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3/13/2014

Il vecchio col piccione (Conversazione con Laura Palmieri, in occasione della sua mostra "Obiqua")

OBIQUA di Laura Palmieri: mostre presso La Nube di OOrt e Interno 14
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NOTIZIA: a Roma il 14 Marzo alle 18,30  la galleria La Nube di OOrt e lo spazio espositivo Interno 14_lo spazio dell'AIAC - Associazione Italiana di Architettura e Critica presentano in contemporanea Obiqua, una personale dell'artista Laura Palmieri (mia grande amica). La mostra è curata da Simonetta Lux, ed espone i lavori di ultima creazione di Laura Palmieri che intrecciano, come dice il, comunicato stampa, "immagini architettoniche di varie epoche, soprattutto architetture romane, con bestie che le sovrastano, in una associazione inquietante e imprevedibile che sta diventando la cifra (o almeno una delle cifre) dell'artista: il cambio di 'inquadratura' sulla realtà riesce sempre a sorprendere. Un moderno bestiarium. C'è un profondo senso d'inadeguatezza dell'operato dell'uomo che queste rappresentazioni suggeriscono, insieme a molti interrogativi che si insinuano provocati dalla vaga sensazione di innaturalezza di fronte alle strutture architettoniche con cui l'homo sapiens celebra i rituali collettivi o personali o più semplicemente riorganizza il mondo".
Nel libro catalogo, oltre alla dotta riflessione di Simonetta Lux, appare un mio pezzo-conversazione sgangherato con Laura, "IL vecchio col Piccione", che qui propongo in lettura:

Il Vecchio col Piccione. Conversazione con Laura Palmieri


   Mentre guardo i disegni (di) animali di Laura Palmieri, contemplando il fascino estetico che emanano insieme al disagio di stare appollaiati in cima a monumenti e palazzi di Roma, mi viene in mente chissà perché Zoo o lettere non d‘amore di Viktor Šklovskij. E’ un piccolo libro delizioso in forma di lettere a una donna di cui l’autore è innamorato come può esserlo un russo, ma che gli vieta di parlarle d’amore. Allora lui le scrive di Berlino, dove vive, dello zoo, di poesia, di arte, tutti sinonimi dell’amore. Ora capisco perché mi è venuto in mente. E’ per via della similitudine con cui esprime il ridicolo del sentirsi fuori posto: “come un cane lanoso ai tropici”. Poi mi accorgo che tutto il libro di Šklovskij è pertinente al lavoro di Laura, ai suoi disegni a(ni)mati e animali, perché l’interdizione da cui prende la sua forma deviata – scrivere lettere d’amore a qualcuno che non vuole in nessun modo sentir parlare d’amore – dice il disagio e il fuori luogo nella forma barocca di un’evasione impossibile, ma nello stesso tempo l’unica possibile, quella dell’arte (e della letteratura). Trovare un passaggio dove non c’è alcun passaggio, la via della metafora e della concatenazione, dove tutto c’entra con tutto. Credo sia per questo che Laura e io collaboriamo in amicizia da quasi vent’anni, da quando ci siamo incontrati la prima volta in casa di Gianfranco Baruchello (ma questa è un’altra storia).

