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4/18/2014

"Comizi di felicità". Una giornata al mare, dal mio panettiere di Ostia


Giuseppe Ungaretti in spiaggia in "Comizi d'amore" di Pier Paolo Pasolini

   Tutte le volte che ho parlato del bel film di Roberto Andò Viva la libertà, con un lapsus lo chiamavo Viva la felicità, come se volessi evitare quella parola abusata e, credo, sopravvalutata (“popolo delle libertà”). Mi accade la stessa cosa cercando un pezzo di Goffredo Parise nel Sillabario n. 2 col titolo Felicità, ovviamente senza trovarlo perché si chiama infatti Libertà: “un pittore americano che pedala una bicicletta giallo canarino sotto i pini di Villa Borghese”. Qual è in effetti la didascalia migliore?
   Gli Americani la vollero nella Costituzione [errata corrige: nella "Dichiarazione d’Indipendenza"] e anch’io penso oggi che felicità sia una parola nuova e rivoluzionaria. Ma cosa significa? Chiedo a Mira, albanese, ex maestra elementare, da molti anni a Roma come babysitter e collaboratrice domestica, se sia felice. “Stamattina sì”, mi dice sorridendo, “perché ho dormito un’ora di più. Mi sentivo riposata e quindi felice, ho preso tutto alla leggera. Altre volte sono in ansia per il ritardo dell’autobus, oggi no”. E’ questo la felicità, avere tempo? “Anche, ma non solo: oggi ho dato un bacio a mia figlia e non mi ha respinto, forse sta cambiando. L’amore di un figlio, capirsi in silenzio, è felicità. Quanto al mondo di fuori, la politica, non c’è nulla che mi piaccia, ma non ha più alcun ruolo nella mia felicità”.
   E io, mi chiede, sono felice? No. Perché? Perché ho paura di non riuscire a esserlo, mi frego da solo. Mi chiede comunque un esempio di felicità. Quando ho visto per la prima e unica volta il famoso raggio verde del sole al tramonto, che credevo ormai non esistesse. Dove? A Ostia. E mi viene in mente che, quando prendo la Via del Mare verso Ostia, mi sento sempre bene. Forse felice.
   Così eccomi a Ostia, quartiere balneare di Roma prossimo alla foce del Tevere e all’aeroporto di Fiumicino. E’ sabato, la luce è perfetta e cammino sul lungomare di ponente, quello più povero, dove si vede ancora il mare. Al ritorno mi fermo a un panificio aperto giorno e notte. E’ un punto di riferimento non solo per il pane fresco e le pizze calde, ma anche per mangiare altre cose.
   Il proprietario, Piero Morelli, già presidente dei panificatori di Roma, mi fermò un giorno per parlare di libri, poi mi mostrò il suo studio, una specie di piccolo museo del pane. Adesso mi parla dell’infelicità nuova che vede dal suo osservatorio, dall’esercizio di un lavoro che consiste nell’accontentare la gente, servirla. “Siamo in un mondo in cui la felicità è effimera, artificiale e imposta dall’alto, ma tocco con mano un disagio mai visto, un’impazienza tesa e sgarbata, una predisposizione a rispondere a una carezza con uno schiaffo. Con gli anziani ancora si parla, c’è chi si abbandona alla confidenza e perfino al pianto, ma i giovani non concedono nulla. La notte soprattutto, aspettando che si scaldi la pizza, una battuta o qualsiasi parola che non sia strettamente di servizio viene interpretata in modo aggressivo. Lo stato attuale dei rapporti tra le persone, visto anni fa in un film, sarebbe sembrato fantascienza”.
   Vede le tensioni e i litigi familiari, le asprezze, la rassegnazione, la tristezza per il futuro incerto dei figli, la cupezza di chi non ha più lavoro a cinquant’anni. “Ho un cliente che lavorava in un’impresa di distribuzione di carburanti, ora farebbe il lavapiatti pur di non subire l’umiliazione di sedersi la sera a tavola senza il coraggio di guardare in faccia i figli”.
      “Io sono felice perché ho i miei anticorpi, Radio Tre la mattina, i libri, le tue Panchine, Ceronetti, Cioran, mio figlio dietro al banco del panificio che ha l’insegna col nome di mio padre, classe 1909, che dormiva sui sacchi di farina di Piazza Venezia di fianco alla chiesa della Madonna di Loreto, protettrice dei fornai di Roma”. (Intanto annoto: è la durata che fa la felicità, il senso narrativo della propria esistenza, antidoto alla logica della precarietà? Interiorizzare già da giovanissimi la paura di non trovare un lavoro mi sembra un’infelicità recente e crudele, chi l’ha creata? Ai miei tempi non avevo un soldo, ma sarei scappato chissà dove pur di non avere un lavoro fisso).
