7/19/2013

Under the Dome, versione tv


   Una cupola trasparente e infrangibile isola una perfetta cittadina americana e tutti i suoi abitanti. Ecco, vedendo Under the Dome, capolavoro di Stephen King sceneggiato da Brian K. Vaughan, già rinomato autore di parecchie puntate di Lost, viene in mente l’aforisma di Ludwig Wittgenstein: “Filosofia è insegnare alla mosca a uscire dal bicchiere”. La mosca siamo noi umani, e il fatto che la cupola sia di materiale ignoto e inattaccabile dalle bombe e tecnologie più sofisticate, aggiunge un elemento di trascendenza e mistero a una storia essenzialmente politica.  Con tanto di dittatore e partigiani.
   La storia è così potente e corale che la serie tv prodotta da Spielberg (in Italia trasmessa da Rai Due) è virtualmente infinita. Inizia con la descrizione dei primi effetti della cupola calata improvvisamente a Chester’s Mill, un terso mattino d’estate: dalla silenziosa decapitazione di una marmotta agli schianti contro il nulla trasparente di un aereo e di un camion. Ma il cuore è la narrazione quasi didascalica di come si forma una dittatura. L’alieno è uno di noi, e i peggiori regimi della Storia sono creati da autoctoni, non da barbari o extracomunitari. Così, mentre nel mondo fuori dalla cupola continua la vita di sempre, nel mondo under the dome ogni tessuto connettivo democratico si sfalda, e la città è assoggettata a un Capo, il ricco consigliere comunale detto Big Jim, occulto fabbricante e spacciatore industriale di metanfetamina. Per lui l’isolamento dato dalla cupola è l’occasione per mettersi al riparo dai guai giudiziari e rafforzare smisuratamente il suo potere. Ricorda qualcuno?
   Mentre l’ambiente dentro la cupola è sempre più opaco e inquinato e il Male prolifera in ogni forma, Big Jim realizza passo dopo passo la sua tirannia personale: manipola la verità dei fatti, istiga alla paura, alterna seduzione e violenza con apposite squadracce, chiude l’unico giornale della città e raziona il cibo e la luce elettrica. Fino al delirio di contrapporsi al resto dell’America. Che importa se la luce del sole è filtrata da nuvole spesse di smog, e al posto di forme e colori di ciò che prima era la natura c’è solo una terra desolata; per Big Jim anche la fine del mondo è una favola messa in giro da froci e comunisti. E l’horror si rivela il genere narrativo più consono a descrivere la realtà contemporanea. 

(pubblicato su Venerdì di Repubblica del 19 luglio 2013)

P.S. In realtà, vista la prima puntata, sono stato piuttosto deluso: si può vedere, ma lo stile è terribilmente televisivo, nel senso più invecchiato del termine. E pensare che avevo cenato in fretta, nella campagna maremmana in cui sono in vacanza, per andare in una casa a vederlo... Perché le versioni filmate dei capolavori di Stephen King sono condannate a essere così spesso mediocri? 

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