3/25/2009

Con un piede impigliato nella storia (o negli anni Settanta): sul libro di Anna Negri.

Il titolo, Con un piede impigliato nella storia (Feltrinelli), viene da una frase sul proprio disagio che un giorno lei rivolge al padre, dal quale fatica non solo a emanciparsi, ma a farsi ascoltare. Il genere di narrazione è quello che chiamerei “autobiografia del testimone”, che in questo caso è una ragazzina (solo alla fine del libro compie diciott’anni). E, come scrisse il poeta Paul Celan, “nessuno / testimonia / per i testimoni”. L’epoca è quella amata e odiata (la questione è aperta e bruciante) degli anni Settanta e Ottanta, il loro crinale. L’ambientazione è il movimento, “culturale prima ancora che politico”, come ricorda giustamente l’autrice, di quella che oggi si direbbe sinistra antagonista, ma che allora era semplicemente (a volte allegramente) extraparlamentare, simile in ogni città italiana. La ragazza, che a casa ha inalato fin troppa politica passiva, si affaccia alla politica attiva al liceo, quando l’onda lunga, euforica, spavalda, ricca di idee e passioni, si sta ripiegando ormai sconfitta: gli anni ’80, a cui dedica osservazioni semplici e intelligenti, assistendo al moltiplicarsi di bar e luoghi di consumo, droghe pesanti a gogò, un’ubriachezza generale che anticipa la globalizzazione della sbronza delle attuali happy hours, la nascita degli yuppies e la trasformazione dei giovani ribelli (siamo a Milano) in valenti pubblicitari, prodromo dell’attuale regime (semiotico e politico). La ragazza che scrive questa storia personale si chiama Anna, il padre Toni Negri, e la madre, devota, concreta e appassionata, e che come si addice a una donna, anche a sinistra, viene per ultima, si chiama Paola: è lei l’unica adulta per cui il personale è davvero politico, come si diceva allora.
Anna Negri aveva 12 anni quando apre la porta alle forze dell’ordine che coi mitra spianati vengono ad arrestare il padre, per quel tristemente famoso “teorema-Calogero” (dal nome del giudice istruttore di Padova) che voleva fare del professore di Scienze politiche, esponente dell’Autonomia ed ex cattolico militante, addirittura il capo delle Brigate Rosse. Erano gli anni delle leggi d’emergenza, di una sospensione della democrazia e dei diritti così flagrante che ancora oggi si è imbarazzati ad ammetterla (a destra come a sinistra). Quando la carcerazione preventiva poteva durare, e durò, anche quattro anni: tanti quanti furono gli anni in cui la famiglia Negri si disgregò, il padre in galera in attesa di giudizio, la madre a soccorrerlo, e la dodicenne Anna promossa capofamiglia del fratello più piccolo, tra angosce, bulimie e solitudini.
Non stupisce che Anna Negri sia diventata una regista di cinema e tv. La bellezza di questa narrazione, che letteralmente si divora, è forse nel confronto del suo sguardo con quello degli adulti, soprattutto quello maschile, come se la fanciullezza fosse un espediente per dire e mostrare l’evidenza taciuta dai grandi. I quali non escono molto bene dalla storia. Verso la fine del libro lei chiede a uno dei tanti reduci amici del padre, esule riciclatosi in ristoratore a Parigi, se avessero davvero creduto di fare la “rivoluzione” (e che altro se no, dopo tutto quel casino, agli occhi di una ragazzina?). La spiazzante risposta è no, “in quegli anni volevano che l’Italia fosse un laboratorio di lotta di classe permanente”, così, “grazie al movimento, il paese sarebbe andato sempre più a sinistra. Invece, con la lotta armata, era arrivata la repressione”.
La memoria dei figli è pericolosa per i grandi, perché ricordano frasi e situazioni impietose. Come quando il padre Toni, astratto e distante, che vede i figli come una specie di alieni, ironizza sulle letture della moglie (L’io diviso di Ronald Laing, padre dell’anti-psichiatra inglese), e dice alla figlia che se continua a leggere quei libri sua madre diventa matta davvero. O come quando, in una delle ultime visite al carcere di Rebibbia, dopo che Anna gli racconta lo sconfortante riflusso e la riconversione dei valori nell’unico valore consentito, il denaro, il padre, ideologo operaista, le risponde con un certo cinismo di approvare il desiderio di facile guadagno dei “figli”, gli yuppies, rispetto alla fatica dei “padri”, gli operai). L’orizzonte del padre Toni è quello dell’autonomia della politica, che nonostante tutto accomuna chi fu allora accusato di insurrezione armata contro lo Stato e chi, ancora oggi, dichiara dall’alto delle istituzioni dello Stato di lasciar fare ai professionisti della politica. Occorre essere (o restare) fanciulli, paradossalmente, per denunciare la distanza della politica dalla vita. Per svelare che sono i mezzi a giustificare i fini, mai il contrario.
Per il resto gli anni Settanta, che si protrassero almeno fino ai primi anni Ottanta, e di cui questa autobiografia è un ottimo scorcio, risultano davvero anni di carne, più che di piombo. L’autrice ricorda il film di Margarethe Von Trotta, che di quel lemma così amato dai giornalisti italiani detiene il copyright, Anni di piombo appunto (del 1981). Ma per la regista tedesca, come precisò in un’intervista, gli “anni di piombo” non erano quelli che per i giornali italiani divennero sinonimo di “anni del terrorismo”, cioè delle pallottole, ma quelli grigi e noiosi della sua adolescenza, quando non succedeva niente. Ricordiamocelo, questo equivoco semantico, mentre la memoria scompare e la storia si annacqua, mentre il vento gelido e omologante del conformismo spazza via ogni differenza e ogni passione.

