6/17/2014

Tornare a casa (frammento tagliato, ritrovato, forse salvato, non so)




   Il fatto stesso di scrivere non significava che vivere era insufficiente? Come è possibile che la vita sia troppo poco?
   La verità è che volevo ritornare a casa, provavo un bisogno disperato di tornare, ma non sapevo come. In quale casa se provavo nostalgia anche quando c’ero? In una casa più casa.
   Il desiderio amoroso, la mancanza, la solitudine o il sentirmi tradito, erano maschere di un dolore più  profondo e più vergognosamente indicibile, quello di non riuscire a tornare a casa: un’intimità senza forma come il fantasma di un ricordo, o come una specie di presagio, ma tutt’uno con l'idea, anzi il sentimento, di una felicità piena. Niente di psicologico, no, niente a che fare con l’utero, la madre morta o l’infanzia perduta. Era un anelito misterioso eppure celebrato e ripetuto come un mantra da tutta la storia della letteratura, vale a dire dell’umanità: ritrovare la strada dopo essersi perduti, ritornare a casa. Lo smarrimento, l'assenza, una vaga infelicità, era lo stesso tipo di ottundimento psichico offerto dalle droghe in circolazione. Essere così pieni di sonno da non sapere compiere il salto quantico che conduce al Divino.
   Scoprivo che nel mio anelito non ero diverso dagli altri, che tutti anzi condividevano, con minore o maggiore consapevolezza, questo desiderio.
   C’era un altro pensare, forse esisteva anche un’altra scrittura. E’ per grazia divina che si pensa al Divino. E’ solo per grazia di Dio che ti viene in mente Dio.

4 commenti:

Massimiliano Marrani ha detto...

L'ho persa di vista venti anni fa, quando due dei suoi tre libri di allora, mi mostrarono un modo per me nuovo di scrivere. Di quei libri trattengo ancora alcune immagini. Da allora anche io ho preso ad amare l'alone bianco delle lettere. Saluti.

Beppe Sebaste ha detto...

Grazie della visita. Dei vent'anni intercorsi da quando lei mi ha perso di vista (o meglio, da quando ha perso di vista ciò che scrivo), mi sento di scommettere che alcuni miei libri contengano immagini che lei potrebbe trattenere per i prossimi vent'anni.
Un cordiale saluto, b. s.

luca dolfi ha detto...

Utilizzo questo blog per presentarmi e conoscerla. Un amico mi ha passato in silenzio Panchine e tutto ciò è avvenuto su una panchina in piazza del Bastione a La Spezia. Le nostre storie personali sembrano in qualche modo intrecciarsi. Esperienze all'estero, sguardi su un mondo rovesciato, distratto, affascinante, dirompente, doloroso. Il fascino della luce quotidiana, la scoperta della lentezza, la fragranza improvvisa dei colori dell'estate e delle gocce di pioggia di un autunno al parco Ducale. Già, anche Parma ci accomuna, anche Lerici (io sono, almeno in parte, di Tellaro). Ma se ne avrà opportunità o voglia di questo potremo parlare. Sono un prof di lettere, scolasticamente giovane, anche se ultracinquantenne. Adoro i ragazzi, trovo in loro la linfa per poter resistere al quotidiano e scrivo, faccio scrivere. Mi appassiono, mi arrabbio, mi emoziono. La sua scrittura e il suo approccio alla vita letteraria è straordinariamente puro e delicatamente rivoluzionario. Lei è già uno scrittore io sono solo un operaio della parola, ma tutto questo mi salva la vita e, forse, riesco anche a donare qualche piuma di coraggio. Mi piacerebbe averla in classe una mattinata, per parlare di ciò che dona respiro all'anima.
La ringrazio per la lettura e spero di risentirla. In ogni caso le lascio la mia mail: lucadolfi1@gmail.com
luca dolfi

Beppe Sebaste ha detto...

gentile luca dolfi, grazie del suo messaggio, le scriverò senz'altro, in nome di Lerici e di Tellaro...