Visualizzazione post con etichetta vita. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta vita. Mostra tutti i post

12/27/2012

"Brucia tutto ciò che puoi" (per Ledo Ivo, tradotto da Carlo Bordini)

La persona della fotografia qui a fianco è Carlo Bordini, grande poeta e grande amico, ritratto mentre sta leggendo per me una anzi due poesie di un poeta brasiliano che altrimenti avrei continuato ad ignorare. Si chiama Ledo Ivo. Le due poesie le traduceva impromptu Carlo stesso, dopo averle a lungo assaporate, suppongo. Ero così toccato dalle poesie, ma anche dall'offerta di Carlo (eravamo a tavola nel mio ristorante preferito a Monteverdevecchio, era giugno ed ero da poco stato dimesso dalla riabilitazione in seguito a un'operazione di "chirurgia maggiore"), che l'ho fotografato. Carlo dal canto suo leggendole si era letteralmente, fisicamente commosso mentre le leggeva.

Mentre mi trovo in India, ricevo la notizia della morte del poeta Ledo Ivo, del quale così scrive Carlo in un e-mail agli amici: "è considerato uno dei massimi poeti contemporanei del Brasile. Di lui è stato pubblicato in italiano Requiem (un poemetto ed altre poesie) per l'editrice Besa, nella traduzione di Vera Lucia De Oliveira. Io l'ho conosciuto quest'anno a Lima, al primo festival di poesia di quella città. Era amato da tutti e circondato da un'aura di sacralità. Mi ha regalato un libro di poesie tradotte in spagnolo pubblicato da un editore cileno. Ne ho tradotte un paio che vi mando".

Ecco, non voglio farla lunga, anche se un ricordo tira l'altro (e questo senso di epifania del ricordo, l'idea che ogni istante è già storico, è una delle definizioni del senso di scrivere poesie). Ecco la folgorante, bellissima poesia Brucia, tradotta da Carlo Bordini: ricopiarla e offrirla qui, da dove mi trovo ora, mi fa un ulteriore effetto, come un irradiarsi e prolungarsi di altri sensi, perché non posso dimenticare quanto il bruciare sia qui così importante da riguardare il corpo stesso del poeta, le sue spoglie. Bruciare, sinonimo di "dire la verità". Ringrazio il forte raffreddore che mi ha costretto in una stanza (fortunatamente dotata di wifi) per avermi dato il modo e l'occasione di testimoniare questa poesia, questi poeti, questa verità che (si) brucia.


BRUCIA (poesia di Ledo Ivo, traduz. di Carlo Bordini)

Brucia tutto ciò che puoi:
le lettere d'amore
le bollette telefoniche
la lista dei vestiti sporchi
le scritture e certificati
le confidenze di colleghi risentiti
la confessione interrotta
il poema erotico che ratifica l'impotenza e annunzia l'arteriosclerosi
i ritagli antichi e le fotografie ingiallite.
Non lasciare agli eredi famelici
nessun ricordo di carta.

Sii come i lupi: vivi in una caverna
e mostra alla canaglia delle strade soltanto i denti affilati.
Vivi e muori chiuso come una chiocciola.
Dì sempre di no alla scoria elettronica.

Distruggi le poesie interrotte, i bozzetti, le varianti e i frammenti
che provocano l'orgasmo tardivo dei filologi e glossatori.
Non lasciare ai raccogliori della spazzatura letteraria nessuna briciola.
Non confidare a nessuno il tuo segreto.
La verità non può essere detta.

e questo è Ledo Ivo:

11/30/2011

Altre panchine... (da "Il Fotografo)


Grazie a Laura Marcolini, per il numero di novembre della rivista Il Fotografo, che pubblica fotografie (piuttosto belle) di panchine mandate dai lettori, ho scritto questo breve testo che appare come introduzione alle pagine (e alle foto):

   Se sedersi su una panchina fa diventare oggi invisibili (per via del tabù sociale e dello sguardo verso chi esibisce la propria libertà, il proprio “ozio” o la propria povertà), chi fotografa le panchine è doppiamente da festeggiare: rende visibile l’invisibile. Mostra quello che resta, ovvero che resiste, alla dissoluzione di spazio e tempo gratuiti: come suggeriscono le panchine fotografate da Pasquale Aiello e Wanda D’Onofrio. E cosa c’è di più attraente di una panchina vuota e ben situata che ci attende (come quelle di Fabbri, Geroli, Morselli, Zanni)?

   Gavioli, Gresti, Petrucci, Spirito, Verdoliva: loro hanno visto panchine splendidamente abitate, come quelle semplici e gioiose di Michelangelo Viterbo. O il riposo degli ambulanti (Massimo Liverani) e degli sportivi della domenica (Meraviglia). Quanto alla panchina nella piazza di una città (Parigi?) fotografata da Uboldi, l’uomo di spalle che verosimilmente legge, il cane sotto di lui che si confonde con l’ombra, esprime la poesia dell’abitare che mi è più familiare (Parigi compresa): la panchina solitaria e anarchica, la panchina come stile di vita, quella dell’uomo della panchina di Simenon, invidiata da Maigret. Dove si siede chi non ha paura della solitudine, anzi (poiché la solitudine non è mai nei luoghi isolati, ma là dove vive la moltitudine) e contempla il mondo tra una lettura e l’altra.

   A rigore, per sedersi su una panchina non è necessario ci sia una panchina: è il sedersi, uno stato dello spirito che coincide con un arrendersi, a fare la panchina. Può essere il gradino di una scalinata (quella metafisica di Angelo Nesci), un sedile tra cielo e riva del mare con incredibili colori (Antonio Feci), o addirittura dentro il mare, sulla poppa di una nave che contempla tempo e spazio trascorsi (Riccardo Vallini) O un sedile di pietra dura, che la fine del lavoro rende morbida come il tempo liberato (Claudio De Paoli).

