1/15/2010

Il corpo scritto, l'handicap - una confessione


La fotografia riportata sopra raffigura una scultura di Marc Quinn in marmo di Carrara posta in Trafalgar Square da settembre 2005 alla fine del 2007. In essa è raffigurata "Alison Lapper incinta" (è il titolo). Alison Lapper è focomelica, cioè è nata così. Ha studiato Arte e Architettura all'Università di Brighton, laureandosi in Fine Art nel 1994.
Su Venerdì di Repubblica in edicola oggi si può leggere questo mio testo:

Forse qualcuno ricorda quei ragazzi e ragazze che, senza essere stati vittime di bombe o mutilazioni, presentavano anomalie, anzi malformazioni, gravi ed evidenti: mancanza degli arti (focomelici), dita che spuntano all’altezza delle spalle, o semplicemente mani senza dita. Erano (sono) “nati così”, creature diverse e un po’ mostruose, con buona pace delle ipocrisie linguistiche del “politicamente corretto”. Bambini nati tra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60, le cui malformazioni, si seppe dopo, erano dovute ai danni provocati al feto da un farmaco di fabbricazione tedesca consigliato all’epoca alle donne incinte: il Talidomide.
Tempo fa mi è stato segnalato un articolo su un quotidiano. Arrivato alla pagina ho letto il titolo, l’ho scorso rapidamente e ho chiuso il giornale con fastidio. Ho camminato inquieto, disturbato da pensieri che interferivano con quelli che avrei voluto avere, fino ad accorgermi di non pensare ad altro che a ciò che avevo letto sul giornale. Il titolo dell’articolo era: “I bimbi del Talidomide saranno risarciti (cinquant’anni dopo)” E sotto: “Malformazioni per il farmaco: via agli indennizzi”. Ora, io ho compiuto 50 anni pochi mesi fa. Sono uno di quei bambini. Lo so da sempre, e quella notizia obiettiva che tuttavia mi riguardava mi ha fatto ripensare alla mia vita sotto il profilo dell’handicap. Quella che segue, prima che una riflessione, è una testimonianza. Quasi una confessione.

Confesso, per cominciare, il trauma di vedere il corso della mia vita - il suo senso, il suo vettore, i suoi passaggi più intimi - in una notizia diramata dal ministero del Welfare, e nello stesso tempo la mia resistenza a riconoscermi come “vittima”. Leggere un’informazione neutra e circostanziata sul tardivo e dovuto risarcimento (già avvenuto da tempo in Germania) che contiene paradossalmente la mia biografia (“bio-grafia”, scrittura impossibile della vita, parola su cui ho molto scritto), a pagina 20 di un giornale. Riscoprire in un lampo quanto la propria vita sia scritta nel corpo, e il corpo scritto dalla vita, e averne la rivelazione sul marciapiede, col giornale in mano. Vedere scorrere la propria vita riconoscendo quanto sia stata orientata da un dettaglio, una particolarità “congenita” (così recitavano i certificati dell’esenzione dal servizio militare), handicap simultaneo al nascere, evento fondatore di una serie vorticosa di miti e di leggende. Ognuno ha almeno una storia legata alla propria nascita: la mia fu simbolizzata dall’esclamazione del dottor M. che mi fece nascere in casa (all’epoca era ancora frequente), e prontamente valorizzò la forma del mio cranio: “Che bella testa!”. Frase che ebbe lo scopo e l’effetto di distrarre e ignorare il mio corpo. Da quel primo leggendario omissis che influenzò la mia vita - un’attenzione posta sulla testa, e per metonimia la predominanza della mente sul corpo - io sono diventato quello che sono: uno scrittore, oltre che un intellettuale leggermente sovrappeso, a volte depresso e di sinistra.