   “Potrei sfruttare del tutto legalmente le opportunità del precariato. Spenderei la metà, ma distruggerei il patrimonio di questa azienda basata sul rapporto affettivo coi clienti, sulla memoria acquisita dal personale dipendente”. Insieme al pane qui si offre gentilezza, conforto. C’è la signora Maria che scende con la vestaglia e chiede lo zucchero. Un senso di comunità che la grande distribuzione, Eataly di Farinetti compresa, che è come uno zoo in cui si va a vedere lo spettacolo del cibo, non può dare. Il fornaio Morelli mi parla invece dei negozi tradizionali, che rispondono a un’esigenza di rapporti col territorio e la vita del quartiere. “Un amico, vedendomi coi miei clienti ha detto che gli sembrava un film di Totò o di Pasolini”.
   E’ un raro esempio di negozio (negotium) che non si contrappone all’ozio (otium), ma lo completa. Oltre ai tavolini fuori, da anni ci sono due grandi panchine, comode e gratuite. Si ha l’impressione di stare su una soglia magica del mondo in cui prima o poi passeranno tutti, il luogo ideale per fare delle interviste, dei “comizi” pasoliniani sulla felicità. Del resto, questo pane ai cinque cereali appena sfornato o questa morbida colomba pasquale sono un esempio profumato e tangibile di felicità. Da una gazzella dei carabinieri scende un vicebrigadiere impeccabile e gioviale. E’ felice? “Oggi più di ieri”, sorride alludendo alla luce quasi estiva. Mi racconta la pena, durante i controlli di routine, delle persone cui sembra cadere il mondo addosso per un’infrazione, ma che viceversa è bellissimo veder rinascere quando la si aiuta e condona. Mi parla dei tentativi di felicità della gente, anche solo uscire dalla nebbia depressiva della città per immergersi nella luce e vedere il mare.
   Ci sono tanti mondi dentro il mondo. A due passi da qui, dove il sindaco Alemanno voleva fare un casinò, c’è la biblioteca Elsa Morante, una chiesa del Sant’Egidio, una comunità di extracomunitari e una moschea. Passa una donna senza età, volto radioso e sereno. “Felicità è la lucidità di comprendere che la vita non è servire i sensi e il mondo materiale, ma l’anima, che è una scintilla del Divino. Sono felice, vivo con altre dodici persone in un tentativo di comunità  intrapreso per fuoriuscire dall’egoismo e avere un destino spirituale comune. Il mondo di fuori influisce, sì, ma come sabbie mobili”, conclude ridendo. Con lei un uomo sui trent’anni, consigliere regionale umbro: “La politica può fare tanto per migliorare le condizioni di vita delle persone, ma ho imparato facendola che non è esaustiva, deve connettersi con una dimensione spirituale. Felicità è rendersi conto di essere una parte, magari infinitesimale, del Creato”. Valeria, avvocato: “Ci si sente felici quando, dopo una perdita o un’interruzione, c’è un recupero dello stato precedente, con una consapevolezza che prima non si aveva, perché si era nello stato naturale, quello senza il senso della perdita. La politica, il mondo di cui parlano i giornali, crea turbamento, ma non influisce sulla nostra felicità di fondo”.
   Il cielo comincia a tingersi di viola e arancio. Mi ha raggiunto un amico poeta, Sergio, ex aviatore che abita qui a fianco (“Sei felice?” “Sì, perché uso lo stratagemma di avere desideri minimi, evitando quelli irraggiungibili”). Nel via vai incontra un ex collega romagnolo, Giulio, pilota ex cassintegrato Alitalia che ora vola sui jumbo cargo di una compagnia con sede a Malpensa. La felicità, dice, è entrare in un panificio a Ostia e trovare un amico fraterno. Qui ce ne sono tanti come lui, versioni aeronautiche di Ulisse, sempre desiderosi di essere altrove. Ma la vera felicità è tornare a casa, dice, l’emozione che prova ogni volta al ritorno dal giro consueto Milano-Osaka-Hong Kong-Baku-Milano, quando scorge le Alpi e cala verso Bolzano. Ama svisceratamente l’Italia e ogni paesino. L’Alitalia, dice, era uno specchio delle sfaccettature del Paese, un patrimonio anche di persone.
   La felicità è qualcosa che ti attraversa come un fantasma, che non potrai mai prendere né possedere, come la memoria del mondo, qualcosa di cui puoi solo fare parte.