   La panchina in bianco e nero di Giustiniani è struggente archetipo del sopravvivere, e insieme destino delle panchine nella nostra civiltà: a fianco di reti metalliche che impediscono e chiudono, minacciata e assediata, ma tenace come la Ginestra di Leopardi. Come la sagoma della panchina che resiste sui tetti accanto alle ciminiere (Paolo Urbani), o ravvivata dallo skate nei giardini urbani di pietra (Diego Giancaspro). O l’utopia (non trovo parola migliore) di quella panchina sull’erba che sembra muoversi, scorrere sotto di essa, di Canzanella, tra i cui listelli di legno si muovono le ombre di un film, il film della vita della gente che si siede sulle panchine.

11/10/2011

La custode della luce si è spenta (l'addio a Paola Ghirri di Stefania Scateni su l'Unità)

[Un articolo che mi ha commosso da l'Unità di oggi, 10 novembre 2011, firmato da Stefania Scateni]:

   Se n’è andata l’altro ieri dopo una lunga malattia Paola Ghirri, l’altra metà di Luigi Ghirri, il fotografo della luce e dei paesaggi. L’altra metà in tutti i sensi: entrambi «incantati perenni», Paola e Luigi hanno collaborato sempre, da una parte la sapienza grafica e organizzativa di lei, dall’altra lo sguardo e la qualità artistica del lavoro di lui. Li univa un amore profondo, lo stesso senso dell’ironia, la passione per la musica di Bob Dylan, la capacità di fondere una natura di sognatori con il sapere stare coi piedi per terra. «Abbiamo vissuto e lavorato insieme dal ’75 alla sua morte (nel 1992, ndr), la nostra era una comune avventura del pensiero e dello sguardo. In 18 anni siamo stati separati fisicamente solo 43 giorni...», ci aveva confessato due anni fa in un’intervista al termine dell’allestimento della mostra dedicata all’ultima foto scattata da Luigi Ghirri.

   Da vedova Paola si era occupata totalmente al lavoro del marito. Le aveva lasciato una cascata di luce, lampi catturati dal suo sguardo naturale e allineato col resto del mondo: 190mila originali diapositive e negativi archiviati nella Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, moltissimo altro materiale ancora da «sfogliare». La sua maggiore preoccupazione era rispettare l’«ordine-disordine» che Luigi aveva lasciato. «Non bisogna ordinare né etichettare troppo - ci disse -. Il suo disordine ha una forza intrinseca, sai che prima o poi spunterà una foto che metterà in discussione la catalogazione fatta fino a quel momento. L’archivio non vuole che sia messo in ordine, Luigi non vuole».
   Con l’aiuto degli amici ha realizzato molti progetti - libri e mostre, fino all’approdo a New York. E con l’aiuto degli amici stava progettando, nelle sue ultime settimane di vita, una Fondazione dedicata soprattutto ai giovani studiosi e una serie di eventi per i vent’anni dalla morte del marito. Già malata aveva visto bruciare il tetto dell’amata casa di Roncocesi, scelta con Luigi e dove viveva ancora.

4/10/2011

Precari di ieri e di oggi

   Abito vicino a una mensa dei poveri, dove la tragedia umana sono le vite già rotte a 50anni di chi fa la fila per entrare. «Il nostro tempo è adesso. La vita non aspetta», era lo slogan della manifestazione di ieri contro la precarietà, di cui propongo alcune varianti: il tempo non aspetta la vita è adesso; il nostro adesso è vita non aspetta tempo. La vera precarietà non è la perdita del senso (narrativo) dell'esistenza, la frantumazione dell'esperienza che rende impossibili la dedizione, l'impegno, una relazione duratura, di cui il lavoro è solo punta dell'iceberg? Mettiamo che l'Italia, liberata dall'attuale governo fascistissimo, raggiunga i civili standard europei del salario minimo garantito per i giovani disoccupati. Va bene così? Nella rappresentazione della precarietà manca l'aspetto più profondo: l'incapacità di immaginare la propria vita. Negli anni '70 i ragazzi non erano né più garantiti né più ricchi, se non di sogni. Andare all'estero, oggi additato come ripiego, era un'ambizione difficile e desiderata. Prima ancora Luciano Bianciardi, l'unico scrittore beat italiano, descriveva la «società del benessere» inizio anni '60: «La gente che corre, che si dibatte, che ti ignora, che deve arrivare», e che per di più «si sentono privilegiati (…). Sgobbano, corrono come allucinati dalla mattina alla sera per comprarsi quello che credono di desiderare...». Fu tra i primi precari intellettuali, i collaboratori esterni, lavoratori «cognitivi» occasionali, terziari, anzi «quartari», scriveva, «non strumenti di produzione, nemmeno cinghie di trasmissione... lubrificante, vaselina pura».
   Un'occasione per confrontare precarietà di ieri e di oggi è il libro (lo si presenta a Roma, Auditorium ore 18) Per amore o per odio (Manni editore) di Maria Jatosti, comunista non pentita e innamorata della vita, l'Anna dell'indimenticabile La vita agra di Bianciardi.


(rubrica "acchiappafantasmi", l'Unità del 10/4/2011)

1/01/2011

Per quale orizzonte (su Marchionne etc.)