Rispetto a chi, come il mio amico Marco, avvocato, è nato senza gambe e senza un braccio, due grosse dita nell’altro, e vive da sempre con protesi plastiche, la mia mancanza sembra poca cosa: non ho le falangi e falangine della mano sinistra. Eppure l’assenza di quei piccoli pezzi di scheletro rivestiti di pelle e muscoli, ovvero l’uso imperfetto della mano sinistra, ha determinato ogni passaggio della mia vita, dandomi un senso precoce di unicità e diversità. Di incompletezza. E’ un’invalidità quasi impercettibile, ma mentre scrivo queste parole mi rendo conto che è proprio l’odio per una “impercettibile differenza”, scriveva Jankelevitch, a contraddistinguere l’antisemititismo dal razzismo. E ancora, mentre scrivo questo, ricordo che fu a partire dalla prima adolescenza (perduta ormai l’innocenza di bambino non ancora corrotto da paure e pudori degli adulti), che mi resi conto quanti sforzi occorressero affinché il mio handicap risultasse appunto impercettibile. Un apprendistato di gesti e di posture (all’inizio “impercettibili”) per occultare con naturalezza la mano sinistra. Assumere con noncuranza pose naturali (che è già un ossimoro), fino alla mano in una tasca e la sigaretta nell’altra, e sviluppare al meglio il dono della parola (scritta, soprattutto) ovvero della distanza. Dissimulare una mano significa usare meno il braccio, e quando mi accorsi del danno era tardi (uno sbilanciamento nella lunghezza dell’arto, per esempio).
Tralascio l’elenco delle mie limitazioni, sto già infrangendo il tabù del parlare di sé su un giornale. Ometto i ricordi pittoreschi. Ma come dire la consapevolezza che ogni tappa della propria vita sia stata, direttamente o indirettamente, predeterminata da una mancanza? E’ il senso di incompletezza ad avermi fatto aderire alle poetiche del romanticismo, alla famosa anfora spezzata di cui è impossibile ricomporre i cocci, da cui una nostalgia irrimediabile non solo del passato, ma del futuro, tutt’uno con le utopie e il messianismo politico? E le epifanie amorose, lo stupore ogni volta di scoprire che la mano non fa differenza, il trasporto e la gratitudine (ma c’è gratitudine senza vergogna, quindi senza un grumo di aggressività potenziale?) per coloro che mi presero la mano nelle loro, primo e preliminare gesto fisico d’amore.

Il giorno che ho letto l’articolo sul Talidomide ho provato la consapevolezza che ogni aspetto della mia vita fosse conseguenza della condizione congenita di malformato e mancante. Anche la virtù dell’empatia, il sentire la sofferenza altrui dietro le apparenze, la disponibilità all’ascolto, il non stupirsi del prossimo. Anche la propensione per le scienze umane, la diffidenza verso l’obiettività priva di calore delle scienze esatte, il liceo classico e gli studi in Filosofia, perché “ogni metafisica (fu Jean-Paul Sartre a scriverlo, e Gilles Deleuze a ripeterlo) – è una ferita che parla”. O ancora la predilezione per quelle forme di discorso e di racconto che dicono il sentimento della vergogna, che per Deleuze “è uno dei temi più potenti della filosofia”, e che ricorre in opere importanti del pensiero contemporaneo, come l’etica di Emmanuel Levinas. Non è un caso se ho tradotto a vent’anni un libro del francese Joe Bousquet, rimasto paralizzato nella prima guerra mondiale e sprofondato nel linguaggio al punto di sostituire con esso il proprio corpo: “Come spiegare, con delle parole, una cosa così semplice, e che sta tutta nel fatto di giocare la propria vita nelle proprie parole?”