(articolo uscito su Venerdì di Repubblica del 18/4/2014)

8/05/2012

La finestra sul mare (reportage estivo da Ostia)

(versione corretta del pezzo apparso domenica 6 agosto su Repubblica-Roma, per la serie "Vacanze d'autore")


   Anche se è grande e popolata come una città, mi piace che Ostia sia solo un distretto di Roma col mare. Quella di Lido centro sembra una vera stazione, anche se ci arriva solo il trenino che parte dalla Piramide, e da lì è bello camminare in via della Pineta o nella strettissima via dei Fabbri Navali, nucleo originario di Ostia che ricorda l’atmosfera di Monteverdevecchio o del Gianicolo. In via degli Acilii c’era un’osteria in un giardino, sotto una tettoia di vigna, “da Oscar”, oggi solo rivendita di vino per gli intimi. Sembra di stare in un altro mondo. Suppongo però che devo parlare di spiagge.

   Le più eleganti sono quelle di levante (le più “esclusive” sono ancora più giù, verso Castelfusano, dove le cabine si tramandano in famiglia), ma io vado a ponente, nella cosiddetta “Ostia destra” – a destra del pontile. E’ più povera, il lungomare si restringe e le case sono condomini in puro stile geometrile anni ’60 e ’70, salvo le ex colonie fasciste in cui il sindaco Alemanno vorrebbe fare un casinò, e che per ora ospitano, perfetta nèmesi, una varietà di minoranze e di disagiati: la moschea, la mensa della Caritas, vari alloggi abitati da colorati extracomunitari, e la bellissima biblioteca Elsa Morante, rifugio di quegli speciali disadattati che siamo noi lettori di libri. Il tratto di lungomare chiamato Duca degli Abruzzi, poco più avanti, fino a qualche anno fa era addirittura malfamato, ma ha il privilegio di offrire il sollievo della vista di mare e spiagge libere a chi cammina - sul lungomare appunto, non “lungomuro” come quasi ovunque a Ostia. Alla fine del lungomare di ponente c’è il nuovo porto turistico, e in estate il sole tramonta così esattamente alla fine della strada da farle meritare l’appellativo di Sunset boulevard...

   Dopo il porto turistico c’è l’Idroscalo. Era una sorta di favela sulla foce del Tevere, cosi chiamata per gli idrovolanti che nel ventennio fascista partivano da qui (Fiumicino sarebbe nata più tardi). Ci si arriva lasciandosi alle spalle i palazzoni edificati per i senza casa dal sindaco Petroselli negli anni ’80, si costeggiano i cantieri navali coi lussuosi yachts, e l’oasi della Lipu con il monumento a Pier Paolo Pasolini (nel luogo preciso in cui fu ammazzato), dove volteggiano a volte fenicotteri bianchi e rosa. Sulla destra, in una polverosa distesa, l’ottagonale torre di avvistamento progettata da Michelangelo, detta anche “Torre di San Michele”, abbandonata da anni a non essere vista né ad avvistare più nulla. Finché la strada finisce, tra il mare e il nulla, un nulla non privo di dolcezza dai colori pastello, e una spiaggetta rocciosa dove giocano e nuotano soprattutto bambini. La finestrella di una casetta con le foto dei gelati attaccate al muro rivela l’esistenza di un bar che sembra sopravissuto agli anni ’60. Era, e in parte è ancora, un mondo di estremamente poveri e precari, in case e baracche di materiali di risulta, ma con statuine di Padre Pio, vasi di fiori, decorazioni sulle porte. Sembra uscito dal remake di un film di Pier Paolo Pasolini diretto da David Lynch, se penso agli uomini e donne coperti di tatuaggi che vidi anni fa in festose serate estive alla luce rubata dai pali elettrici, animate dal karaoke, da balli e dall’elezione di Miss Idroscalo. E soprattutto alla devozione quasi pagana, forse per questo ancora più religiosa, della festa dell’Assunta il 15 agosto, detta anche Festa del Mare: quando il barcone con la statua lignea della Madonna, i lunghi capelli sciolti come nella canzone di De André, prende il largo, e i poveri festeggiano a fianco delle autorità in una solennità iperreale e sballata, come i fuochi d’artificio fuori sincrono. Catarsi di una comunità disaggregata degna di essere raccontata in un film, oggi dispersa dalle ruspe e dai progetti immobiliari.
   Ho un amico poeta che abita a Ostia destra, con una terrazza sul lungomare e la spiaggia. Vado spesso da lui a pranzo o a cena (è un ottimo cuoco), poi finisce che resto lì per una breve vacanza. Eccomi dunque qui a guardare il mare e la spiaggia dall’alto nell’ora che preferisco, quella in cui si svuota, gli stabilimenti chiudono come gli ombrelloni e tutto acquista luce e spazio abitabile, una petroliera rossa all’orizzonte, e sarebbe bello scendere a nuotare. Ma ecco che alle 19,15 circa gli stessi stabilimenti balneari si cambiano d’abito per la loro second life, annunciata da prove  di colonne sonore, all’inizio appena accennate, poi continue, dilatate in una poltiglia sonora ad altissimo volume. Quando il sole è ormai atterrato da un pezzo all’Idroscalo, e un argento uniforme confonde cielo e mare, a un certo punto un pianoforte classico rivaleggia con l’immancabile Folle idea di Patty Pravo, e tra i due motivi prevale il basso della voce di Louis Armstrong in What a wonderful world: è il segnale. La concorrenza dei bar della spiaggia non risparmia niente e nessuno: percussioni africane versus tromba romantica, Besame mucho contro rock italiano anni ’60, disco music e perfino una soprano dal vivo tra i tavoli di un ristorante. Un brusio-remix che arriva come aromi di cucina portati dal vento in cui si mischiano tra loro pietanze diverse. In cielo resta un vago alone rosa, il resto è buio, il porto turistico con le sue torrette sembra il profilo di un’Istanbul in miniatura, e il popolo dell’happy hour comincia a fluire e invadere le spiagge come zombi teneri e sonnacchiosi. E’ la globalizzazione della sbronza, nel babelico jukebox della notte rutilante. C’è la spiaggia-balera e il piano-bar, il pub e la discoteca e così via, a ognuno la sua musica. A giudicare dal flusso di corpi che dal lungomare entrano negli stabilimenti, la spiaggia è più gremita che di giorno.
   Poi bisognerebbe descrivere l’incanto del mattino presto, il chiarore terso e pulito del mare. Le spiagge vuote e struccate, senza il belletto notturno, percorse dai trattori che le spianano come tosaerba, sorprendono per la loro freschezza nella luce silenziosa del giorno. Certo, di giorno ci si chiede perché quel bar con le capanne sulla sabbia debba chiamarsi Polynesian Cocktailbar, e cos’abbiano di polinesiano i condomini di fronte. Ma questa, del divario tra le parole e le cose, è un’altra e vecchissima storia.

