3/11/2008

"Ei fu". Chi vuole uccidere il passato remoto

Un editore che stimo voleva sostituire i verbi al passato remoto del libro di uno scrittore col passato prossimo, nell'idea che sarebbe stato più fluido. Un amico poeta mi ha confessato che nelle sue poesie usa sempre il passato remoto, però l'imbarazza, e vorrebbe trovare un altra forma verbale. Nelle conversazioni (tranne che nel Sud) sempre di più è abolito il passato remoto a favore del più colloquiale, “normale” passato prossimo (a volte trapassato prossimo): “ha detto”, “ho fatto”, “era andato”, “aveva visto”. Per non dire dei giornali, che non conoscono più la distanza dei fatti (non riconoscono neanche più i fatti, dice qualcuno) e quindi per loro il passato remoto non esiste. Penso che l'amico editore abbia semplicemente paura della letteratura (frequenta soprattutto saggistica), e l'amico poeta, che scrive poesie giocose ma non sa abbandonarsi fino in fondo alla serietà del gioco, abbia difficoltà nel sospendere la propria incredulità (la suspension of the disbelief di cui parlava il poeta Coleridge). Due esempi di normalizzazione e autocensura in linea coi tempi, o meglio con l'attuale abolizione dei tempi, l'appiattimento temporale che opera nella lingua e non solo. L'omologazione linguistica si modella a sua volta su quella delle merci e dei consumi, che disegnano un mondo-ipermercato dove tutto sia, in ogni momento, a portata di tutti.
Per capire cosa sia la sospensione dell'incredulità provate a raccontare una storia a un bambino. L'uso del passato remoto è una delle condizioni del suo incanto narrativo. Svolgere un racconto al passato prossimo è come ridurlo alla lista della spesa, o chiedergli se abbia fatto i compiti e quali. Impedisce l'abbandono al tempo del racconto, che è sogno e invenzione. Col passato prossimo non accade nulla di veramente narrabile [tranne che raffinati e disincantati metaromanzi: lo so, Lo straniero di Camus è bellissimo e scritto al passato prossimo, e amo le scritture sperimentali, ma qui sto parlando d'altro: dell'uso del tempo ai nostri tempi, tempi di svilimento del linguaggio, N.d.R.]. Non c'è tradizione narrativa senza passato remoto (o aoristo). Le novelle di Boccaccio sono al passato remoto e fanno ridere. C'è ancora suspense in un incipit come “nel mezzo del cammin di nostra vita / mi sono ritrovato in una selva oscura”? (Sembra una vignetta di Altan, l'uomo che la dice sta in poltrona, attonito e superfluo). Senza citare forule ormai caricaturali come il manzoniano “Ei fu, siccome immobile”, o l'alfieriano “volli, sempre volli, fortissimamente volli”; anche senza ricorrere al sublime elogio dell'immaginazione dell'Infinito di Leopardi, in perpetua oscillazione tra il questo e l'immensità grazie al passato remoto (“Sempre caro mi fu quest'ermo colle”), basta sfogliare un qualsiasi romanzo poliziesco per capire che funziona grazie al passato remoto. Prendiamo Raymond Chandler, imitato da ogni scrittore di gialli. Non c'è storia dell'investigatore Philip Marlowe che non poggi sul passato remoto, e che ci incanta a distanza di anni e numerose riletture. Il nitore e la plasticità delle sue storie risalta grazie a questo tempo verbale. Risibile trasformare frasi come “andai alla porta e guardai fuori”, “trasalì”, “grugnì”, “la sigaretta gli tremò fra le dita”, “estrasse la pistola” ecc. in altrettanti passati prossimi. O come il suspense di questo brano de Il grande sonno: “Portava un paio di lunghi orecchini di giada. Erano dei begli orecchini, che dovevano essere costati un paio di centinaia di dollari. Non indossava nient'altro. [...] La guardai senza imbarazzo e senza voglie. Come ragazza nuda non esisteva, in quella stanza. Era solo una drogata. [...] Smisi di guardarla per guardare Geiger, che era riverso sul pavimento...”. Lo sguardo di Marlowe è al passato remoto, le azioni che racconta sono ineluttabilmente concluse. Ci vuole distacco per raccontare la vita prima che, appunto, sfoci nel “grande sonno”. Il passato remoto infatti attesta anche questo: la consapevolezza della vita e del tempo irreversibilmente trascorso. Consapevolezza dell'intreccio indissolubile tra mortalità e (uso del) linguaggio, che per gli antichi definiva l'umano. Sottrarvisi è sintomo di un complesso di onnipotenza che nasconde la paura di elaborare il lutto del passato. Paura della Storia, delle storie.
Il passato prossimo, recitano le grammatiche, si usa per indicare un'azione avvenuta in un passato molto recente, oppure anche lontano, a patto che i suoi effetti perdurino nel presente. Il passato remoto indica un evento accaduto in un passato lontano, e soprattutto completamente concluso. E' dunque il timore del distacco dal passato, da ciò che è avvenuto una volta per tutte, che fa la voga del passato prossimo: tutto continua e perdura. L'abolizione della memoria segue il modello televisivo fatto proprio dalla politica-spettacolo: un presente continuo, perpetuo, senza futuro che non sia futuro di questo presente. Richard Sennet ha spiegato, nel suo L'uomo flessibile, che la vera posta in gioco della cosiddetta precarietà è la perdita del senso narrativo dell'esistenza. Il problema non è tanto cambiare lavoro (ciò che riguarda il giovane del call center come il grande manager) ma l'impossibilità di sviluppare un senso narrativo del passato e, simmetricamente, un'immaginazione progettuale del futuro. Alla metafora della “carriera”, che in fondo indicava un'umile strada di campagna, si è sostituito il “job”, mattone o pezzo di ricambio. La liquidazione del passato remoto ha a che fare con questa eclissi del senso naarrativo dell'esistenza. Un racconto, come una vita, interamente al passato prossimo, suggerisce che tutte le azioni siano equivalenti, e che non è più possibile trasmettere esperienze.
(da l'Unità, sabato 8 marzo)

