Ieri a mezzogiorno sono andato alla sede nazionale dell'Anpi (Associazione Nazionale Partigiani Italiani) insieme a molti altri, per la nuova campagna di iscrizione: come antifascisti (io anche come figlio di partigiani). E' stato molto commovente, coinvolgente. Stefania Scateni ha scritto questo breve riepilogo, uscito in versione molto ridotta su l'Unità di oggi:
Non è tempo di stare alla finestra. Non è tempo di indifferenza né di ignavia, tantomeno di accidia. E' tempo di trasformare lo sconcerto, la rabbia e la paura, di scegliere se continuare ad affannarsi per nuotare in una marmellata culturale e politica che confonde verità e menzogna, libertà e sopruso, sfigurando il tutto in un grande schermo azzurro e piatto, oppure tirarsi fuori dal blob e dare aria al cervello. In poche parole, prendere posizione. C'è bisogno di rivivere il significato morale, prima ancora che politico, dell'antifascismo e della nostra Costituzione democratica. La ricchezza dell'insegnamento che ci arriva dalle donne e gli uomini che si sono schierati e hanno combattuto per costruirla vanno coltivati e ripresi, insegnati, testimoniati di nuovo. Molti ragazzi italiani (come ci ha raccontato il 9 giugno Gabriella Gallozzi su questo giornale) lo hanno fatto iscrivendosi all'Anpi: tanti nuovi “antifascisti”, “volontari per la democrazia” nell’Associazione nazionale dei partigiani che, negli ultimi anni, ha aperto le porte anche a chi la Resistenza non l’ha vissuta. I partigiani hanno passato così il testimone a 110mila nuovi resistenti per continuare a far vivere la memoria della lotta per la democrazia, messa a rischio dalla graduale scomparsa dei protagonisti e dal violento revisionismo di regime. L'Anpi lancia inoltre una campagna con il coinvolgimento di artisti, scrittori e intellettuali. Nata da un'idea di Concita De Gregorio e Dacia Maraini, l’iniziativa è stata presentata ieri nella sede nazionale dell'Associazione.
Dacia Maraini ha citato un discorso agli studenti milanesi di Piero Calamandrei (1955): “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione”. Concita De Gregorio ha spiegato quanto sia fondamentale parlare ai ragazzi di chi ha combattuto per le libertà di cui godono oggi, e spiegare loro la Costituzione: “Il futuro non è più quello di una volta, è necessario incarnare nel presente lo spirito della Resistenza. Una Resistenza personale, privata, che può coincidere con una forma di Resistenza pubblica, collettiva”. Non erano sole ieri mattina all'Anpi. “Mi iscrivo all'Anpi perché la Resistenza non sia solo memoria del passato ma esercizio del presente”. Con questa motivazione, scelta per la campagna, si sono iscritti Andrea Camilleri, Giuliano Montaldo, Giancarlo De Cataldo, Romana Petri, Rosetta Loy, Fabrizio Gifuni, Simona Marchini, Sandra Petrignani, Fabio Bussotti, Simone Cristicchi, Fiorella Mannoia, Mario Monicelli, Neri Marcorè, Emma Dante, Marco Paolini, Gigi Proietti, Moni Ovadia, Ugo Gregoretti, Marco Bellocchio, Giorgia, Monica Guerritore, Sabrina Ferilli, Massimo Carlotto, Emma Dante, Roberta Torre, Irene Grandi, Matteo Garrone, Francesca Archibugi, Valentina Carnelutti, Emanuela Giordano, Beppe Sebaste, Lidia Ravera, Silvia Nono, Flavia Gentili, Italo Spinelli, Francesca Comencini, Cristina Comencini, ellekappa, Staino, Liliana Cavani, Serena Dandini, Riccardo Milani, Piera Degli Esposti, Vincenzo Cerami, Ascanio Celestini, Margherita Hack, Eugenio Finardi, Lucio Villari, Pierluigi Meneghetti, Mario Prosperi, Rossella Or, Lisa Ginzburg, Luca Archibugi, Nadia Urbinati, Roberto Citran. Molti erano presenti, nella stracolma sala dell'Anpi dove a fare gli onori di casa c'erano due partigiani, i vicepresidenti dell'Associazione Armando Cossutta e Marisa Ombra. Non li citiamo tutti. Giuliano Montaldo ha raccontato quando, il 24 aprile 1945, a Genova stavano stampando la prima Unità del dopoguerra, e con altri fece da “spago” per portare l'edizione agli operai dell'Ansaldo: un solo foglio, titolo “Genova è libera”. Moni Ovadia ha ribadito come la Resistenza sia al di là di destra e sinistra: ha fondato e sancito la nostra democrazia, nata da valori eternamente laici, universali, eterni. “Bisognerebbe celebrare il 25 aprile cominciando il 24 con una cena in cui si spezzi il pane della libertà. Quella che ci aspetta è una battaglia di tipo sacrale, per ridare una sacralità laica alla democrazia, basata su valori non negoziabili ed eterni”. Sacro come la narrazione e come la testimonianza: Giancarlo De Cataldo lamenta come la sinistra abbia consegnato i simboli alla destra, e sottolinea l'importanza mitopoietica della Resistenza. Le storie sono necessarie, raccontano il mondo e noi stessi. Così Beppe Sebaste, figlio di partigiani di Parma, sottolinea l'importanza della narrazione e del suo tramandarsi: “la testimonianza è una grande responsabilità, già come destinatari di un racconto diventiamo testimoni, persone che hanno cioè il dono della presenza, che mantengono vivi eventi accaduti in altri luoghi e in altri tempi (se per esempio hai visto il film Shoah di Lanzmann, sei diventato tu il testimone)". Quanta differenza ci sia tra lo ieri dei partigiani e l'oggi dei “nuovi resistenti” lo spiega Armando Cossutta, quando chiude la conferenza con un ricordo personale. “Oggi combattere per la Costituzione è più difficile di allora. Fui incarcerato, messo al muro insieme a dei compagni per essere fucilati, ma non avevo paura, non avevamo paura. Avevamo la certezza di contribuire a costruire un orizzonte visibile e giusto. Oggi non si vede questa luce all'orizzonte”.
