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1/26/2014

Dove comincia l'antisemitismo


   Tutto è collegato con tutto. Un’esistenza chiusa nella sola dimensione personale non riesce a elaborarsi, ha scritto lo storico Georges Bensoussan (L’eredità di Auschwitz. Come ricordare?), solo “il tempo ci permette di collocarci in rapporto a ciò che precede e a ciò che segue, ai nostri ascendenti e discendenti”. Conoscere la storia è importante per formarsi come soggetti, ma se molti giovani credono che la Shoah sia un’esagerazione, più che stigmatizzarne l’ignoranza si dovrebbe puntare il dito sull’irresponsabile smantellamento dell’educazione e sui tagli (morali prima che economici) alla scuola pubblica. La cosiddetta crisi finanziaria non è certo uno spot a favore della conoscenza, ma è il modello sociale dominante a dannarci, quella televisione sempre accesa in cui ogni istante cancella quello precedente, un perpetuo presente dove galleggiamo senza senso, senza memoria, senza durata.
   Anni fa scrivevo sul dovere pedagogico di ricordare che, nella Storia, avviene come nell’esperimento fatto in laboratorio con le rane. Mettendole direttamente in una pentola d’acqua bollente saltavano subito fuori per salvarsi; invece in una pentola d’acqua fredda, riscaldata in modo lento e costante, le rane si abituano gradualmente alla temperatura finché è troppo alta per avere la forza di uscire, e muoiono bollite. Nelle dittature avviene la stessa cosa, e inviterei tutti, giovani e meno giovani, a leggere i bellissimi romanzi polizieschi dal sapore chandleriano di Philip Kerr, ambientati non in una Los Angeles anni ’50 ma nella Berlino degli anni ’30, di cui descrive l’escalation graduale dell’hitlerismo; o Il giardino delle bestie di Erik Larson, biografia dell’ambasciatore americano a Berlino negli stessi anni, William E. Dodd, che tentò vanamente di sensibilizzare l’amministrazione Roosevelt sugli orrori compiuti giorno per giorno dal nazismo. Esempi di come furono ignorati o sminuiti i segni del presente, fino all’irreparabile, bollire come rane.
   Si usa chiamare profetica la comprensione del futuro che nasce dall’osservazione del presente e dei suoi segni – un po’ come lo sguardo di Pier Paolo Pasolini sulla “barbarie del consumismo”. Dove comincia il fascismo, da quali segni, bavagli, violenze, abusi linguistici, revisionismi, provocazioni etc.? Era la domanda che alcuni si ponevano oltre dieci anni fa di fronte all’escalation del regime berlusconiano di cui abbiamo già perso la memoria.
   Oggi i gesti di violenza nazista e antisemita si moltiplicano in Italia e in Europa (tra gli ultimi, le teste di maiale mandate alla sinagoga di Roma) e nella “grande stanchezza” si soffia sul fuoco del rancore sociale alimentato dalla crisi finanziaria, come nel secolo scorso. In Francia l’attore e militante politico Dieudonné, antisemita e negazionista dichiarato, ha messo insieme due segmenti di popolazione tradizionalmente opposti - i giovani di periferia dalle rivendicazioni anti-sistema e antiautorità, e l’estrema destra perbenista e autoritaria - entrambi sedotti dalle derive isteriche del “complotto ebraico dell’umanità”, sì, lo stesso immondo cliché che circolava un secolo fa. Prima della Shoah.


(uscito su l'Unità, domenica 26/1/2014)

12/31/2013

Il populismo spiegato ai bambini

Per una doppia pagina dedicata all'anno che finisce, sulla cultura de l'Unità di oggi 31 dicembre 2013 c'è questa mia nota sul populismo e sul dissolversi della politica, quasi sul sentimento di essere perduti, che niente esprime così bene come questa immagine straordinaria di Leandro Erlich, che mi fa pensare a una variante della caverna di Platone. Il mio testo è comunque quello che segue qui sotto. Auguri a tutti.


   Alla fine di un anno iniziato in un Vaffa-day permanente, con l’uso della parola “morti!” (col punto esclamativo) come manganello e insulto, leggo che presunti animalisti hanno insultato e augurato la morte a una ragazza rea di sopravvivere alle malattie grazie alla ricerca medica con sperimentazione sugli animali. Dà la sensazione di un cerchio triste che si chiude, ed eleggerei questi nazi-animalisti a campioni dello stile populista: spararle grosse, violente, asfaltare la realtà con uno strato di parole ribollenti e iper-semplificate, meglio se insulti sprezzanti Anche le menzogne vanno benissimo, qualcosa resterà.
   Dal regime pubblicitario del partito-azienda fondato vent’anni fa col nome di grido da stadio (“Forza Italia”), ai monologhi urlati dell’ex comico genovese, il populismo in Italia ha avuto un tale exploit da essere oggi addirittura rivendicato, non importa che sia sinonimo generico di fascismo con l’accento posto sulla demagogia: “siamo noi i veri populisti”, reclama la Lega Nord in concorrenza con forconi e fascisti vari. I più rozzi luoghi comuni, come l’intramontabile “non c’è lavoro per colpa degli immigrati”, non provocano più vergogna e ridicolo ma sono status symbol da ostentare, come i confitti di interessi all’epoca di Berlusconi.
   Ma c’è un tratto più profondo nel populismo italiano, che fa dell’antipolitica la parte preponderante della politica: l’essere indistinguibile dalla pubblicità. La pubblicità ha assimilato la politica così come, parallelamente, la finanza ha fagocitato l’economia. E poiché la pubblicità dissolve la realtà, tutto diventa possibile, a partire dalla fascinazione ipnotica dei Capi, sdoganatori delle più assurde pretese e dei più tristi e inconfessabili rancori. L’ultimo, l’ex comico, sembra a sua volta frutto e prestanome di un esperimento politico di laboratorio sulla psicopatologia delle masse.
   Ma se è vero che il populismo è il fallimento della politica, bisognerebbe dire la verità sul suo fallimento: la vergognosa debolezza di un’opposizione autodegradata a concorrenza, il Pd, simile in questi anni a un governo ombra del governo di estrema destra, nel senso di un’indistinguibile visione del mondo. Suggerirei un esempio. 
   Ricordo un certo Penati, membro della direzione del Pd nonché presidente della Provincia di Milano, caduto in disgrazia per tangenti. A parte l’aspetto giudiziario, per me Penati fu colui che dichiarò con fredda sicumera, senza nessuna protesta nel Pd, che la politica doveva abbandonare quella “vocazione pedagogica” del Pci (penso all’etica di Enrico Berlinguer) e andare incontro alle aspettative della gente, ‘quello che vuole il popolo’, come si dice al bar. Ma chi è la gente? Nell’epoca del più sconvolgente degrado morale in Italia, di un abissale deficit di educazione, di un analfabetismo di ritorno dovuto al monolinguismo delle tv commerciali (ragione, spiegavano gli storici, del successo elettorale di Berlusconi), quella frase di Penati, mai contraddetta nel suo partito, sembra l’agenda politica della Lega Nord tradotta in italiano, ma di fatto era ed è il populismo spiegato ai bambini. Non dico dove si arriva andando incontro alle aspettative della “gente”, perché in quel caos ci siamo già; manca solo la pena di morte e il diritto a “più figa per tutti” (di botte contro le femmine ce n’è già troppe). Ma anche nel cinismo pubblicitario-populista il Pd arrivava in ritardo, nel sottomettere cioè la bontà delle idee ai sondaggi, come dall’inizio ha sempre fatto Berlusconi, come da ultimo fa Beppe Grillo: salvare le vite dei presunti clandestini, per esempio, accogliere i profughi, non porta voti, quindi è una cattiva idea.

