3/07/2014

Il tavolo d'angolo di Giulia Niccolai

Riprendo dalla rivista on line Doppiozero diretta da Marco Belpoliti, per cui l'ho scritto e che l'ha gentilmente ospitato nella sua bella serie sui "Tavoli", il mio testo sul tavolo di Giulia Niccolai, meravigliosa poetessa e monaca tibetana, amica e maestra da una vita. L'ho leggermente accorciato, e fatto qualche piccolo cambiamento qui e là. La fotografia è di Giovanna Silva.


   Conosco Giulia Niccolai da quando ragazzo mentivo sulla mia età perché volevo essere un poeta beat. Vidi (ascoltai) nascere a Venezia la sua Harry’s Bar Ballad, e forse per questo di Giulia visualizzo solo tavoli luminosi e “da gioco”, en plein air, volatili come il suo giocare a palla con le parole, la deliziosa anarchia della conversazione. Come possono vivere i “frisbees” di Giulia se non all’aperto? Oppure la visualizzo a un grande tavolo da cucina dove si fa tutto, dove tutto cioè si fa cucina – visioni, parole, associazioni di idee, tutte le possibili uscite ed entrate dal e nel material world (direbbe Georges Harrison), eroiche comiche illusioni e sogni di risveglio, cioè poesie – come nella cucina/atelier della casa di Corrado Costa a Mulino di Bazzano dove Giulia Niccolai abitò con Adriano Spatola.
   Sono visioni viziate dal ricordo, negatrici della solitudine intesa come assenza di testimoni. Sono cioè tavoli extratestuali, come se le poesie nascessero sempre altrove, fuori-testo. Ma non c’è nulla, diceva un famoso Tale, fuori dal testo. E quindi? Quindi non mi stupisce che il “vero” tavolo da “lavoro” di Giulia, il tavolo testuale, sia in una nicchia riparata e modesta. Come il Sutra del Cuore concilia il vuoto col pieno, riconosco il vuoto nelle forme degli oggetti tecnologici posti sopra (e delle scarpe poste sotto) il tavolo.
   E’ un tavolo d’angolo senza testimoni né sguardi, senza luce diretta. A malapena c’è posto per i gomiti, forse per un gomito soltanto. La superficie è ingombra di oggetti operativi, omogenei a un fare - scrivere, stampare, trasmettere testi - il campo semantico del lanciare frisbees (antenati degli e-mails). Il computer, come un tempo la macchina da scrivere col foglio nel rullo, è aperto su parole deliziosamente illeggibili (un “Satellite” Toshiba, la cui tastiera credo sia in assoluta la più comoda), e collegato via cavo al modem della Telecom (non wifi, quindi). Una risma di carta, una stampante a getto d’inchiostro collegata al pc con un cavetto arancione, così come sono collegati un telefono portatile e il mouse esterno, che evidentemente Giulia preferisce a quello incorporato nel pc. Resta lo spazio per una ciotola di oggetti, multiple e adattatori soprattutto, una piletta di carte, un nastro adesivo, due boccette d’inchiostro, una cartolina (unico fuori campo) col cielo azzurro tra le guglie della Pedrera di Gaudì a Barcellona. Gli altri utensili, come il dizionario Zingarelli della lingua italiana e un altro strausato, sono su una sedia rossa laterale (gemella di quella su cui si siede Giulia) sul cui schienale è posata la bandiera tibetana, con gli stessi colori dei quadri di Mirò. C’è tutto, credo. Anche il silenzio, o il non-rumore.



1 commento:

Silvia Paperblog ha detto...

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