Visualizzazione post con etichetta scrivere. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta scrivere. Mostra tutti i post

2/08/2015

Ci vediamo nel nuovo sito - Mantenere la parola

Care e cari, ci vediamo e ci leggiamo nel nuovo sito & blog,
www.beppesebaste.com
Anche se è ancora in progress, cioè in costruzione, il blog mi pare già funzionante.
Vorrei chiamarlo così: "mantenere la parola".
Lo stesso nome del mio primo seminario di scrittura creativa (credo tra i primi in Italia: avevo 24 anni), dove parlavo di tutto meno che di scrittura creativa (ma si leggevano bellissimi racconti, tra l'altro).
Sarà lì che scriverò d'ora in poi.
Sarà da lì che annuncerò, anzi offrirò in lettura, il nuovo libro che ho finito da tempo.
A presto quindi, un caro saluto,
beppe s.

6/17/2014

Tornare a casa (frammento tagliato, ritrovato, forse salvato, non so)




   Il fatto stesso di scrivere non significava che vivere era insufficiente? Come è possibile che la vita sia troppo poco?
   La verità è che volevo ritornare a casa, provavo un bisogno disperato di tornare, ma non sapevo come. In quale casa se provavo nostalgia anche quando c’ero? In una casa più casa.
   Il desiderio amoroso, la mancanza, la solitudine o il sentirmi tradito, erano maschere di un dolore più  profondo e più vergognosamente indicibile, quello di non riuscire a tornare a casa: un’intimità senza forma come il fantasma di un ricordo, o come una specie di presagio, ma tutt’uno con l'idea, anzi il sentimento, di una felicità piena. Niente di psicologico, no, niente a che fare con l’utero, la madre morta o l’infanzia perduta. Era un anelito misterioso eppure celebrato e ripetuto come un mantra da tutta la storia della letteratura, vale a dire dell’umanità: ritrovare la strada dopo essersi perduti, ritornare a casa. Lo smarrimento, l'assenza, una vaga infelicità, era lo stesso tipo di ottundimento psichico offerto dalle droghe in circolazione. Essere così pieni di sonno da non sapere compiere il salto quantico che conduce al Divino.
   Scoprivo che nel mio anelito non ero diverso dagli altri, che tutti anzi condividevano, con minore o maggiore consapevolezza, questo desiderio.
   C’era un altro pensare, forse esisteva anche un’altra scrittura. E’ per grazia divina che si pensa al Divino. E’ solo per grazia di Dio che ti viene in mente Dio.

5/15/2014

Scrivere (un preambolo)



Scrivere

   Ho chiesto a Terzo Occhio cosa ne pensasse in questo periodo di me come scrittore, e come dovrei scrivere secondo lui.
   Lui, che spesso si esprime per immagini, prima mi ha fatto vedere i campi all’alba appena fuori dalla città santa di Vrindavan o di altre città agricole dell’India, punteggiate da decine, forse centinaia di corpi accucciati a fare la cacca, che  poi si rialzano agili - non so se per farmi capire in che considerazione tiene le preoccupazioni degli scrittori o per suggerirmi l’effetto che fa quello che scrivo.
   Poi è scoppiato a ridere e ha detto: Ma no, stavo scherzando, vuoi parlare di stile?
   Allora mi ha fatto vedere dei cespugli alti e verdissimi, con le foglie brillanti e profumate come quelle delle piante di curry selvatico lungo il sentiero sopra Rishikesh da cui scendevo per andare a fare le abluzioni nel Gange.  Poi mi ha detto che devo scrivere così, come profumavano le foglioline di curry quando cercavo dei fiori da offrire a Mamma Ganga prima di immergermi, o anche come profumano le stesse foglioline di curry tritate nel riso cotto, insieme al cocco grattugiato e a un po’di limone.


P.S. Mentre qualcuno sta decidendo il destino che avrà il mio "romanzo" ("Storia con fantasmi"), io voglio scrivere raccontini brevi come quando iniziai a scrivere in prosa a vent'anni, insieme alle poesie. Non ho voglia di nient'altro. Questo era una specie di preambolo.

12/11/2013

L'anno 1963, Luigi Malerba e "La scoperta dell'alfabeto". Come giocare, molto seriamente, con le parole.