(da l'Unità del 31/12/20139)






12/09/2013

Grazie a Maria Novella Oppo


Vorrei dire grazie, con tutto il cuore, a Maria Novella Oppo per queste sue parole che giungono da una tale altezza - rispetto alla rozzezza dei grillini che l'hanno insultata - che, mentre mi commuovono, mi viene anche da ridere.
Ma sono anche insulti che, come ricorda Michele Serra oggi su Repubblica, dovrebbero ricordare al caro Dario Fo, oggi così confuso, che sono molto, troppo simili a quelli francamente fascisti che riceveva Franca Rame.
IL DIRITTO DI DIRE LA MIA | DI MARIA NOVELLA OPPO
"Ho ascoltato con indignazione (dalla tv!) quello che Beppe Grillo aveva scritto contro una collega giornalista de l’Unità, ma quando ho scoperto che la giornalista in questione ero io, un po’ mi è venuto da ridere". SEGUE A PAG.16, clicca qui

8/07/2013

La grande mollezza (frammento eliminato dal romanzo che sto rivedendo, nonché pezzo che nessun giornale, credo, pubblicherebbe)



   Meno male che Pasolini lo avevano già ammazzato, lui che aveva la mania della verità. Chi si sarebbe immaginato di provare nostalgia della Democrazia Cristiana, dello stile manieristico e andreottiano nell’esercizio del potere - che visto da qui riluceva come età d’oro di un umanesimo perduto? Negli ultimi quindici anni anche guidare le automobili emanava un’arroganza prima inconcepibile, “comunista” era un insulto verso chi ricordava di fermarsi col rosso, mettere la freccia, lasciare il posto agli invalidi o alle strisce pedonali. Prepotenza e disprezzo venivano ostentati, ogni violenza era passata prima attraverso aggressioni rovinose al linguaggio e allo stile. Ma chi criticava tutto questo era ormai uno sfigato acrimonioso, e fare le cassandre o andare contro corrente rendeva sgradevoli perfino a se stessi, come avere l’alitosi o la fama di portare sfiga. Opporsi spingeva alla solitudine e all’infelicità (non che qualcuno fosse davvero felice).
   Il premier era il grande alibi di tutti (che fosse o no in carica, era sempre lui il premier): meglio quindi che fosse ladro, corruttore, puttaniere, magari stupratore di minorenni. Si era nascosto nella politica grazie ai suoi miliardi, a loro volta frutto d’illegalità, corruzioni e contaminazioni mafiose, per evitare di fallire e di essere incriminato. Aveva continuato da politico ad arricchirsi illegalmente, e anche a farsi beccare dalla legge. Ma essendo diventato un politico, anzi un primo ministro, si dichiarò perseguitato da giudici “politicizzati” e pretese di esserne immune.
   Naturalmente era il contrario, era lui che politicizzava ogni accusa o testimonianza giuridica, anche se veniva colto in flagranza di reato - corruzione, evasione fiscale, abusi di potere, imbrogli, sfruttamento della prostituzione o altro. La flagranza di reato era una palese intrusione dei giudici prevenuti, prova evidente del suo essere perseguitato. Perseguire ladri e corrotti era un inaccettabile abuso di potere. Occorreva riformare la giustizia.
   La “politica” stessa, salvo quella esercitata da lui, era una pratica squallida da bandire dagli orizzonti del popolo. Ogni critica alle sue azioni era ostacolo all’esercizio della sua provvidenziale attività. Pretendere che si assumesse la responsabilità morale e penale dei suoi atti, come chiunque altro, era un’idea ingiuriosa, come l’esercizio insolente della giustizia e l’incredibile pretesa di contrastare la sua immunità. Era il solo vero problema del Paese, detto anche “comunismo”. Fondamento della sua immunità era una sacra tautologia, tutt’uno con la sua immensa e mai spiegata ricchezza (prova inconfutabile, in altri tempi, della benevolenza divina), e il suo successo elettorale che era inseparabile dalla sua immensa ricchezza, comprensiva della proprietà di quasi tutti i mezzi d’informazione, televisioni soprattutto. Fondamento della sua attività politica era la cooptazione di sudditi e servi a seconda del momento - calciatori e giudici, suonatori e senatori, mignotte e ministri/e, giornalisti.
   Beata impudenza totalitaria, beata criminale noncuranza, beata tautologia partecipata! Ci si poteva perfino chiedere se, com’era successo con Andreotti e il fascismo democristiano, si sarebbe potuto sentire nostalgia, un giorno, per questo fascismo anestetico e pubblicitario da fantascienza anni Sessanta, da Joker di Gotham City - che inglobava, manipolava e azzerava tutto, anche l’opposizione (quando c’era), anche gli avversari (se ce n’erano), anche (per esempio) la storica casa editrice Einaudi, luogo in cui un tempo venne elaborato il migliore antifascismo italiano.
   Quando l’opposizione casualmente arrivò al governo, ovvero lo schieramento politico detto “di sinistra” (o meglio, politicamente più corretto, “diversamente di destra”), quando si trovò a gestire il Paese quasi inciampando su se stessa, si comportò nei confronti del governo precedente allo stesso modo in cui questo si era comportato con la camorra nella gestione dei rifiuti tossici in Campania: legalizzando le sue discariche abusive e rendendole magicamente “di Stato”, militarizzandole con divieti e soldati per evitare ogni controllo democratico da parte di cittadini e di giudici. Ecco così che, ritiratosi in parte dall’esercizio del potere il ricchissimo premier alle prese coi giudici “politicizzati”, l’opposizione diventata governo (che ormai da tempo non voleva essere chiamata “di sinistra”) legalizzò uno dopo l’altro i disastri criminali, le violazioni alla democrazia, le leggi a beneficio dei potenti e tutti gli altri violenti scossoni volti ad abbattere la re-pubblica, precedentemente compiuti dal capo dei pubblicitari e dai suoi ministri.
   Tutto, l’opposizione divenuta “governo”, ratificò e mantenne come parte acquisita e modernizzata dello Stato, come riforma, come se subentrasse a se stessa, non a un governo a cui si era opposta. Ignorò quindi totalmente i propri elettori, che per anni avevano manifestato con disperata energia contro quelle leggi, quell’erosione della re-pubblica, quei tagli alla scuola, alla salute e alla vita, contro quella dismissione della democrazia, quel vertiginoso aumento della povertà e lo smantellamento di tutto ciò che era sociale e bene comune, dalle panchine ai teatri al mare al sapere, contro la guerra ai poveri per aiutare i ricchi, contro tutta quella barbarie. Le priorità erano altre, disse l’ex sinistra diventata di governo, erano sempre altre - evitare nuove minacciate recessioni economiche, nuovi tagli, nuove povertà, nuovi baratri; difendere i diritti era guardare al passato e invece bisognava guardare avanti, occorreva tassare i poveri per dare soldi alle banche che perdevano profitti.
   In altre parole, non potendo e non volendo più fare l’antifascismo o difendere la democrazia e la repubblica, la nuova "sinistra" (diversamente di destra) ebbe l’idea geniale di legalizzarlo, il fascismo, di renderlo altro, con un guizzo da pubblicitari (alla Berlusconi), cioè semplicemente cambiando le parole (“se le Fiat non vendono - aveva detto anni prima il premier - chiamiatele Ferrari”). Se fascismo non suona bene, chiamiamolo governo di necessità.
   Fu questo circolo vizioso, autentico capolavoro orwelliano, a realizzare il primo e più audace totalitarismo democratico, un potere esercitato con l’avallo di un’intera classe politica, anzi di un intero Paese - con l’avallo quindi di ognuno di noi, e in assenza soltanto, diciamo così, di rompiscatole patologici come Pier Paolo Pasolini, l’originale essendo stato per sua fortuna già ammazzato più di trent’anni prima. Tutti, intellettuali compresi, anzi soprattutto gli intellettuali e gli scrittori, eravamo stanchi, e fare opposizione contro cose grosse ed evidenti, sì, ma così molli, era volgare e noioso, se non da sfigati.
   Il Presidente della Repubblica, un tempo membro del glorioso Partito comunista ma ormai irriconoscibile, arrivò a dichiarare che “la continuità di governo è un elemento essenziale”. A futura memoria, scrissi che non ero d’accordo per nulla col suo operato, e pensavo che il livello di bassezza morale e politica in cui era sprofondata l’Italia negli ultimi anni fosse più grave di qualsiasi crisi economica, alibi per ogni continuità e ogni involuzione della re-pubblica. Cos’altro poteva accadere ad esempio nella povera e corrotta Grecia oltre alla prostituzione di massa che, da anni, noi praticavamo per primi? Gli Italiani non erano già un popolo di escort?
   Ma la cosa più grave era che avevo ormai paura ad esprimere quello che pensavo davvero, e l’avevo anche adesso.

