativo contrapposto al neg-ozio (questo, però, non so quanto durerà).
L'orchestra di Barenboim, che dirigerà un altro concerto stasera (Brahms, contrapposto al Wagner di ieri sera), sempre all'ora del tramonto (invece, la notte tra il 10 e l'11, ce n'è stato un altro in attesa dell'alba, con l'Orchestra Scarlatti: pure sinestesie) è composta di musicisti israeliani e palestinesi, giovanissimi e di grande talento. Porta lo stesso nome goethiano della Fondazione fondata con Edward Said, il grande filosofo e intellettuale palestinese morto nel 2003, di cui è uscita quest'anno da Feltrinelli una raccolta di bellissimi saggi tra letteratura, filosofia e arte: Nel segno dell'esilio. La musica sveglia il tempo è invece il titolo di un libro geniale di Barenboim (anch'esso edito da Feltrinelli). Forse Ravello (dal latino Rebellum) è, anche, il luogo del risveglio e del non-esilio.