2/16/2010

L'Aquila e il "dono" (dell'arte) parte 2


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“The time is out of joint”, il tempo è fuori dai cardini, disastrato. E’ la nota esclamazione dell’Amleto di Shakespeare. Ecco alcuni dei pensieri venutimi in questi giorni leggendo le intercettazioni telefoniche di coloro cui è affidata in Italia la protezione civile e la realizzazione di “grandi” opere (l’aggettivo è sufficiente a sottrarle a ogni controllo e trasparenza). Ce n’è un altro, per fortuna. Ho pensato infatti alla vita di tutti i giorni, agli sforzi che la gente fa per andare avanti, habitat e nutrimento di ogni scrittore; ai tanti aiuti spontanei e umili che da aprile 2009 si sono susseguiti nei confronti dei terremotati dell’Aquila e provincia. Ne segnalo uno che mi ha coinvolto, così piccolo da risultare invisibile, però simbolico: il work in progress chiamato DONO messo in moto dalla MicroGalleria dell’Accademia delle Belle Arti dell’Aquila. La galleria è interna all’accademia, e si dedica sopratutto agli allestimenti site-specific, ovvero l’interazione tra artista e spazio pubblico, confrontandosi quindi col tema dell’ospitalità e dell’accoglienza. Il “dono” ha previsto un’artistica lotteria, e un vernissage con l’installazione delle opere impacchettate e anonime offerte da una ventina e oltre di artisti. Beneficiario casuale di una di quelle opere, mi si chiede ora una riflessione sui significati dello scambio e del dono nelle pratiche artistiche contemporanee, o un commento sull’operazione. Eccola.
Se subito ho pensato, in forte contrasto coi protagonisti dell’economia delle catastrofi, i costruttori che ridono al telefono, che “arte” e “dono” sono sempre in qualche modo sinonimi, penso anche che la gratuità del dono (come il perdono, la testimonianza, l’ospitalità ecc.) sia uno di quegli oggetti sociali di cui ho appreso la politicità estrema dal filosofo Jacques Derrida. Si può perdonare solo l’imperdonabile, insegnava, e senza che si cancelli ciò di cui deve avvenire il perdono; si può ospitare e accogliere solo se si è impreparati a farlo, magari nel cuore della notte e all’improvviso; si può donare solo quell’impossibile dono privo dell’ombra di debito e credito, fosse anche inconscia.
A distanza di mesi dallo shock del terremoto, mentre la scena si è raffreddata e svuotata dei politici in cerca di audience, sento fortemente il desiderio di andare all’Aquila e condividere, fare dono del mio tempo, in un’epoca in cui la parola d’ordine è che non se ne ha mai, di tempo. Vorrei condividere la situazione di fantasma. Perché di questo si tratta: l’Aquila “città fantasma”, esclamarono quasi tutti i giornali riscoprendo all’improvviso una parola ben poco giornalistica, ma densamente filosofica. Siamo sempre nel campo dell’ospitalità, dell’accoglienza, del dono: “fantasma” dice lo spettro senza dimora, ma dice anche l’ospite. Dal Ghost al Guest il passaggio è breve: fantasmi sono i senza lavoro, i senza casa, i sans papier, i clandestini, condizione che oggi in Italia è addirittura un crimine. E’ il cuore della questione politica (catastrofica) di Amleto, “the time is out of joint”, il tempo è fuori luogo, poiché l’amletico problema di Hamlet, che poche lettere separano dall’homeless, è quello di tornare a casa.
La città de l’Aquila è oggi quasi un non luogo, se non propriamente una u-topia: inabitata, pericolosa, in attesa di una rifondazione, di una riabi(li)tazione. Una nuova esperienza dell’abitare è sempre anche una nuova esperienza del linguaggio, quella del revenant, fantasma e testimone. Che questo luogo sospeso diventi l’utopia di un luogo diversamente abitato, un’esperienza di dimora altrimenti fondata che sul circuito debito-credito, lo shock, la catastrofe e il profitto, al contrario a partire dalla possibilità impossibile del dono, è ciò che l’arte, nella sua gratuità fondativa, può permettersi di credere e di insegnare.

(uscito su l'Unità del 16 febbraio 2010)

1 commento:

Anonimo ha detto...

Bellissimo scritto...