4/03/2013

Farsi un fuoco (e smetterla di abbaiare contro il buio)


E' un'impossibile illusione scrivere sul presente in presa diretta, e sull’ormai grottesca tragedia (è un ossimoro, lo so) che incombe sulla politica e l’economia italiana. Come cercare di inseguire con la mano che scrive un foglio di carta che scorre. Tuttavia ci sono un paio di cose che da giorni non riesco a non dire.
Una è che non sono, non siamo, tutti uguali.
Con tutti i difetti del Pd, le viltà e i tentennamenti che ho e abbiamo denunciato per anni – l’opposizione alla destra che assomigliava a una concorrenza, idea odiosa di una “autonomia della politica” dalla società civile (“lasciate fare a noi”, disse D’Alema ai girotondini, fratelli maggiori e tanto più umili dei cinquestelle) – con tutto questo e malgrado questo non ho mai pensato che il male dell’Italia fosse il Pd, ma il partito-azienda del grande corruttore che il Pd non contrastava con abbastanza energia. Un partito cementato dai soldi del Capo che ha portato il Paese al degrado morale, politico ed economico che conosciamo, un degrado tale da avere visto perfino padri e madri vendere le loro figlie al Capo, rinnegando perfino quell’antica commozione davanti a film come Bellissima (per chi se lo ricorda).
E’ quindi inaccettabile che per ignoranza, cecità o vuoto di memoria, se non per un’imperdonabile malafede, si pongano Bersani e Berlusconi sullo stesso piano. Diciamo che anche questo sia eredità del napalm versato per anni sulle scuole, la memoria, l’educazione, la Storia, il linguaggio e ogni aspetto della re-pubblica dal partito del grande corruttore che esordì negli anni ’90 colla legalizzazione del falso in bilancio. Ma dopo che grazie alla magistratura è noto quasi ogni aspetto del presidente puttaniere, che comprava deputati come mignotte e mignotte come deputati ed è inquisito per questo; che ha un processo in corso per prostituzione minorile, per evitare il quale si è perfino travestito da cieco, non è per niente lecito urlare che tutti i politici siano uguali e puttanieri senza divenire oggettivamente correi del vero puttaniere. Destra e sinistra non sono mai state uguali e non lo saranno mai.
Chi lo grida, in effetti? Un personaggio figlio di quelle tv commerciali, un ex comico di cui il linguaggio, lo stile degli insulti, la retorica triviale e i propositi semplicistici sono filiazione diretta della cultura mediatica berlusconiana; che ha fondato a sua volta un movimento-azienda basato non sulle tv, ma su Internet e la sua illusione democratica; che non vuole essere un partito ma è più chiuso e autoreferenziale dei partiti di una volta. Come Berlusconi e la Lega Nord gli si conoscono solo slogan e semplificazioni vaghe; al posto di  “meno tasse per tutti” e “un milione di posti di lavoro”, di “Roma ladrona” o “cacciare gli immigrati”, si grida all’uscita dall’euro e togliere i finanziamenti i partiti e le sovvenzioni ai giornali, i nuovi spauracchi (senza vedere o facendo finta di non vedere che la logica di mercato che soggiace a questa idea è perfettamente in linea con lo svuotare di risorse le scuole pubbliche per favorire le scuole private, col disinvestire su tutto ciò che non dà profitto, in primis l’educazione). Come Berlusconi insultano e delegittimano gli altri come un disco rotto, ma soprattutto come se venissero da Marte e potessero, soltanto loro, assolversi da ogni responsabilità. Quale legge sul conflitto di interesse ci può difendere dalle retoriche di un ex comico e un tecnologo-imprenditore delle comunicazioni esperti in propaganda?
Le altre cose che vorrei dire riguardano la cittadinanza, cioè la politica. Credo nella distinzione tra elettori (in fuga) di questo partito e i loro rappresentanti: si fanno chiamare cittadini, ma anche questa è una menzogna pubblicitaria. Cittadinanza traduce politica (greco politéia) e la politica è qualcosa (una pratica, una conoscenza, uno stile) agli antipodi dalle posizioni e dalle identità rigide. La politica è l’arte dell’incontro e del compromesso, dell’alterità e del dialogo, non della conferma di sé (infatti non tutti, se Dio vuole, siamo chiamati a farla come mestiere).
Politica è anche, semplicemente, il rito dell’accendere insieme un fuoco per scaldarsi, fare il caffè, magari fare turni di guardia nella notte, che sia contro nemici o contro la “natura matrigna” di Leopardi. Fare una “social catena”, scrisse il grande poeta al cospetto del Vesuvio invitando alla solidarietà. Cioè alla politica. Non c’è politica, né umanità, né fuoco acceso, senza quei valori condivisi che il grande corruttore ha stravolto in questi ultimi vent’anni gettandoci sopra ettolitri di napalm. In questo senso, e solo in questo senso, i grillini sono oggi espressione dell’antipolitica (parola troppo abusata): l’incapacità di un incontro, un fare “insieme” nella diversità, anche solo accendere un fuoco nella notte. Se alla nozione di beni comuni togli il “comune”, cosa rimane se  non una vuota astrattezza? Ecco, i grillini vivono in questa astrattezza non innocente che sta diventando (è trascorso un inutile mese grazie a loro) uno dei modi di affossare il Paese in una grottesca tragedia. Non posso rimproverare alla destra di essere di destra, ma ai grillini sì.
Hanno detto che “non credono nel cambiamento” degli altri. Vogliono il monopolio del cambiamento. Vogliono “vedere i fatti”. Ma questa frase è una foglia di fico, perché a loro dei fatti non interessa nulla, se no aiuterebbero ad accendere il fuoco. Però non è vero che non fanno nulla, realizzano esattamente quello che dicono di avversare, come nelle cosiddette profezie che si auto-avverano (e hanno oggettivamente rimesso in gioco Berlusconi). Forse sono davvero iperpolitici, sono il nuovo volto dell’autonomia della politica, atro che D’Alema e i suoi tatticismi: Casaleggio e Grillo sembrano l’ultimo avatar della più odiosa e tecnocratica delle politiche, quella che fa a meno della realtà stessa; un giocare a scacchi per puro gusto del potere – magari dalla lontananza delle sue ville, come avviene realmente. Di fatto i non-cittadini cinquesteelle sono “performativi” nel senso più puro (quello della filosofia ormai classica del linguaggio di Austin: “Dire è fare”), perché il loro “no”, il loro sottrarsi è un’azione politica netta che mette in stallo non iol potere ma la democrazia – gridano contro il buio ma impediscono anche agli altri di accendere un fuoco. Come Berlusconi non credono all’indicazione dello spread (che è come non credere ai semafori quando attraversi una strada dove passano i camion), e quindi chi se ne frega del debito pubblico dell’Italia, delle imprese che falliscono e del nostro destino, basta affermare le proprie astratte ragioni con fiera autoreferenzialità. Gli basta non fare un fuoco insieme, e confermare che l’altro non è capace di accenderlo da solo, divertendosi ad assistere all’impotenza dei politici. Come se la politica non fossimo noi, la cittadinanza di tutti.
Non capirò mai come si sia potuta subire la fascinazione dell’ex comico, ma questo è uin altro discorso, e in Italia del resto è già accaduto che si desse credito ai monologhi e all’intercalare ipnotico della retorica di un “dittatore” (parola di cui sottolineo l’origine linguistico-fonetica). Dal linguaggio si capisce tutto, anche da quello dell’on. Lombardi e del sen. Crimi con la stampa, o durante l’incontro con Bersani: un nulla artificioso come lo streaming, un costante autoriferirsi che non copriva, appunto, il Nulla, col rischio di una disintergrazione della realtà, a partire dalla disgregazione della politica, che non era ancora riuscito a Berlusconi). Sono “prigionieri di una scena teatrale redatta per loro da terzi”, senza capire il ruolo e la potenzialità di un Parlamento fortemente rinnovato che può e deve ambire a produrre finalmente un cambiamento”, ha detto il neo-deputato Khalid Chaouki, responsabile per il Pd dei “Nuovi Italiani”. Speriamo che qualcuno di loro inizi a svegliarsi dall’incantamento.