11/01/2009

Il Giorno dei Santi e dei Morti

 Idroscalo di Ostia, 1/11/2009, foto di Maria Andreozzi
   Un giorno come domani, il 2 novembre 1975, fu assassinato Pier Paolo Pasolini - l’ultima coscienza critica e poetica del nostro Paese - in circostanze ancora ignote, salvo che non corrispondono alla versione ufficiale. Il suo ultimo film , Salò o lo 120 giornate di Sodoma, fu un pugno allo stomaco e un’invettiva disperata contro i fascismi, quello storico e quello fantasma, cioè che ritorna (solo i fantasmi ritornano). Non bado molto alle ricorrenze, ma mi trovo quasi per caso nel piccolo spiazzo erboso che ospita, come un cimitero laico, simbolico, il percorso di lapidi e poesie che circonda la stele in sua memoria all’Idroscalo di Ostia, dove appunto Pasolini fu ucciso. Alla mia destra, in un terrain vague cespuglioso, l’ottagonale torre di avvistamento michelangiolesca, cieca e abbandonata da anni a non essere vista né ad avvistare più nulla.
Sono qui per fare un reportage da un mondo sopravvissuto, testimonianza del suo stesso precario sopravvivere, un mondo di estremamente poveri che abitano baracche e casette fatte con materiali di risulta, che si allagano ad ogni pioggia. Il mondo di Pasolini, anche se nel XXI secolo ricorda i film di David Lynch: uomini e donne tatuati che ricordo in alcune festose sere d’agosto nella luce rubata ai pali elettrici, animate dal karaoke e dall’elezione di Miss Idroscalo. O, come ogni anno, dalla devozione quasi pagana, e per questo tanto più religiosa, della festa dell’Assunta il 15 agosto, quando la barca con la statua della Madonna esce in mare dal Tevere e prende il largo, e i sottoproletari precari (chiamiamoli così) sono in compagnia di preti, carabinieri e guardie di finanza. Una solennità iperreale e un po’ sballata, come i fuochi d’artificio fuori sincrono. E penso ora che non è male questa coincidenza: essere qui il quasi giorno dei Morti e dei Santi, che altri chiamano Halloween (e cosa ne direbbe Pasolini, mi chiedo).

(uscito su l'Unità di domenica 1 novembre 2009, rubrica "acchiappafantasmi"