12/28/2014

Banlieue o prateria virtuale, la comunità possibile della letteratura. Un annuncio.


Interessa a qualcuno parlare di libri di letteratura?
   Il fatto è che per l’universo degli scrittori e degli editori di letteratura la situazione è oggi a dir poco incresciosa (come per la politica, d’altronde).
   Poco tempo fa ho letto una lucida analisi scritta da Antonio Paolacci (già editor in passato di una piccola casa editrice), a nome della nuova associazione editoriale Progetto Santiago. Non entro nel merito delle loro proposte, ma vorrei riproporre alcune frasi di questo documento:
  
   “Concepite come aziende interessate al profitto, molte case editrici importanti da qualche anno affidano a consulenti di marketing e comunicazione anche le proprie scelte artistiche, culturali e letterarie. Sono diventate così aziende che, per aumentare i guadagni, mirano al cosiddetto “pubblico di massa”, di certo più numeroso, ma anche, per definizione, meno interessato alla lettura. 
Tali strategie sono oggi dominanti nell’intero mercato editoriale. In più, fenomeni quali l’aumento delle librerie di catena o le modifiche del sistema distributivo schiacciano tanto i librai quanto gli editori indipendenti. 
La reperibilità dei titoli in libreria e la loro divulgazione a mezzo stampa (recensioni e consigli di lettura sui media) dipendono ormai quasi esclusivamente da esperti di vendite quali distributori e librerie di catena, oltre che da accordi economici tra alcuni editori e la stampa (pubblicità, più o meno esplicita) e tra alcuni editori e librerie (affitto degli scaffali, degli spazi pubblicitari, delle vetrine). Tuttavia, i lettori restano in gran parte convinti che la maggiore visibilità in libreria o nei media sia dovuta a una maggiore qualità dei libri più in vista. L’idea di scrittore e quella di editore si stanno gradualmente perdendo: a entrambi non sono più richieste professionalità, originalità, competenza, ma solo le capacità necessarie a imporsi in un mercato concepito per non-lettori…”

   Sono frasi molto vere. La crisi dell’editoria sarà anche economica ma è soprattutto culturale: la logica del marketing ha sostituito ogni altro codice e strategia. È come nella politica, il cui estremo scandalo non è la corruzione, ma il sottoporre preventivamente a un sondaggio le idee e i programmi per scegliere poi quelli da adottare. Nell’editoria, affidare a esperti di marketing le scelte editoriali è qualcosa di assolutamente nefasto per il destino di quella pratica e universo di linguaggi e testi che si chiama “letteratura”.
   Nell’editoria di oggi, nell’orizzonte generale dello scrivere e del pubblicare (che non sono sinonimi), c’è quindi una solitudine immensa dell’autore, il quale, nella generale alienazione e sofisticazione del mondo editorial-letterario, ignora perfino la qualità stessa della propria scrittura, e le ragioni per cui viene pubblicato.
   Qualche anno fa, in una memorabile lettera al direttore de la Repubblica sulla rimozione della cultura in Italia, il regista Bernardo Bertolucci chiedeva, contro la censura e l’autocensura imperanti: “un film come Novecento sarebbe possibile oggi, nella sua libertà, nella sua utopia produttiva, nella sua megalomania, nell’estremismo delle sue contraddizioni? […] Mi torna in mente anche Salò, l´ultimo Pasolini, girato negli stessi mesi e a poche decine di chilometri, film atroce e sublime. Sarebbe possibile oggi Salò?” [Seguì a ruota un mio pezzo su l’Unità e su aprileonline intitolato “Intellettuali da marketing”, ripreso col titolo “Politica significa immaginare” quiinsieme all'intervento dell'amico Bertolucci].

   Credo che oggi, nella nostra società anestetizzata, l’area di ciò che non risulta possibile fare, produrre e pubblicare si sia ampliata a dismisura. Quello che manca, rispetto agli anni Settanta, è però un’area di sperimentazione condivisa, un’officina variegata della controcultura che sopperisca alla censura, al restringimento dell’orizzonte del dicibile e del visibile. Quello che manca forse, ed è il dato più drammatico, è una comunità. Non credo possa esistere letteratura senza comunità, credo anzi che lo "spazio letterario" sia esattamente il luogo fondativo della vita comune, ciò che crea e popola moltitudini, comunità plurali.

