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7/30/2011

Rendere vivi i binari morti

   Possiedo un catalogo aggiornato delle ferrovie dismesse, alcune divenute piste ciclabili, dal Trentino alla Puglia. Sono percorsi e pezzi di mondo sottratti all’uso e allo sguardo, carichi spesso di grande suggestione. Binari morti: da mesi pensavo a un libro che raccontasse un mio viaggio a piedi lungo alcune di queste linee dismesse, a volte panoramiche e bellissime: ciò che si vede e si prova lungo un tragitto nato per altre percezioni, che collegava un luogo ad un altro secondo una logica e un valore d’uso agli antipodi della retorica del turismo e dell’alta velocità. Una passeggiata nel paesaggio italiano vero e dismesso, un territorio autentico ma minacciato di estinzione. Occasione di riprendere una tradizione che risale almeno alle Passeggiate di Rousseau, quella di affiancare il vagare alla reverie, o vagare con la mente, cioè un percorso di pensieri parallelo a quello che si fa coi piedi. E - non ultima componente - con quella sottile sensazione di pericolo virtuale che si avverte nel camminare in mezzo a una rotaia, tra binari arrugginiti. Ma quel diavolo di Paolo Rumiz (che qui calorosamente saluto) ha avuto la stessa idea, e ha già intrapreso il viaggio. Vuol dire che mi accontenterò per ora della metafora, che non è meno consistente.

   Se già i binari si prestano alla geometria del parallelismo e dell’incrocio, “binario morto” è anche evidentemente una metafora terribile e potente oggi in Italia, dove tutto, o quasi, appare “binario morto”, dalla politica alla democrazia, dalla legalità alla cultura, dalla letteratura alla scuola. Non è questo ciò che sentiamo e pensiamo durante la lettura sempre più desolante del giornale quotidiano? Ecco: vorrei salutare così i lettori di questa rubrica: anch’essa entra in un periodo di dismissione, o forse solo una pausa. Per rendere vivi i binari morti, dare una nuova salute mentale alle parole.

(rubrica "acchiappafantasmi", l'Unità del 31 luglio 2011)

6/25/2011

La verità (shame the devil)

   Un anno dopo eccomi di nuovo nella mia comunità elettiva, il festival blues di Piacenza “Dal Mississippi al Po”, organizzato e animato da Seba Pezzani, traduttore, scrittore e musicista. Ritrovo vecchi amici, Tim Willocks e Joe Lansdale, altri se ne aggiungono, lo scrittore Anthony Neil Smith, il musicista Andy J. Forest. E poi le band di Rick Estrin, Alvin Youngblood Hart, Sonny Landreth. C’è il fotografo e poeta Frank Lisciandro con la sua mostra su Jim Morrison, lui che ne ha condiviso la vita. Un crocevia di storie e suoni, avventure e ritmi.  “E’ bello essere qui”: è la stessa esclamazione dell’appena scomparso Peter Falk, quando nei panni dell’angelo incarnato, nel chioschetto della piazza deserta de Il cielo sopra Berlino di Wenders, dice la bellezza del fregarsi le mani al freddo, fumare, bere caffè, insomma la vita umana e mortale, la realtà, la verità, che è sempre un racconto. Ma la realtà fa paura al potere in carica. Proprio come un anno fa, esso tenta di nuovo di abolire la realtà (il suo racconto) con una legge-bavaglio che vieta di darne notizia; che vieta per esempio di raccontare le inchieste, definite gossip. Anche se fosse, perché abolire i gossip (che vorrebbe dire chiudere il Tg1)? A me le notizie piacciono tutte, anche quelle che non fanno notizia, anche quelle strampalate sugli extraterrestri o sulle nascite dei vitelli con due teste (le notizie più vere, direbbero i Men in black). E quelle, che coincidono con la letteratura, che “restano notizie anche dopo averle lette” (come diceva Ezra Pound). Che tutto questo c’entri e molto col blues me lo spiegò l’anno scorso il grande musicista nero Harrison Kennedy. Il senso del blues, disse, è quello che gli ripeteva sua madre: Say the true, and shame the devil, “di’ sempre la verità, e fai vergognare il diavolo”. E’ la giusta via per combattere ogni fascismo, dentro e fuori di noi.
(rubrica "acchiappafantasmi", l'Unità di domenica 26 giugno)

6/11/2011

I poveri sono fantasmi

   Alcune notti fa, alla fermata dell’autobus, ho incontrato un pittore che conosco di vista. Alla luce del lampione mi ha mostrato, non so perché, un foglio: era l’avviso che gli avevano tagliato l’elettricità nello studio in cui vive. Per morosità, cioè per povertà. La serranda è elettrica, dunque non poteva più entrare, e nemmeno prendere il caricabatterie del telefonino che aveva urgenza di usare. Andava infatti in autobus da un’amica assai lontano che gli avrebbe prestato il suo. Casa mia era a due passi: gli ho proposto di darglielo io; se non avessi fatto in tempo o non fosse andato bene, avrebbe preso l’autobus (la notte sono pochi). Ho corso pensando alle mie fatture arretrate, non della luce ma del gas.
   Su queste pagine, in una serie sulle “eresie”, uscì un mio pezzo dal titolo “Chiedo scusa se parlo di povertà” (31.7.2003). L’eresia sarebbe – nel mondo del mangiare senza fame e del bere senza sete, dell’happy hour e della sbronza globalizzata al venerdì – parlare di vergogna e nudità sociale, della povertà di chi non vende un rene, non fa notizia, ma sopravvive nell’ombra con sforzi di dignità. Citavo Ladri di biciclette, La vita agra di Bianciardi, il silenzio dei mangiatori di arance di Conversazione in Sicilia di Vittorini, una lettera di Dylan Thomas all’editore in cui si scusava di non poterla affrancare (“non ho più un penny”), mentre la moglie “è giù alla spiaggia a cercare telline” per la cena. Parlavo dei poveri nascosti, la povertà non mondana, che nessun oliviero toscani mai fotograferà. Dopo, sì, i giornali hanno scritto della nuova povertà degli Italiani, fino agli anziani che rubano il cibo al supermercato, nonostante il glamour di regime a coprire il silenzio sulle condizioni reali della gente. Ma non ho fatto in tempo a chiedere al pittore, che mi aspettava in strada come un fantasma, su quale presa elettrica pensasse di collegare il caricabatterie del telefonino.