   Facendo interagire il tema della città con quello dell’animalità, Laura tocca la frontiera biopolitica tra umano e animale, molto attraente oggi per scrittori e artisti consapevoli, con Gilles Deleuze, che scrivere o fare arte non significa diventare scrittori o artisti, ma diventare altro, “diventare animali”. Non è un caso se il sublime libro di Šklovskij da cui ho preso le mosse si intitola Zoo. O “Lettere non d’amore”, certo. E’ quando si è innamorati che più ci si sente disadattati, fuori luogo come un’orsa bianca sul tetto della Stazione Termini, o una zebra sospesa su una chiesa romanica.
   “Che cosa ne pensi, Laura?”
   “Penso che non sappiamo di preciso se e quando gli animali sono innamorati, però sappiamo che se hanno voglia di fare l’amore sono incontenibili, fanno qualunque cosa per farlo, mentre noi no, non possiamo. Poi penso che all’orso polare, anche qui a Roma, col caldo viene ancora più voglia di fare l’amore, ma se porti qui invece degli animali africani soffrono il freddo, e forse per questo li puoi addomesticare. Facci caso: al circo non ci sono mai gli orsi polari. E perché poi hanno abbattuto le giraffe in Danimarca? Io le ho messe nei bagni pubblici di Ostia antica…”
   Anche se è tutto vero, ascoltando e trascrivendo queste parole ho riso a lungo, e altrettanto Laura quando gliele ho rilette. “A Roma - ha aggiunto - gli animali acquistano una realtà e una fisicità particolari”. Quindi mi ha raccontato un buffo aneddoto scatologico su un cammello che a Roma aveva partecipato a una grande manifestazione in piazza contro Berlusconi. Quanto alla bellezza delle giraffe nella Roma archeologica, Laura le disegna da anni sullo sfondo dell’opus reticolatum, prima che si vedessero al cinema o che venissero abbattute pubblicamente a Copenaghen (vedi il suo lavoro “Perché possiamo dirci africani”). Le ha fatte poi sedere nei bagni coi mosaici di Ostia antica, mentre le sue zebre levitano sopra un’antica chiesa pisana della campagna sassarese, con quella decorazione da coperta marocchina simile al Duomo di Firenze. Gli altri animali di Laura sono quasi tutti a Roma, la maggior parte su monumenti in travertino bianco a forma di cubo o di altri parallelepipedi (ma anche sul Palazzo delle Poste di Ostia dell’architetto Angiolo Mazzoni, su cui campeggia un animale marino).
   “Della vicinanza al travertino in questa città ci si accorge anche solo aspettando l’autobus”, dice Laura. “Roma è piena di monumentalità in travertino bianco, che ha un calore e una fisicità propri, e soprattutto segna una curiosa continuità nel tempo, dai resti archeologici all’architettura razionalista anni ’30, passando per quella risorgimentale. Non è un caso che ne stiamo parlando qui da te al Gianicolo, dove ho fatto sdraiare un ippopotamo sul mausoleo che ha l’iscrizione ‘Roma o morte’”.
   Agli antipodi del concetto horror detto “arredo urbano”, gli animali di Laura sono più disadattati di King Kong proprio perché più “umani” (come direbbe Vittorini: una creatura che soffre è sempre più umana), esseri alieni che esprimono un’inadeguatezza assoluta, uno status di ontologica clandestinità. E se fossimo noi a specchiarci in loro? Cosa fanno un lupo accovacciato sul tetto del Palazzo della Civiltà del Lavoro all’Eur, e due orse sull’iceberg della Stazione Termini, o su un mauseoleo di Porta Maggiore?
   “Non c’è un simbolismo, sono associazioni. All’iscrizione memorabile di un ossario risorgimentale preferisco magari un pachiderma addormentato. Un lupo, che è l’animale puro e selvatico per antonomasia, irriducibile alla vita dell’uomo, come appunto la “civiltà del lavoro”, sta lì ad osservare la nostra parte animalesca. Non è un richiamo all’homo homini lupus, né ad altri bestiari più o meno allegorici di scrittori e filosofi, Machiavelli compreso, ma a qualcosa di interiore: ognuno di noi vorrebbe forse scappare dalla macchina e dalla gabbia sociali, soprattutto in questo Paese. I miei animali sono esotici, quindi inadeguati al luogo in cui sono situati, ma guardano la nostra natura profonda e ci rivelano l’insensatezza dei nostri atteggiamenti e delle forme in cui abitiamo, da vivi come da morti - cubi, monumenti, marmi, loculi o garages per umani - come l’antica tomba al fornaio di Porta Maggiore, più sontuosa di quella di un imperatore”.
    Come se fosse necessario il punto di vista degli animali, oggi, per dire la verità sulla condizione umana… E le tartarughe o lo stupendo elefante di Bernini? Non mi pare che esprimano disagio, s’inseriscono beatamente nella meraviglia estetica del loro tempo…
   “C’è da riflettere su come la nostra cultura si sia rapportata alla natura, anche quella più selvaggia: tra le modalità di addomesticamento dell’animale c’è quella decorativa, incastonata nella nostra cultura in un percorso che arriva, attraverso gli animali del circo, fino a Picasso e oltre. Ma parlando di Roma è anche vero che se il razionalismo italiano è così originale rispetto agli altri (per esempio quello tedesco) è anche perché ha guardato al Barocco: l’ex Gil a Trastevere di Moretti, o Piacentini che ha fatto il rettorato alla Sapienza con riferimento alla forma ellittica di Sant’Ivo. Nel barocco, è perfino banale dirlo, c’era questo spirito capriccioso, come una forma di civile disobbedienza. E poi l’animale, in Bernini, rende luogo un luogo, crea intimità…”
   Anche gli animali di Laura paradossalmente creano intimità: la loro grandezza sproporzionata riporta le architetture a una scala e a una proporzione umane, abitabili. Una sorta di poetic justice, “giustizia poetica”, come in inglese si traduce la legge del contrappasso di Dante. Ora torno a darle del tu.
   Laura, anche in questo lavoro è presente il tema del vuoto che definisce molti tuoi lavori precedenti, come gli “svuotamenti” (che disegnavi anche nel nostro lavoro sulle periferie), una cancellazione della cancellazione, ben più grave, iscritta nel nostro sguardo, il non essere più capaci di vedere niente, come diceva Luigi Ghirri. O come il bambino di cui mi hai parlato, che in un tema ha descritto così un’opera che rappresenta Dio e lo Spirito Santo: “un vecchio barbuto con un piccione” (ma la cecità degli adulti è meno divertente).
   “La nostra inadeguatezza si esprime anche qui in un vuoto, nella relazione tra cubi vuoti e animali astratti, che non sono più architetture e non sono nemmeno un bestiario. Tutto è cangiante, come unire la fisicità del marmo alla morbidezza dell’animale. Poi c’è il fatto che a Roma, per sua natura, un monumento equestre che normalmente basterebbe a riempire una piazza, diventa un circo equestre. E’ una città in cui si vive molto all’aperto, e per questo oltre alla bellezza è impossibile non notare la bruttezza degli abusi e della superfetazione edilizie. (Vedi quel parallelepipedo bianco della chiesa di Santa Maria della Salette? Ci starebbe bene un polpo gigante appiccicato: poetic justice).
   “Le architetture romane nei miei disegni risultano alla fine per gli animali (forse non solo per loro), come le Panchine nel tuo libro: ci si siedono sopra a contemplare lo spettacolo del mondo senza essere visti, perché è troppo rischioso guardarli - come hai scritto degli umani seduti sulle panchine, così loschi per lo sguardo borghese da acquistare il privilegio di diventare invisibili”.
   Come lo Spirito Santo nel vecchio col piccione.