4/17/2011

"Cosa resta del padre" di Massimo Recalcati. Sul fascismo del "papi" come psicosi di massa

   E’ ormai sotto gli occhi di tutti come l’educazione sia il tema oggi più urgentemente politico, così come l’abusata questione della famiglia, o meglio la questione dell’eredità e della trasmissione di un “ordine simbolico” della madre e del padre nella formazione dell’individuo. Se sull’“ordine simbolico della madre” esiste una letteratura intensa prodotta da anni di pensiero femminile (penso al gruppo Diotima e a Luisa Muraro) la questione dell’imago paterna “nell’epoca dell’evaporazione del padre” è oggi riassunta con chiarezza dallo psicanalista Massimo Recalcati in un libro di cui consiglio a chiunque la lettura: Cosa resta del padre? È un saggio di psicanalisi impregnato di filosofia (l’etica dell’alterità di Emmanuel Levinas è sottesa lungo tutto il discorso), fortemente influenzato dal pensiero clinico di Jacques Lacan (che di Recalcati è stato maestro); ma per mostrarne subito la politicità attuale e stringente riporto quasi per intero la lunga nota a pagina 14:
   “L’espressione ‘papi’, recentemente alla ribalta della cronaca politica italiana a causa di innumerevoli giovani (papi-girls) che così si rivolgono al loro seduttore, mette in evidenza la degenerazione ipermoderna della Legge simbolica del padre. La figura del padre ridotta a ‘papi’, anziché sostenere il valore virtuoso del limite, diviene ciò che autorizza alla sua più totale dissoluzione. Il denaro elargito non come riconoscimento di un lavoro, ma come puro atto arbitrario, l’illusione che si possa raggiungere l’affermazione di se stessi rapidamente, senza rinuncia né fatica, l’enfatizzazione feticistica dei corpi femminili come strumenti di godimento, il disprezzo per la verità, l’opposizione ostentata nei confronti delle istituzioni e della legge, (...) il rifiuto di ogni limite in nome di una libertà senza vincoli, l’assenza di pudore e di senso di colpa costituiscono alcuni tratti del ribaltamento della funzione simbolica del padre che trovano una loro sintesi impressionante nella figura di Silvio Berlusconi. Il passaggio dal padre della legge simbolica al ‘papi’ del godimento non definisce soltanto una metamorfosi dello statuto profondo del potere (dal regime edipico della democrazia al sultanato postideologico di tipo perverso), ma rivela anche la possibilità che ciò che resta del padre nell’epoca della sua evaporazione sia solo una versione cinico-materialistica del godimento”.
   “Sì, il libro è fortemente politico – mi dice Massimo Recalcati - perché nella dimensione contemporanea prevale una incestuosità diffusa, di cui una manifestazione è che le istituzioni diventano proprietà delle persone come corpi, in un processo di proprietà o appropriazione senza responsabilità, come la legge ad personam. La vocazione della paternità implica invece una responsabilità senza appropriazione, senza proprietà. E’ questa la cifra politica del mio studio”.
   Se la figura del padre si è vaporizzata, suggerisce Recalcati, possiamo però pensare al padre come “resto”, non un Ideale ma la singolarità incarnata di una vita che ci precede, testimonianza etica di una possibilità di vivere, fallire, perdersi, riorientarsi e immaginare. In questo senso il libro di Recalcati può affiancarsi a un altro piccolo classico contemporaneo, L’uomo flessibile di Richard Sennett, che descrive il mutamento antropologico dietro la retorica della “precarietà”: la perdita di un senso della durata che rende incomprensibili parole come dedizione, impegno, relazione, perdita di un senso narrativo dell’esistenza, quindi della possibilità di immaginare e progettare la propria vita, del cui progetto è parte integrante e necessaria anche l’esperienza, oserei dire l’epica, del fallire. “Elogio del fallimento” è il titolo di un bellissimo paragrafo del saggio di Recalcati, dove si legge che “la psicoanalisi non tesse l’elogio della prestazione”, “è antagonista al narcisismo dell'apparizione, a quel successo dell’io che abbaglia e cattura i giovani di oggi”, ma “punta piuttosto a scorticare l'involucro narcisistico dell'immagine per porre il soggetto di fronte alla verità del proprio desiderio”: “il fallimento è uno zoppicamento salutare dell’efficienza della prestazione”. Recalcati illumina quindi una singolare convergenza tra la l’insegnamento clinico di Lacan e la lungimirante critica alla barbarie consumista dell’eretico Pier Paolo Pasolini: l’immaginazione al potere dello slogan del ’68 si è ahimè realizzata, ma in senso opposto (e perverso) a quello auspicato.
   Con la sparizione del padre, ovvero dell’esperienza del limite e della conflittualità, del No che orienta e stimola l’affacciarsi nel giovane di un’identità desiderante, di una trasgressione che nasce dal desiderio di infrangere la Legge rappresentata dalla figura paterna, anche il godimento, osservava Lacan, diventa “smarrito”. Con parole nostre: l’innesto del feticismo della merce preconizzato da Marx nel “capitalismo culturale” (quello dell’intrattenimento) descritto da James Rifkin, fa del Potere una centrale di spaccio istituzionalizzato di droga, una fabbrica di sogni che produce incubi. Lost in the supermarket, cantava Joe Strummer (i Clash), perso nel supermercato, luogo simbolico e globale della trasformazione dei sudditi in consumatori, in una spirale di dannazione fatta di facile godimento e libertà illimitata fino all’intossicazione, non contrastata da nessun Padre ma anzi proposta da chi ne occupa il suo spazio vacante, il "papi”. Quella che Lacan definiva “l’astuzia fondamentale del discorso del capitalista” consiste, spiega Recalcati, nell’intrecciare la dimensione illusoria e salvifica dell’oggetto-merce o idolo con la vacuità di un godimento. La schiavitù del soggetto all’oggetto (anche sessuale) è la tragica realtà del coincidere oggi in Italia di potere economico e potere politico in un nuovo fascismo pubblicitario.
   La psicanalisi, ci insegna Recalcati, è dunque chiave e strumento per decostruire la libertà immaginaria della nuova alienazione. “Lacan è stato un grande maestro perché la sua virtù più profonda era di aprire interrogativi invece che fornire risposte. La sua forza non era solo retorica ma capace di incarnarsi in una parola viva, centrata non sul libresco e l’accademico, ma sul desiderio. Sono nato come filosofo - mi dice – sono stato fabbricato come professore di filosofia, poi sono inciampato nei miei sintomi e sono diventato psicanalista... La differenza è che la filosofia si preoccupa della verità universale, trascendentale, la psicanalisi della verità più infima e scabrosa, quella che ci risponde nel nostro peggio” (anche il berlusconi che è dentro di noi).
(articolo uscito su l'Unità di domenica 17 aprile 2011)