Fa qui irruzione il concetto di biopolitica, che esplora le frontiere del corpo e dell’umano, la vita nuda nell’epoca della sua più forte normatività e discriminazione: le leggi sull’immigrazione, quella mancata sull’omofobia, il disprezzo del regime mediatico per il corpo delle donne, ripropongono la logica dell’esclusione che in altre epoche storiche ha riguardato etnìe (ebrei, zingari), o membri della comunità (gli anziani, le donne), oppure ancora - logica conseguenza di un rifiuto dell’alterità – la persecuzione nazista e l’annientamento di chi porta alterazioni fisiche. La notizia del risarcimento ai “mostri” di cinquant’anni fa tocca, lo si voglia o no, la sfera biopolitica. Nella sua indagine su La condizione post-moderna, il filosofo Jean-François Lyotard mostrò come l’economia si muovesse verso una “logica del vivente”, in cui la vita stessa di ogni individuo diventa valore di mercato. Nel mondo degli affari la parola d’ordine è da tempo “valore della vita” (lifetime value o LTV) del cliente, cioè “la misura teorica di quanto un essere umano potrebbe valere se la sua esistenza, per l’intera sua durata, fosse trasformata in un modo o nell’altro in merce e sottomessa alla sfera commerciale”. Come si misura un risarcimento, e che cosa dovrebbe risarcire? Come si effettua il riconoscimento delle vittime, non certificato all’epoca e i cui testimoni sono estinti o in via di estinzione?
La ditta tedesca che produceva il Talidomide, la Chemie Grünenthal di Stolberg, che lo dichiarò innocuo anche quando ne erano noti gli effetti nefasti e non lo ritirò dal mercato, ha responsabilità enormi. Furono migliaia i bambini malformati in Europa. La notizia di un indennizzo dopo cinquant’anni apre quella che i filosofi chiamano “aporia”, una possibilità dell’impossibilità, un paradosso. Ma è una possibilità che occorre vivere fino in fondo. Ovvio che nessun risarcimento è possibile, e anche la sola idea risulta offensiva: come si può risarcire una vita senza negarla? Il debito, se di debito si tratta, resterà aperto per sempre. Ma è altrettanto ovvio che si debba affermare il diritto a tale risarcimento, e vegliare sulla perversa gerarchia di merito che si creerà in base all’handicap (chi si arroga il diritto di giudicarlo?). Non si è responsabili delle vittime, ma “di fronte alle vittime”, ha scritto ancora Gilles Deleuze. “I diritti dell’uomo”, continuava il filosofo, “non dicono nulla sui modi d’esistenza dell’uomo provvisto di diritti”, e la vergogna d’essere uomo non la si prova solo nelle situazioni estreme descritte da Primo Levi, ma anche nella normalità insignificante dei modi di vita nelle nostre democrazie. Quella dei “bimbi del Talidomide” è una storia esemplare della nostra epoca.

32 commenti:

pull ha detto...

esemplare.

Shakti ha detto...

grazie della toccante sincerità, lucida e coinvolta al tempo stesso.

raccontare e raccontarsi al tempo stesso (cosa di cui sei maestro) ci impone di essere repoter di noi stessi, osservatori invisibili, ma mai distaccati salvo cadere in una fredda alienazione dagli eventi e dal nostro essere umanamenti divini e divinamente umani.

la saggezza segnata dal tempo ci suggerisce sottovoce che cionondimeno l'interezza e integratità della tua anima sono intatte.
una carezza sulla bellissima mano sinistra dalla tua amica caterina

rossana ha detto...

.............(ho silenzio ed emozione fortissima. Ti lascio quello che ho)

Beppe Sebaste ha detto...

grazie. siete voi pure e puri.
agiungo soltanto che la versione su Venerdì è paradssalmente più bella e completa: l'avevo abbreviata (per venire loro incontro) ma hanno pubblicato la versione integrale, insolitamente (per loro) lunga...

roberto de simone ha detto...

Ciao Beppe ho letto il tuo " scritto " sul venerdì di

Repubblica. Colgo l'occasione per salutarti e speriamo

di vederci anche con Laura, ......sempre dopo aver

fatto fisioterapia al mondo. Ciao Roberto de Simone

Anonimo ha detto...

caro beppe
tanto tempo fa lessi orcinus orca.
a un certo punto d'arrigo parla del padre di 'ndria cambria che aveva perso l'uso di una mano per colpa di un ictus, e ne parla per sei pagine (mi sembra di ricordare)
in modo così tenero e straziante
che piansi a dirotto.
piansi per tuti quelli che non potevano più fare un gesto così semplice ma così grandioso, soprattutto piansi per me, per non saper usare le mani e le braccia per la sola cosa che veramente vale: l'abbraccio.
leggendo il tuo articolo-confessione ho avvertito la stessa tenerezza di allora ma ho sorriso di gioia per la tua lucidità, con la convinzione che mentre fumi con la destra, l'altra è per intero nella tasca sinistra.

a presto
piumalarga

gigilac. ha detto...