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8/05/2012

La finestra sul mare (reportage estivo da Ostia)

(versione corretta del pezzo apparso domenica 6 agosto su Repubblica-Roma, per la serie "Vacanze d'autore")


   Anche se è grande e popolata come una città, mi piace che Ostia sia solo un distretto di Roma col mare. Quella di Lido centro sembra una vera stazione, anche se ci arriva solo il trenino che parte dalla Piramide, e da lì è bello camminare in via della Pineta o nella strettissima via dei Fabbri Navali, nucleo originario di Ostia che ricorda l’atmosfera di Monteverdevecchio o del Gianicolo. In via degli Acilii c’era un’osteria in un giardino, sotto una tettoia di vigna, “da Oscar”, oggi solo rivendita di vino per gli intimi. Sembra di stare in un altro mondo. Suppongo però che devo parlare di spiagge.

   Le più eleganti sono quelle di levante (le più “esclusive” sono ancora più giù, verso Castelfusano, dove le cabine si tramandano in famiglia), ma io vado a ponente, nella cosiddetta “Ostia destra” – a destra del pontile. E’ più povera, il lungomare si restringe e le case sono condomini in puro stile geometrile anni ’60 e ’70, salvo le ex colonie fasciste in cui il sindaco Alemanno vorrebbe fare un casinò, e che per ora ospitano, perfetta nèmesi, una varietà di minoranze e di disagiati: la moschea, la mensa della Caritas, vari alloggi abitati da colorati extracomunitari, e la bellissima biblioteca Elsa Morante, rifugio di quegli speciali disadattati che siamo noi lettori di libri. Il tratto di lungomare chiamato Duca degli Abruzzi, poco più avanti, fino a qualche anno fa era addirittura malfamato, ma ha il privilegio di offrire il sollievo della vista di mare e spiagge libere a chi cammina - sul lungomare appunto, non “lungomuro” come quasi ovunque a Ostia. Alla fine del lungomare di ponente c’è il nuovo porto turistico, e in estate il sole tramonta così esattamente alla fine della strada da farle meritare l’appellativo di Sunset boulevard...