   La prendo alla lontana, ma proprio questo, credo, è necessario: ampliare gli orizzonti, rifondarli. Non quelli dei profitti, dei bilanci, delle imprese, ma della vita che si vuole (far) vivere, del nostro pianeta. Penso così a un breve indimenticabile scritto di Emmanuel Levinas dal titolo Un monde sans moi, “un mondo senza di me” (forse anche senza “io”). Non è troppo chiedere a chi governa una tale immaginazione e apertura: è anzi condizione necessaria di un’azione politica che, per essere vivibile, non può che essere ecologica e sistemica (nel senso di Gregory Bateson), consapevole dell’interdipendenza di tutto con tutto, ispirata da un soffio potente di utopia - equità, giustizia, amore per la vita anche “senza di sé”, o dopo di sé. L’opposto, è ovvio dirlo, del nichilismo devastante e senza futuro del regime morale e politico che l’Italia subisce da 15 anni (o dell’analogo nichilismo di un Bush jr.). Ma vale anche per gli ambiti apparentemente più semplici come l’organizzazione del lavoro. Colpisce allora che ciò che sul piano sociale non ha saputo fare Berlusconi in 15 anni lo stia facendo in fretta e furia un manager laureato in Filosofia che vidi, due anni fa, applaudito alla Fiera del Libro di Torino per il suo stile “innovativo”. Parlo dell’a.d. della Fiat Marchionne, che sta riportando indietro l’orologio della Storia – dei diritti, della dignità del lavoro, del senso stesso delle azioni, umane prima che economiche - in nome di una logica che non differisce di natura, ma solo di grado (come dicono i filosofi: lui capirà) dalla giustificazione dello schiavismo. Poiché di questo si tratta, anche se tanti politici del Pd legittimano questo arretramento di civiltà con una retorica – la globalizzazione, la concorrenza del costo del lavoro – che elude l’unica domanda che conti, l’unica che legittimi l’esistenza stessa di quei politici: in nome di quale mondo, di quale orizzonte di vita dovremmo, operai e non, dire sì a Marchionne?

(rubrica domenicale "acchiappafantasmi", su l'Unità del 2-1-2011)

4/25/2010

Buon 25 aprile, buona liberazione (cartolina d'auguri da Barcellona)

Mi sono venuti in mente i romanzi di Alvaro Mutis, il grande scrittore colombiano. Quelli con Maqroll il Gabbiere, marinaio che sta sempre sulla terraferma come Corto Maltese, e come lui attraversa con disinvoltura avventure straordinarie, incontra persone straordinarie che raccontano a loro volta cose straordinarie: cioè in realtà molto semplici, ma caratterizzate dalla libertà e capacità di assecondare il destino, e insieme anche di reinventare la propria vita, aprire orizzonti. Sono libri romantici: trovano infatti l’infinito anche nel finito. E ne ho parlato agli amici, seduti al sole al Café Orgasmic di Plaza Sant Agustin.
Mi sono venuti in mente perché sono a Barcellona, e questa città di mare, europea e capitale della Catalogna, aperta al mondo pur preservando una propria identità, è oggi l’esatto contrario del Paese da cui vengo, e di cui si celebra nell’indifferenza e ostilità di chi lo governa la festa più bella, quella della Liberazione dal fascismo. Se penso all’avventurosa semplicità dei romanzi di Mutis (è solo un esempio) è perché, agli antipodi della claustrofobia che dà oggi l’Italia, così chiusa e disperatamente compressa, sottovuoto, ciò che qui è normale - coesistenza di civiltà, agio e senso narrativo dell’esistenza - appare vivido, avvolto quasi da una sorta di shining. Un luogo dove essere stranieri è un valore, non una sudditanza, dove le spiagge sono libere e nessuna speculazione le sottrae alla vista e all’uso, dove iniziare un’attività è per tutti facile e non confligge con l’ottusità burocratica, dove ragazzi e ragazze omosex (anche questi è un esempio, ma importante) si baciano pubblicamente senza timore. Lo so che gli orizzonti di vita sarebbe auspicabile che fossero anche collettivi, ma anche una vita riuscita singolarmente (e una vita riuscita è innanzitutto una vita che sa raccontare se stessa, passato e futuro, memoria e progetto) è già molto importante. Per questo dedico queste mie parole all’amico di Valeria Parrella, un giovane italiano che qui è rinato, e frequentando i corsi gratuiti di cucina catalana ha conosciuto il suo amore cileno; alla poetessa colombiana amica di Sebastiano, giovane architetto italiano che vive qui da anni; ad Andrea, proprietario del Melocomo, bottega di prodotti e cucina italiana nel bellissimo quartiere di carrer Pujadès, che mi ha invitato da lui a leggere racconti forse solo perché, in un mio vecchio libro, scrissi che “le nuvole sono bianche perché il cielo è azzurro”. E a Valeria, Adriana, Jèssica, Tabata, Alessandra, Paolo, Italo, Sergio... e tutti coloro che condividono questo piccolo scorcio sull'esistenza. Buon 25 aprile a tutti voi.

(rubrica "acchiappafantasmi", saltata per ragioni tecniche da l'Unità di domenica 25 aprile

3/24/2010

Una mattina mi son svegliato

Questo è un invito che diffonderà tra breve l'Unità on line su Facebook, con questo breve testo di presentazione:

"UNA MATTINA MI SON SVEGLIATO..."
C'è chi ha gli specchi di legno. Berlusconi di sicuro: per lui è facile notare le rughe sul viso di Mercedes Bresso [la solita battuta che riserva agli avversari politici, che si guasterebbero la giornata guardandosi allo specchio], ma gli è impossibile vedere la sua faccia di 74enne senza il cerone. Stamattina ne parlavo con lo scrittore Beppe Sebaste, collaboratore de l'Unità, e ho rievocato un gioco che giocavo anni fa insieme al mio allora compagno: a ogni viaggio ci fotografavamo davanti allo specchio appena alzati. Quelle immagini formano l'album più dolce che abbia raccolto. Allora, perché non regalare a chi ha paura degli specchi le nostre foto appena svegliati? Mandatecele. Facciamo insieme l'album "Una mattina mi son svegliato".
Stefania Scateni

1/15/2010

Il corpo scritto, l'handicap - una confessione


La fotografia riportata sopra raffigura una scultura di Marc Quinn in marmo di Carrara posta in Trafalgar Square da settembre 2005 alla fine del 2007. In essa è raffigurata "Alison Lapper incinta" (è il titolo). Alison Lapper è focomelica, cioè è nata così. Ha studiato Arte e Architettura all'Università di Brighton, laureandosi in Fine Art nel 1994.
Su Venerdì di Repubblica in edicola oggi si può leggere questo mio testo:

Forse qualcuno ricorda quei ragazzi e ragazze che, senza essere stati vittime di bombe o mutilazioni, presentavano anomalie, anzi malformazioni, gravi ed evidenti: mancanza degli arti (focomelici), dita che spuntano all’altezza delle spalle, o semplicemente mani senza dita. Erano (sono) “nati così”, creature diverse e un po’ mostruose, con buona pace delle ipocrisie linguistiche del “politicamente corretto”. Bambini nati tra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60, le cui malformazioni, si seppe dopo, erano dovute ai danni provocati al feto da un farmaco di fabbricazione tedesca consigliato all’epoca alle donne incinte: il Talidomide.
Tempo fa mi è stato segnalato un articolo su un quotidiano. Arrivato alla pagina ho letto il titolo, l’ho scorso rapidamente e ho chiuso il giornale con fastidio. Ho camminato inquieto, disturbato da pensieri che interferivano con quelli che avrei voluto avere, fino ad accorgermi di non pensare ad altro che a ciò che avevo letto sul giornale. Il titolo dell’articolo era: “I bimbi del Talidomide saranno risarciti (cinquant’anni dopo)” E sotto: “Malformazioni per il farmaco: via agli indennizzi”. Ora, io ho compiuto 50 anni pochi mesi fa. Sono uno di quei bambini. Lo so da sempre, e quella notizia obiettiva che tuttavia mi riguardava mi ha fatto ripensare alla mia vita sotto il profilo dell’handicap. Quella che segue, prima che una riflessione, è una testimonianza. Quasi una confessione.

Confesso, per cominciare, il trauma di vedere il corso della mia vita - il suo senso, il suo vettore, i suoi passaggi più intimi - in una notizia diramata dal ministero del Welfare, e nello stesso tempo la mia resistenza a riconoscermi come “vittima”. Leggere un’informazione neutra e circostanziata sul tardivo e dovuto risarcimento (già avvenuto da tempo in Germania) che contiene paradossalmente la mia biografia (“bio-grafia”, scrittura impossibile della vita, parola su cui ho molto scritto), a pagina 20 di un giornale. Riscoprire in un lampo quanto la propria vita sia scritta nel corpo, e il corpo scritto dalla vita, e averne la rivelazione sul marciapiede, col giornale in mano. Vedere scorrere la propria vita riconoscendo quanto sia stata orientata da un dettaglio, una particolarità “congenita” (così recitavano i certificati dell’esenzione dal servizio militare), handicap simultaneo al nascere, evento fondatore di una serie vorticosa di miti e di leggende. Ognuno ha almeno una storia legata alla propria nascita: la mia fu simbolizzata dall’esclamazione del dottor M. che mi fece nascere in casa (all’epoca era ancora frequente), e prontamente valorizzò la forma del mio cranio: “Che bella testa!”. Frase che ebbe lo scopo e l’effetto di distrarre e ignorare il mio corpo. Da quel primo leggendario omissis che influenzò la mia vita - un’attenzione posta sulla testa, e per metonimia la predominanza della mente sul corpo - io sono diventato quello che sono: uno scrittore, oltre che un intellettuale leggermente sovrappeso, a volte depresso e di sinistra.

Rispetto a chi, come il mio amico Marco, avvocato, è nato senza gambe e senza un braccio, due grosse dita nell’altro, e vive da sempre con protesi plastiche, la mia mancanza sembra poca cosa: non ho le falangi e falangine della mano sinistra. Eppure l’assenza di quei piccoli pezzi di scheletro rivestiti di pelle e muscoli, ovvero l’uso imperfetto della mano sinistra, ha determinato ogni passaggio della mia vita, dandomi un senso precoce di unicità e diversità. Di incompletezza. E’ un’invalidità quasi impercettibile, ma mentre scrivo queste parole mi rendo conto che è proprio l’odio per una “impercettibile differenza”, scriveva Jankelevitch, a contraddistinguere l’antisemititismo dal razzismo. E ancora, mentre scrivo questo, ricordo che fu a partire dalla prima adolescenza (perduta ormai l’innocenza di bambino non ancora corrotto da paure e pudori degli adulti), che mi resi conto quanti sforzi occorressero affinché il mio handicap risultasse appunto impercettibile. Un apprendistato di gesti e di posture (all’inizio “impercettibili”) per occultare con naturalezza la mano sinistra. Assumere con noncuranza pose naturali (che è già un ossimoro), fino alla mano in una tasca e la sigaretta nell’altra, e sviluppare al meglio il dono della parola (scritta, soprattutto) ovvero della distanza. Dissimulare una mano significa usare meno il braccio, e quando mi accorsi del danno era tardi (uno sbilanciamento nella lunghezza dell’arto, per esempio).
Tralascio l’elenco delle mie limitazioni, sto già infrangendo il tabù del parlare di sé su un giornale. Ometto i ricordi pittoreschi. Ma come dire la consapevolezza che ogni tappa della propria vita sia stata, direttamente o indirettamente, predeterminata da una mancanza? E’ il senso di incompletezza ad avermi fatto aderire alle poetiche del romanticismo, alla famosa anfora spezzata di cui è impossibile ricomporre i cocci, da cui una nostalgia irrimediabile non solo del passato, ma del futuro, tutt’uno con le utopie e il messianismo politico? E le epifanie amorose, lo stupore ogni volta di scoprire che la mano non fa differenza, il trasporto e la gratitudine (ma c’è gratitudine senza vergogna, quindi senza un grumo di aggressività potenziale?) per coloro che mi presero la mano nelle loro, primo e preliminare gesto fisico d’amore.