(rubrica domenicale "acchiappafantasmi", l'Unità 12 giugno 2011)

6/04/2011

Il referendum e la rifondazione della politica

   I cittadini disgustati dalla politica anche nella variante “beppe grillo”, sono un po’ come i gialli italiani: la realtà li supera malgrado la loro affannosa rincorsa al disincanto. Nel suo ultimo romanzo detto giustamente “noir”, quasi una parafrasi della cronaca nera che a sua volta coincide con l’attuale politica italiana, Massimo Carlotto stila il catalogo delle attività criminose di imprenditori e politici: alle ordinarie corruzioni si aggiunge il business dell’importazione di componenti difettose o obsolete di centrali nucleari approvate dal governo: forse non si faranno mai, ma è sui tempi lunghi della realizzazione che si incassano somme favolose di denaro pubblico, già intercettato dalla criminalità organizzata. Come già collaudato dalla “protezione civile” (le commissioni “grandi rischi” e “grandi opere”, tutti inquisiti), il loro cinismo radicale non ha scrupoli nemmeno di fronte al futuro dell’umanità e dell’ambente. Basterebbe questo per presentarsi in massa, senza distinzioni di orientamento politico, al referendum sul nucleare, sull’acqua pubblica e gratuita, sulla giustizia uguale per tutti (contro l’impunità di chi governa). Se la politica nel suo complesso sembra tutt’uno col campionario di attività criminali (con la conseguenza minore per giallisti o noiristi di non saper più stupire il lettore ed emanciparsi dalla cronaca quotidiana), coi referendum di domenica prossima il cittadino deluso sarà protagonista di un cambio di rotta. Sappia il cittadino tentato dal qualunquismo, dal “sono tutti uguali”, “la politica fa schifo” e via dicendo, che domenica prossima potrà addirittura rifondarla, la politica, in una  bio-politica. Non solo i temi saranno come mai in passato così vicini al cuore (e quorum) della sua vita (nel senso di ciò che si oppone alla morte); ma il suo apporto non sarà mai stato come questa volta così decisivo.

(rubrica "acchiappafantasmi" per l'Unità di domenica 5 giugno)

5/22/2011

Il vero scrittore fantasma

http://www.unita.it/commenti/beppesebaste/il-vero-scrittore-fantasma-1.295811?listID=1.58442&pos=0

Lo riporto qui: (mia rubrica "acchiappantasmi" su l'Unità di oggi, domenica 22 maggio)

Il vero scrittore fantasma

   Suggerisco di vedere (su You Tube) il video realizzato dagli studenti di Polimediaweb al Salone del libro di Torino. Un giovane con gli occhiali, Manuele Madalon (ricercatore del Politecnico) si finge l'autore del romanzo "L'implosione" e va in giro con le telecamere a ringraziare volti famosi, scrittori e persone di spettacolo, per avere risposto all'invio del suo libro, e chiedendo loro un giudizio più specifico. Il libro, ripeto, non esiste, ma nessuna di queste persone casca dalle nuvole - da Sgarbi alla Dandini, dal giornalista Guzzanti alla collega Annunziata, ma anche gli scrittori Faletti, De Cataldo, Mazzantini, Moccia ecc. – ognuno tiene la parte, conferma il giudizio positivo, dà consigli, e tutto questo non per ironia, ma per un irretimento, un dover essere conferito dal proprio ruolo che diventa complicità col nulla. Nessuno ha la sincerità di rispondere: «non so di cosa parli». Nel video segue una conferenza stampa su questo esperimento che vale come un trattato di sociologia della cultura. Vi partecipa lo scrittore (vero e lucido) Andrea Bajani, che spiega come le case editrici sistematicamente costruiscano dei «Madalon», falsi scrittori, o scrittori di plastica, frutto di un consenso iperreale. La «madalonizzazione» è un fenomeno che esiste anche cogli scrittori «veri», in cui conta più la pubblicità sul libro che non il libro (Bajani cita le fascette firmate da nomi prestigiosi e che magari hanno letto solo due pagine del libro pubblicizzato). Fingere di sapere, e contemporaneamente non avere interesse a conoscere, concorrere alla creazione di una realtà che non è né vera né falsa, ma che semplicemente non esiste, eppure sussiste... È lo scenario disegnato in anni passati dal narratore Philip K. Dick e dal sociologo Jean Baudrillard. È la chiave del potere e della politica degli ultimi anni, e di cui il berlusconismo è solo un aspetto.