3/12/2011

Non parlare coi fascisti

“Non mi indigno più, provo disgusto”, ha detto don Luigi Ciotti in un incontro alla Statale di Milano, “quando vedo deridere la legalità, la giustizia, per tutelare i propri interessi e le proprie vicende giudiziarie”: “Il primo testo antimafia è la Costituzione Italiana”, ha aggiunto. Ripenso alle frasi di Piero Calamandrei (uno dei nostri Padri): la Costituzione è nata “nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità”. Poi rivedo su un giornale il cartello di una manifestazione di qualche tempo fa: “Via dalle istituzioni chi straccia la Costituzione”... Cosa altro aggiungere, a parole?
   Mi viene in mente invece il silenzio: quello di Enrico Berlinguer quando, in una civile trasmissione sulla Rai di allora col moderatore Jacobelli, un esponente del Movimento sociale italiano (l’estrema destra), in deroga all’etichetta, gli rivolse una domanda diretta. Berlinguer restò in silenzio come se non avesse udito, e così a lungo che Jacobelli glielo fece notare imbarazzato (la tv non sopporta i silenzi). A lui Berlinguer rispose fermo e serafico: “Coi fascisti non parlo”.
   Scrivo questa rubrica il mattino di sabato, prima della manifestazione, per non rischiare di farmi prendere dall’euforia descritta da Silvia Bonucci nel suo bel romanzo Distanza di fuga (Sironi), quando il personaggio osserva “tutti quei volti allegri e partecipi e si chiede come possa un semplice comune sentire dar loro l’illusione di essere più forti, fargli dimenticare, anche solo per qualche ora, che il mondo è diverso da quello che vorrebbero”. Vincere per la democrazia non è mai stato facile, ma è accaduto. Non riaccadrà finché dalla nostra parte si continuerà a legittimarne il nemico dichiarato, finché qualcuno continuerà a illudersi di negoziare col cialtrone, fascista per interesse, simile al Joker di Batman; finché continueremo a commentare e biografare, in perpetuo ritardo, la resistibile caduta della democrazia in Italia.

(rubrica domenicale "acchiappafntasmi", su l'Unità del 13/03/11)

2/18/2011

La satira annientata dalla realtà

   Ci siamo rimpinzati di satira, trasformando per anni la nostra indignazione in parole sempre più raffinate e irriverenti. Biografi dell’inaccettabile, ci siamo dimenticati che i dittatori non vengono scalfiti dalla nostra sapienza retorica. In tv e su Internet, la dose di satira quotidiana ci ha dato quel tanto di immunità dall’imbarbarimento, ma era un buon alibi per il potere in carica, e rischio per noi di assuefazione. Confesso il mio disagio vedendo l’ultimo film di Antonio Albanese, Qualunquemente. La barbarie ostentata del personaggio, la noncuranza dei crimini contro l’ambiente, dopo le intercettazioni del clan Bertolaso in Campania e anni di governo che ha legittimato nefandezze a 360 gradi, dà un effetto di saturazione insopportabile, nonostante la grande maestria di Albanese. Non è lo specchio deformante della realtà, semmai sarebbe la realtà a essere specchio deformante della satira, se da tempo non la fagocitasse facendo dell’intollerabile spettacolo e dei soprusi moda trandy. Il rovesciamento dei valori in crimini, che nel film è sistematico quando Cetto Laqualunque scende in campagna elettorale, è una storia che riconosciamo: dura da tre lustri. La satira ci illumina? No, ci abitua un po’ di più a convivere col napalm della devastazione.

   Reperto Rai/Ot, spettacolo di Sabina Guzzanti, narrava la Resistenza contro una dittatura mediatica: una distesa di lapidi sul palco evocava la “strage di parole” di questi anni - giustizia, verità, sogno e troppe altre – finché “ne rimasero solo due: pizza e bancomat” (oggi aggiungeremmo “escort”). Sono passati anni, ma era già allora tardiva la denuncia del nuovo fascismo pubblicitario che attualizzava George Orwell e la neo-lingua di 1984. Senza una vera opposizione, anche linguistica, la satira ha preso il posto della politica, restando sola nel dire la verità. Sembrava “poco satirica”, perché descriveva in modo lineare cose e fatti: non caricatura, ma denudamento della realtà dalle sue barocche menzogne. Per la destra era diffamazione, per la sinistra cose risapute ma taciute dai politici. La Guzzanti è passata al cinema di inchiesta, e oggi la satira, pur pregevole, appare come un fattore di assuefazione alla nostra miserabile condizione: quell’impotenza, o palude comunicativa, che sperimentiamo tra indignazione e sarcasmo quando parliamo di politica con gli amici. Lo spiegò Luttazzi, con la sua enunciazione feroce: il bunga-bunga è ciò che Berlusconi fa da 15 anni all’Italia, e soprattutto alla sinistra. Hai voglia a riderne.