Stefania Scateni
(una versione ridotta su l'Unità del 22/6/2010)
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6/22/2010
12/16/2009
invito a roma - vino & poesia (critical wine, critical book & poetry)


poesiatotale!
a cura di Nanni Balestrini, Sara Davidovics, Tommaso Ottonieri
ESC via dei Volsci 20 dicembre 2009
una produzione Critical Book & Wine ed ESCargot
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7/22/2009
Antonio Pascale su "Oggetti smarriti..."

Apparizioni antiretoriche, su Il Sole - 24 ore di domenica 5 luglio 2009, articolo di Antonio Pascale dedicato al mio libro Oggetti smartiti e altre apparizioni.
Tento di fornire una sintetica definzione di Beppe Sebaste: uno scrittore pioniere. Del pioniere ha l'inquietudine, la curiosità, l'entusiasmo e una sorta di fiducia nel mondo che si trova ad attraversare. Ha, poi, la sua scrittura, una vocazione, anch'essa pionieristica, interdisciplinare. Infatti, Sebaste si è spesso trovato a scrivere in compagnia di fotografi, un modo per amplificare lo sguardo, circoscrivere e analizzare un oggetto con più strumenti conoscitivi. La sua poetica ha un'altra caratteristica: l'antiretorica. Sebaste, a questo proposito, fornisce lui stesso una definizione: la retorica dell'antiretorica.
Non ha paura di arrivare sulla scena quando questa si è raffreddata, e magari non emette più quelle calde onde di indignazione, molto facili da raccontare, ma in fondo, a lungo andare, sterili. È sintetico e preciso. Ai grandi temi, preferisce una descrizione caso per caso. Da un punto di vista formale è rigorosamente attento allo stile. Del resto Carmelo Bene, il nostro grande filologo e poeta della voce, ha ripetuto spesso che la vera urgenza non è nel dire, ma nella forma. La scrittura di Sebaste è in effetti contenuta in una speciale forma poetica: distratta ed eclettica.
Questo libro, Oggetti smarriti, si può leggere come una biografia. Personale e collettiva. Sebaste inserisce in rubrica non fatti epici o azioni eroiche, ma semplici oggetti smarriti. Cose che ci sono appartenute e sulle quali abbiamo fatto affidamento che poi, per contingenze o mutazioni varie, abbiamo lasciato andare. Canzoni, libri, versi poetici e musicali, bar e angoli di caffè parigini, palloncini colorati gonfiati a elio in occasioni di feste e ricorrenze e strade fuori mano che percorriamo per caso. Campi rom (i veri oggetti smarriti) e le banche dei poveri, ovvero il Monte dei Pegni. I fantasmi tornano, gli oggetti smarriti si materializzano, Sebaste li osserva di nuovo, li rigira, li riposiziona. Individua un dettaglio sfuggito ai più e la nostra memoria torna a essere inquieta. Niente nostalgia. Per fortuna. Solo descrizioni più attente. Correzioni in corso d'opera e nuove misurazioni.
Antonio Pascale
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6/29/2009
La passeggiata
Pare che in libreria si trovi anche questo in questi giorni, uno dei graziosi "chicchi" editi da Manni (racconti a 5 euro):

(Beppe Sebaste, La passeggiata
"Lui che è seduto in cucina, guarda sul tavolo la bottiglia del latte, afferra la bottiglia del latte, sul tavolo al posto della bottiglia ora non c’è niente, guarda incantato il vuoto lasciato dalla bottiglia…")

(Beppe Sebaste, La passeggiata
"Lui che è seduto in cucina, guarda sul tavolo la bottiglia del latte, afferra la bottiglia del latte, sul tavolo al posto della bottiglia ora non c’è niente, guarda incantato il vuoto lasciato dalla bottiglia…")
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6/26/2009
5/24/2009
Diventare sottile fino a scomparire (avviso)
Annuncio per gli amici di Roma e non:
il 3 giugno, giorno del mio compleanno, tutti sono invitati a casa mia, giorno e sera, e ognuno potrà liberamente scegliere e comprare, se vuole, tra tutto quello che possiedo.