Il giorno che ho letto l’articolo sul Talidomide ho provato la consapevolezza che ogni aspetto della mia vita fosse conseguenza della condizione congenita di malformato e mancante. Anche la virtù dell’empatia, il sentire la sofferenza altrui dietro le apparenze, la disponibilità all’ascolto, il non stupirsi del prossimo. Anche la propensione per le scienze umane, la diffidenza verso l’obiettività priva di calore delle scienze esatte, il liceo classico e gli studi in Filosofia, perché “ogni metafisica (fu Jean-Paul Sartre a scriverlo, e Gilles Deleuze a ripeterlo) – è una ferita che parla”. O ancora la predilezione per quelle forme di discorso e di racconto che dicono il sentimento della vergogna, che per Deleuze “è uno dei temi più potenti della filosofia”, e che ricorre in opere importanti del pensiero contemporaneo, come l’etica di Emmanuel Levinas. Non è un caso se ho tradotto a vent’anni un libro del francese Joe Bousquet, rimasto paralizzato nella prima guerra mondiale e sprofondato nel linguaggio al punto di sostituire con esso il proprio corpo: “Come spiegare, con delle parole, una cosa così semplice, e che sta tutta nel fatto di giocare la propria vita nelle proprie parole?”

Fa qui irruzione il concetto di biopolitica, che esplora le frontiere del corpo e dell’umano, la vita nuda nell’epoca della sua più forte normatività e discriminazione: le leggi sull’immigrazione, quella mancata sull’omofobia, il disprezzo del regime mediatico per il corpo delle donne, ripropongono la logica dell’esclusione che in altre epoche storiche ha riguardato etnìe (ebrei, zingari), o membri della comunità (gli anziani, le donne), oppure ancora - logica conseguenza di un rifiuto dell’alterità – la persecuzione nazista e l’annientamento di chi porta alterazioni fisiche. La notizia del risarcimento ai “mostri” di cinquant’anni fa tocca, lo si voglia o no, la sfera biopolitica. Nella sua indagine su La condizione post-moderna, il filosofo Jean-François Lyotard mostrò come l’economia si muovesse verso una “logica del vivente”, in cui la vita stessa di ogni individuo diventa valore di mercato. Nel mondo degli affari la parola d’ordine è da tempo “valore della vita” (lifetime value o LTV) del cliente, cioè “la misura teorica di quanto un essere umano potrebbe valere se la sua esistenza, per l’intera sua durata, fosse trasformata in un modo o nell’altro in merce e sottomessa alla sfera commerciale”. Come si misura un risarcimento, e che cosa dovrebbe risarcire? Come si effettua il riconoscimento delle vittime, non certificato all’epoca e i cui testimoni sono estinti o in via di estinzione?
La ditta tedesca che produceva il Talidomide, la Chemie Grünenthal di Stolberg, che lo dichiarò innocuo anche quando ne erano noti gli effetti nefasti e non lo ritirò dal mercato, ha responsabilità enormi. Furono migliaia i bambini malformati in Europa. La notizia di un indennizzo dopo cinquant’anni apre quella che i filosofi chiamano “aporia”, una possibilità dell’impossibilità, un paradosso. Ma è una possibilità che occorre vivere fino in fondo. Ovvio che nessun risarcimento è possibile, e anche la sola idea risulta offensiva: come si può risarcire una vita senza negarla? Il debito, se di debito si tratta, resterà aperto per sempre. Ma è altrettanto ovvio che si debba affermare il diritto a tale risarcimento, e vegliare sulla perversa gerarchia di merito che si creerà in base all’handicap (chi si arroga il diritto di giudicarlo?). Non si è responsabili delle vittime, ma “di fronte alle vittime”, ha scritto ancora Gilles Deleuze. “I diritti dell’uomo”, continuava il filosofo, “non dicono nulla sui modi d’esistenza dell’uomo provvisto di diritti”, e la vergogna d’essere uomo non la si prova solo nelle situazioni estreme descritte da Primo Levi, ma anche nella normalità insignificante dei modi di vita nelle nostre democrazie. Quella dei “bimbi del Talidomide” è una storia esemplare della nostra epoca.

1/03/2010

Lo stile è una risposta a tutto

Stile: dal latino stilus, pugnale, e dal greco stylos (stessa origine del verbo “ergersi”): strumento acuminato con cui gli antichi scrivevano su tavolette di cera. Stile designò poi il “modo” di scrivere (dal ritmo al pensiero), e quindi il complesso di qualità di un autore o di un’epoca. La svolta fu il celebre “Lo stile è l’uomo” (le style est l’homme me^me) di Buffon (1753), che restituì al concetto di stile la sua qualità etica troppo spesso perduta: non un accessorio da parrucchieri (con tutto il rispetto), ma questione su cui in passato ci si giocava la vita. Stile è stile di vita, senza frontiere tra pubblico e privato.
Leggete le parole intercettate tra il mafioso Spatuzza e il suo socio Graviano, che paiono prese da una commedia di Molière; quelle del nostro primo ministro (che paiono uscite dal Bagaglino), volgari anche quando non illegali; o le telefonate del non-re Savoia che parlava di puttane. Oggi è rara la vergogna, figuriamoci lo stile. Allora andate su youtube, ascoltate la voce di Giancarlo Giannini che doppia Ben Gazzara nel ruolo dello scrittore Charles Bukowski, in Storie di ordinaria follia di Marco Ferreri. E’ una conferenza sullo stile, alternata da sorsi di whisky: “Lo stile è una risposta a tutto”, dice, e “fare una cosa pericolosa con stile è quello che io chiamo arte”. “Boxare può essere un’arte. Scopare può essere un’arte. Aprire una scatola di sardine può essere un’arte”. “Certi tipi ti insegnano lo stile: Giovanni Battista, Gesù, Socrate, Garcia Lorca (...) Ho conosciuto più uomini con stile in prigione che fuori di prigione. Lo stile è una differenza, una maniera di fare e di essere fatti: sei aironi che stanno immobili in uno specchio d’acqua, oppure tu, che esci nuda dalla vasca da bagno senza vedermi..”. Ascoltatele tutte: sono parole che danno il desiderio di iniziare l’anno con stile.