Sono un cinquantatrenne cresciuto con l'effetto del talidomide,dalla nascita,sordo dall'orecchio destro, perchè quell'orecchio non l'ho mai avuto. Non ho mai avuto il coraggio di parlare di questo argomento. Sono cresciuto con l'illusione di credere sempre di essere stato un fortunato perchè comunque qualcuno mi ha dato quello sinistro (l’orecchio) che mi ha permesso di sentire malamente e parlare in modo adeguato. Anche io ho sempre saputo la causa di quella condanna che comunque ha segnato la mia vita, ma non saprei proprio come potere dimostrare a chi che sia che questo farmaco ha comunque disegnato la mia vita, fin dai primi giorni e primi interventi chirurgici. Se oggi dovesse esserci veramente qualcuno pronto a risarcirci, credo che sia giusto che questo avvenga e che parte di questo risarcimento vada in favore di qualche fondazione che combatta affinché fatti simili non possano più avvenire. Avrei piacere se, fosse possibile, di avere un contatto diretto e più approfondito con te. Oggi con una moglie una figlia ed un lavoro che non ho più (ex bancario licenziato),sono pronto a iniziare a combattere ed ad impegnarmi,se necessario, per ottenere un diritto che ci appartiene, sapendo pure che nulla ci verrà mai restituito di quanto in questi anni ci è stato tolto dalla nascita. La mia adolescenza, tra tante altre cose ed esperienze che non vorrei mi rivire o augurare ad altri, è stata segnata da cinque interventi chirurgici che riempivano le mie estati tra l'età di undici e quindici anni. Se è di tuo interesse potrò riempirti di quelle sensazioni esperienze ed amarezze che ci hanno segnato per sempre.
Spero poter ricevere un tuo riscontro e magari incontrarti. Grazie per il tuo articolo sul venerdì di repubblica.
Affettuosamente Gigi La Cerva, Palermo.
mail= lcl19561804@hotmail.it

Anonimo ha detto...

Pezzo di straordinaria bellezza e profondità, Beppe.
Girolamo De Michele

p.ferrucci ha detto...

Mi ha colpito il finale, perché anch'io sento ogni giorno la "vergogna d'essere uomo", proprio nella normalità insignificante del mio modo di vita. I motivi precisi non mi sono del tutto chiari, ma così è.
Poi non sapevo questa tua condizione: le volte che t'ho visto in foto o in tv proprio non si notava nulla. Ho un'amica (del '59 anche lei) in una condizione simile: la sua mano operata (che riesce ad avere un po' di funzionalità) non mi ha mai impedito di trovarla terribilmente sexy.

Anonimo ha detto...

grazie dei vostri commenti, cari amici, del vostro apprezzamento. non credevo, non me l'aspettavo. a presto, beppe

angelo ha detto...

Caro Beppe, visitare il tuo blog è una delle mia necessità quotidiane. Grazie per lo splendido articolo (ho letto anche la versione completa sul "Venerdì")

Laura ha detto...

Se l’amore non fosse arrivato per caso, forse non ce ne saremmo accorti.
Lui si insidia dentro piccole parti di corpo che nessuno a mai raggiunto
Ogni amore occupa una parte diversa di corpo
e se gli amanti ti toccano anche lo stesso punto,
loro lo sanno che è un posto diverso perchè noi siamo già cambiati.
A volte quel posto neanche c’è
ci si arriva dalla strada del riso
dai dolori ironizzati,
il luogo è il tempo, esteso sulla mappa dell’attesa,
non arriva quasi mai ma se ne va sempre.
Il nostro corpo animale elegante e goffo,
è un papiro dove è descritta tutta la nostra storia.
Leccarsi è un modo per curare le ferite.
Un desiderio legato alla cura.
Un sogno impossibile.
Posti che non puoi leccare da solo.
Così ci si concede ciò che non si sospettava neanche.
La mancanza.
A noi,
troppo sensibili per l’amore, troppo aggressivi per la guerra.
Disadattati del sensibile,
consapevoli, fermi nel tutto, in movimento nel niente
che cerchiamo i nostri morti, perchè non possono farci più del male.
la presenza è niente e l’assenza il tutto,
portati verso il desiderio.
feticismo anoressico, misticismo bulimico,
che galleggiamo in acqua dolce quando abbiamo sale in corpo
e in acque salate quando il metallo ci porta a fondo,
non nuotiamo ma galleggiamo a fatica,
ostentando la nostra maestria, nel fare cose inadeguate,
che ci erano precluse, questo è il nostro lusso.
Abitato dagli squallori altrui, che riconvertiamo in ricerca, accurata investigazione generosa,
mai squallidi, nè volgari. Perchè sappiamo tutto di squallore e di volgarità,
che siamo il carico e lo scarico, dell’unicità di ogni essere,
che con i pavidi condividiamo solo il dolore ma loro affezionati ne perpetuano il passato come una conquista, senza orgoglio per il proprio ma soltanto per quello altrui, facendo attenzione a non invischiarsi. Sempre avanguardia ne cerchiamo uno nuovo.
E lo troviamo, diverso, irrequieto, irriverente,
appostato si presenta in forma di bellezza, mobile e immobile
e abbiamo imparato a dirgli sì per non dirgli sempre no.
Ma certe volte non possiamo farne proprio a meno.
Di noi,
si colpisce la mancanza, e quando si accorgono che quel vuoto è più grande del pieno,
ci tocca riassestare continuamente il tiro. Solo per puntare mai per sparare per far capire che possiamo anche farlo ma scegliamo di no.
Non si può spiegare di più e ci tocca tornare sempre sul di meno.
Trasformare la il canone del bello soltanto per il gusto di modificarne il codice
Non riconoscenti di ciò che ci viene concesso
perchè sempre relegato nel territorio del non ammesso.