Lascerò la casa, e vorrei lasciare quasi tutto - dai libri ai mobili, dai bicchieri ai quadri, ecc. Sono cose belle. Un'amichevole ed elettiva compravendita equosolidale, la festa della mia dissipazione, no, meglio: dissolvimento(nel senso anche dell'I Ching).
Un caro saluto, e grazie (darò l'indirizzo ad personam, comunque è a trastevere, gianicolo).
il 3 giugno, giorno del mio compleanno, tutti sono invitati a casa mia, giorno e sera, e ognuno potrà liberamente scegliere e comprare, se vuole, tra tutto quello che possiedo.
Lascerò la casa, e vorrei lasciare quasi tutto - dai libri ai mobili, dai bicchieri ai quadri, ecc. Sono cose belle. Un'amichevole ed elettiva compravendita equosolidale, la festa della mia dissipazione, no, meglio: dissolvimento(nel senso anche dell'I Ching).
Un caro saluto, e grazie (darò l'indirizzo ad personam, comunque è a trastevere, gianicolo).
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4/21/2009
Agenda...
Periodo denso, andante mosso.
Sabato ero col mio amico artista Andrea Aquilanti presso l'Inart, Piazza di Spagna a Roma: artepensando, una chiacchierata a due. Qualcuno ne ha riportato qui, con qualche refuso (non allegoria, ma "allegria della mente")e qualche lieve imprecisione. Ma ringrazio.
Stamattina ho parlato al Teatro Argentina, primo autore della serie Un'estate da leggere (a cura di Paola Rotunno), di fronte a una platea di studenti liceali: incontro intenso, bello, mediato dal giornalista Paolo Conti. Subito dopo sono andato a registrare in Rai un mio testo, "Fino all'inizio del mondo", che accompagna l'installazione dell'ultima fotografia di Luigi Ghirri, che si inaugurerà il 30 aprile al Festival di Fotografia di Reggio Emilia. Resterò a Reggio fino al 3 maggio, giorno in cui faccio un reading in una piazza del centro.
Domani, però, sono sempre a Roma, dove si presenta il bel libro sulla poesia di Carlo Bordini, Non è un gioco, edito da Luca Sossella. Dopodomani aereo per Brindisi, poi Salento.
Giorni, spero, di vacanza, di campagna e di mare, e di paesi barocchi, e cene con gli amici. Interrotti già lunedì 27, per una conferenza che devo fare a Taranto per le scuole. Poi RE, appunto.
L'8 maggio a Udine (rassegna VicinoLontano), dove parlo a un convegno sulla testimonianza.
L'11 e 12 a Piacenza, al festival del Blues e della letteratura organizzato da Seba Pezzani, Dal Mississipi al Po. Il 13 a un seminario su "La Terra" alla Fondazione Baruchello a Roma, il 16 a Bookstock, Fiera del Libro di Torino, con Gianni Berengo Gardin... Se ne riparla.
Sabato ero col mio amico artista Andrea Aquilanti presso l'Inart, Piazza di Spagna a Roma: artepensando, una chiacchierata a due. Qualcuno ne ha riportato qui, con qualche refuso (non allegoria, ma "allegria della mente")e qualche lieve imprecisione. Ma ringrazio.
Stamattina ho parlato al Teatro Argentina, primo autore della serie Un'estate da leggere (a cura di Paola Rotunno), di fronte a una platea di studenti liceali: incontro intenso, bello, mediato dal giornalista Paolo Conti. Subito dopo sono andato a registrare in Rai un mio testo, "Fino all'inizio del mondo", che accompagna l'installazione dell'ultima fotografia di Luigi Ghirri, che si inaugurerà il 30 aprile al Festival di Fotografia di Reggio Emilia. Resterò a Reggio fino al 3 maggio, giorno in cui faccio un reading in una piazza del centro.
Domani, però, sono sempre a Roma, dove si presenta il bel libro sulla poesia di Carlo Bordini, Non è un gioco, edito da Luca Sossella. Dopodomani aereo per Brindisi, poi Salento.
Giorni, spero, di vacanza, di campagna e di mare, e di paesi barocchi, e cene con gli amici. Interrotti già lunedì 27, per una conferenza che devo fare a Taranto per le scuole. Poi RE, appunto.
L'8 maggio a Udine (rassegna VicinoLontano), dove parlo a un convegno sulla testimonianza.
L'11 e 12 a Piacenza, al festival del Blues e della letteratura organizzato da Seba Pezzani, Dal Mississipi al Po. Il 13 a un seminario su "La Terra" alla Fondazione Baruchello a Roma, il 16 a Bookstock, Fiera del Libro di Torino, con Gianni Berengo Gardin... Se ne riparla.