(uscito su l'Unità, rubrica "acchiappafantasmi", domenica 3 gennaio 2010)

11/22/2009

Questa cosa del vedere il mondo dal di fuori...

(Tentativo di dare un seguito con parole diverse alla rubrica della scorsa domenica, in una passeggiata a Parigi in novembre).

... Questa cosa del vedere il mondo dal di fuori, la vita, bevendo la birra a Place de la Contrescarpe, poi rue d’Ulm e la piazza dove vidi l’alba abbracciato a X. nel grande spazio rosa e bianco deserto come un quadro di De Chirico, le strade di un passato tanto più remoto quanto più recente, cioè passato, dove insegnava il celebre filosofo marxista Louis Althusser prima che ammazzasse la moglie e andasse al manicomio, quando c’era un futuro ma la politica nascondeva nascita e morte come i giochi dei bambini, riproiettandole in utopie (l’origine è la meta), le parole vibravano all’unisono della città - le macchine i palazzi bianchi i libri che si fanno corpo, le metafisiche le politiche i cortei le bandiere i lampi azzurri e le sirene, e la sensazione della parola giusta, irrimpiazzabile come nelle poesie (“è vero!”, “è così!” – e che cosa vorrà dire questa esclamazione). Questa cosa di vedere il mondo e la vita dal di fuori, come se ci fosse un fuori, come se fosse o potesse essere – qualcosa – al di fuori di questo, le parole, penso mentre cammino ora boulevard Raspail, quel piano alto del palazzo anni ’30 dove un’altra primavera Y. mi abbracciava e diceva “sembra una casa giapponese”, e l’avremmo lasciata vuota e bianca - l’idea che le parole abbiano una consistenza fisica, che le parole smuovano il mondo (ma la filosofia era già meno importante, preferivo i musei, scettico come si addice a uno scrittore), camminando a vuoto tra gli alberi piangenti sotto il cielo alto – ma potrebbe essere sotto i platani di Parma o di Bologna, tra i vicoli o i viali di palazzoni di Roma, tra i prati di periferia sopravvissuti – mi chiedo se sono io o è il mondo intorno - la realtà, la storia - che invecchia e muore.

(da l'Unità di oggi, rubrica "acchiappafantasmi")

9/13/2009

Come salvare la vita (e la politica)


“La mia vita fu salvata dal rock’n roll”, disse una volta il regista Wim Wenders (e lo scrittore austriaco Peter Handke ripeté una cosa simile). Ma cosa vuol dire "salvata"? E il rock è solo una musica? Un bel film inglese uscito da poco, I love Radiorock, risponde a entrambe le domande.
E’ la storia vera di una radio pirata che nel 1966 trasmetteva 24 ore al giorno musica rock da una nave, anch’essa pirata, al largo della Gran Bretagna. Racconta l’ossessione del governo inglese conservatore di allora di sopprimere a ogni costo quella radio pirata, ascoltata ogni giorno da 25 milioni di persone, più di metà della popolazione britannica, influenzate dalla sua musica entusiasmante: la pura gioia di Sunny Afternoon e All Day dei Kinks, Hang on Sloopy dei Mccoys, di Beach Boys, Who, Jimi Hendrix ecc. (E le immagini della vita quotidiana degli ascoltatori della radio sono belle e compassionevoli come foto di Luigi Ghirri). Un film di sesso droga e rock’n roll che è soprattutto storia di una battaglia culturale, cioè politica, vincente. Il film termina coll’affondamento notturno della nave (mentre suona, ultima canzone, la romantica A Whiter Shade of Pale dei Procol Harum). E se il primo ministro aveva deciso di lasciare affogare tutta l’equipe di Radio Rock, decine di barche di giovani e fan vennero all’alba a salvarli. Il rock’n roll, canterà più tardi Neil Young, “will never die”. Tutto qui?
Quando sono uscito dal cinema (Roma, Campo de’ Fiori), la fiumana notturna di giovani e meno giovani consumatori senza scopo, la stessa che in altre città, sembrava fatta di morti. Il contrasto tra l’opacità di oggi e la vividezza del film mi è sembrata insopportabile. Pensate: milioni di persone fecero politica per mezzo di una musica condivisa, lottarono per cambiare la propria vita e affermare dei valori. Oggi, mentre si confronta il prossimo “autunno caldo” a quello di quarant’anni fa, quando (1969) gli operai divennero soggetto politico e saldarono le loro lotte a quelle degli studenti, la realtà offre il desolante spettacolo di una frammentazione di proteste individuali e disperate, che implorano dai tetti lo sguardo della tv, ignorando che è proprio quell’occhio di Grande Fratello ad aver estirpato la capacità di essere soggetti, e quindi di lottare. La verità è questa, soprattutto: che nessuna politica è possibile senza una battaglia culturale.

