12/31/2013

Il populismo spiegato ai bambini

Per una doppia pagina dedicata all'anno che finisce, sulla cultura de l'Unità di oggi 31 dicembre 2013 c'è questa mia nota sul populismo e sul dissolversi della politica, quasi sul sentimento di essere perduti, che niente esprime così bene come questa immagine straordinaria di Leandro Erlich, che mi fa pensare a una variante della caverna di Platone. Il mio testo è comunque quello che segue qui sotto. Auguri a tutti.


   Alla fine di un anno iniziato in un Vaffa-day permanente, con l’uso della parola “morti!” (col punto esclamativo) come manganello e insulto, leggo che presunti animalisti hanno insultato e augurato la morte a una ragazza rea di sopravvivere alle malattie grazie alla ricerca medica con sperimentazione sugli animali. Dà la sensazione di un cerchio triste che si chiude, ed eleggerei questi nazi-animalisti a campioni dello stile populista: spararle grosse, violente, asfaltare la realtà con uno strato di parole ribollenti e iper-semplificate, meglio se insulti sprezzanti Anche le menzogne vanno benissimo, qualcosa resterà.
   Dal regime pubblicitario del partito-azienda fondato vent’anni fa col nome di grido da stadio (“Forza Italia”), ai monologhi urlati dell’ex comico genovese, il populismo in Italia ha avuto un tale exploit da essere oggi addirittura rivendicato, non importa che sia sinonimo generico di fascismo con l’accento posto sulla demagogia: “siamo noi i veri populisti”, reclama la Lega Nord in concorrenza con forconi e fascisti vari. I più rozzi luoghi comuni, come l’intramontabile “non c’è lavoro per colpa degli immigrati”, non provocano più vergogna e ridicolo ma sono status symbol da ostentare, come i confitti di interessi all’epoca di Berlusconi.
   Ma c’è un tratto più profondo nel populismo italiano, che fa dell’antipolitica la parte preponderante della politica: l’essere indistinguibile dalla pubblicità. La pubblicità ha assimilato la politica così come, parallelamente, la finanza ha fagocitato l’economia. E poiché la pubblicità dissolve la realtà, tutto diventa possibile, a partire dalla fascinazione ipnotica dei Capi, sdoganatori delle più assurde pretese e dei più tristi e inconfessabili rancori. L’ultimo, l’ex comico, sembra a sua volta frutto e prestanome di un esperimento politico di laboratorio sulla psicopatologia delle masse.
   Ma se è vero che il populismo è il fallimento della politica, bisognerebbe dire la verità sul suo fallimento: la vergognosa debolezza di un’opposizione autodegradata a concorrenza, il Pd, simile in questi anni a un governo ombra del governo di estrema destra, nel senso di un’indistinguibile visione del mondo. Suggerirei un esempio. 
   Ricordo un certo Penati, membro della direzione del Pd nonché presidente della Provincia di Milano, caduto in disgrazia per tangenti. A parte l’aspetto giudiziario, per me Penati fu colui che dichiarò con fredda sicumera, senza nessuna protesta nel Pd, che la politica doveva abbandonare quella “vocazione pedagogica” del Pci (penso all’etica di Enrico Berlinguer) e andare incontro alle aspettative della gente, ‘quello che vuole il popolo’, come si dice al bar. Ma chi è la gente? Nell’epoca del più sconvolgente degrado morale in Italia, di un abissale deficit di educazione, di un analfabetismo di ritorno dovuto al monolinguismo delle tv commerciali (ragione, spiegavano gli storici, del successo elettorale di Berlusconi), quella frase di Penati, mai contraddetta nel suo partito, sembra l’agenda politica della Lega Nord tradotta in italiano, ma di fatto era ed è il populismo spiegato ai bambini. Non dico dove si arriva andando incontro alle aspettative della “gente”, perché in quel caos ci siamo già; manca solo la pena di morte e il diritto a “più figa per tutti” (di botte contro le femmine ce n’è già troppe). Ma anche nel cinismo pubblicitario-populista il Pd arrivava in ritardo, nel sottomettere cioè la bontà delle idee ai sondaggi, come dall’inizio ha sempre fatto Berlusconi, come da ultimo fa Beppe Grillo: salvare le vite dei presunti clandestini, per esempio, accogliere i profughi, non porta voti, quindi è una cattiva idea.

(da l'Unità del 31/12/20139)






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