12/14/2008
La realtà della letteratura
Sabato 6 dicembre sono stato invitato a Bologna, insieme allo scrittore Eraldo Affinati (che ho avuto il piacere di incontrare lì per la prima volta), a parlare sul tema "Libri di realtà. La funzione mimetica della letteratura e i suoi paradossi". L'incontro, organizzato dalla Bottega dell'Elefante, dal dipartimento di Italianistica dell'Università di Bologna, e in particolare da Magda Indiveri e Mimmo Cangiano, prevedeva una lettura e discussione iniziale sul saggio "Fortunata" di Erich Auerbach (da Mimesis). Gli organizzatori hanno anche prodotto un bel librino che raccoglie, oltre ad alcuni interventi del sottoscritto e di Affinati, insieme a estratti dei nostri ultimi romanzi, altri testi e interventi di scrittori classici e altri assolutamente contemporanei, compresi Girolamo De Michele, Giampiero Rigosi e Wu Ming 1. Lo stesso giorno su l'Unità uscivano alcuni miei appunti in forma di articolo, che qui di seguito ripropongo. Anche se, va da sé, quello che ho detto nell'aula absidale di Santa Lucia a Bologna era diverso e più variegato rispetto a quello che ho scritto, come sempre accade, ma così è la vita, e questo ho.

Nel 1967 Roland Barthes già decostruiva le certezze strutturaliste, come la distinzione tra “storia e “discorso”, in un breve saggio dal titolo “Il discorso della storia”. Quei testi, quelle enunciazioni che non mostrano traccia dell’enunciatore (l’io di chi scrive, o altri più discreti riferimenti spazio-temporali al tempo dello scrivere, o alla fisicità storica dell’autore), che si pretendono quindi “oggettivi” o “obiettivi”, non sono che il prodotto di una forma particolare di immaginazione e di strategia retorica, che Barthes chiama l’“illusione referenziale”. Essa è evidente negli scritti di chi vuole “limitarsi a “raccontare i fatti”, lasciare che il referente parli da solo - come se il significante (il linguaggio, l’enunciazione narrativa) fosse invisibile o inconsistente. E’ un atto linguistico performativo truccato, spiegava Barthes, un atto d’autorità. Ma non sarebbe (stato) possibile se, sotto l’egida della formula “è successo”, non avesse incontrato in effetti un gusto che segna la svolta dell’Occidente: il fascino a volte morboso per il “reale” e i suoi dettagli, ciò che, per esempio, costituì l’enorme successo del genere epistolare e del diario intimo, e che fu poi suggellato dallo sviluppo massiccio della fotografia, il cui tratto specifico rispetto al disegno è quello di attestare che ciò che vi si rappresenta “è realmente successo”. La figura retorica dell’oggettività dei fatti venne chiamata da Barthes “effetto di reale” (o “di realtà”), con cui un anno dopo titolò un altro suo scritto.
Ho letto in questi giorni un libro bellissimo, Approdo, dell'australiano di origine malese Shaun Tan (elliot 2008): l'immagine che si vede sopra viene da lì. L’ho letto anche se non compare neanche una parola, solo disegni, con zoomate e piani sequenze narrativi. Parla di migranti (proprio come un libro di quell’altro outsider e innovatore, lui sì assolutamente verbale, che è stato W. G. Sebald), e racconta una storia archetipale e al tempo stesso attuale, reale e immaginifica, in cui tutti i migranti della Terra possono ritrovarsi. Si basa anche su un archivio a portata di tutti: aneddoti tramandati da migranti di varie nazionalità (la trasmissione epica orale), alcuni dei quali raccolti nel libro Tales from a Suitcase; vecchie fotografie, comprese quelle dell'Ellis Island Immigration Museum; cartoline illustrate; film (Ladri di biciclette); incisioni (“Sopra Londra, in treno” di Gustave Doré), ecc. L’epica di questo libro è (anche) quella della testimonianza.
Siamo da tempo nell’Era del testimone, come titolava un libro di Annette Wievorka, l’epoca in cui (dopo la Shoah) l’avvento dei “sopravvissuti” (cioè i testimoni) e il dilatarsi della nozione di “archivio”, hanno cambiato non solo la storia e la storiografia, ma anche le arti e la letteratura. A volte la memoria si pone in conflitto con la storia, nell’ambizione di sostituire la sua oggettività arida e livellatrice con una versione più soggettiva ed empatica dei fatti. Ne tratta lo storico Enzo Traverso nel suo Il passato: istruzioni per l’uso. Storia, memoria, politica (ombre corte 2006), dove si riflette sulla differenza tra storico, testimone e scrittore in modo molto illuminante per chi si occupa di forme narrative.