5/15/2011

Elogio della leggerezza (e della non mente)

   Giorni di viaggio, incontri e letture pubbliche, vita intensa e operosa, e di nuovo in treno, nell’ora del pomeriggio in cui il mondo brilla dietro il vetro che è una bellezza, e devo ancora scrivere la rubrica. Lo scrittore Peter Bichsel, maestro di elzeviri sui giornali, spesso prende il treno per avere un posto dove scrivere e trovare ispirazione, io però non trovo niente, solo l’idea che il mondo è troppo vasto e bello per poterlo descrivere. Mi ero posto un obiettivo: non scrivere pensieri già pensati, non rimasticare con la mente idee e frasi, soprattutto politiche. Non è facile: vuol dire ignorare le elezioni di oggi, il cancro della democrazia da cui siamo governati e che occorre asportare, lo stato di conflitto permanente in cui da anni nuotiamo come in un lago di marmellata; congedarsi dalla pesantezza ossessiva di cui sono specchio i giornali, simili a bollettini di guerra, e perfino in guerra tra loro su chi urla più forte. Eppure il mondo è così vasto, penso guardandolo dal finestrino: perché solo su le Monde, per dirne una, imparo la cultura delle renne in Finlandia, o la biografia del grande maestro spirituale da poco deceduto in India, spiragli di mondo che allargano gli orizzonti, del tutto reali ma che a confronto delle nostre ossessioni paiono fiabeschi? Il mondo riflesso dai nostri giornali sembra un cimitero di automobili su cui la ruggine da subito copre le tragiche ferite. Perché questa metafora mi fa pensare a Italo Calvino? Rimugino: si può essere pensosi restando leggeri, insegnava nelle sue Lezioni americane, apologia della leggerezza. La cerco sul portatile, ed ecco la frase: “la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca”; “quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite”.

(rubrica "acchiappafantasmi", l'Unità di domenica 15 maggio 2011)

5/07/2011

Il primo incarico (una lezione di stile di Giorgia Cecere e Isabella Ragonese)


   Non sono solo un estimatore de Il primo incarico, esordio alla regia di Giorgia Cecere, film già presentato a Venezia e che solo in questi giorni è uscito nelle sale. Provo verso di esso un senso di gratitudine che vorrei spiegare a me stesso. Racconta la storia vera, e per questo tanto più romanzesca, della madre dell'autrice, che nei primi anni ‘50 ottiene il primo incarico di maestra elementare in una zona rurale del Salento, e vive il suo apprendistato di lavoro e solitudine in un’ostile comunità di uomini. Se tecnicamente appartiene al genere narrativo del romanzo di formazione, o educazione sentimentale (omaggio alla determinazione e al coraggio morale delle donne del passato), si trasmuta in realtà nella storia di formazione dello sguardo e dello stile poetico dell’autrice, che porge il suo omaggio alla grande tradizione visiva del nostro cinema. Cinema, ovvero, come ama ripetere Bernardo Bertolucci, “aprire gli occhi”. La maestra protagonista della storia (“maestrina”, nel lessico maschilista di alcuni recensori), resa ancora più nitida dalla bravissima Isabella Ragonese, scopre l’antica verità che insegnando si impara, e che la posta di ogni insegnamento è diventare ciò che si è. La regista Giorgia Cecere, già sceneggiatrice di Amelio e di Winspeare, impara e ci insegna che la bellezza del film, così raro nell’attuale panorama italiano, è nel linguaggio che coniuga intensità ed evidenza fino a renderli sinonimi; uno stile che possiamo anche dire “femminile”, affiancato dalla delicatezza “orientale” del co-sceneggiatore, il suo ex compagno del Centro Sperimentale Yang Li Xiang, cineasta e pittore cinese. Il film è un’esperienza dei sensi, e la sua percezione quasi pittorica della realtà – la campagna, la natura, la luce, i corpi, i colori – è una lezione anche etica: non serve tanto denaro, dice Giorgia Cecere, “i colori sono la cosa che costa di meno”.
(rubrica "acchiappafantasmi", l'Unità di domenica 8 maggio 2001)

4/30/2011

Scrittori che hanno l'età, scrittori che non hanno l'età...

   Prima dell’adunata di massa di testimoni alla beatificazione di papa Woytila (quasi un replay dei suoi funerali), c’è stata a Roma un’adunata di nicchia, quella degli scrittori “Trenta-Quarantenni” (autodefinitisi “TQ”). Qui non si è trattato solo di testimoniare di esserci, ma di fare dell’attestazione di sé una rivendicazione. Di che cosa? A dar retta ai resumés giornalistici, di (più) potere e visibilità (anche se certi nomi di scrittori TQ sono così inflazionati dai media da sembrare novantenni). L’adunata dei TQ mi turba non perché ne sia anagraficamente escluso (ho 51 anni, 3 in più di D. Foster Wallace e 6 in meno di Roberto Bolano, autori citatissimi tra i TQ, ma che non sarebbero stati invitati); mi imbarazzerebbe ugualmente un’assemblea di QC (“Quaranta-Cinquantenni), di CS, e così via. L’anagrafe degli scrittori non definisce niente, e anche in quella dei precari sarei cauto: nulla di più tragico e commovente dei disoccupati cinquantenni descritti nel film I lunedì al sole. Ciò che mi turba è la sicumera nell’avanzare diritti economico-istituzionali, il concepire l’atto di scrivere non come anarchico e conflittuale, irriducibile al potere, ma organico ad esso. E’ infine un gesto che si aggiunge, mi pare, ad arroccamenti identitari di cui il Paese è pervaso, da quello generazionale dei politici rottamatori (che ricordano simbolicamente Pietro Maso, colui che massacrò i genitori non perché avesse valori diversi, ma per prendere il loro posto più in fretta, comprese le loro carte di credito); a quello dei leghisti che arrivano a proclamarsi Celti per non pagare le tasse allo Stato. Oltre l’intrinseca violenza, le spinte identitarie hanno in comune l’oscuramento delle differenze e dei valori reali, e la nebulosità dei propri criteri - l’età non è meno franosa del suolo o del sangue. Non è il qui e ora (geografico, storico) che abbiamo in comune?
(rubrica "acchiappafantasmi", l'Unità di domenica 1 maggio)