("Zona critica", su Venerdì di Repubblica del 18/2/2011)

1/22/2011

Ricostruire dalle radici

Di fronte allo squallore noto da sempre, ma solo ora conclamato, del ricco pubblicitario che gli Italiani, in stato di colpevole ubriachezza per anni, hanno eletto a proprio rappresentante, tante e tanti in questi giorni hanno pensato con sgomento ai propri padri, non importa se umili o altolocati: alla loro compostezza, dignità, senza cesure tra pubblico e privato. Chi immaginava che avremmo avuto nostalgia della vergogna o del pudore, che sarebbero diventati valori politici oltre che morali? Non so più dove ho letto il tragico paragone tra il padre che, alla domanda se la figlia ventiseienne fosse la “fidanzata” di Berlusconi, ha risposto senza ironia “magari”, e la madre, Anna Magnani, che ci fece piangere nel film Bellissima: è con questo atroce mutamento antropologico (che spesso paragono a una deflagrazione atomica o napalm) che abbiamo a che fare. Come ricostruire da questa devastazione radicale? Intanto vorrei dire a chi già non lo sa che all’estero, da tempo, non si perde tempo a stigmatizzare Berlusconi (il cui nome vale come insulto nei dibattiti televisivi), ma gli Italiani che lo hanno votato contro l’evidenza della sciagura. Siamo noi responsabili. Ai tanti che hanno ripensato in questi giorni al valore dell’educazione, base di ogni politica e di ogni azione umana, vorrei suggerire un libro che ho presentato l’altra sera di Riccardo Venturini, noto ordinario di Psicofisiologia clinica alla Sapienza, Ri-legature buddhiste (Edizioni Universitarie Romane). Intrecciando scienza, religioni (tutte) e morale, ci spiega soavemente come l’unica rivoluzione possibile sia in interiore homini; che la salute (brama, ansia di potere, paura) sia spesso la malattia, e la malattia la cura; e come conciliarsi con l’inconciliabile, la morte per esempio, tutt’uno con la vita, senza cercare immunità. Che l’infinito è nella propria coscienza, e nel cuore le origini dell’universo. E’ un buon inizio.

(rubrica "acchiappafantasmi", l'Unità di domenica 23 gennaio)

1/17/2011

Roghi di libri e liste di proscrizione

http://www.monicamazzitelli.net/2011/01/17/se-volete-bene-al-gazzettino-bruciate-i-miei-libri/

ovvero: "Sono tra gli autori da mettere al rogo per il Gazzettino. Sono onoratissima di questo riconoscimento".


Tutto il resto lo potete leggere qui su Giap.

11/07/2010

Conflitto di civiltà

   Vorrei, se ne avessi lo spazio, scrivere un elogio del conflitto. Non della violenza, ma della differenza, legittima e irriducibile, di visioni del mondo. Il conflitto è comunicazione, oltre che l’essenza della politica. Solo dove la politica (e con essa la libertà d’espressione) è tabù, anche il conflitto è tabù.

   Ora, mentre la miseria pubblica e privata di chi ha guidato l’Italia per quasi 15 anni - sottraendoci orizzonti di pensiero e di immaginazione senz’altro più fecondi – è giunta al suo massimo grado di visibilità (non di conoscenza), mi sembra di sentire le fanfare di coloro che, negando l’evidenza, si dichiareranno antiberlusconiani (alcuni già lo fanno). Ma imperdonabile non è tanto il capo del governo (che recita benissimo se stesso), quanto chi lo ha ripetutamente eletto (“elezione”: pensate all’importanza di questa parola), chi ha riso e ancora ride consenziente quando lui parla, o batte le mani.
   Provo ormai insofferenza per tutte le descrizioni che si fanno delle sue stranote malefatte morali e politiche: è su come giudicarle che da anni si svolge in Italia l’unico vero “conflitto di civiltà” che conosco, che nessuna togliattiana e ideale “amnistia” potrà cancellare. Perfino la satira sul primo ministro in carica normalizza e banalizza il genocidio di civiltà che ha compiuto - la distruzione della cultura, del tessuto sociale, dell’educazione. Ecco perché l’elogio del conflitto.
   E mentre per caso mi imbatto nelle parole di un noto esponente religioso (“quelli che vivono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto”) mi accorgo che il 2 novembre, giorno della commemorazione dei morti, laica o religiosa che sia (una volta si diceva valori condivisi), nessun giornale ne ha fatto cenno, troppo occupati a parlare delle puttane del re.

(rubrica "acchiappafantasmi", l'Unità di domenica 7 novembre 2010)

6/26/2010

Canale Mussolini e radio Berlusconi

La tragica vicenda dell’ultimatum della Fiat a Pomigliano d’Arco - lavoro o diritti, salario con rinuncia alle regole o disoccupazione e camorra – travalica politica ed economia, e segna una svolta antropologica epocale. Come la questione dei rifiuti, l’inquinamento irreversibile della terra, l’alienazione della specie umana (già profetizzata da Marx), essa implica l’accettazione e interiorizzazione dei criteri voluti dai dominatori per piegare i dominati (e scusate se questa volta semplifico, come nella metafora delle rane bollite di due settimane fa). “C’è la crisi”, dicono. Ma il diagramma del profitto resta intatto, è solo la civiltà a soccombere. Rientrano nell’interiorizzazione del punto di vista del dominatore, diciamo pure dello spirito del tempo, naturalmente anche la cultura, la tv, le “grandi opere”, i libri (mi auguro che, al di là dei meriti letterari, quest’anno vinca il Premio Strega Canale Mussolini di Pennacchi), la vendita delle idee al supermercato dei sondaggi, la scuola e i temi di maturità. Delle tracce di quest’anno mi ha colpito il dannunzianesimo del tema sul “piacere” (perfetto per naturalizzare e normalizzare l’edonismo puttanesco e neroniano di Berlusconi e i suoi cantori, Bondi e Apicella), e quello intitolato “Il ruolo dei giovani nella storia e nella politica. Parlano i leader”, dove per leader si intendono (sullo stesso piano e con pari legittimità di citazioni) il dittatore Benito Mussolini, il costituente Palmiro Togliatti, lo statista Aldo Moro e papa Giovanni Paolo II. L’educativa citazione di Mussolini è tratta dalla rivendicazione dell’assassinio di Matteotti nel 1924: “io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto” (applausi vivissimi), “se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! (applausi). Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere! (vivissimi e prolungati applausi)”. Esaltante, no?