E’ un fatto che da anni la letteratura trovi i suoi effetti più romanzeschi proprio lasciando da parte i modi e le strutture narrative della fiction, sempre più cristallizzata in cliché (ultimo, il noir stile “sceneggiatura”) a favore di una sorta di libero “documentario”. Non solo cioè con un “effetto di realtà”, ma con l’uso strutturale di documenti e reperti: lettere, fotografie, ritagli di giornali ecc. inseriti nel tessuto della narrazione. Trame che si confondono con la nozione stessa di archivio e/o di inchiesta, storie costruite stilisticamente col montaggio di documenti. Ma che ricordano anche la giocosa libertà dei bellissimi “musei immaginari” che Bruno Munari insegnava ai bambini (ricordate? prendere un sasso, un rametto storto, una foglia o un pezzo di muschio, e riporli in bacheche: scoprire e/o inventare il mondo, col gesto di repertoriarlo).
Ha cominciato, se non sbaglio, il grande narratore tedesco W. G. Sebald, mostrando che la soggettività non solo non si perde né si nega nel perseguire un romanzo che assume i tratti dell’indagine più oggettiva e referenziale, ma si potenzia fino all’ossessione. Contemporaneamente l’oggettività, l’effetto di reale più estremo e vincolante, non impedisce il completo dispiegarsi della libertà espressiva dell’autore. Un po’ come lo espresse Jean-Luc Godard quando rispose così al giovane aspirante cineasta che lo aveva avvicinato: “Intanto fammi un film su questa scatola di cerini” (e gliela porse).
La narrativa che oggi mi interessa (e in cui credo di rientrare: mi riferisco soprattutto al mio HP. L’ultimo autista di Lady Diana) è fatta di libri che nascono come reportages ma sfociano nel romanzo, come il bellissimo e tremendo Ossa nel deserto di Sergio Gonzalez Rodriguez (Adelphi), dedicato ai massacri irrisolti di donne a Ciudad Juarez, tra Usa e Messico (tema ripreso da molti altri libri), o il “gonzo journalism” di Hunter Thompson, fusione di cronaca e narrativa, rigorosamente in prima persona, il cui motore è dato dalla consapevolezza che la vita è quello che ti succede mentre stai facendo qualcosa d’altro. Oppure che sono e restano romanzi pur sfociando in una specie di reportage, o addirittura di esplicita denuncia (è il caso di Gomorra di Roberto Saviano, di cui non si sottolineano mai abbastanza le incursioni all’io di chi scrive, la presenza strutturale di “tracce dell’enunciatore” nel racconto); o, lontanissimo, di Due vite dell'indiano Vikram Seth, che scopre a quarant’anni l'Olocausto e la Storia grazie alla microstoria, grazie alle lettere nella soffitta dello zio a Londra, e della zia ebrea).
Non occorre che siano storie straordinarie a nutrire questi testi, ma vicende private, ordinarie. Come i racconti orali di Ascanio Celestini, sulla scia delle testimonianze raccolte dal suo maestro, Alessandro Portelli. Come il breve film (e libro) della milanese Alina Marazzi, Un’ora sola ti vorrei, che racconta la storia della madre, morta suicida quando l’autrice era bambina, attraverso fotografie, lettere, reperti medici, diari, filmini di famiglia, in un archivio femminile in cui ogni donna ritrova qualcosa della propria identità e genealogia. Raccontare vite usando i mezzi espressivi e il punto di vista, i documenti e la memoria di chi quella vita ha vissuto. A monte di tutto questo vi è una scoperta estetica che l’arte contemporanea ha per prima fatto propria: la qualità elegiaca e universale di frammenti e oggetti della vita ordinaria degli individui, che siano volti, come quelli anonimi e ingranditi che popolano le mostre di Christian Boltanski, o oggetti, reperti di ogni genere e sostanza. Se nell’arte opera da tempo una nozione attiva di “archivio” che ne ha deterritorializzato e riterritorializzato gli orizzonti, la letteratura è appena agli inizi.
Il distacco dello storico e l’empatia del testimone compongono “documentari” che trattano la realtà come un fantasma, mostrando la scaturigine e la formazione del proprio presente, del proprio “dire” presente. Realizzano cioè il vero senso della parola testimonianza, (dal latino superstitio): si è testimoni anche se non si è oculari, anche di eventi lontani nello spazio e nel tempo.Superstitio significava il "dono della presenza"; e il dono della presenza è dato dal racconto, dal tramandare.