4/10/2011

Precari di ieri e di oggi

   Abito vicino a una mensa dei poveri, dove la tragedia umana sono le vite già rotte a 50anni di chi fa la fila per entrare. «Il nostro tempo è adesso. La vita non aspetta», era lo slogan della manifestazione di ieri contro la precarietà, di cui propongo alcune varianti: il tempo non aspetta la vita è adesso; il nostro adesso è vita non aspetta tempo. La vera precarietà non è la perdita del senso (narrativo) dell'esistenza, la frantumazione dell'esperienza che rende impossibili la dedizione, l'impegno, una relazione duratura, di cui il lavoro è solo punta dell'iceberg? Mettiamo che l'Italia, liberata dall'attuale governo fascistissimo, raggiunga i civili standard europei del salario minimo garantito per i giovani disoccupati. Va bene così? Nella rappresentazione della precarietà manca l'aspetto più profondo: l'incapacità di immaginare la propria vita. Negli anni '70 i ragazzi non erano né più garantiti né più ricchi, se non di sogni. Andare all'estero, oggi additato come ripiego, era un'ambizione difficile e desiderata. Prima ancora Luciano Bianciardi, l'unico scrittore beat italiano, descriveva la «società del benessere» inizio anni '60: «La gente che corre, che si dibatte, che ti ignora, che deve arrivare», e che per di più «si sentono privilegiati (…). Sgobbano, corrono come allucinati dalla mattina alla sera per comprarsi quello che credono di desiderare...». Fu tra i primi precari intellettuali, i collaboratori esterni, lavoratori «cognitivi» occasionali, terziari, anzi «quartari», scriveva, «non strumenti di produzione, nemmeno cinghie di trasmissione... lubrificante, vaselina pura».
   Un'occasione per confrontare precarietà di ieri e di oggi è il libro (lo si presenta a Roma, Auditorium ore 18) Per amore o per odio (Manni editore) di Maria Jatosti, comunista non pentita e innamorata della vita, l'Anna dell'indimenticabile La vita agra di Bianciardi.


(rubrica "acchiappafantasmi", l'Unità del 10/4/2011)

4/03/2011

Lo Zen e l'arte di pulire i pennelli

   L’ultima volta scrivevo a proposito della guerra che “un’altra politica è possibile”. Vorrei che queste parole fossero il filo delle prossime rubriche: pensare una ricostruzione dopo la denuncia, dopo la descrizione delle macerie dei legami e dei valori. Tra le mie piccole grandi esperienze di questi giorni c’è quella di un manufatto, la Rivista d’Artista (http://www.eosedizioni.it/) composta e fabbricata pazientemente a Roma da Piero Varroni, a cui ho avuto l’onore di essere invitato con un testo a fianco di artisti come Elmerindo Fiore, Andrea Aquilanti, Claudio Parmiggiani ecc. Ma l’evento è la rivista nel suo insieme: esce una volta l’anno, in un centinaio di copie, e la sua bellezza non occulta la manualità, il lento processo produttivo dietro l’immagine del prodotto finito, la materia di cui è fatta e il lavoro, tutt’uno col piacere, che la costituisce: agli antipodi delle merci fatte in fretta e per un consumo il più possibile veloce, per una fruizione senza godimento simile al consumo di droghe (e l’intrattenimento, che è il prodotto venduto da chi con esso è arrivato al governo, è del tutto equiparabile allo spaccio di droga). E’ un’utopia, nella nostra civiltà del neg-ozio, che innesta Marx tramite l’estetica alle pratiche spirituali, come l’insegnamento del maestro zen verso chi si stupisce che perda tempo a pulire i pennelli dopo averli usati, invece di comprarne di nuovi: il confronto non è tra il prezzo dei pennelli nuovi e quello, sul mercato, del tempo di lavoro, dice, ma con l’energia che ci vuole a fare i pennelli, e con quella ancora più grande per distruggerli e disperderli nell’ambiente in modo accettabile; ma più ancora è con la consapevolezza etica, per se stessi e con se stessi, del semplicemente lavare il pennello, in un’identificazione perfetta con ciò che si fa. Un’altra economia, come un’altra politica e bellezza, è possibile.

(rubrica "acchiappafantasmi", l'Unità del 3 aprile 2011)

3/26/2011

La guerra, il flipper...

   Confesso di non sapere se sono favorevole o contrario alla guerra contro la Libia di Gheddafi, e rivendico la mia incertezza. Penso anche che la politica sarebbe bella se le posizioni in campo fossero solo queste – far ricorso alla guerra solo per proteggere le popolazioni contro i dittatori, o ripudio assoluto, perché una guerra giusta è come uno sciopero della fame contro l’anoressia. Ma nella coalizione di chi bombarda c’è chi ha condiviso fino a oggi valori e stile di vita del dittatore e anzi lo rimpiange, e tra i più volonterosi trapela dietro lo slancio democratico un conflitto di interessi coloniale. Marx ci insegnò a leggere il motore materiale della Storia, le strutture economiche che si ammantano di sovrastrutture ideologiche e religiose. Eppure sarebbe anche bello se la religione, qualunque sia, si opponesse alla realtà in nome dei suoi valori irriducibili, invece che adeguarsi all’esistente. “Speriamo che si svolga tutto rapidamente, in modo giusto ed equo”, ha detto l’arcivescovo di Genova e presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, prendendo atto dei primi bombardamenti. Frase che mi ha fatto dolorosamente pensare (lo dico da laico) al rischio di eclissi di quel sublime mistero che la religione preserva, e che in definitiva è l’etica, quella delle prescrizioni non negoziabili, quella del “non uccidere”. Se la politica, le umane gesta e gli umani gesti, non deve coincidere con essa (lo Stato etico è il fascismo), non dimentico il bellissimo striscione delle donne all’epoca di quelli, banalmente maschili, contro la Nato – “Fuori la guerra dalla Storia” - e sento la mancanza di una critica vertiginosa, quale quella teologica, senza di cui il reale è deprivato non solo di alterità, ma di orizzonti: il mondo come un immenso flipper di cui siamo le palline che rimbalzano, tra fondamentalismi e terrorismi, tra dottor Stranamore e miliardari for ever.

