9/12/2008

Essere al verde

C'è Enrico il Verde di Keller, Il raggio verde di Rohmer, La camera verde di Truffaut, Il miglio verde di St. King, il Verde matematico di Andra Pazienza, e un'altra miriade di riferimenti (anche il Corsaro Verde di Salgari e il Cappuccetto Verde di Munari...). Annotava Mario Schifano: "Il verde non ha un sentimento (come non lo hanno i miei colori), ma ha un riferimento. E una forma metaforica".
Comunque sia, a Bari, nella Sala Murat, col sostegno di Comune e Provincia, il 4 settembre si è inaugurata un'ampia mostra multimediale, a cura del fotografo Gianni Leone, sul tema del VERDE (aperta fino al 28). Arte, scritture, fotografia, installazioni, tutto dedicato al "verde". Sull'evento si può leggere, fra l'altro, qui e qui.
Il 26 settembre andrò lì a fare una lettura e salutare gli amici, possibilmente sulle "panchine" (verdi a onda). Ci sarà anche Paola Ghirri (vedova di Luigi). Sul libro catalogo, a cura dei Presidi del Libro, di Marina Losappio e Anna D'Elia, c' anche un mio testo sul "verde", che (chissà perché) mi è venuto così:


Essere al verde

Alla fine e all’inizio di tutto, il verde.
Una panchina di legno a onda.
Quello che resta, quello che resiste.
L’ultima luce – il raggio verde
Essere al verde: il pasto nudo.

(Nelle Note al Malmantile riacquistato (1688) di Paolo Minucci si legge che nelle aste pubbliche del Magistrato del Sale di Firenze si adoperavano, come segnatempo, lunghe candele di sego tinte di verde nell’estremità inferiore: quando la candela arrivava “al verde”, l’asta si chiudeva. Da qui l’espressione “la candela è al verde” per indicare che il tempo era finito, ma anche “essere al verde di denari” - contratta nell’attuale “essere al verde”. Secondo un’altra teoria l’espressione viene da un’usanza medievale, l’accensione di una lanterna verde quando era pronto il cibo per una speciale categoria di poveri, i “vergognosi”, coloro cioè che non erano nati poveri ma lo erano diventati, e per questo non si adattavano alla questua. L’usanza permetteva loro di accedere all’ente caritatevole in silenzio, senza bussare, con minori probabilità di essere visti. Soltanto i poveri non avevano i soldi per comperare una candela nuova quando essa era finita, cosi la utilizzavano fino alla base, un tempo di colore verde. Altri studi ricordano l’usanza, anch’essa medievale, di far portare un berretto verde ai falliti in segno di pubblico scherno. A Padova, nella sala verde dell’antico Caffè Pedrocchi, per tradizione chiunque poteva accomodarsi senza consumare).
Per altri però l’espressione “restare al verde” è nata nelle case da gioco: quando il giocatore ha perso tutte le sue fiches, allo sguardo resta solo il tavolo vuoto, che è verde.

11 commenti:

Anonimo ha detto...

caro beppe
bello "essere al verde/il pasto nudo"
un pasto al lume di candela
che non è lo stesso di un pasto al lumicino (fine candela)
e dopo, alla digestione, io porrei questo
nel verde/v'arde la bile
i miei soliti versi cretini
tanto per essere nella stessa tavolata
un abbraccio
piumalarga

Beppe Sebaste ha detto...

ciao sergio, grazie dei versi e del buonumore...

oximor ha detto...

com'era verde la mia valle
disse il vecchio ch'era stato in gioventù
un povero ragazzo dai capelli verdi

Anonimo ha detto...

non era: "com'era verde la mia vallata"?

Anonimo ha detto...

"il verde della tua veste"
bellissimo racconto di Piero Chiara
lisa

Anonimo ha detto...

De Garcia Lorca.

Verde que te quiero verde.
Verde viento. Verdes ramas.
El barco sobre la mar
y el caballo en la montaña.
Con la sombra en la cintura
ella sueña en su baranda,
verde carne, pelo verde,
con ojos de fría plata.
Verde que te quiero verde.
Bajo la luna gitana,
las cosas la están mirando
y ella no puede mirarlas.
Verde que te quiero verde.
marino magliani

Anonimo ha detto...

grazie marino (e ho appena letto il racconto che mi hai mandato) (e sono appena tornato da pordenone). indovinello (per tutti), a proposito di poesie: qual è la lettera che corrisponde al verde nelle Vocali di Rimbaud? (senza andarci a guardare, però).
beppe

il_cercat0re ha detto...

"[...]il falso e vero verde
dell’aprile, quel ghigno scatenato
del certo fiorire.[...]"
(Il falso e vero verde - Quasimodo)

Col libro Panchine mi sono sentita ispirata e ho dato vita a "Una panchina per..." sul mio blog per creare una raccolta sull'argomento.
Ti piace l'idea?

Anonimo ha detto...

grazie del verde vero e falso, e grazie dell'idea del "concorso" di panchine. nel frattempo, ho collezionato tante e nuove panchine, e tante storie di panchine, che potrei fare un altro mezzo libro. sono di ritorno da Torino (prima ancora ero a Bari), dove don Ciotti (abbiamo parlato insieme in una piazza) mi ha testimoniato che la sua formazione, e l'intero gruppo Abele, nasce da una panchina, dalle panchine... Beppe S.

Annamaria S. ha detto...

Ho scelto di pubblicare qui il mio commento qui perchè, in un qual modo, un pò di attinenza la scorgo. Forse il verde, forse la panchina, forse la parola "resiste". Ho da poco letto il Suo libro "Panchine: come uscire dal mondo senza uscirne" e devo dire che ne sono rimasta letteralmente affascinata. Inizialmente era una di quelle letture forzate, imposte, "consigliate" dal professore universitario (che altrimenti non ti ammette all'esame). Ho cominciato a leggerlo e fin dalle prime righe qualcosa mi ha rapita. Fin da quando ero bambina ho avuto un legame assurdo nonchè magico con le panchine: mi ci sedevo, mi divertivo ad osservare la gente, disegnavo, scrivevo (non sopra, lo vedevo come un gesto irrispettoso), leggevo... sulle panchine ho amato, ho pianto, ho riso, ho scherzato, ho consolato e sono stata consolata. In una in particolare, ai piedi di un salice forse troppo piangente, in un piccolo parco che, al tramonto, si tingeva di un rosso caldo ed intenso. Non l'ho mai considerata come una casa, ma era quel luogo (o, forse, il non-luogo) che, fortunatamente, non assomigliava alla mia casa, in cui potevo trovare tranquillità, calma, in cui l'unica protagonista, seppur discreta, ero io. Potevo osservare, senza essere osservata (difficilmente chi passa guarda a lungo qualcuno su una panchina, anzi, spesso aumentano il passo, per diffidenza o paura, chissà...). Leggendo il Suo libro mi sono sentita da subito coinvolta; leggevo pagine su pagine, divorandole, accorgendomi solo dopo parecchio di rimanere con la bocca spalancata, come un bambino. DirLe grazie per questa emozione risulterebbe scontato e assurdo, in ogni caso... grazie.

Anonimo ha detto...

grazie, in ritardo, cara Annamaria S., apprezzo molto le sue parole.
beppe sebaste