Michel Foucault dedicò un saggio importante sul "genere" da lui chiamato “fantastico da biblioteca”, in cui rientrano di sicuro Le tentazioni di Sant’Antonio di Flaubert come parecchi dei romanzi di Philip K. Dick, ma anche uno dei libri secondo me più importanti e innovativi degli ultimi anni, scritto di recente da un appartato scrittore sperimentale, cioè sperimentatore di linguaggi: Giuseppe D’Agata, I passi sulla testa (Bompiani 2007). Vi si racconta “semplicemente” l’inventario della sua biblioteca di romanzi, su cui grava l’incombenza di un trasloco, quindi di una perdita. Penso infine, naturalmente, a Cervantes, che cita biblioteche di libri reali (anche propri!) in Don Chisciotte, e nel secondo tomo dell'opera il Cavaliere e il suo scudiero sono invitati dal Duca a corte, perché le loro avventure li hanno resi famosi (!). Cervantes è del resto modello di una libertà narrativa e affabulatoria che insegna come dalla realtà della letteratura (e della Storia) si possa entrare e uscire, in un’oscillazione continua. Ma anche – come una sorta di Spinoza della letteratura, anzi del romanzo – Cervantes è maestro nella consapevolezza dei diversi significati di ciò che si intende con la parola “realtà”, un po’ come ricordava Gianni Celati qualche mese fa in un’intervista: “La narrativa d’oggi è ormai un’appendice dell’informazione. E’ difficile trovare un romanzo d’oggi che non si appelli all’attualità. [...] Sono libri che il lettore legge come se fossero commenti a una realtà di fatto. Qui però la ‘realtà’ indica solo modi di vedere giornalistici – i modi dell’attualità -, il tutto categorizzato secondo il criterio del ‘nuovo’. Il nuovo è un dogma ma anche una continua intimidazione, perché tutti dobbiamo avere paura di essere visti come dei sorpassati dal nuovo. A questo proposito c’è qualcosa di illuminante nel Don Chisciotte, dove si affaccia per la prima volta la questione della ‘realtà’, posta in un contrasto con l’immaginazione e le tendenze fantasticanti. E si affaccia anche l’idea che il nuovo sia qualcosa che spazza via le inutili anticaglie: i romanzi cavallereschi. Ma, posto questo schema, dove Don Chisciotte ha sempre torto, in quanto invasato dalle fantasie cavalleresche, poi succede che sono proprio le sue tendenze fantasticanti ad arricchire di senso il mondo. Sono le sue fantasie e riflessioni a farci intravedere l’aperto mondo sotto l’aperto cielo come la nostra vera casa”.
Forse, più che di realtà, si dovrebbe parlare di verità della letteratura. Ma è una questione talmente elettiva, e così necessariamente partigiana, che non mi aspetto di vederla dibattuta in modo soddisfacente sui media, e nemmeno su Internet...
P.S. Ai più interessati, consiglierei di incrociare la lettura di questi miei appunti con alcuni "articoli" e "incontri" che si trovano qui, nel mio sito: in particolare Siamo tutti testimoni e la conversazione con Christian Boltanski e Annette Messager... Altri post-scriptum li posterò nei commenti. B.S.

Nel 1967 Roland Barthes già decostruiva le certezze strutturaliste, come la distinzione tra “storia e “discorso”, in un breve saggio dal titolo “Il discorso della storia”. Quei testi, quelle enunciazioni che non mostrano traccia dell’enunciatore (l’io di chi scrive, o altri più discreti riferimenti spazio-temporali al tempo dello scrivere, o alla fisicità storica dell’autore), che si pretendono quindi “oggettivi” o “obiettivi”, non sono che il prodotto di una forma particolare di immaginazione e di strategia retorica, che Barthes chiama l’“illusione referenziale”. Essa è evidente negli scritti di chi vuole “limitarsi a “raccontare i fatti”, lasciare che il referente parli da solo - come se il significante (il linguaggio, l’enunciazione narrativa) fosse invisibile o inconsistente. E’ un atto linguistico performativo truccato, spiegava Barthes, un atto d’autorità. Ma non sarebbe (stato) possibile se, sotto l’egida della formula “è successo”, non avesse incontrato in effetti un gusto che segna la svolta dell’Occidente: il fascino a volte morboso per il “reale” e i suoi dettagli, ciò che, per esempio, costituì l’enorme successo del genere epistolare e del diario intimo, e che fu poi suggellato dallo sviluppo massiccio della fotografia, il cui tratto specifico rispetto al disegno è quello di attestare che ciò che vi si rappresenta “è realmente successo”. La figura retorica dell’oggettività dei fatti venne chiamata da Barthes “effetto di reale” (o “di realtà”), con cui un anno dopo titolò un altro suo scritto.
Ho letto in questi giorni un libro bellissimo, Approdo, dell'australiano di origine malese Shaun Tan (elliot 2008): l'immagine che si vede sopra viene da lì. L’ho letto anche se non compare neanche una parola, solo disegni, con zoomate e piani sequenze narrativi. Parla di migranti (proprio come un libro di quell’altro outsider e innovatore, lui sì assolutamente verbale, che è stato W. G. Sebald), e racconta una storia archetipale e al tempo stesso attuale, reale e immaginifica, in cui tutti i migranti della Terra possono ritrovarsi. Si basa anche su un archivio a portata di tutti: aneddoti tramandati da migranti di varie nazionalità (la trasmissione epica orale), alcuni dei quali raccolti nel libro Tales from a Suitcase; vecchie fotografie, comprese quelle dell'Ellis Island Immigration Museum; cartoline illustrate; film (Ladri di biciclette); incisioni (“Sopra Londra, in treno” di Gustave Doré), ecc. L’epica di questo libro è (anche) quella della testimonianza.