(uscito su l'Unità del 25 marzo 2009, insomma oggi)

5 commenti:

flavia ha detto...

Chi avrebbe detto che la fine degli anni 70 inizi 80 nel 2009 avrebbero avuto piu' spessore rispetto alla "storia annacquata" di oggi?
l"Io diviso", collana del Nuovo Politecnico, Einaudi.Chi avrebbe mai detto che qualcun altro l'avesse letto? L'antipsichiatria, 'la pietrificazione dell'altro', la critica della società consumistica ed unidimensionale, la critica alla famiglia 'borghese'e la sua educazione bigotta. Sono cresciuta con quei libri, ho fatto di tutto per lavorare in Einaudi, e quando nel 1987 ci ero riuscita, scoprii che la casa editrice era sull'orlo del fallimento : Giulio Einaudi aveva sperperato denaro, costruendosi un maniero ed una ferrovia privata per arrivarci. Nell'87 Giulio Einaudi vendeva la storica casa editrice a Berlusconi, Primo Levi(suo autore di spicco) si suicidava...
Ero anch'io a Milano : al Liceo, quello che oggi chiamano in Francia la "gauche caviar" giocava alla lotta armata, per poi passare a diventare produttori di documentari o pubblicitari, o addirittura finanzieri...è questa presunta sinistra che mi ha pugnalato in pieno petto, ma ancor peggio che ha deluso tutti quelli che se ne sono andati.
In ogni caso grazie per la recensione : sicuramente mi interessa e cerchero' questo libro.

Anonimo ha detto...

flavia, grazie. la tua testimonianza è preziosa, e comunque mi tocca molto. vorrei parlarne ancora con te. spero a presto. beppe

Anonimo ha detto...

e comunque: io i libri di laing li scoprii con entusiasmo, e non ho mai smesso di leggerli, a differenza di molti testi "politici" di quel presente che non è mai veramente passato, pur senza essere ma stato attuale...(beppe)

elisabettabucciarelli ha detto...

Ho letto Beppe, grazie della segnalazione. Domani la intervisto. Ho molte curiosità.
Buona serata
Elisabetta

Anonimo ha detto...

molto intiresno, grazie