nel mio divagare, un abbraccio
Laura Palmieri

Beppe Sebaste ha detto...

meraviglioso divagare il tuo, laura. e continui a stupirmi, cara amica artista, ché non ti sapevo poeta di parole (e mentre lo dico mi viene in mente la frustrazione abissale di quando, fin da ragazzo, scrivevo qualcosa di terribilmente importante, quasi straziante, per qualcuno, e quel qualcun mi replicava: "ma come scrivi bene", e io mi sentivo ancora più solo :-))
buon giorno laura. (vorrei aggiungere che anche sergio (piumalarga) ieri notte mi ha commmosso. e grazie a tutti.

Laura ha detto...

molto umilmente mi permetto di divagare ma non credo di scrivere bene, grazie del tuo meraviglioso articolo e spazio di dialogo
laura p.

Anonimo ha detto...

un abbraccio

Maria

Anonimo ha detto...

(cara maria: la O di abbraccio. che ovviamente è blu)(beppe)

gigilac. ha detto...

Questa notte non ho potuto fare a meno di scrivere qualche riflessione di getto, dopo aver letto sul "Venerdì".
All'improvviso, come un lampo che squarcia il cielo in una notte cupa, ho riletto e rivisto le scene della mia vita, i miei pensieri, le mie angosce, le mie difficoltà che fin dalla infanzia ed in maggior modo dall'adolescenza ho vissuto sopra di me, sul mio corpo e sul corpo di altre giovani vittime del talidomide, che ogni anno, per cinque anni, incontravo a Milano, in via La Marmora, alla Clinica Città di Milano, dove il prof. Sanvenero Rosselli e la dottoressa Milena Milesi, (chirurgi plastici ricostruttivi)operavano.
In clinica si andava per ridurre o nascondere le malformazioni, per imparare a convivere meglio con il proprio corpo ed il proprio handicap. In realtà quei giovani adolescenti si confrontavano, con vergogna, nascondendosi e cercando di farsi forza illudendosi che tutto sommato si era più fortunati degli altri perchè l'handicap altrui era forse più grave, più invalidante (almeno questo ci veniva raccontato dai nostri genitori e dai pediatri della Clinica), non rendendoci conto che la ferita che avevamo addosso era sempre più grande del nostro corpo perchè ci avrebbe segnato per sempre la vita, l'anima, il pensiero lo sviluppo. Tutti noi eravamo allo stesso modo gravi e fortunati perchè diversi. Diversi perchè comunque la nostra vita è stata e sarà diversa da come sarebbe potuta essere senza la "mostruosa malformazione" che ci era toccata.
Ci è stato insegnato ad ignorare il problema, a conviverci nascondendo il braccio la mano o per me l'orecchio destro mancante (grazie ai capelli lunghi di moda in quegli anni). Come dice Beppe adattandomi alle circostanze, io cercando sempre a scuola il secondo banco all'estremità destra del'aula per ascoltare meglio, o sfruttando nel gruppo di amici la migliore posizione per raccogliere i suoi o leggere il labiale. Nascondere l'handicap, dimenticarlo era il messaggio che in famiglia veniva subdolatamente insinuato per rimuovere responsabilità e colpe sia dei medici del tempo sia dei genitori di quei bambini, che non hanno conservato elementi e documentazione utile che ci potesse aiutare oggi a provare i fatti e le cause. Genitori che hanno preferito nascondere e rimuovere responsabilità anche loro, perchè non hanno preteso la ricerca della verità perchè non hanno fatto nulla affinhè a dei figli svantaggiati venisse riconosciuto qualcosa a risarcimento, magari soltanto morale; bisognava nascondere, rimuovere, dimenticare.
Avevo rimosso tutto fino ad ieri, ma da ieri mi è tornato il ricordo di una vita; è vero come dice Beppe anche io ho amato veramente solo chi ha amato il mio handicap e con un gesto di dolcezza accarezzava quella parte del mio corpo che mancava.
Oggi amo, ancor di più, mia moglie che dal 1975 mi sta vicina e quando le è possibile, sedendosi alla mia destra, supplisce, amplificando i suoni, a ciò che diversamente non riuscirei a comprendere per la sordità che mi accompagna.
Il lampo ieri, il fragore del tuono mi ha piacevolmente scosso, credo che Beppe sia stato ed è per noi una forza. Grazie del coraggio di averci fatto ricordare, riprendendo consapevolezza di ciò che nel tempo si era celato sedimentato da una vita che non sarebbe dovuta essere la nostra, ma che credo, con orgoglio, abbiamo vissuto.
A presto, gigi la cerva

