1/11/2009

La vita senza narrazione

Nella conversazione avuta con l’amico politologo Marc Lazar, pubblicata venerdì su l’Unità, emerge a proposito della crisi della politica (soprattutto della sinistra) il tema cruciale e insieme dimenticato della narrativa, anzi della forza del racconto, che un tempo si chiamava “mito”. Non c’è evento, cambiamento, né tanto meno impegno personale e collettivo senza la forza della narrazione - che ci porta mentre noi la portiamo. Non c’è fede, né fiducia, separata da un racconto. Non c’è vita, direi (e non riguarda solo il sogno d’evasione del carcerato). Lazar si soffermava sul potente apparato ideologico-narrativo delle destre in Europa, grazie al quale hanno intrapreso un’ascesa politica. Eppure è paradossale, soprattutto in Italia. Da noi governa un barzellettiere che è anche il capo di una grande impresa pubblicitaria. La narrazione di cui egli è portatore (a differenza degli ideali di un Sarkozy a destra, o di un Obama a “sinistra”) è come minimo una narrazione frantumata, senza tempo, come una televisione sempre accesa che ogni istante nega se stessa, appiattita su un perpetuo presente, senza memoria né futuro (l’unico futuro si offre come futuro di questo presente). Quello che manca oggi – ed è la svolta antropologica che definisce la tragedia della precarietà – è lo sparire di un senso narrativo dell’esistenza, una volta definito anche dalla parola “carriera”, career, strada per carri di montagna (oggi lavoro si dice job, e siamo tutti dei pezzi di ricambio, anche nell’amore). Non solo quindi i figli sono più poveri dei loro genitori, ma le stesse vite dei genitori risultano incomprensibili, votate com’erano a obiettivi a lungo termine: voltandosi indietro o guardando in avanti, la loro vita assumeva un senso narrativo. Non era poco. Oggi tutto manca, e continua a mancare anche a chi si crede berlusconiano e felice.

(uscito oggi su l'Unità, rubrica domenicale)

7 commenti:

Anonimo ha detto...

"Oggi tutto manca,...". Ecco, questo. Inizio a non poterne più di ragionamenti sulla sinistra e sulla destra, che mi paiono vuote di senso. Ciò che manca sono i valori in cui riconoscersi, quelli che pareva di poter intuire tempo fa (per me) nella sinistra. E che, a me pare, nell'intento di raggiungere consensi (e voti) in aree che di valori ne hanno sempre avuti altri, si sono andati stemperando fino a scomparire del tutto. Ciò che mi manca, sono i valori che la politica che li dovrebbe rappresentare e, coerentemente, tutelare. Un racconto, esiste solo se in quanto metafora di un valore che voglio comunicare. O no? Siamo all'immagine, che può dire finché vuoi, ma più spesso usa tradire. Rossana

Anonimo ha detto...

(fingi di non accorgerti dei pasticci che ho scritto...oggi è giornata di castronerie)Rossana

Anonimo ha detto...

no, rossana, hai detto benissimo, e come posso non essere d'accordo? penso che hai letto anche l'inhervsita a lazar, dice cose così (perlomeno, io faccio veicolare cose così). beppe

Anonimo ha detto...

no, rossana, hai detto benissimo, e come posso non essere d'accordo? penso che hai letto anche l'intervista a lazar, dice cose così (perlomeno, io faccio veicolare cose così). beppe

zambrius ha detto...

ma se, della nostra esistenza, perdiamo il senso narrativo, la capacità di ri-costruire la nostra biografia attraverso sequenze temporali, affettive, esperenziali, allora cosa rischiamo di diventare? Punti casuali in una trama più vasta che non ci prevede nè ci rappresenta più. Spot, per l'appunto...
Giovanni

ariemma ha detto...

Più che la narrazione mitica, bisognarebbe affermare una narrazione sincopata, ogni volta spezzata e ripresa. Non continua, non monotona, non unica. Ma spartita, condivisa. Come quella delle lettere. Ho letto il tuo testo sull'epistolarità. Bellissimo. credo che ci sia qualcosa in più di quello che dice Lazar.
Tommaso

Anonimo ha detto...

dire senso narrativo non ipopteca e non definisce un modo narrativo - possono essere tanti, diversi, multipli, frastagliati, spezzati, con ritmi e toni differenti, ecc.
occorre però un rapoorto col tempo, un tempo che non si nega... la metafora negativa è quella della teelsisione semore accesa (quella, per intendersi, che alimentava anche i poltergeist), che annulla continuamente se stessa, solo l'istante presente...
l'epistolarità, per di più, presuppone l'altro, deriva dall'altro (il destinatario è il vero destinatore)