 Ai tanti cinquantenari di cui si è parlato, rievocazioni e attualizzazioni di un anno intenso come il 1963 – dalla morte di J. F. Kennedy a quella di Aldous Huxley e di Giovanni XXIII, dalla fondazione della casa editrice Adelphi a quella del Gruppo ’63, l’unica avanguardia letteraria del dopoguerra in Italia – vorrei suggerirne un altro: la pubblicazione de La scoperta dell’alfabeto, opera prima di Luigi Malerba, uno dei grandi autori italiani del Novecento, e che un legame col Gruppo ’63 lo ebbe eccome.
 L’appartenenza, per quanto disorganica, alla neoavanguardia gli accentuò fortemente un senso di libertà e disinvoltura nello scrivere, perché sperimentale Malerba lo era ‘naturalmente’, e lo restò tutta la vita - uno scrittore cioè che faceva di ogni sua nuova opera un’opera nuova. Ma quella formidabile raccolta di racconti che prende il titolo dal primo di essi, “La scoperta dell’alfabeto” - l’esilarante storia delle lezioni di scrittura che il contadino Ambanelli prende da un ragazzino, forse lo stesso Malerba da giovane, narratore della storia - conteneva o prometteva gran parte della sua poetica futura. Se l’opera complessiva di Malerba è tra le più vive e attuali, un ruolo di primo piano spetta a questo libro che non cessiamo di rileggere con meraviglia: un libro dedicato alla stralunata epica contadina di un paese dell’appennino di Parma (Malerba nacque a Berceto), ma più fecondo di un corso di scrittura creativa.
  Non c’è dubbio che questo libro abbia ispirato gli stuporosi Narratori delle pianure con cui iniziò vent’anni dopo una seconda vita letteraria Gianni Celati, a loro volta stimolo alle stravaganti e cantilenanti storie di Ermanno Cavazzoni, Ugo Cornia e altri narratori emiliani. Ma la grandezza di Malerba era anche, appunto, nel non accontentarsi di un genere e nel non chiudersi in una maniera. I suoi racconti sull’appennino, su modi di vita già allora in via di sparizione, non hanno nulla a che fare con alcune attuali mitologie di paesi e mondi scomparsi, tra compiacimento nostalgico ed estetica delle rovine. Non c’era già allora in Luigi Malerba (ironico pseudonimo di Luigi Bonardi) alcun rimpianto pasoliniano né diversamente ideologico, ma uno sguardo sulla commedia umana che, se è prossimo a quello di Celati, lo è soprattutto per la comune ammirazione per lo sguardo di Buster Keaton e il suo ostinato silenzio, indecidibile tra stupore e malinconica saggezza, e che è in realtà elemento essenziale di una briosa macchina narrativa.
  Una volta Malerba disse a una platea di studenti che  scriveva “per sapere che cosa penso”, e cercare così di dare un senso alla realtà. Il cosiddetto realismo però era per lui un equivoco secolare, “una truffa ordita dalla critica ai danni dei lettori”, perché la letteratura non traduce mai la realtà così com’è (ammesso che esista una realtà così com’è), ma “inventa una realtà anche quando parla delle nostre cose più vicine”, di sentimenti o persone a noi note e familiari. Anche quando descrive, lo scrittore inventa, e a differenza della cronaca fatta dai giornalisti, diceva Malerba, gli scrittori non raccontano la realtà, ma il senso, anzi il sentimento della realtà. (Non stupisce che Malerba abbia anche confessato che il romanzo che avrebbe voluto riscrivere fosse il Don Chisciotte: non c’è nulla di più malerbiano della deliberata confusione testuale e narrativa di Cervantes tra il mondo e la scrittura - descrivere la realtà come se fosse un libro, scrivere (e leggere) un libro come se fosse la realtà).