Siamo da tempo nell’Era del testimone, come titolava un libro di Annette Wievorka, l’epoca in cui (dopo la Shoah) l’avvento dei “sopravvissuti” (cioè i testimoni) e il dilatarsi della nozione di “archivio”, hanno cambiato non solo la storia e la storiografia, ma anche le arti e la letteratura. A volte la memoria si pone in conflitto con la storia, nell’ambizione di sostituire la sua oggettività arida e livellatrice con una versione più soggettiva ed empatica dei fatti. Ne tratta lo storico Enzo Traverso nel suo Il passato: istruzioni per l’uso. Storia, memoria, politica (ombre corte 2006), dove si riflette sulla differenza tra storico, testimone e scrittore in modo molto illuminante per chi si occupa di forme narrative.
E’ un fatto che da anni la letteratura trovi i suoi effetti più romanzeschi proprio lasciando da parte i modi e le strutture narrative della fiction, sempre più cristallizzata in cliché (ultimo, il noir stile “sceneggiatura”) a favore di una sorta di libero “documentario”. Non solo cioè con un “effetto di realtà”, ma con l’uso strutturale di documenti e reperti: lettere, fotografie, ritagli di giornali ecc. inseriti nel tessuto della narrazione. Trame che si confondono con la nozione stessa di archivio e/o di inchiesta, storie costruite stilisticamente col montaggio di documenti. Ma che ricordano anche la giocosa libertà dei bellissimi “musei immaginari” che Bruno Munari insegnava ai bambini (ricordate? prendere un sasso, un rametto storto, una foglia o un pezzo di muschio, e riporli in bacheche: scoprire e/o inventare il mondo, col gesto di repertoriarlo).
Ha cominciato, se non sbaglio, il grande narratore tedesco W. G. Sebald, mostrando che la soggettività non solo non si perde né si nega nel perseguire un romanzo che assume i tratti dell’indagine più oggettiva e referenziale, ma si potenzia fino all’ossessione. Contemporaneamente l’oggettività, l’effetto di reale più estremo e vincolante, non impedisce il completo dispiegarsi della libertà espressiva dell’autore. Un po’ come lo espresse Jean-Luc Godard quando rispose così al giovane aspirante cineasta che lo aveva avvicinato: “Intanto fammi un film su questa scatola di cerini” (e gliela porse).
La narrativa che oggi mi interessa (e in cui credo di rientrare: mi riferisco soprattutto al mio HP. L’ultimo autista di Lady Diana) è fatta di libri che nascono come reportages ma sfociano nel romanzo, come il bellissimo e tremendo Ossa nel deserto di Sergio Gonzalez Rodriguez (Adelphi), dedicato ai massacri irrisolti di donne a Ciudad Juarez, tra Usa e Messico (tema ripreso da molti altri libri), o il “gonzo journalism” di Hunter Thompson, fusione di cronaca e narrativa, rigorosamente in prima persona, il cui motore è dato dalla consapevolezza che la vita è quello che ti succede mentre stai facendo qualcosa d’altro. Oppure che sono e restano romanzi pur sfociando in una specie di reportage, o addirittura di esplicita denuncia (è il caso di Gomorra di Roberto Saviano, di cui non si sottolineano mai abbastanza le incursioni all’io di chi scrive, la presenza strutturale di “tracce dell’enunciatore” nel racconto); o, lontanissimo, di Due vite dell'indiano Vikram Seth, che scopre a quarant’anni l'Olocausto e la Storia grazie alla microstoria, grazie alle lettere nella soffitta dello zio a Londra, e della zia ebrea).
Non occorre che siano storie straordinarie a nutrire questi testi, ma vicende private, ordinarie. Come i racconti orali di Ascanio Celestini, sulla scia delle testimonianze raccolte dal suo maestro, Alessandro Portelli. Come il breve film (e libro) della milanese Alina Marazzi, Un’ora sola ti vorrei, che racconta la storia della madre, morta suicida quando l’autrice era bambina, attraverso fotografie, lettere, reperti medici, diari, filmini di famiglia, in un archivio femminile in cui ogni donna ritrova qualcosa della propria identità e genealogia. Raccontare vite usando i mezzi espressivi e il punto di vista, i documenti e la memoria di chi quella vita ha vissuto. A monte di tutto questo vi è una scoperta estetica che l’arte contemporanea ha per prima fatto propria: la qualità elegiaca e universale di frammenti e oggetti della vita ordinaria degli individui, che siano volti, come quelli anonimi e ingranditi che popolano le mostre di Christian Boltanski, o oggetti, reperti di ogni genere e sostanza. Se nell’arte opera da tempo una nozione attiva di “archivio” che ne ha deterritorializzato e riterritorializzato gli orizzonti, la letteratura è appena agli inizi.
Il distacco dello storico e l’empatia del testimone compongono “documentari” che trattano la realtà come un fantasma, mostrando la scaturigine e la formazione del proprio presente, del proprio “dire” presente. Realizzano cioè il vero senso della parola testimonianza, (dal latino superstitio): si è testimoni anche se non si è oculari, anche di eventi lontani nello spazio e nel tempo.Superstitio significava il "dono della presenza"; e il dono della presenza è dato dal racconto, dal tramandare.