11 commenti:

Anonimo ha detto...

mi piacciono le lingue multiformi, come il castigliano.
Gli argentini usano il vos, gli spagnoli il tu, i colombiani l'usted. Poi succedono cose bizzarre, coger in castellano
significa prendere, in argentina
significa fare del sesso, quanto ridono gli argentini in Spagna!
Anche nelle traduzioni succedono disastri.
La non completezza dell'italiano:
ho passato la gioventù in discoteca a capire cosa facevo.
C'é una parola per dire che non ballavo solo per ballare, che non
giravo solo per farmi vedere, che non cercavo di rimorchiare solo per il gusto di farlo? In Spagna
tutta quella roba lí si dice con una parola: bazilar. Immaginate una parola simile in italiano.
Ciao Beppe.
marino

Anonimo ha detto...

torna spesso marino. che gusto le cose/parole che racconti... grazie, ciao, beppe

rossana ha detto...

Grandissimo Beppe...

Anonimo ha detto...

Une bella concatenazione di idee... Paolo

Anonimo ha detto...

Carissimo Beppe, l'articolo è molto interessante e denso: si sentirebbe la necessità di ampliarlo...a che scopo? Dipende dalle direzioni dell'ampliamento.
Per la scuola: è pensabile che si possa insegnare il concetto di tempo (e di tempi verbali) a persone che sono dentro questo tempo-eterno presente ? O forse si
dovrebbe fare solo questo, in modo sistematico e severo, per formare masse di moderni monaci benedettini.... magari capaci solo di raccontare favole...
Un abbraccio, isabella

Skeight ha detto...

Oddio, forse non mi guardo intorno abbastanza, ma questa scomparsa del passato remoto non l'avevo notata... gli autori e le autrici (non necessariamente famosi o editi) che leggo di solito lo usano ancora quando serve

Anonimo ha detto...

scomparso non lo è, ma che la gente quasi si vergogna a usarlo, scrittori compresi come se gli scultori, per dire, facessero solo dei bassorilievi, e si rischia di perdere la platicità dello spazio e del tempo... ecco, questo sì, mi sembra la tendenza che si vede in giro...

Anonimo ha detto...

bellissimo!
laura p.

Anonimo ha detto...

concordo. Ottimo ottimo articolo, lo leggerò domani al corso di scrittura.
Livio Romano
www.livioromano.splinder.com

Anonimo ha detto...

grazie livio (sentiamoci!). beppe s.

Anonimo ha detto...

necessita di verificare:)