6/13/2010

La scuola Rossellini e il popolo delle rane

Sto parlando nella scuola Roberto Rossellini con un mio collega, il regista Valerio Jalongo, autore di un bel documentario narrativo sulla deriva del cinema italiano (dagli anni Settanta ai “centoautori”), Di me cosa ne sai: dove si vede tra l’altro la prima spudorata menzogna liftata del premier, allora padrone soltanto delle tv, verso l’ultima battaglia culturale (politica) fatta in Italia, quella di Federico Fellini contro la pubblicità che interrompe i film. Jalongo e io abbiamo gli scrutini del corso serale, mentre le prime zanzare del vicino Tevere irrompono nelle aule. Siamo orgogliosi di insegnare in questo istituto professionale di cinema e televisione unico in Italia. Il suo futuro è incerto, grazie alla distruttività del governo, anche se gran parte dei tecnici che lavorano nel cinema e nelle tv di Roma e del Lazio hanno preso qui il diploma. Nato nei primi anni Sessanta in un luogo mitico, gli studi Ponti-De Laurentiis, dove sono stati girati film come La Strada di Fellini, fino a pochi anni fa Aurelio De Laurentiis ne condivideva gli spazi. Di recente il Rossellini è finito sui giornali per il geniale scherzo ai giornalisti di Mario Monicelli, che con la scusa di annunciare il remake de L’armata Brancaleone ha perorato gli studenti a ribellarsi contro i tagli alla cultura, a fare le barricate. E’ sempre qui, in questi edifici che sembrano un gioioso centro sociale, che ha l’ufficio e il teatro il produttore sognatore de Il Caimano, interpretato da Silvio Orlando.
Ecco, il caimano. Non volevo parlarne, ma è un dovere pedagogico di insegnante ricordare che, nella Storia, avviene come nel noto esperimento di laboratorio che dei ricercatori fecero con le rane. Lanciandole in una pentola di acqua bollente, esse saltano subito fuori per trarsi in salvo. Mettendole al contrario in una pentola d’acqua fredda e riscaldandola in modo lento e costante, le rane si abituano gradualmente alla temperatura senza turbarsi, finché è troppo alta per avere la forza di saltare, e muoiono bollite. Nelle dittature è la stessa cosa.

(rubrica domenicale, l'Unità del 13-6-2010)

5/23/2010

"Shame the devil" (fai vergognare il diavolo)

La legge-bavaglio che azzera in un solo colpo la conoscenza (inchieste poliziesche) e la comunicazione dei reati (giornalismo, narrazione) ha una portata così alta e ampia che mi chiedo se nel regime di pubblicitari si sia insediato un filosofo o uno scrittore, al passo con George Orwell e il ministero della “verità” di 1984. Cosa è in fondo la realtà, se non un racconto? Geniale trovata del fascismo soft dei nostri tempi, quella del padrone delle televisioni: abolire le notizie di crimini per abolirne l’esistenza, quindi abolire le inchieste giudiziarie, e soprattutto quella fastidiosa “opinione pubblica” che storicamente si è formata proprio leggendo i giornali e scambiandosi lettere, provando il gusto di conoscere cosa sia appunto la cosiddetta realtà (da cui è nato il romanzo moderno, poliziesco compreso). Tanto poi in questi anni la “realtà”, uccisa dalla televisione, si sarebbe trasformata in un “reality”, e la comunicazione in generale è diventata progressivamente spam, come si dice degli e-mail indesiderati. Sì, ma la realtà dei crimini, delle mafie colluse alla politica, delle ruberie, della violenza del G8 ecc.? Ovvio che anche gli scrittori, come tutti gli altri cittadini e anche di più, debbano schierarsi.
Ecco, mi trovo a Piacenza al bellissimo festival blues “Dal Mississipi al Po”, che si conclude oggi, domenica, in compagnia di scrittori di polizieschi (e non solo) come Tim Willocks, Martin Walkler, Joe Lansdale, Victor Gischler, Stanley Péan, Anne Perry, Peter Beagle – per non citarne che alcuni. Alterniamo e fondiamo parole alle note e alle voci di Harrison Kennedy, Kevin Welch, Kasey Lansdale e altri magnifici interpreti del blues. Ma è il maestoso afro-canadese Harrison Kennedy a fornirmi, parlando di spirito del blues, la frase più giusta per controbattere il fascismo di oggi e di sempre. Gliela ripeteva sua madre, e sarà il titolo del suo prossimo cd: Say the true, and shame the devil, “dì sempre la verità, e fai vergognare il diavolo”.

(uscito nella mia rubrica odierna "acchiappafantasmi" su l'Unità con un titolo troppo idiota per ricordarlo)

3/30/2010

Daniele Luttazzi e l'etica dell'evidenza

Francesco Piccolo (l’Unità del 29/3) scrive sul maschilismo di sinistra, citando a esempio la classifica dei lettori del vecchio settimanale satirico Cuore, “le cose per cui vale la pena vivere”, che al primo posto aveva “la fica” (e che altro ci si dovrebbe mettere, l'iPhone? il denaro? Sarebbe comunque interessante rileggere tutta la classifica). Poi, sul monologo di Daniele Luttazzi a Raiperunanotte, conclude: “Luttazzi e Berlusconi si assomigliano più di quanto amino credere”. Lo dice senza argomentarlo, per buon senso, come se il “buon senso” fosse un’autoevidenza, e non una credenza in bilico tra superstizione e autocensura. Penso viceversa che tra i disastri della sinistra oggi in Italia vi sia il cristallizzarsi in una postura moralista, e l’aver lasciato il campo della “trasgressione” alla destra (v. la caricatura goliardica di uno Sgarbi).
Luttazzi ha detto che la dittatura di Berlusconi è come l’ultima fase dell’essere sodomizzati. Certo, ha detto di più. Il suo procedimento linguistico consiste non nell’alludere (l’allusione è ironica, ma anche mafiosa o berlusconiana), ma nel far vedere, materializzando il fantasma della realtà oltre l’uso di metafore. Da qui la potenza, e lo scandalo. Lui dice mestruo (lo beve), dice piscia, merda: la mostra. Dice inculare (e lo mostra). Il senso è identico a quello del Cavalier Banana con l’ombrello a cui ci ha abituati Altan. Ma in Luttazzi è iperreale, evidente, disturbante. (E' un prodìcedimento stilistico noto agli antichi: in greco si chiamava enàrgeia, che i latini tradussero evidentia: ciò che sta davanti agli occhi). Quanto al dire di amare la fica (Cuore), so bene che nei labirinti del politicamente corretto, ogni due parole tre sono sconvenienti. Per questo sottolineo il carattere soggettivo di ogni enunciazione: la frase più oggettiva è già confessione del proprio sguardo; il neutro non esiste. E’ la censura a limitare il dicibile e il visibile fino a renderli norma, o buon senso).
Francesco Piccolo ha il torto di semplificare. Luttazzi quello di turbare e far pensare. Berlusconi, maestro di semplificazione, evita e bandisce accuratamente ogni seme di perplessità o di pensiero. Già questo pone Luttazzi ad anni luce. Berlusconismo è far leva sul “buon senso” come ovvietà, un darsi di gomito tra complici, evasori e puttanieri, un’unanimità sazia e priva di dubbi, mai approfondita. E’ la semplificazione estrema: non pensieri, ma slogan.
Ma dietro la condanna a Luttazzi vedo la solitudine di Pasolini, i processi e i sequestri dei suoi film. Vedo il trionfo di Videocracy, potere e pornografia, fascismo estetico e politico, e soprattutto censura. Tolto Luttazzi, dovremo aspettare un altro straniero, come lo svedese Gandini, per vedere la realtà dietro le nebbie del “buon senso”?

(una versione ahimè più ridotta è in uscita su l'Unità)

3/27/2010

Otto anni fa: "Dove comincia il fascismo?"