   Dopo il porto turistico c’è l’Idroscalo. Era una sorta di favela sulla foce del Tevere, cosi chiamata per gli idrovolanti che nel ventennio fascista partivano da qui (Fiumicino sarebbe nata più tardi). Ci si arriva lasciandosi alle spalle i palazzoni edificati per i senza casa dal sindaco Petroselli negli anni ’80, si costeggiano i cantieri navali coi lussuosi yachts, e l’oasi della Lipu con il monumento a Pier Paolo Pasolini (nel luogo preciso in cui fu ammazzato), dove volteggiano a volte fenicotteri bianchi e rosa. Sulla destra, in una polverosa distesa, l’ottagonale torre di avvistamento progettata da Michelangelo, detta anche “Torre di San Michele”, abbandonata da anni a non essere vista né ad avvistare più nulla. Finché la strada finisce, tra il mare e il nulla, un nulla non privo di dolcezza dai colori pastello, e una spiaggetta rocciosa dove giocano e nuotano soprattutto bambini. La finestrella di una casetta con le foto dei gelati attaccate al muro rivela l’esistenza di un bar che sembra sopravissuto agli anni ’60. Era, e in parte è ancora, un mondo di estremamente poveri e precari, in case e baracche di materiali di risulta, ma con statuine di Padre Pio, vasi di fiori, decorazioni sulle porte. Sembra uscito dal remake di un film di Pier Paolo Pasolini diretto da David Lynch, se penso agli uomini e donne coperti di tatuaggi che vidi anni fa in festose serate estive alla luce rubata dai pali elettrici, animate dal karaoke, da balli e dall’elezione di Miss Idroscalo. E soprattutto alla devozione quasi pagana, forse per questo ancora più religiosa, della festa dell’Assunta il 15 agosto, detta anche Festa del Mare: quando il barcone con la statua lignea della Madonna, i lunghi capelli sciolti come nella canzone di De André, prende il largo, e i poveri festeggiano a fianco delle autorità in una solennità iperreale e sballata, come i fuochi d’artificio fuori sincrono. Catarsi di una comunità disaggregata degna di essere raccontata in un film, oggi dispersa dalle ruspe e dai progetti immobiliari.
   Ho un amico poeta che abita a Ostia destra, con una terrazza sul lungomare e la spiaggia. Vado spesso da lui a pranzo o a cena (è un ottimo cuoco), poi finisce che resto lì per una breve vacanza. Eccomi dunque qui a guardare il mare e la spiaggia dall’alto nell’ora che preferisco, quella in cui si svuota, gli stabilimenti chiudono come gli ombrelloni e tutto acquista luce e spazio abitabile, una petroliera rossa all’orizzonte, e sarebbe bello scendere a nuotare. Ma ecco che alle 19,15 circa gli stessi stabilimenti balneari si cambiano d’abito per la loro second life, annunciata da prove  di colonne sonore, all’inizio appena accennate, poi continue, dilatate in una poltiglia sonora ad altissimo volume. Quando il sole è ormai atterrato da un pezzo all’Idroscalo, e un argento uniforme confonde cielo e mare, a un certo punto un pianoforte classico rivaleggia con l’immancabile Folle idea di Patty Pravo, e tra i due motivi prevale il basso della voce di Louis Armstrong in What a wonderful world: è il segnale. La concorrenza dei bar della spiaggia non risparmia niente e nessuno: percussioni africane versus tromba romantica, Besame mucho contro rock italiano anni ’60, disco music e perfino una soprano dal vivo tra i tavoli di un ristorante. Un brusio-remix che arriva come aromi di cucina portati dal vento in cui si mischiano tra loro pietanze diverse. In cielo resta un vago alone rosa, il resto è buio, il porto turistico con le sue torrette sembra il profilo di un’Istanbul in miniatura, e il popolo dell’happy hour comincia a fluire e invadere le spiagge come zombi teneri e sonnacchiosi. E’ la globalizzazione della sbronza, nel babelico jukebox della notte rutilante. C’è la spiaggia-balera e il piano-bar, il pub e la discoteca e così via, a ognuno la sua musica. A giudicare dal flusso di corpi che dal lungomare entrano negli stabilimenti, la spiaggia è più gremita che di giorno.
   Poi bisognerebbe descrivere l’incanto del mattino presto, il chiarore terso e pulito del mare. Le spiagge vuote e struccate, senza il belletto notturno, percorse dai trattori che le spianano come tosaerba, sorprendono per la loro freschezza nella luce silenziosa del giorno. Certo, di giorno ci si chiede perché quel bar con le capanne sulla sabbia debba chiamarsi Polynesian Cocktailbar, e cos’abbiano di polinesiano i condomini di fronte. Ma questa, del divario tra le parole e le cose, è un’altra e vecchissima storia.

5/20/2011

Freud in panchina


   Simile a un’avenue parigina – i pedoni e gli alberi al centro, le automobili nelle corsie laterali – via Lisbona si stende tranquilla tra via Lima e via Panama, nel quartiere Parioli. A dare un’ulteriore nota di fiabesco è l’ambasciata della Finlandia. La geografia di questa toponomastica si arricchisce ora di una nuova titolazione, non in onore a un Paese ma al fondatore di un’altro tipo di esplorazione, e quindi di geografia: il padre della psicanalisi. Un “Giardino Sigmund Freud” sarà inaugurato venerdì in questa strada, a pochi passi dalla sede ormai storica della Società Psicanalitica Italiana di via Panama 48.