   Tutto questo è per me la necessaria premessa per qualcosa che voglio annunciare. La decisione di affidare all’universo del web, all'inizio del nuovo anno, il mio ultimo, se si può chiamare ancora così, libro (un romanzo alla mia maniera). Il quale, da quanto mi pare di capire, e per usare il linguaggio in vigore, sembra essere troppo letterario (cioè troppo se stesso, non abbastanza snaturato da risultare commerciale e liquido, troppo imprevedibile, troppo poco markettaro (da marketing), troppo per i cazzi suoi, troppo poco apparentabile ad altri centocinquanta titoli analoghi e collaudati, e via dicendo) per risultare facilmente pubblicabile.
   È buffo, ci si sente un po' dei fuorilegge, dei fantasmi, dei clandestini (che è poi il sentimento di cui parla il mio libro e che attraversa tutte le sue pagine). Come se la pratica della letteratura fosse messa al bando, condannata cioè a vivere nella banlieue. Ma sono i margini che fanno la pagina, diceva un filosofo, e non c'è nulla di meno marginale della questione dei margini. Penso anche alle molte case editrici i cui libri sembrano specie di tombe della scrittura alla deriva, o condomini in cui si vive come dentro loculi, e mi viene lo sconforto.
   Non è che abbia le idee molto chiare su quello che significa pubblicare in rete, è un'esperienza nuova, per questo eccitante. A volte mi sembra una specie di prateria (e magari fosse così - accendere un fuoco la sera, fare bivacchi e festa all'aria aperta). Sarò grato a consigli più esperti. Non si può diffondere nulla senza solidarietà e condivisione, ma non può esserci giustamente condivisione senza un senso di comunanza, di riconoscimento di/in una qualità. Ce la farò a trovare una comunità cui non solo fare approdare, ma in cui far vivere e proliferare questo “libro”? Un po’ come nel popolo di alberi di cocco banani e palme che si vede sopra, in cui ero immerso fino a pochi giorni fa nel sud dell’India.
   Vorrei conoscere le vostre reazioni. Posterò questi prossimi giorni l'introduzione al libro, le prime dieci pagine circa.
   Buona fine anno.

6 commenti:

Anonimo ha detto...

condivido la tua analisi e mi piace iscrivermi (con questo post) come primo cittadino alla tua comunità web. in attesa di leggerti
sergio

Anonimo ha detto...

analisi ben fondata e solida, con cui concordo. di leggere il tuo libro, il tuo romanzo alla tua maniera, anzitutto le prime dieci pagine circa, non vedo l'ora.

mario ha detto...

"La bellezza dei margini" è anche una bellissima canzone degli Yo Yo Mundi.

Comunità letterarie ce ne sono, ma forse sono solo accumulatori e acceleratori di Io.

Se ci si può prenotare io ci sono. Sto rileggendo il tuo "Oggetti smarriti" e mi piace ancora di piú.

Francesco Forlani ha detto...

caro Beppe sono dalla tua parte effeffe

Nadia Bertolani ha detto...

Caro Beppe, temo che ritroverai nella comunità web lo stesso spaesamento e gli stessi fraintendimenti che sperimenti nel mondo spersonalizzato dell'editoria. Sono sicura che avrai un nutrito numero di lettori non eterodiretti, ma sono altrettanto sicura che accanto a loro ci saranno anche coloro che non amano i margini. Comunque contami nel numero dei primi. Una amica un tantino pessimista e sfiduciata.

Anonimo ha detto...

Ciao Beppe,
trovo adorabili le parole che hai dedicato al tuo libro: troppo per conto suo, troppo poco, troppo troppo, ecc. ecc.
E quello che scrivi è condivisibile in ogni riga. Sono sicura che il tuo nuovo libro troverà il suo spazio: quella comunità che rivendichi, in qualche modo, e che auspichi, si sfalda e ricompone ogni qualvolta ci si incontra… Cioè: non si esaurisce, e se questo succede, io credo, è perché viene meno il senso di una comunanza.
E' vero, per chi scrive sono tempi infausti, ma una persona a me molto cara mi ha insegnato a non rassegnarmi e a non sintonizzarmi sulla falsa velocità di questi anni, che implica e porta con sè una durata malata, delle opere, fittizia e artificiosa. Oggi che il filtro del mercato è così potente, la letteratura fatica a trovare spazio, certo, ma credo che sono le tue parole, insieme a quelle di altri che hanno a cuore questo, a fare un lavoro prezioso.
Alla fine, credo, ognuno si arrangia come può, nella fase del dopo-pubblicazione. Non lo so come funzionano tante cose, altre le ho conosciute e altre le immagino, magari un po' sbagliando e magari invece prendendoci, azzeccando, per altre. Ma sento un poco a naso, anche qui sempre col beneficio del dubbio, e meno male, se una cosa non mi convince o meno.
Ecco, io credo che intanto si debba scrivere, e lavorare. E cercare assolutamente di pubblicare, perlomeno i lavori più ampi. Ogni libro è qualcosa che resta, io credo, dopotutto: anche oggi, anche e soprattutto oggi.
E che se qualcosa vale, in qualche modo troverà la sua strada.
Raffaella D'Elia