   Oggi possiamo vedere come ne La scoperta dell’alfabeto ci fosse già tutto questo, e come la sua innovazione letteraria fosse connessa con quanto di meglio si stava elaborando in altre avanguardie europee (penso in particolare alla Francia). Era un periodo molto eccitante se paragonato alla miseria del tempo presente, in cui la sperimentazione è quasi bandita e la banalità premiata. Così, mentre Malerba scriveva questi primi racconti sul linguaggio, e che pure facevano vedere la realtà e la sua epica meglio di qualsiasi tentativo realista, Roland Barthes scriveva e pubblicava i suoi Essais critiques, in particolare quelli dedicati ai romanzi coevi di Alain Robbe-Grillet, al cui sguardo iperrealista rimproverava un unico errore: “credere che si dia un esserci delle cose antecedente e esterno al linguaggio, e che la letteratura abbia il compito di ritrovarlo in un estremo slancio di realismo”. Che è poi quello che oggi in Italia, anche nella filosofia, passa per una riscoperta di avanguardia, non per l’involuzione che di fatto è rispetto alle formulazioni letterarie e filosofiche degli anni ’60, fino alla Lezione di Barthes e a L’ordine del discorso di Michel Foucault; fino a a quel bizzarro, malizioso inciso di Derrida, a mio avviso magnifico, secondo cui “non c’è nulla fuori dal testo”. Forse non ci si accorse abbastanza che la filosofia viveva allora una nostalgia attiva, e tutt’oggi inascoltata, verso la letteratura, ma per fortuna quello che si pretende contraddire nei filosofi non ci si sogna ancora di obbiettarlo agli scrittori, altrimenti non avrebbe più da tempo diritto di cittadinanza l’intera opera di Samuel Beckett, la stella più luminosa (come si dice delle stelle spente) dell’epoca. Fu infatti Beckett il grande ispiratore di una ricerca letteraria tesa a esplorare i limiti del linguaggio e le scaturigini stesse della parola. Le opere successive di Malerba, come i “romanzi” Il serpente, Salto mortale ecc. - acrobazie sintattiche le cui forme più prossime, anche nella musicalità, sono forse le poesie del reggiano Corrado Costa - confermarono questa direzione.
   A distanza di anni dunque possiamo riconoscere ulteriori valenze all’opera di Malerba, la cui messa in discussione del senso della realtà lo accomuna ai grandi scrittori e artisti di ogni tempo, quelli che pongono domande scomode e creative che hanno conseguenze anche pratiche (politiche) sul senso della realtà. Non solo le domande perturbanti di Philip K. Dick sulla realtà della realtà (lui che ispirò storie come Matrix o The Truman Show), o le poesie di Allen Ginsberg, che conobbe il manicomio a causa del suo diverso senso della realtà; ma anche quelle del grande Gregory Bateson, autore di Verso un’ecologia della mente. Dove si legge, nel “metalogo” con la figlia “Dei giochi e della serietà”, forse il testo più prossimo a “La scoperta dell’alfabeto”, che per pensare idee nuove bisogna disfarsi di quelle già pronte e mescolarne i pezzi (come si faceva nelle tipografie coi cliché per fare parole nuove), anche a costo di apparire insensati: “se parlassimo sempre in modo coerente, non faremmo mai alcun progresso; non faremmo che ripetere come pappagalli i vecchi cliché che tutti hanno ripetuto per secoli”. Ne “La scoperta dell’alfabeto”, primo racconto dell’omonima raccolta, si parla di scrittura: “prima c’è A, poi c’è B”, insegna il ragazzino al vecchio Ambanelli. “Perché prima e dopo?”, chiede quest’ultimo producendo brividi metafisici oltre che comici. Chi ha deciso l’ordine dell’alfabeto, e perché? Ambanelli vuole imparare a scrivere il proprio nome. Il ragazzino allora riprende: “prima c’è A, poi c’è M…” “Hai visto? Ora cominciano a ragionare”, esclama Ambanelli mettendo il ragazzino nei pasticci. Scriveva Bateson: “Se non ci cacciassimo nei pasticci i nostri discorsi sarebbero come giocare a ramino senza mescolare le carte”.
   Le parole sono importanti, e tutto, o quasi tutto, avviene in esse. Malerba ne inventò parecchie, come I Neologissimi (deliziosa plaquette appena ripubblicata dai Quaderni dell’Oplepo). Come avvertiva infatti Malerba ne Il serpente, “stai attento perché molte parole sono sdrucciole, viscide come anguille, salterine come cavallette, sono di un’astuzia diabolica e non cadono in trappola tanto facilmente. Alcune parole sono invisibili”.