Non è solo il riconoscimento a un maestro del Novecento che ha influenzato per sempre la conoscenza e percezione della psiche, e dunque del senso della vita; ma l’omaggio che Roma ricambia a un suo grande estimatore: Freud amava molto Roma, e i suoi scritti abbondano di riferimenti, non solo sui suoi frequenti soggiorni ma anche come metafora archeologica e urbana del metodo della psicanalisi (ne Il disagio della civiltà paragona gli scavi per riportare alla luce le fondamenta di Roma a quello nella memoria per riconquistare un territorio dell’inconscio), e come sogno ricorrente testimoniato ne L’interpretazione dei sogni: “Sono diventato un appassionato pellegrino di Roma”, aggiunge in una nota dell’edizione del 1925. Sulla scia di Goethe e dei viaggiatori tedeschi dell’Ottocento, Freud soggiornò a Roma spesso, dal 1901 al 1923. Veniva in settembre, dapprima all’Hotel Milano, su Piazza Montecitorio, più tardi all’Eden in via Ludovisi, con vista su Villa Malta. Vide - disse - in Vaticano la famosa "Gradiva" dell’omonimo racconto di Wilhelm Jensen, che lui analizzò in un saggio del 1906, e decise di scrivere sul Mosè di Michelangelo, da cui era ossessionato e che visitava ogni giorno a San Pietro in Vincoli. Fu a Roma che nel 1913 terminò l’introduzione a Totem e tabù e scrisse la prima bozza del saggio sul narcisismo, e dove nel 1907 confessò in una lettera: “peccato non si possa vivere sempre qui”. Le sue lettere raccontano passeggiate di turista tra musei e rovine, ma anche pranzi al ristorante “Rosetta”, una serata al Quirino ad ascoltare la Carmen, lo spettacolo delle celebrazioni nel 1912 per la presa di Roma, che vide appollaiato sul nuovo monumento a Vittorio Emanuele II. Ma già prima di arrivarvi la prima volta, Freud visitò Roma nei sogni, e quindi negli scritti che analizzano “il desiderio di arrivare a Roma”: Roma come simbolo del contrasto tra ebraismo e cattolicesimo, come umiliazione paterna da riscattare, come viaggio di emancipazione erotica, come metafora, abbiamo visto, della psicanalisi. Roma come luogo “materno” in cui convivono l’arte, la natura, il piacere sensuale del vivere.
   Per chi conosce Freud, dedicargli un giardino è tutt’altro che casuale o arbitrario. Amava descrivere e classificare piante e fiori, e prediligeva le gardenie. Il "Giardino Freud" è un corridoio ombroso e tranquillo di circa 200 metri, pochi e ovattati i rumori (predominano i cinguettii dei passeri), con una dozzina di panchine verdi di legno su cui, oltre il sottoscritto, c’è un anziano che si gode il sole e due turiste giapponesi che fanno ginnastica. Poche anche le persone che passeggiano nella tarda mattinata: una signora col cane, una colf che attraversa il giardino per portare l’immondizia nei cassonetti. Si sta bene, e seduto su una panchina penso che anche questo ozio contemplativo, questa interruzione della fretta, del dover essere e del fare, non è senza parentele col “set” psicanalitico: il paziente sul lettino, e perché no su una panchina.
   In una lettera alla moglie Martha del 1900 Freud accostò nello stesso elenco di desideri di ciò che avrebbe voluto trovare nell’agognato viaggio a Roma “i fichi, i castani, l’alloro e i cipressi, le case con balconi, gli antiquari”, lista in cui convivono natura e passione del collezionismo, antichità e beatitudine quotidiana. E’ stato esaudito: il giardino di via Lisbona annovera tra le sue piante anche l’alloro, e due giovanissimi cipressi piantati dai residenti, insieme ad aceri, robinie, lecci, un nespolo e un giovane tiglio, e numerosi grossi cespugli fioriti di “petto d’angelo” (Philadeplhus), che spargono per terra i loro teneri e bianchi petali (stavo per scrivere capezzoli; i lapsus, almeno qui e oggi, sono contemplati).
(scritto per la Repubblica, 20 maggio 2011)

5/11/2011

Gita in dirigibile ("a spasso per l'azzurrità")

    L'ombra del dirigibile (mercoledì mattina) sulla moschea. Fotografia di Mimmo Frassineti