(una versione appena più ridotta su l'Unità, 13 settembre 2009, rubrica acchiappafantasmi), col titolo "Suoniamo la politica")

8/27/2009

Sulla fame

(questo - la parola "Fame" - è uscito su l'Unità del 26 agosto- per a serie "Il calendario del popolo", corredato come al solito di illustrazioni)

Nel marzo 2003, mercoledì delle Ceneri, aderii a un digiuno per la pace. Anche se ero solo un turista della fame (la realtà del morire di fame è ben altro), fu un’esperienza mentale e morale. E’ anche così che si scopre l’evidenza che «siamo quello che mangiamo», e che viviamo nell’eccesso di un’opulenza ottusa e aggressiva – come nel bellissimo apocalittico poema di Carlo Bordini (Mangiare), dove «il mondo / si disintegra / negli stomaci / di giganteschi / roditori». Quel giorno lessi il giornale su una panchina del parco, e mi colpirono le parole di un monaco camaldolese sull’Unità: «digiunare significa essere vuoti perché qualcun altro ci riempia». Per il filosofo Emmanuel Lévinas «la fame d’altri risveglia gli uomini dal loro torpore di sazi e dalla loro sufficienza».
A volte quando scrivo dimentico di mangiare, come se vi fosse una disgiunzione tra il cibo e la parola. Feci una ricerca a partire da questa idea di opposizione. Oltre al canto di Ulisse (il XXVI° dell’Inferno), che il deportato Primo Levi baratta ad Auschwitz nella «rabbia quotidiana della fame» contro una zuppa di cavoli e rape (Se questo è un uomo), citavo le lettere di Kafka, oltre al suo racconto del Digiunatore; pagine di Paul Auster e frasi del filosofo Gilles Deleuze, soprattutto sul libro di Louis Wolfson (ora in Critica e clinica), l’incredibile diario di uno studente di lingue schizofrenico e bulimico, e insieme trattato sull’alchimia psicotica di parole e cibo, la loro integrazione e traducibilità; e perfino Alice di Lewis Carroll: «il burro non serve per i movimenti». Ma quel giorno, mentre mi girava la testa dalla fame, quest’idea mi sembrò troppo astratta. Pensai invece ai mangiatori di arance in Conversazione in Sicilia, la loro dignità, perché il genere umano è più umano nella fame, scrive Elio Vittorini. Pensai agli affamati del Pataffio di Luigi Malerba, e a quel povero cristo affamato di comparsa, nella Ricotta di Pasolini, a interpretare Barabba di fianco a un Gesù bello e biondo in un film sulla Passione, che muore in croce di indigestione, un rutto in vece di ultimo respiro, dopo aver divorato una ricotta. Pensai alla fame come disincanto e risveglio: politico. In un celebre seminario, Lévinas parlò dell’incantesimo che Don Chisciotte subisce nel cap. XLVI: sapere di essere vittima di un sortilegio, dice Don Chisciotte, «basta alla tranquillità della mia coscienza», ma mi sentirei vile «a stare in questa gabbia defraudando del mio soccorso i tanti bisognosi». Non c’è sordità, aggiunge Lévinas, che permetta di sottrarsi alla voce degli afflitti e dei bisognosi, voce che è il disincanto stesso, se il suo agente è «l’umiltà della fame». Ecco come la privazione per eccellenza è porta alla responsabilità per l’altro uomo; come la fame, che è quasi morte, sia un “di più” di vita. Ed ecco, ricordo, perché un digiuno contro la guerra, per la pace.

8/01/2009

Estate in città. Due film (la vita contro la morte)

Estate in città - dove si impara, nell’apparente penuria, che un passo verso il meno è un passo verso il meglio. Vale per i rapporti, le letture, i film. Tralascio i consigli di lettura e vado al cinema, uno dei pochi ancora aperti. In cartellone Il prossimo tuo, dell’italo-filnlandese Anne Riitta Ciccone. Tutto si snoda davanti al tabellone delle partenze dell’aeroporto di Helsinki. Tre storie, corali e complesse: Helsinki, Roma, Parigi. Vicende quotidiane che si intersecheranno in modo lieve, traumi paralleli che condizionano le esistenze, che richiedono di andare alla radice per continuare a vivere. Una superba narrazione, un film contemporaneo e fascinoso, ben scritto (cosa rara nel cinema italiano), e musica straordinaria di Franco Piersanti.
La sera dopo vedo da amici il documentario che andrà a Venezia, Videocracy, dell’italo-svedese Erik Gandini. E’ cresciuto in Italia proprio durante l’intrattenimento televisivo durato trent’anni, quando “il presidente delle televisioni è diventato presidente del Paese”. E' la storia di un conflitto di civiltà più profondo e doloroso di quello che si pretende(va) contro le civiltà "altre": un conflitto di civiltà dentro il nostro stesso Paese. Inizia con la prima tv privata, 1976, un gioco a quiz dove le concorrenti si spogliano e fanno ballonzolare tette e chiappe nude. Finisce con interviste a Lele Mora e Fabrizio Corona, cozze abbarbicate allo scoglio del regime mediatico-pubblicitario del premier puttaniere: la televisione è tutto, l’apparire è tutto; e il tutto, le vite e i corpi, è solo business, denaro. Nella sua lussuosa villa kitsch in Sardegna, il grasso e ricco Lele Mora fa l’apologia del fascismo col sorriso sulla bocca, serafico, ascoltandone gli inni sul telefonino. Ma il fascismo peggiore, profondo, è questo di oggi. Neanche la presunta opposizione si è mai opposta a questo scempio. Guardate questo film, anche se è un pugno allo stomaco. Poi guardate il film Il prossimo tuo, per re-imparare con poesia e coraggio che la vita vera è altrove.

(in uscita domenica 2 agosto su l'Unità, mia rubrica "acchiappafantasmi")

5/24/2009

Diventare sottile fino a scomparire (avviso)

Annuncio per gli amici di Roma e non:
il 3 giugno, giorno del mio compleanno, tutti sono invitati a casa mia, giorno e sera, e ognuno potrà liberamente scegliere e comprare, se vuole, tra tutto quello che possiedo.
Lascerò la casa, e vorrei lasciare quasi tutto - dai libri ai mobili, dai bicchieri ai quadri, ecc. Sono cose belle. Un'amichevole ed elettiva compravendita equosolidale, la festa della mia dissipazione, no, meglio: dissolvimento(nel senso anche dell'I Ching).
Un caro saluto, e grazie (darò l'indirizzo ad personam, comunque è a trastevere, gianicolo).