leucosia ha detto...

ho letto il tuo articolo stamane, ne sono rimasta colpita al punto da cercare una tua traccia su internet e per fortuna ho trovato questo blog.
scrivere del proprio handicap può risultare liberatorio, faticoso, curativo, catartico...ho iniziato a scrivere della mia malattia e della disabilità che ne deriva, dei suoi alti e bassi, anni dopo la diagnosi. ed ho capito che la parola scritta aiuta soprattutto noi stessi nell'affrontare il nostro quotidiano.

ti ringrazio tantissimo per l'articolo pubblicato sul Venerdì.
a presto,
leucosia.

Anonimo ha detto...

queste due ultime testimonianze son davvero molto belle, molto forti. gigi: sì, ora ricordo anch'io, tutt'uno con un comportamento di estrema educazione e controllo sociale: dissimulare, nascondere. sembra anni luce fa....
(beppe)

Andrea ha detto...

Un enorme piacere aver letto il suo articolo e tutti gli interventi inseriti nella discussione. Un caro saluto a tutti, ora la mia giornata è migliore.
Andrea ammalato di sclerosi multipla

AL ha detto...

Sei un grande.
Grazie per quello che hai scritto: mi hai insegnato tanto.
Alessandro

Anonimo ha detto...

Ti ringrazio molto.

Luca Gras
www.pentagras.wordpress.com

Anonimo ha detto...

l'ho perfino sognata, questa storia, stanotte...Rossana

Anonimo ha detto...

da studente imparai il principio di cooperazione tra chi legge e chi scrive, quindi non esagerate nei ringraziamenti, o io ringrazio voi. ringrazio anche luca sofri per il link su suo blog, witttgenstein, e per avermi mandato questo suo pezzo d qualche anno fa su alison, ritratta da marc quinn:
http://www.wittgenstein.it/2005/11/17/my-aim-is-true/
(beppe)

Franco Bomprezzi ha detto...

Mi unisco ai complimenti, ti ho inviato anche una email a parte, profondamente colpito dalla chiarezza culturale e umana del tuo intervento, che è in sintonia piena con tanti anni di battaglie da me e da tanti altri combattute per difendere l'identità, non negarla, ma neppure farne motivo di rancore esistenziale. Non il talidomide, per me, ma il destino genetico dell'osteogenesi imperfetta, a segnare il percorso prima del dolore (fisico) e poi di una esistenza sempre incontro al vento, ma positiva e viva. A 57 anni, anche io vivo e lavoro con le parole, giornalista, ora on line, prima di carta. Sulla realtà della disabilità postmoderna ha colto nel segno, non so se lo conosci, Matteo Schianchi, nel bel libro "La terza nazione del mondo" (Feltrinelli, 2009). Io ho scritto qualcosa, qua e là...
Bello sarebbe insistere, approfondire, raccontare, un po' alla francese, una "storia sociale" della disabilità, a partire dal tema della percezione. Ma qui tu insegni, e io al massimo posso imparare.
Un caro saluto,
Franco Bomprezzi

Babuska ha detto...