Gita in dirigibile sul cielo di Roma ("a spasso per l'azzurrità" come un palloncino)

   Mentre mi dirigo all’Aeroporto dell’Urbe per fare un volo col dirigibile Goodyear, ormeggiato lì per un giorno, chissà perché mi viene in mente Franz Kafka e la sua cronaca dello spettacolo aeronautico che vide proprio un secolo fa (1909) nel cielo di Brescia: c’erano Giacomo Puccini e il vate D’Annunzio, che naturalmente declamò una poesia su Icaro al pubblico. Forse perché il dirigibile è in fondo un pallone gonfiato (di elio), e l’epica dei palloncini è imparentata dalla nascita con le avanguardie artistiche e letterarie, Duchamp compreso. E forse perché c’è qualcosa di irresistibilmente ludico nello spettacolo di un dirigibile, fin dai fratelli Montgolfier: chi non si è mai incantato a guardare, col famoso naso all’in su, la grande forma allungata Goodyear, che sembra fatta per essere vista, e che si sposta elegantemente nel cielo come un cigno seduto sull’aria? Piuttosto, si fa fatica ad immaginare che ci sia qualcuno lassù a guardare noi in basso. Ecco, io sarò tra breve una di quelle poche, invisibili persone (3 passeggeri più il pilota) sedute in una cabina di poco più di 2 metri, abbarbicata al pallone lungo 40 come una cozza a uno scoglio.
   Prima di salire, il nome di questo aerostato che da decenni sorvola l’Italia nel suo Safety Tour – “Spirit of Safety” – mi ricorda che oggi (ieri per chi legge) è il giorno in cui a Roma era stato fissato il più terribilmente mondano degli eventi: un terremoto. Sorrido all’idea che la casualità del destino mi abbia regalato un momento aereo di immunità. La giornata è splendida, l’aria tersa, e una volta a bordo – lasciate le funi che uomini vestiti di scuro tendevano per trattenere il pallone come una balena insabbiata sul campo d’erba - il dirigibile prende quota e in pochi secondi sono “a spasso per l’azzurrità”, come cantava Renato Rascel in “Dove vanno a finire i palloncini”.
   Sorvoliamo i tanti campi sportivi a ridosso della Salaria (che sembra una pista per automobiline), le morbide anse del Tevere, che dall’alto pare un canaletto in un plastico. Va veloce, il dirigibile. Per un attimo mi tolgo le cuffie di comunicazione e resto ipnotizzato dal rumore del vento. Voliamo perché siamo più leggeri dell’aria, mi dico riassumendo il miracolo fisico che ci tiene su. Poi, la fronte incollata al vetro, la terra che vedo giù, a picco, così lontana, e il vuoto da cui mi separa la parete sottile della cabina, mi fanno improvvisamente paura. Il fotografo che è con me sporge giustamente dal finestrino la macchina fotografica, e se c’è una vertigine che io provo è proprio quella degli oggetti che, incuranti, si affacciano sul vuoto... Per distrarmi mi guardo i piedi per un attimo, e quando li riapro già stiamo oltrepassando il parallelepipedo della Farnesina, lo stadio olimpico, i grandi petali o foglie che costituiscono l’Auditorium, e sono incantato dalla quantità di alberi che fanno di Roma una delle città più verdi d’Europa. E anche da una strana impressione: che quel disordine spesso insopportabile in cui ci appare Roma quando siamo per strada, dall’alto miracolosamente si ricomponga in un ordine dove tutto sembra al suo posto - le vie oblique, i palazzi di sbieco, i tanti spigoli architettonici, il traffico.
   Prendo confidenza con la volatilità e l’altezza: sorvoliamo il centro, vedo San Pietro che sembra fatto col Lego, il Panteon e la sua cupola che assomigliano a una pentola marocchina di terracotta col coperchio; Palazzo Chigi e Montecitorio con sul tetto una pista d’atterraggio per elicotteri, il Foro romano che sembra un tappeto di giochi lasciati lì dai bambini, la macchina da scrivere di Piazza Venezia, i ponti percorsi da automobili lente, le piazze; dall’altra parte, la lunga distesa di binari dietro la Stazione Termini che sembrano piste per biglie, la corona a forma d’ellisse del Colosseo cui affluiscono lunghe file di formiche-persone. Vista dall’azzurrità, la città è una distesa bianca e ocra come da nessun aereo è possibile vedere. E dove tutto in fondo risulta equivalente: l’altezza è una “livella”, direbbe Totò, che azzera le gerarchie; sia i palazzi del Potere che le magnificenze architettoniche non spiccano nell’insieme se non perché già li conosciamo, perché li riconosciamo. Sono gli spazi vuoti che interrompono il brulichio di palazzi che più consolano la vista: le piazze, i parchi, i Fori, e ancora i verdi campi da calcio e quelli da tennis, e, al ritorno, un circolo d’equitazione coi cavalli che trottano, il rassicurante e indolente corso del Tevere, la campagna.
   Il dirigibile scende in picchiata, punta il campo dorato d’erba tagliata dove volteggiano le rondini, e quando la ruota tocca la terra, e accorrono gli uomini vestiti di nero a tirare le funi per immobilizzarlo come un animale preistorico volante, mi accorgo dai loro gesti naturali e primitivi che è questo l’aspetto esteticamente più bello del volo, un’esperienza fisica e percettiva che nessuna astratta visione del mondo con Google Earth può uguagliare. Dall’automobile che mi riporta a casa, a un semaforo scorgo tra i tetti la sagoma del dirigibile. Io ero lassù, sorrido.
                                                                                                          (reportage scritto per la Repubblica di giovedì 12 maggio 2011)