4/16/2009

Elenco disordinato e vero delle mie ultime letture (quasi una classifica)

Questo è probabilmente un post noioso. Non so se è per insonnia, o per influenza del dibattito seguito alla prima tornata delle classifiche Dedalus (i 100 lettori di cui faccio parte, visibile qui: http://dedalus.pordenonelegge.it/), ma ho stilato, a memoria, e quindi sicuramente con molti buchi e lacune (per esempio i libri da treno, ma anche molte riletture per lavoro), l’Elenco dei libri che ricordo con certezza di avere letto da gennaio (2009) a oggi (15 aprile). Narrativa, poesie, saggi sono mischiati. Ho tralasciato tutti i cataloghi (pure per me importanti: come Vides, mostra di Parigi, e Cy Twombly, mostra di Roma). Ho poi messo in neretto i libri che ho letto con particolare entusiasmo - magari per motivi diversi. Nessun cenno a quelli ancora inediti, e a quelli che pur avendoli cominciati li ho lasciati perdere; nessun cenno ovviamente neppure a quelli che ho a portata di mano ma non li ho ancora letti, o finiti. Leggere, per me, è già promuovere.

Ermanno Bencivenga, Il pensiero come stile, Bruno Mondadori
Stieg Larsson, La regina dei castelli di carta, Marsilio
Richard Yates, Revolutionary Road, minimum fax
Gian Carlo Fusco, A Roma con Bubù, Sellerio
Arthur C. Danto, La trasfigurazione del banale. Una filosofia dell’arte, Laterza

Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche (e altri libri di W.), Einaudi (riletture)
Jacques Derrida, Limited Inc., Raffaello Cortina (rilettura)
Roland Barthes, Oeuvres complètes, Tome 3, 1974-1980, Seuil (rilettura)
Arnaldur Indridason, Un corpo nel lago, Marsilio

Wu Ming, New italian epic, Einaudi
Fred Vargas, Un lieu incertain, (Un luogo incerto), Vivian Hamy, tr. it. Einaudi
Giorgio Agamben, Nudità, nottetempo
Lidia Colleoni, L’assedio del male, Baldin Castoldi Dalai
Fred Vargas, Petit traité de toutes vérités sur l’existence, V. Hamy
Michèle Lesbre, Il canapè rosso, Sellerio
Michel Foucault, Le courage de la vérité (cours 1984), Gallimard-Seuil
Adriano Sofri, La notte che Pinelli, Sellerio
Tommaso Ariemma, L’estensione dell’anima, ombre corte
A. Dal Lago-S. Giordano, Fuori cornice. L’arte oltre l’arte, Einaudi
Roberto Roversi, Tre poesie e alcune prose, Luca Sossella
Anna Negri, Con un piede impigliato nella storia, Feltrinelli

G. De Cataldo-M. Rafele, La forma della paura, Einaudi
Luigi Trucillo, Darwin, quodlibet
Jacqueline Risset, Le potenze del sonno, nottetempo
Ugo Riccarelli, Comallamore, Mondadori
Sandra Petrignani, Dolorose considerazioni del cuore, nottetempo
Vito Bruno, Il ragazzo che credeva in Dio, Fazi
Valerio Magrelli, La vicevita, Laterza
Blue Angy, Come fare del bene agli uomni. Vita e consigli di una puttana perfetta, Einaudi
Andrew Pyper, Il ladro di sogni, Piemme
Olen Steinhauer, Il turista, Giano (in uscita)


del mese di dicembre 2008 ricordo soprattutto:
Silvana la Spina, La bambina pericolosa, Mondadori
Giorgio Messori, Storie invisibili, Diabasis (lettura ripetuta)

Lidia Riviello, Neon 80, Zona
Alessandra Sarchi, Segni sottili e clandestini, Diabasis
Christian De Sica, Figlio di papà, Mondadori
Marc Lazar, L’Italia sul filo del rasoio. La democrazia nel paese di Berlusconi, Rizzoli

1/06/2009

"Messaggio"

Ampiezza, ... tensione, ... un amico ne reclama una,
l'altro l'altra, nelle mie opere;
in versi e prosa. Beh, un accidente.
Non sto scrivendo un'autobiografia in versi, amici miei.

Impressioni, strutture, storielle della Columbia negli anni
trenta e il trimestre autunnale a Cambridge nel '36,
seguite da altre dopo. Non è la mia vita.
Questa è occlusa e persa.

Questa consisté di lezioni su San Paolo,
azzuffate con donne, momenti singolari
in cui certe cose riuscivano alla perfezione.
Ozio, bevute, brutti sogni.

Consisté di tre mogli e molti amici,
capricci e emergenze, perdite, scoperte.
E' stato un lungo viaggio. Lo rifarei?
Ma una volta una bellezza polacca mi mise a nudo e non infierì.

Non ricordo perché abbia mandato questo messaggio.
I bambini! i bambini sono il punto essenziale di tutto.
I bambini e la nobile arte.
Anche i soldi in banca son qualcosa.

Moriremo tutti, e sembra dimostrato
che "dopo non c'è nulla".
Cara, non ci si ricongiunge.
Intanto, credo, occorre essere buoni & coraggiosi.

(John Berryman, da Love & Fame, trad. di Sergio Perosa)

(P.S. Vorrei, mi piacerebbe, dire come sto. Questa poesia lo dice meglio. La amo da quando la conosco, più di 25 anni. Fu letta in un film che feci con Giorgio Messori dall'attore (e grande regista teatrale) Nanni Garella, col mio corpo disteso visto da dietro, per terra. Tanti anni fa. Con emozione (tremore & timore) mi ritrovo in essa, e basterebbe cambiare qualche data, qualche nome di luogo...
Mi è successo: l'ultimo dell'anno è stato buono, è poco dopo mezzanotte, nel capodanno, che sono precipitato. Se posso, se sopra-vivo, lo racconto. Un saluto a tutti.