(rubrica "acchiappafantasmi" per l'Unità di domenica 27 marzo 2011)

3/19/2011

La vita contro la morte (o "cronache del dopobomba")

   In questi tragici giorni di risveglio ho preferito alla lettura dei giornali la rilettura dei classici, da La Ginestra di Giacomo Leopardi a Hiroshima mon amour (sceneggiatura di Marguerite Duras del film di Alain Resnais), fino allo stupendo Cronache del dopobomba di Philip K. Dick. Le news sul governo italiano di fronte alla catastrofe nucleare in Giappone erano così sconce e imbarazzanti (il ministro dell’Ambiente Prestigiacomo: “Il programma italiano sul nucleare va avanti. Le centrali che noi abbiamo programmato sono modernissime, molto più sicure di quelle giapponesi’”) che ho avuto la certezza che la lotta politica fosse ormai quella de “la vita contro la morte”. Era il titolo, molti lo ricorderanno, di un libro di Norman Brown (sottotitolo: Il significato psicoanalitico della storia), dedicato al conflitto tra pulsione di vita e pulsione di morte che fa della Storia della civiltà la storia di una nevrosi. Brown vi introdusse anche l’etimologia, suggestiva ma falsa, della parola latina amor: a-mors, a-morte, “toglimento di morte”. Di fatto, il geniale film del 1964 di Stanley Kubrick, Il dottor Stranamore, ovvero Come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba, era un didascalico commento tra horror e humour a quanto scritto da Norman Brown in La vita contro la morte: col conflitto nucleare, o con l’energia nucleare tout court, la morte totale poteva (può) “finalmente” realizzarsi. Ora, per tornare alla politica, non sembra anche a voi che la sua forma attuale (come quella degli incubi del personaggio femminile di Hiroshima mon amour) sia quella del girare attorno al nucleo dei problemi senza mai affrontarli direttamente, proprio come le particelle roteano attorno al nucleo dell’atomo prima che si inneschi la fatale reazione nucleare? Un’altra politica, di vita e non di morte, come le energie alternative, è possibile o no? Che aspettiamo?
(rubrica domenicale "acchiappafantasmi", l'Unità del 20 marzo 2011)

3/12/2011

Non parlare coi fascisti

“Non mi indigno più, provo disgusto”, ha detto don Luigi Ciotti in un incontro alla Statale di Milano, “quando vedo deridere la legalità, la giustizia, per tutelare i propri interessi e le proprie vicende giudiziarie”: “Il primo testo antimafia è la Costituzione Italiana”, ha aggiunto. Ripenso alle frasi di Piero Calamandrei (uno dei nostri Padri): la Costituzione è nata “nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità”. Poi rivedo su un giornale il cartello di una manifestazione di qualche tempo fa: “Via dalle istituzioni chi straccia la Costituzione”... Cosa altro aggiungere, a parole?
   Mi viene in mente invece il silenzio: quello di Enrico Berlinguer quando, in una civile trasmissione sulla Rai di allora col moderatore Jacobelli, un esponente del Movimento sociale italiano (l’estrema destra), in deroga all’etichetta, gli rivolse una domanda diretta. Berlinguer restò in silenzio come se non avesse udito, e così a lungo che Jacobelli glielo fece notare imbarazzato (la tv non sopporta i silenzi). A lui Berlinguer rispose fermo e serafico: “Coi fascisti non parlo”.
   Scrivo questa rubrica il mattino di sabato, prima della manifestazione, per non rischiare di farmi prendere dall’euforia descritta da Silvia Bonucci nel suo bel romanzo Distanza di fuga (Sironi), quando il personaggio osserva “tutti quei volti allegri e partecipi e si chiede come possa un semplice comune sentire dar loro l’illusione di essere più forti, fargli dimenticare, anche solo per qualche ora, che il mondo è diverso da quello che vorrebbero”. Vincere per la democrazia non è mai stato facile, ma è accaduto. Non riaccadrà finché dalla nostra parte si continuerà a legittimarne il nemico dichiarato, finché qualcuno continuerà a illudersi di negoziare col cialtrone, fascista per interesse, simile al Joker di Batman; finché continueremo a commentare e biografare, in perpetuo ritardo, la resistibile caduta della democrazia in Italia.