2/11/2011

Ritorno alla vita nuda (dei Rom)

   Alcuni anni fa avevo fatto uno dei primi reportage (per il domenicale di "la Repubblica") sui cosiddetti campi nomadi a Roma, visitando il cosiddetto Casilino 900, poi sgomberato malamente. Si intitolava "La vita nuda dei Rom", ed è stato poi inserito nel mio libro Oggetti smarriti e altre apparizioni.
   Ieri, in una giornata anche troppo intensa (al pomeriggio dovevo fare e ho fatto una conferenza-reading sulla poesia in un liceo di Ostia) ho visitato, su invito della redazione romana di "la Repubblica", una baraccapoli nel quartiere della Magliana, e quello che segue ne è il breve reportage. Segnalo anche che, dopo il funerale dei bambini morti bruciati, ieri sera in Campidoglio si è svolta una fiaccolata di protesta promossa dai Rom e da altre associazioni contro la politica degli sgomberi e della deportazioni - delle esclusioni - portata avanti dal comune di Roma.
Ed ecco il testo che esce oggi su la Repubblica (pagine di Roma)
   La prima cosa che ci colpisce è il pudore.
   Poiché al mattino gli uomini sono tutti al lavoro, a venirci incontro è stato un nugolo di bambini, sorvegliati a vista e seguiti dalle madri, dai tre ai tredici anni. Sono curiosi e vivaci, e al tempo stesso protettivi. Tra tutti spicca Dario Valentino, undici anni: “Venite stasera, quando torna mio padre e gli altri uomini”, ci ripete serio. Ci proibisce (ci prega di non farlo) di fotografare le case e le persone, cioè loro stessi. Colpisce la sua dignità, il volto serio nello sforzo di assumersi la responsabilità del campo. E’ anche perfettamente consapevole del bello e del brutto. “Tutta questa zozzeria” – dice indicando una distesa di terra piena di detriti, e le carcasse arrugginite e bruciate di automobili, “non è nostra, l’abbiamo trovata qui”. Ci dice il via vai di questi giorni di fotografi, che non hanno chiesto il permesso di fare fotografie a case e persone, come se fossero gabbie di uno zoo: “sono venuti a fotografare tutto e poi sono scappati”.
   Ci presentiamo. Siamo in un agglomerato di baracche nel quartiere della Magliana, racchiuse da canneti e pezzi di campagna sopravvissuta, chiusa da un lato dai palazzi che ospitano la Fao. Il sentiero che vi conduce da via Morselli è costellato di pneumatici e tracce di sgomberi recenti. Anche qui, un anno fa, un altro bambino morì bruciato per l’imperizia e la miseria, non questa volta dal riscaldamento, ma dalle candele. Sono rimaste famiglie bosniache di Sarajevo, da cui imparo che le tragedie della miseria accadono a quei Rom che non hanno la sapienza pratica di altri, l’arte del sopravvivere. Nuovi poveri, per così dire. Con me e Francesca, fotografa, c'è Alessandro, un giovane antropologo che lavora con Arci Solidarietà nel vicino campo rom “regolare” di Via Candoni: concepito per ospitare trecento persone, ne vivono più di mille, stipate dentro container di 18 metri quadrati. Alessandro aiuta le famiglie Rom a sbrigare le pratiche sanitarie, scolastiche e sociali in genere. I bambini e le madri di questa baraccopoli di irregolari lo conoscono di vista, e si fidano poco alla volta di noi. Il fatto è che ci sentiamo in colpa a essere qui anche noi solo dopo l'ennesima tragedia che ha fatto notizia e suscitato clamore, a far visita e fotografare delle condizioni di vita, di vita nuda, come se le scoprissimo sempre per la prima volta, dimenticando che le abbiamo create noi, la nostra politica, e solo in seguito attribuite a “loro”. Non solo il triste concetto di “campo”, mi spiega il giovane antropologo volontario, persona informata dei fatti, è un'invenzione nostra, frutto di una logica di esclusione; ma anche all'estremo opposto la lirica adesione a un loro presunto e folkloristico stile di vita, a una loro presunta esigenza di separatezza.
