9/11/2010

Il cielo sopra New York (ricordo dell'11 settembre)

(Torna da domani, su l'Unità, la rubrica "acchiappafantasmi". Ecco il pezzo in uscita)

   Martedì 11 settembre 2001, pomeriggio, stavo leggendo un fumetto sulle Barricate di Parma del ’22 (per un pezzo da scrivere), quando mi arrivò la notizia dell’evento. Poi fu un susseguirsi di Internet e di tv.
   Dopo le prime considerazioni, incredule e un po’ boriose (gli americani vedono in casa propria ciò che vedono in Tv quando lo fanno accadere in altre parti del mondo), fu panico senza spiragli. Paura di quello che vedevo, paura di una risposta altrettanto cieca, paura della Bomba che non lascia vincitori né vinti. Una paura che riportava agli anni di Reagan e Andropov, quando circolavano espressioni come “inverno nucleare”. Ma chi era il nemico dell’America di Bush? Intanto, quelle icone reali e abitate, le Torri, si sbriciolavano in mondovisione, avvolgendo nel fumo la città più simbolica del mondo. Le immagini facevano pensare a Mars attacks, o ai film di Bruce Willis, e già il pensare a dei film causava un corto circuito. Nella tragedia si avvertiva un senso di irrealtà e impotenza, come una malattia autoimmune; al tempo stesso sembrava il collasso dell’intero Occidente. Le Borse chiusero, in uno stato di generale evacuazione.
   Ogni commento dava il senso di un danzare sull’orlo dell’abisso (tutta la vita, pensai, è un danzare sull’abisso, ma ce ne dimentichiamo, e se qualcuno cade ci stupiamo). Davanti a quelle immagini ripetute di superpotenza implosa, i grattacieli sciolti come sabbia con gli aeroplani appesi in alto, gli omini che cadevano uno a uno per salvarsi dal fuoco, che ne era delle nostre parole, di quello che ci preoccupava fino a poco prima? Come parlare senza sembrare dei dottor Stranamore? Tutto era oscurato, come il cielo sopra New York.
   Mia madre, anziana e fragile, dopo aver visto quelle immagini alla tv volle andare fuori, lei che non usciva mai: aveva paura che la casa crollasse. Quando seppi che i morti erano migliaia, uscii a camminare nel parco.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

La sensazione che la lettura di questo post (o post)mi procura é simile a quello che provai anni fa durante la rappresentazione dell'Otello di Verdi: gli attori si agitavano sulla scena e io guardavo il suggeritore nella buca. Per furbizia ? Perché la sapevo più lunga degli altri spettatori? O perché non riuscivo a guardare le cose in faccia?
A voi l'ardua sentenza
Gianni

Anonimo ha detto...

suggestivo, ma confesso di non avere capito, davvero
b.s.

gustavivo ha detto...

Erano delle immagini talmente spettacolari, cinematografiche, che ad una prima visione pensai tra me:"La fiction ha talmente superato la realtà, da sovrapporsi ad essa". Poi, dopo l'ubriacatura mass-mediologica, ho pensato ai corpi uccisi e disintegrati; a quei fuscelli di uomini che preferirono volare, piuttosto che rimanere nell'edificio distrutto. Quest'ultima immagine, più d'ogni altra, mi resterà per sempre impressa nella mente.

Anonimo ha detto...

Ho finito ora di vedere il filmato intero del documento tradotto da Arcoiris e trovato al link che ti incollo. Non nuovo, ma completo e forse la ricostruzione migliore che abbia visto sull'11 settembre. Il senso d'irrealtà, ho imparato, è un campanello che suona a cui non apriamo la porta, paralizzati dall'assurdità di ciò che i nostri occhi stanno guardando e si rifiutano di vedere. Mi ha ricordato una certa sera a Milano, un dicembre recente...Quelle persone, quei voli giù a rotoloni nel vuoto, sono ancora lì, davanti agli occhi...come quella faccia fiction...

http://www.cometa-online.it/index.php?option=com_content&view=article&id=796&Itemid=50
rossana