(rubrica domenicale "acchiappafntasmi", su l'Unità del 13/03/11)

3/05/2011

L'educazione degli adulti e la scuola pubblica

  
   Su l’Unità del 2 marzo Ascanio Celestini ha scritto sulle scuole (pubbliche) una cosa così giusta e evidente da passare quasi inosservata: “All’uscita degli studenti dovrebbe seguire l’entrata dei cittadini che potrebbero frequentare la scuola per corsi, incontri, assemblee e anche spettacoli e dibattiti o persino per motivi ludici”. Non dice solo la fame di luoghi che non siano quelli che trasformano i cittadini in clienti (anche le panchine sono in via di estinzione), ma i criteri e gli obiettivi per l’istruzione e l’educazione fissati da anni in Conferenze europee vincolanti per l’Italia (Amburgo 1997, Lisbona 2000): il diritto all’educazione permanente del cittadino adulto, la flessibilità dello studio e il superamento della concezione secondo cui la formazione professionale segue quella intellettuale, ovvero “prima si studia e, dopo, si lavora”. Educazione e istruzione non finalizzati ad obiettivi miopi, ma, come la cultura, investimento a lunga scadenza, misurano la civiltà e la ricchezza di un Paese. Ora, posto che il capo del governo sta all’educazione come uno spacciatore di eroina sta allo yoga, il “Ministero dell’istruzione” (sic, senza l'aggettivo “pubblica”), oltre a tagliarne i fondi non col machete ma col napalm, abolisce perfino quei momenti codificati in cui gli adulti fanno comunità nelle scuole, ovvero i corsi serali. Al loro posto istituirebbe dei “centri” (sostantivo già sinistro) “per l’istruzione degli adulti”, cui potrà iscriversi solo chi “non ha assolto l’obbligo di istruzione” o non è “in possesso di titoli di studio di scuola secondaria superiore”; cioè negando l’accesso ai tanti diplomati e laureati che frequentano, per esempio, i licei artistici serali. Auspico da sempre la proliferazione di corsi serali per tutti - anche licei classici – e vorrei che si cogliesse l’importanza politica della battaglia culturale per la loro salvaguardia.

(rubrica domenicale "acchiappafantasmi", l'Unità, 6 marzo 2011)

2/26/2011

La pazienza del mandorlo

Il comico televisivo inglese Charlie Brooker, nel suo programma 10 O’Clock Live, massacra umanamente e politicamente, con molta efficacia, il nostro primo ministro. Vi consiglio di guardarlo, non è un problema trovarlo on line. Ma vi avverto: oltre che ridere soffrirete un po’: parla di noi. Non abbiamo l’alibi del colpo di stato né della coercizione fisica, ed è stato eletto (come l’ex pittore fallito Hitler fu eletto nel 1933), e rieletto da quegli Italiani ignavi che ora sono in crisi non perché il premier sia colluso con la mafia, né per le sue leggi liberticide o a favore di pochi come lui, non perché usi il tempo e le risorse dello Stato per fare solo gli affari suoi, né per un ripensamento etico: ma perché la sua immagine di maschio vincente che può comprare tutto, anche le minorenni, è andata in crisi: alle sue spalle, infatti, quelle ragazze ingrate e carine hanno detto che ha “il culo flaccido”, lo disprezzano quasi quanto lo disprezziamo noi, e non può farci niente. Con Mussolini non sarebbe accaduto: una crepa vistosa nella regia. Il fatto è che tutto di lui, nessun dettaglio escluso, era già banditesco e cialtrone dal 1993 (Brooker ironizza sul grido da stadio con cui battezzò il suo partito). I suoi amici e colleghi, da Ben Ali a Gheddafi, sono finiti, e anche lui cadrà malamente, anche se siamo tutti troppo ricchi per fare come in Libia o in Egitto. E' durato quello che ci siamo meritati che durasse. Ma che ne sappiamo noi del tempo? Mi viene in mente il Libro di Giobbe: cosa ne sappiamo noi del creato, delle sorgenti del mare, del seno da cui è uscito il ghiaccio o la brina, di come partoriscono le cerve e di come si gioga il bufalo? Sono alcune buone domande che Dio pone a Giobbe per dargli una calmata. Una cosa la so: tutto è in movimento, i regimi cadono o sono già caduti, e il mandorlo di fronte alle mie finestre è in fiore.
(rubrica domenicale "acchiappafantasmi", l'Unità del 27.2.2011)

2/19/2011

Il regime della stupidità

   Che il berlusconismo (regime politico e semiologico fondato sulla pubblicità, quindi sul denaro, il potere, l’egoismo, il successo, il glamour, la prostituzione e la stupidità rivendicate come valore) non sia solo, come dice il Financial Times schifato, una specie di dittatura nordafricana, ma una categoria dello spirito che colonizza la mente anche di chi si crede lontano, lo dicono i criteri di spettacolarizzazione e promozione culturale in vigore anche a sinistra: dalle liste elettorali modello Veltroni (Calearo lo scelse lui; ma voleva anche Veronica Lario) alla scelta e promozione dei libri.

   Ho tentato di leggere un “romanzo” edito dalla gloriosa Transeuropa col titolo Seventy Sex (parla ovviamente di sesso e anni ‘70), scritto da una donna che si firma con lo pseudonimo di Janis Joyce. L’editore e l’autrice hanno inventato un concorso per scoprirne l’identità tramite indizi leggibili fotografando col cellulare un codice stampato in copertina. E fin qui si capisce che il target pubblicitario sono giovani tecnologizzati, che però dovrebbero anche conoscere (Janis) Joplin e James (Joyce), anche se il “romanzo” non ha nulla delle sperimentazioni linguistiche e narrative dell’autore di Ulisse, né tanto meno della grazia e del generoso erotismo della cantante di Just a little bit harder. Il peggio sono gli indizi (10 frasi) che l’autrice dà su di sé: “Ho sposato l’amante della moglie dello zio di Carla Bruni”. “Sono la cugina dell’ex marito della cugina di Alain Elkann”. “Il mio primo marito ha passato una lunga notte di Natale con quella che sarebbe diventata la prima moglie di Sarkozy”... Ecco, mi fermo qui, come mi sono fermato a leggere il piatto, anestetico elenco di masturbazioni e scopate, quasi che il sesso lo avesse inventato lei. Quanto all’identità dell’autrice, non ho dubbi che l’abbiate capita anche voi: ma non la diciamo perché, temo, si offenderebbe. Altrimenti, rileggete qui in alto.