   Ci colpisce la serenità di questo scorcio di vita quotidiano di donne e bambini, e la tranquilla dignità delle donne e madri. “Ci portano di qui e di là come se fossimo giocattoli”, dice una donna. Da uno sgombero all’altro, da una deportazione all'altra, la loro precarietà è una condanna, non una scelta. “Io vivo qui con mio padre, sono arrivata in Italia quando avevo 11 anni – mi dice un’altra che si definisce single, gonna verde con disegni fantasiosi, collana di perline, pendenti e un bracciale di corallo - vorrei lavorare, sono brava a fare le pulizie” – dice mostrandomi la baracca ordinata e accogliente sulla terra nuda e spazzolata: un letto, un fornelletto, un tavolino, due quadretti di “Roma sparita” appesi alle pareti fragili di legno, e un terzo che è un ritratto di padre Pio. Ma non sa leggere né scrivere, in nessuna lingua. Poi si siede all'aperto, in postura perfettamente eretta toglie il rame scorticando le guaine dei cavi elettrici e lo mette da parte. Sanno, a differenza di altri Rom, che non bisogna bruciare il rame per non respirarne la diossina che sprigiona.
   Tutte le baracche sono di legno, nessun uso di materiali nocivi, e dalle tettoie pendono le plastiche azzurre della Posta Italiana, con la scritta in bianco. In una, l’unica con l’impiantito pure di legno, tra i letti, i tappeti e le coperte dai colori festosi e sgargianti noto vicino alla porta una stufa circolare di metallo, saldature perfette, ma soprattutto una forma che sembra il frutto di un designer di grido. “L’ha fatta mio marito”, dice la donna con orgoglio seguendo il mio sguardo. “Questa è sicura”. E’ una stufa a legna, davvero bella da guardare.
   Dario Valentino, il ragazzo undicenne (che scopriamo essere il figlio del falegname e fabbro delle stufe), mentre attorniato dagli altri bambini costruisce con assi di legno, chiodi e un martello una piccola casetta per giocare, pone delle domande ad Alessandro come un grande, sul loro destino, se li sposteranno a via Candoni, che cosa siano le fantomatiche “case popolari”, e chi ci può andare. Non è facile spiegare a bambini dagli occhi sgranati, che aspirerebbero ad avere una casa normale, cosa siano e chi abbia diritto alle case popolari, e perché. Intanto si sono avvicinate ad ascoltare alcune donne. Quando nominiamo il famigerato Cei (Centro di Identificazione e Espulsione), campo che rinchiude tra filo spinato soprattutto coloro accusati del reato di clandestinità, la madre di Dario Valentino, che sembrava disinteressata ai nostri discorsi, si affaccia dalla sua baracca per esclamare, seria: “Là non ci voglio andare neanche morta”. Tutti qui hanno un regolare permesso di soggiorno, tutti vorrebbero che i loro figli andassero a scuola, vorrebbero una normale assistenza sanitaria, tutto ciò che per noi è così normale che ci dimentichiamo di averlo. Ignoro quali siano i criteri per l’attribuzione, ma una cosa è certa: i nomadi, come li chiamiamo, non sono nomadi, la loro origine è spesso contadina, e il lavoro degli uomini si relaziona con la realtà della metropoli, non in un mondo separato.
   “Questa potete fotografarla”, ci propongono fieri dopo avere finito la loro capanna di legno. Adesso i bambini, quelli più piccoli a piedi nudi, sono contenti di mostrarci quante più cose e possibili, felici della nostra attenzione. Fotografiamo Lisa, il boxer femmina, Bambi, una pecora che zampetta intorno, animale di compagnia, compagno di giochi dei bimbi. Siamo incantati dalla loro creatività e dalla gentilezza di questi bambini. La piccola Samantha, una biondina sempre sorridente, corre e grida di gioia quando diciamo che torneremo a portarle dei vestiti. “Anche delle scarpine”, ci dice da lontano.