“Lo stato attuale delle cose: la trasformazione progressiva della res publica in governo padronale di azienda, la tendenza visibile dello stesso governo a fagocitare ogni ente o istituto concorrente nel campo primario dell’informazione e dell’espressione (radio, televisione, editoria) e la maggior parte della variopinta fabbrica della ricchezza e del consenso (pubblicità, assicurazioni, ecc.), (...) per non parlare di ciò che di arbitrario e distorto si consuma nel campo giudiziario, e l’attacco alla Costituzione...”. “Nel Forum di Parigi, ‘Italia, la resistibile caduta della democrazia’, il 12 gennaio all’Ecole Normale Supérieure (...) il pubblico stipato e partecipe chiese incredulo che cosa aspettasse l’opposizione di sinistra a organizzare manifestazioni di ferma protesta contro il governo” (...) “Dissidenti (...) sono le voci che in vari ambiti si oppongono all’attuale imbarbarimento che il regime instaurato da Berlusconi e i suoi alleati rappresenta nella società italiana e nella vita pubblica, per fare sentire (...) che esistono linguaggi anche pubblici che non si piegano né alla finanza né alla pubblicità, che sono diversi di natura e non solo di grado da questa dittatura in larga parte mediatica detta ‘morbida’ (ma fino a quando?)...”. “A quali avatar del totalitarismo allude e prelude il regime che si sta installando in Italia? Se usiamo per un attimo quella parola condannata dalla Storia, quello spettro, revenant, in attesa di coniare parole più precise, la domanda sarà: dove, quando (ri)comincia il fascismo?”
(Le citazioni sono da Mario Luzi, “Il sonno della ragione”, da S.Scateni-B.Sebaste, introduzione, in: AA.VV, Non siamo in vendita. Voci contro il regime, Arcana 2002 (interventi di scrittori, registi, artisti, cittadini). Otto anni fa, otto anni prima del populismo spettacolare di Santoro. Nel libro, Maurizio Chierici ammoniva sul divenire-Argentina dell’Italia. Bersani lo ha detto solo ieri l’altro. Forse qualcosa avremmo evitato, se tanti, troppi, non avessero minimizzato la realtà).

(rubrica "acchiappafantasmi", l'Unità di domenica 28 marzo, col titolo "Il sonno della ragione")

3/21/2010

Il popolo senz'anima. Frammenti dalla marcia su Roma

(questa cronaca della manifestazione di ieri del "popolo della libertà" è uscita oggi su l'Unità - e fa il paio con la mia rubrica sulla pagina delle culture)

E’ il Giornale di Feltri sottobraccio il mio passepartout, con la gigantografia di Berlusconi e una grafica anni Sessanta che chiama “tutti in piazza” a caratteri cubitali. E li vedo, i frammenti di questo popolo che si mette in piazza, che mi piove incontro a grappoli scendendo verso San Giovanni la via Appia Nuova, mentre io vado incontro al corteo. Guardo l’umanità di questo popolo che non riesce ad essere comunità, frammentato e un po’ alla deriva, pur unito dalle parole d’ordine. Non è disagio che provo. Ho sentito, per questa umanità sparpagliata avvolta nelle bandiere di “Berlusconi Presidente”, annodate dietro come immensi bavaglini, per questo popolo degli ipermercati e delle tv commerciali, facce non belle, non solcate da pensieri o da dubbi, un'immensa tristezza. Uomini che scherzano come italiani in gita, donne dal volto imbronciato, anziani sperduti con la bandiera in mano avvolta nell’asta.
Prima, a San Giovanni, ho visto i primi indolenti corpi seduti alla bell’e meglio di fronte al megapalco, l’aria di chi aspetta che inizi lo spettacolo. E, prima ancora, al punto di partenza dell’altro corteo di fronte alle Terme di Caracalla, un nugolo di blazer blu, in forte contrasto con altri dall’aspetto dimesso di disoccupati che si affrettavano con le bandiere bianche e azzurre nei pressi del Colosseo. Ho chiesto, per interloquire, a due signori di mezz’età: la via Appia è quella dietro gli archi? “Sì, ma perché ci va?”. “Vado incontro al corteo”. “Beh, giusto, ha ragione”. E come per giustificarsi: “Noi siamo venuti per una scorciatoia”. “A noi ci frega la panza”, aggiunge l’altro. E giù a ridere entrambi. Siamo complici, anche se io ho fatto la figura di bravo militante. Ho risalito quindi l’Appia sotto un cielo livido, da cui scendevano gruppetti, famiglie, comitive col nome della città sul cartello, transfughi dal corteo.
Mi fermo nel giardino di Piazza Re di Roma. Un gruppo con lo striscione del Polo della Libertà su cui campeggia la parola Padova è in posa per farsi delle foto. Alcuni, mentre bevono, giocano a spruzzarsi con la fontanella. Tutti di Padova?, chiedo. Sì, risponde uno con orgoglio. Finita lì. Mi siedo su una panchina dove c’è una coppia dall’aria stanca, la bandiera ripiegata in mano. Chiedo alla donna vicino a me di dove siano. Sardi, risponde. Ma il viaggio ve l’hanno pagato? “Io abito a Roma, dice lei, ma agli altri e ai miei parenti sì, certo”. Lo stesso mi diranno dalla Puglia o dal Piemonte. Il corteo finalmente arriva, preceduto da altri filamenti regionali del popolo della libertà. Ma chi è questo popolo, perché lo conosco e al tempo stesso non lo riconosco? Cerco nei volti dei miei vicini di casa, di treno, di autobus, di spiaggia. Ma è proprio l’Italia di questi ultimi vent’anni, e mi è molto difficile dire la verità di quello che vedo e sento: tranne ricordarmi l’infelice dichiarazione di un esponente del Pd, quando disse che occorreva perdere la vocazione pedagogica del Pci, e “andare incontro alle aspettative della gente”. Quali aspettative? Non c’è ideologia, non c’è nessuna idea, solo il riconoscersi nel Capo. Finché, nel corteo, tra il drappello dei giovani neofascisti, Giovane Italia e altre sigle, leggo questo cartello: “Nati con Berlusconi /cresciuti liberi”. E’ vero: un popolo neonato, senza memoria, non parlano nemmeno tra di loro, è il popolo dei parcheggi asfaltati degli ipermercati la domenica invece di andare a mare, il popolo di quei reality televisivi in cui uomini e donne facevano finta di litigare per il pubblico, mettendosi in piazza, letteralmente. Sono gli uomini dei nuovi Bar Sport e dello stadio, sono “la gente”. Il popolo nella sua forma più vera e cruda, che può riversarsi ovunque, anche negli spettacoli dei gladiatori al Colosseo. Il popolo di questa nuova iperreale e innocua marcia su Roma (anche se mi viene imperiosamente voglia di rileggere la descrizione di Emilio Lussu di quella del 1922). Un popolo che si riversa a San Giovanni silenzioso, tranne l’unico sprazzo di voce dei giovani fascisti, slogan contro Di Pietro e i magistrati (“Tonino spia / servo della Cia”; o anche, ripetuta a canzoncina, “mettila in culo / la sentenza”); oppure, il più brillante, “Bonino vattene via”. Sul palco, tra i primi politici, ci attende musica altissima tra la discoteca e Broadway. O fordse è solo musica da crociera. Mi allontano con le note festose e congelate di I love you tender. Lo spettacolo del Capo sta per cominciare.