(rubrica "acchiappafantasmi" de l'Unità di domenica 20 febbraio 2011)

2/12/2011

Oltre il giardino

   Il poeta Carlo Bordini mi manda un suo testo lapidario che conoscevo già: Il Giudice deve andare in galera / disse il Ladro. Subito pensi a quelli che si riuniscono a Milano al Teatro del Verme (mai nome è suonato più appropriato) a protestare “in mutande” contro i magistrati a difesa dell’impunità del Capo. Profetico, ho detto naturalmente all’amico poeta. Come il finale del Caimano di cui oggi si parla, quasi cronaca in presa diretta. Ma riusciremo finalmente a parlare d’altro? Confesso: la non ultima ragione del mio odio (sì, è la parola giusta) per la pur tragica parodia da Banda Bassotti di 1984 di Orwell che è il berlusconismo, che da 15 anni ci distoglie da altri pensieri, è proprio l’impossibilità di curarmi di altri pensieri. Alla fine tutto rimanda a questo schifo di realtà quotidiana che la storia di Cetto Laqualunque illustra come documentario senza far ridere, anzi dandoci l’ansia. Se non sono stato testimone diretto di chi fregandosene dei boschi butta la sigaretta accesa dando poi le spalle all’incendio che divampa, è pur vero che nella città in cui vivo, quando si esce di casa, è quasi impossibile uscire dai marciapiedi perché le automobili stazionano abusive e impunite su strisce pedonali e spazi invalidi, e chi ha un neonato in carrozzina o un genitore invalido sulla stessa accetta la sconfitta e risale in casa. Ma chi si rassegna è complice, come per le migliaia di buche sulle strade, trappole mortali ai motorini, o i rifiuti che svolazzano e rotolano non dentro, ma nei pressi dei cassonetti. Piccoli berlusconi crescono, ignavi e ignari che l’incurante arroganza, l’ego maniaco insofferente a ogni regola o spazio pubblico, l’ossessione del proprio, del particolare, renderà di merda anche una vita agiata, se ristretta agli orizzonti del proprio zerbino, se lascia che vada in malora tutto il resto là, fuori dalla finestra, od oltre il giardino e il cancello di Arcore.

(rubrica domenicale "acchiappafantasmi", per l'Unità del 13/2/2011

2/05/2011

Su una foto di Charles e Jane (Bukowski e l'eros senza potere)

   Fu forse Ludovico Ariosto nell'Orlando furioso a inventare l’immagine del pallone gonfiato. Quando Astolfo va sulla Luna per recuperare il senno di Orlando, tra i “vani disegni” e i “vani desideri” dei mortali gli capita di calpestare “un monte di tumide vesiche”, ovvero vesciche gonfie d’aria che risuonano di fioche grida e tumulti, e altro non sono che ciò che resta delle “corone antiche”, i potenti regni del passato, “che già furo incliti, et or n’è quasi il nome oscuro”. Ma i potenti, che hanno la cecità di affidarsi unicamente al presente, gonfiarlo e gonfiarsi come palloncini, mostrano già sempre nel proprio squallore presente il loro futuro flaccido e grinzoso: “che schifo”, ha detto una ragazza che lo conosce da vicino del potente di Arcore, “da vomitare”.

   Una mia amica ha postato su Facebook una fotografia bellissima, assurdamente censurata dai gestori del social network (è stata per questo addirittura "bannata”). Raffigura lo scrittore Charles Bukowski e la sua amica Jane nella cucina povera di lui, portacenere ingombro sul tavolino, bottiglie e disordine di oggetti, sulla parete una tappezzeria floreale stinta, e un fantasma di Monna Lisa (un calendario?). Lo scrittore è seduto su una sedia, barba e capelli spettinati, lei in piedi al suo fianco, allegra e completamente nuda. Col braccio sinistro lui le cinge i fianchi, colla mano destra le accarezza delicatamente il sesso, mentre lei divarica e solleva l’altra gamba per dargli più spazio. La fica all’aria, il volto felice e sorridente, e quello assorto e deliziato di lui. Non è tanto che lui sembri suonare l’arpa toccando il corpo di lei, non è solo il perfetto equilibrio formale della foto in bianco e nero a dare la bellezza. E’ la portata liberatoria, in tutti i sensi, di corpo e anima nell’intimità e gioia condivise, e soprattutto la totale assenza di potere e di manipolazione nel loro scorcio di rapporto, una nudità antecedente e più profonda di quella dei corpi. E anche, se volete, l’allegria di essere poveri, e che l’amore e il sesso, come scrisse qualcuno, sono la consolazione dei poveri, non dei ricchi e potenti.