(articolo uscito su l'Unità dell'11 dicembre 2013)

12/09/2013

Grazie a Maria Novella Oppo


Vorrei dire grazie, con tutto il cuore, a Maria Novella Oppo per queste sue parole che giungono da una tale altezza - rispetto alla rozzezza dei grillini che l'hanno insultata - che, mentre mi commuovono, mi viene anche da ridere.
Ma sono anche insulti che, come ricorda Michele Serra oggi su Repubblica, dovrebbero ricordare al caro Dario Fo, oggi così confuso, che sono molto, troppo simili a quelli francamente fascisti che riceveva Franca Rame.
IL DIRITTO DI DIRE LA MIA | DI MARIA NOVELLA OPPO
"Ho ascoltato con indignazione (dalla tv!) quello che Beppe Grillo aveva scritto contro una collega giornalista de l’Unità, ma quando ho scoperto che la giornalista in questione ero io, un po’ mi è venuto da ridere". SEGUE A PAG.16, clicca qui

11/20/2013

Preferisco Witttgenstein, e Thomas Bernhard [Letteratura: allargare la coscienza non è un gioco a premi]

   Provavo già disagio anni fa vedendo in edicola la pubblicità di dispense, vendute coi maggiori quotidiani, che istigavano a scrivere, anzi a diventare scrittori, con testimonial di prestigio come Roberto Saviano; i quali si dimenticavano però di dire che non si scrive per diventare scrittori, ma per diventare altro, per spogliarsi, non per addobbarsi di qualcosa, e forse soprattutto perché è rischioso farlo, non perché si è incoraggiati e premiati.
   Non c’è poi nulla di innocente nell’istigare a scrivere se la valorizzazione della letteratura, ammesso che si possa ancora chiamare così, non è che il pretesto intercambiabile con altri per affermare i valori già dominanti del successo sùbito, del profitto economico e del potere dato dall’apparire. Quello stesso apparire enunciato come massimo precetto da Lele Mora e Fabrizio Corona (due delle cozze, forse nemmeno le peggiori, abbarbicatesi agli scogli del berlusconismo) nell’agghiacciante affresco della nostra epoca che è il film Videocracy di Erik Gandini.
   Ma, dopo anni di conclamato degrado morale e antropologico, tutto continua a essere fatto della stessa pasta. L’estetizzazione della realtà modellata sullo spettacolo televisivo, dopo aver fatto della politica una corsa alla ricchezza e al potere personali, dopo aver trasmutato le idee in merci di consumo che, prima di essere proposte al pubblico, devono essere verificate da sondaggi di mercato (sic!), ha dilagato come un blob sradicando ogni opposizione culturale. Chi ha la responsabilità e il privilegio di rivolgersi al grande pubblico si guarda bene dall’andare contro i valori e i codici dominanti (ciò che invece fa ogni giorno, suo malgrado, qualsiasi insegnante di lettere a scuola). Ma che gli stessi metodi possano contaminare l’ultimo spazio gratuito di pensosità e di autonomia, quello della letteratura, che è in sé un’opposizione culturale per natura, è un’idea triste, come un ennesimo guasto ecologico.
   Trent’anni fa Gilles Deleuze descriveva la “giornalistizzazione” degli intellettuali e il “pensiero da tv”, e nel suo ultimo romanzo (Qualcosa di scritto) Emanuele Trevi accenna alla recente riduzione di tutta la letteratura alla sola narrativa, ma la realtà è più violenta: un radicale assoggettamento di ogni scrittura alla “comunicazione”, ovvero alla pubblicità. L’influenza, il senso di accerchiamento è tale che anche scrivendo un commento su un giornale mi sembra a volte di cedere alla generale corruzione delle parole orientate a uno scopo, che offuscano la coscienza. Scrivere, fare letteratura (come altre arti) non significa invece, come ricordava Allen Ginsberg, “allargare l’area della coscienza” – la propria e, se possibile, quella degli altri? Essere scrittori significa, credo, preservare, affermare nuovi spazi, sperimentare usi affrancati della lingua, forme irriducibili al dominio economico-pubblicitario. Sottomettere ogni ideologia al rischio della verità della letteratura, non il contrario.
   Alcuni anni fa, dialogando in pubblico con Christian Salmon, fondatore del Parlamento degli scrittori di cui fu presidente anche Salman Rushdie, ci si chiese come possa la banalità del potere fagocitare e banalizzare a sua volta “l’atto solitario più indipendente e sovrano, il più autentico, il meno soggetto alla pressione sociale, alle convenzioni, alla morale”. Non pensavamo allo scrittore engagé, ma a una resistenza diversa e irriducibile, vicina all’intransigenza di Flaubert e al mutismo di Beckett. O, oggi da noi, alla postura etica e all’invisibilità di Gianni Celati.
   Per questo, dopo che mi hanno raccontato la trasmissione-spettacolo sugli aspiranti scrittori fatta da scrittori già “aspirati” (uno dei quali un amico), inauguratasi domenica sera su Rai Tre, ho sentito il bisogno di rileggere tutto d’un fiato un librino a portata di mano, l’ottima traduzione di Goethe muore di Thomas Bernhard, così, per immergermi in una sintassi irriducibile, delirante e risanatrice - la storia dell’impossibile incontro, così lontano dall’oggi, tra il grande romantico tedesco e il filosofo Ludwig Wittgenstein, per discutere insieme “il dubitabile e il non-dubitabile”.

(articolo uscito il 20 novembre 2013 su l'Unità)