9/20/2010

Plastica, filosofia, politica (e un pensierino su Napoli)

Lo scorso we, all'ex Asilo Filangeri di Napoli, si è svolto il Primo Festival del pensiero Emergente. I giornali ne hanno parlato poco. In particolare, ospite della Fondazione Plart, ho partecipato sabato 18 a una giornata dedicata alla "progettazione del quotidiano" (insieme al designer Riccardo Dalisi, che ha parlato di design della "decrescita", a Tommaso Ariemma, direttore scientifico del Festival - che ha parlato dell'estetica (ma è meglio dire anestetica) della chirurgia plastica -, a Marco Petroni, critico del design e diretore del Plart, ecc.. Titolo del mio intervento era “Oggetti smarriti e altre apparizioni “, ma ho parlato di filosofia, politica e plastica. L'intervento era a braccio, e non ho quindi i materiali da postare (o sono troppo pigro per farlo). Ma il giorno stesso, per lo spazio di 1860 battute della mia rubrica "acchiappafantasmi" su l'Unità della domenica, ho mandato la sintesi ellittica che segue.
(Aggiungo solo che sono stato felice di trovarmi a Napoli, felice di soggiornare nel quartiere tra Piazza Bellini e San Gregorio Armeno, di vedere l'energia e la vivacità dal basso degli incontri sociali all'ex Lanificio - a Porta Capuana, dove è stata appesa un'immagine contro la camorra di 112 metri quadrati - e che vorrei tornarvi presto - magari per presentare la nuova edizione de Il libro dei maestri...)

Plastica e politica
   Duttile, plasmabile, flessibile, maneggevole, sostitutiva, docile..., sono alcuni dei tanti attributi della “plastica”, o meglio, della varietà di materiali sintetici che vanno sotto il nome di plastica.
   Ognuna di quelle parole meriterebbe un approfondimento. La “flessibilità”, virtù delle idee e dell’apprendimento, contigua alla tolleranza e al pluralismo, può convertirsi nell’ipocrisia della precarietà, con cui va inteso non tanto il lamento sul lavoro che non c’è, ma la perdita dell’idea di tempo, del senso narrativo dell’esistenza, appiattiti su un presente perpetuo che fa eclissare ogni mondo possibile, e quindi ogni invenzione di vita (di politica) individuale e comunitaria. Rimpiangere il lavoro sicuro e durevole significa introiettare questo deficit di immaginazione. La “maneggevolezza” ci condanna alla perdita della manualità, di un pensare con le mani, al punto che, scomparsa la gestualità, gli oggetti sono sempre più differenziati e noi sempre più uniformi; la plasticità è ormai segno dell’uomo, che di fronte alla funzionalità degli oggetti ne è ormai solo un appendice, simulacro di se stesso, pròtesi del mondo degli oggetti e non il contrario.
   Infine, la plastica ha un terribile difetto, che ricorda la cattiva civiltà e la cattiva politica: non muore mai, la sua duttilità si trasforma in rigidità, tragedia della permanenza. Mimesi del Potere (a sua volta mimesi di un dio) lo stesso oggetto funzionale si converte d’un tratto in rifiuto, e separato dall’uso umano inizia un percorso “sacro”: discariche come crateri, inceneritori come vulcani, distese di ecoballe come totem di una nuova sacralità pagana. Anche questa è politica.

6 commenti:

gustavivo ha detto...

La plastica mi fa pensare alla "plastilina", materiale che una volta i bambini utilizzavano per creare improbabili mostriciattoli da distruggere dopo cinque minuti. Si potesse fare così anche con i tanti eco-mostri che ci terrorizzano ogni giorno; purtroppo nel gioco c'è la dimensione della reversibilità, nella vita reale no.

Anonimo ha detto...

non sempre la plastica è reversibile, anzi...
(beppe)

gustavivo ha detto...

E' proprio quello che, scrivendo male, intendevo. La plastica persiste nella bruttezza dei manufatti e nella quasi indistruttibilità della materia. Pensa, invece, alle costruzioni in pietra, o altro, che ci sono arrivate dagli antichi. Non vorrei cadere nel luogo comune, ma, a me sembra, che la bellezza del costruire sia stata quasi completamente smarrita dall'uomo moderno. E molto dipende, sempre secondo il mio modestissimo parere, anche dai materiali utilizzati per erigere le nostre città. Fino ai casi delinquenziali di costruzioni con cemento armato depotenziato: dei veri e propri omicidi differiti nel tempo. I terremoti e le frequenti alluvioni ne sono crocana giornaliera.

Anonimo ha detto...

Ci si rende conto che le offerte che spesso ci vengono fatte in politica o nel pensiero, hanno un'anima simile, eternamente sterile, predisposta a soccombere ma a sopravviverci. L'epoca del trionfo del preconfezionato, del pronto per l'uso, dell'inedito giá edito che andranno sotto terra, spesso rimanendo intatti. E come non riconoscere in questi corpi il nostro vissuto, destinato inesorabilmente a giacere su un fondale buio del nostro inconscio ma sempre pronto a riemergere per farci affondare? L'indecisione, l'incapacitá di sbarazzassi completamente delle cose come delle esperienze morte, di conseguenza impedirne la nascita di nuove...

Anonimo ha detto...

...forse evocando fantasmi.

Un saluto da Davide Tedeschini

ariemma ha detto...

Caro Beppe, la tua presenza al festival ha significato per noi molto e la tua riflessione sulla plastica è stata importante. L'unica cosa di cui ora si parla dopo il festival è proprio l'istallazione contro la camorra, definita "scempio". Cose da non credere!.