(testo della rubrica domenicale "acchiappafantasmi" su l'Unità del 5 febbraio 2011)
Ed ora ecco la foto, salvata:
Ce ne sono altre di questa serie, ma forse non altrettanto belle. L'amica che ha postato questa immagine su Facebook (in una pagina privata, si noti) voleva, riuscendoci, suscitare una discussione semiologica (e anche psicologica e politica). Tutto è stato cancellato (anche la mia condivisione sulla mia pagina "pubblica") da un network che legittima spesso immagini e iniziative politicamente e antropologicamente intollerabili. La nudità non commerciale, invece no. L'amica si chiama Serena Galié, e nei suoi commenti scriveva di avere trovato la foto conturbante, e di non vedere perché non dovesse conturbare; scriveva anche sul fatto che, essendo di Bukowski, già all'epoca noto, la foto ha un contesto di narrazione che già la esclude dalla pura pulsione pornografica. Diceva infine (tutto questo è ricostruito a memoria) qualcosa sul fatto che nel "paradigma di Arcore" non ci sarebbe il piacere della donna, ma l'esibizione del potere fisico/economico quindi ridotto all'impotenza (non era esattamente così, ma erano dei botta e risposta). Io avevo notato proprio questa antinomia a proposito del "potere", tra questa foto e l'innominabile di cui oggi tanto parliamo. Siamo per un'etica pubblica, certo, e anche privata, ma non per questo dimentichiamo la pulsione di "vita contro la morte" (è un titolo anni '60) e ridiventiamo repressi e bacchettoni. L'idea è di riportare qui gli interessanti commenti salvati dalla discussione su Facebook, cui altri se ne aggiungeranno. Un saluto, b.s.

1/29/2011

Basta (lettera aperta al Pd)

   Chi scrive, sia chiaro, vorrebbe da anni pensare e scrivere altro, soprattutto in una pagina di cultura. Ma trova agghiacciante l’idea, realistica se non addirittura banale, che Berlusconi la sfanghi anche stavolta (come al solito, dicono i giornali esteri, che non disprezzano tanto o solo lui, ma gli Italiani che lo supportano), e sconvolgente che si dibatta della sua criminale, abituale condotta di primo ministro in termini giuridico-legali, versione della difesa contro versione dell’accusa, come se fosse credibile e creduta da qualcuno una ragione diversa per la presenza di escort minorenni ad Arcore la notte; come se non fosse già oltre il limite della dignità di una nazione che un premier debba “rispondere” di cose così ai giudici, e non fosse già ampiamente motivo, ovunque, di dimissioni immediate e vergognose. Ma questo governo è sostenuto (adesso!) da transfughi del Pd (v. Calearo, geniale invenzione delle ultime liste elettorali), mentre il Pd ripete come un mantra, un loop, un disco rotto, che Berlusconi sta “oltrepassando”... che cosa? la misura, i limiti, ecc. Ha già oltrepassato tutto da anni, e da anni c’è bisogno di intransigenza, non di quelle connivenze linguistiche e non solo che hanno eroso la comunità “elettiva” del Pd. Aveva ragione Luttazzi: il "bunga-bunga" è ciò che Berlusconi fa da 15 anni all’Italia (la devastazione antropologica) e alla sinistra consenziente (la corruzione politica e mentale).
   Cara Sinistra, caro Pd, sono e siamo stanchi. Per favore, se davvero volete rappresentare me e gli altri che la pensano come me e non ne possono più di questo scempio ignobile, basta con le tattiche, basta con il tè e i biscottini. Uscite dai palazzi e restate in piazza a oltranza, come in Albania e Tunisia, finché questa tragica farsa non si chiuda. Coi despoti non si discute educatamente, si abbattono. Poi parliamo d’altro. D’altro, capite?

(rubrica domenicale "acchiappafantasmi", l'Unità del 30.1.2011; ma una prima elaborazione su Facebook di questo sfogo, è stato firmato da decine di donne e uomini)

1/22/2011

Ricostruire dalle radici

Di fronte allo squallore noto da sempre, ma solo ora conclamato, del ricco pubblicitario che gli Italiani, in stato di colpevole ubriachezza per anni, hanno eletto a proprio rappresentante, tante e tanti in questi giorni hanno pensato con sgomento ai propri padri, non importa se umili o altolocati: alla loro compostezza, dignità, senza cesure tra pubblico e privato. Chi immaginava che avremmo avuto nostalgia della vergogna o del pudore, che sarebbero diventati valori politici oltre che morali? Non so più dove ho letto il tragico paragone tra il padre che, alla domanda se la figlia ventiseienne fosse la “fidanzata” di Berlusconi, ha risposto senza ironia “magari”, e la madre, Anna Magnani, che ci fece piangere nel film Bellissima: è con questo atroce mutamento antropologico (che spesso paragono a una deflagrazione atomica o napalm) che abbiamo a che fare. Come ricostruire da questa devastazione radicale? Intanto vorrei dire a chi già non lo sa che all’estero, da tempo, non si perde tempo a stigmatizzare Berlusconi (il cui nome vale come insulto nei dibattiti televisivi), ma gli Italiani che lo hanno votato contro l’evidenza della sciagura. Siamo noi responsabili. Ai tanti che hanno ripensato in questi giorni al valore dell’educazione, base di ogni politica e di ogni azione umana, vorrei suggerire un libro che ho presentato l’altra sera di Riccardo Venturini, noto ordinario di Psicofisiologia clinica alla Sapienza, Ri-legature buddhiste (Edizioni Universitarie Romane). Intrecciando scienza, religioni (tutte) e morale, ci spiega soavemente come l’unica rivoluzione possibile sia in interiore homini; che la salute (brama, ansia di potere, paura) sia spesso la malattia, e la malattia la cura; e come conciliarsi con l’inconciliabile, la morte per esempio, tutt’uno con la vita, senza cercare immunità. Che l’infinito è nella propria coscienza, e nel cuore le origini dell’universo. E’ un buon inizio.

(rubrica "acchiappafantasmi", l'Unità di domenica 23 gennaio)