E' un piacere conoscerti e leggerti. Grazie.

oximor ha detto...

Che li meriti tutti i tanti bei commenti questo bel post è più che assodato. Ma (c'è sempre un "ma" di un qualche rompiscatole) me ne viene del bisogno di S.Tommaso (penso al quadro di Caravaggio) ad infilarci il dito nelle ferite e della (ovvia?) cecità a non vedere che quelle... visibili.

Anonimo ha detto...

quelle visibili sono solo il "fantasma" di quelle invisibili. vale per tutti e tutto (e non solo per le ferite, peraltro). per me è quasi ovvio che sia così...
beppe

Anonimo ha detto...

Ciao, forse non ti ricorderai piu', ma e' un piacere averti incontrato e leggerti.

Mike Michele Sigurta

Anonimo ha detto...

Ho già letto il tuo articolo sul "Venerdì", ma qui vengo a dirti grazie. Perché nelle cose che hai scritto mi riconosco, e tu hai saputo dire ciò che anch'io ho provato, ciò su cui anch'io ho spesso riflettuto, senza riuscire mai a scriverne o a parlarne pubblicamente. Mi ha colpita molto il fatto che parlavi del sentimento di gratitudine verso chi ci ama o ci ha amato, che deriva certo dalla nostra consapevolezza di essere imperfetti, e forse proprio per questo non amabili. Io appartengo ad un altro gruppo di 'segnati dal caso', quelli della tua stessa generazione colpiti dall'ultima epidemia di poliomielite scoppiata prima che fosse introdotta la vaccinazione Sabin che poi l'ha debellata. Ho già detto grazie a Sabin per avere scoperto il vaccino anti-polio, che ha risparmiato a tanti altri bambini e persone il doloroso cammino che conduce alla presa d'atto dell'essere diversi.Che è un percorso lungo, e difficile, pieno di insidie e di ritorni al punto di partenza, ma che è l'unico ostacolo da superare veramente, prima di poter affermare di accettarsi per quel che si è: diversi dagli altri, appunto. Aliani. Deformi, malformati, disabili, con pezzi mancanti, ma con la stessa, identica necessità di tutti gli altri di amare e di essere amati. E con molte marce in più, a volte. Tu puoi dire certo di aver anche vissuto e amato, oltre che sofferto come un cane. Puoi dire di amarti, se adesso confessi di aver nascosto persino a te stesso, prima che agli altri, la tua malformazione. E anch'io posso dire finalmente di amarmi molto. Tanto da aver potuto ringraziare sinceramente persino la polio, la mia strega cattiva, perché è stao grazie ai suoi segni sul mio corpo che ho maturato la la forza che appartiene alle persone speciali: quella di sapersi imperfetti e fragili, e di sapere accogliere fragilità e imperfezioni altrui con tolleranza e rispetto. Che è la stessa forza che ho letto qui, nel tuo articolo e nei commenti dei tuoi lettori. Non sapevo nemmeno che esistevi, prima che qualcuno facesse il tuo nome, ed ora eccomi qui. Grazie, Beppe.
Mariella Tafuto

Manu ha detto...

Caro Beppe,mi chiamo Emanuela anch'io sono una vittima del Thalidomide,ho entrambe le mani malformate.Solo due giorni fà ho letto il tuo articolo...erano anni che non provavo tanta emozione,mentre lo leggevo non ho saputo trattenere le lacrime rivivendo tutte le mie paure e frustrazioni e la consapevolezza che nonostante tutti i miei sforzi non mi sentirò mai una donna completa.Ora smetto di annoiarti e ti mando un abbraccio...Grazie.

Anonimo ha detto...

cara manu, non mi hai affatto annoiato. grazie. un abbraccio, beppe s.