Michel Foucault dedicò un saggio importante sul "genere" da lui chiamato “fantastico da biblioteca”, in cui rientrano di sicuro Le tentazioni di Sant’Antonio di Flaubert come parecchi dei romanzi di Philip K. Dick, ma anche uno dei libri secondo me più importanti e innovativi degli ultimi anni, scritto di recente da un appartato scrittore sperimentale, cioè sperimentatore di linguaggi: Giuseppe D’Agata, I passi sulla testa (Bompiani 2007). Vi si racconta “semplicemente” l’inventario della sua biblioteca di romanzi, su cui grava l’incombenza di un trasloco, quindi di una perdita. Penso infine, naturalmente, a Cervantes, che cita biblioteche di libri reali (anche propri!) in Don Chisciotte, e nel secondo tomo dell'opera il Cavaliere e il suo scudiero sono invitati dal Duca a corte, perché le loro avventure li hanno resi famosi (!). Cervantes è del resto modello di una libertà narrativa e affabulatoria che insegna come dalla realtà della letteratura (e della Storia) si possa entrare e uscire, in un’oscillazione continua. Ma anche – come una sorta di Spinoza della letteratura, anzi del romanzo – Cervantes è maestro nella consapevolezza dei diversi significati di ciò che si intende con la parola “realtà”, un po’ come ricordava Gianni Celati qualche mese fa in un’intervista: “La narrativa d’oggi è ormai un’appendice dell’informazione. E’ difficile trovare un romanzo d’oggi che non si appelli all’attualità. [...] Sono libri che il lettore legge come se fossero commenti a una realtà di fatto. Qui però la ‘realtà’ indica solo modi di vedere giornalistici – i modi dell’attualità -, il tutto categorizzato secondo il criterio del ‘nuovo’. Il nuovo è un dogma ma anche una continua intimidazione, perché tutti dobbiamo avere paura di essere visti come dei sorpassati dal nuovo. A questo proposito c’è qualcosa di illuminante nel Don Chisciotte, dove si affaccia per la prima volta la questione della ‘realtà’, posta in un contrasto con l’immaginazione e le tendenze fantasticanti. E si affaccia anche l’idea che il nuovo sia qualcosa che spazza via le inutili anticaglie: i romanzi cavallereschi. Ma, posto questo schema, dove Don Chisciotte ha sempre torto, in quanto invasato dalle fantasie cavalleresche, poi succede che sono proprio le sue tendenze fantasticanti ad arricchire di senso il mondo. Sono le sue fantasie e riflessioni a farci intravedere l’aperto mondo sotto l’aperto cielo come la nostra vera casa”.
Forse, più che di realtà, si dovrebbe parlare di verità della letteratura. Ma è una questione talmente elettiva, e così necessariamente partigiana, che non mi aspetto di vederla dibattuta in modo soddisfacente sui media, e nemmeno su Internet...
P.S. Ai più interessati, consiglierei di incrociare la lettura di questi miei appunti con alcuni "articoli" e "incontri" che si trovano qui, nel mio sito: in particolare Siamo tutti testimoni e la conversazione con Christian Boltanski e Annette Messager... Altri post-scriptum li posterò nei commenti. B.S.
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11/07/2008
Chiedo scuso se parlo (ancora) degli zingari
Mentre, sempre in nome della "sicurezza", il governo si appresta a schedare anche i clochards, cioè i poveri, i barboni, i senzatetto (e non per aiutarli o dare loro un tetto: schedarli, perché i poveri sono pericolosi), faccio qui una segnalazione che concerne gli zingari, e le leggende metropolitane foriere di violenza; per ricordare anche "il triangolo nero", e che "nessun popolo è illegale"; e comunque sempre a proposito di eclissi della democrazia, della re-pubblica e dei diritti civili. Da AGO PRESS:
“La Zingara rapitrice” è il tema di una conferenza stampa che si terrà lunedì 10 ottobre a Roma presso la sala Marconi della Radio Vaticana. Promossa dalla Fondazione Migrantes, sarà l'occasione per presentare una ricerca commissionata al Dipartimento di Psicologia e Antropologia Culturale dell’Università degli Studi di Verona sui presunti tentati rapimenti, addebitati ai rom nell’arco di tempo che va dal 1986 al 2007 in Italia. I casi sono stati individuati e analizzati partendo dalle notizie fornite dalla stampa nazionale e esaminati attraverso la consultazione dei fascicoli nei diversi tribunali italiani. Il risultato principale che emerge dalla ricerca è che “non esiste alcun caso in cui viene commesso un rapimento. Nessun esito, infatti, corrisponde ad una sottrazione dell’infante effettivamente avvenuta e provata oggettivamente. Anche laddove si apre un processo, il fatto contestato viene sempre qualificato come delitto tentato e non commesso, le cui circostanze aprono ad una complessa valutazione - all’interno della quale possono a volte far capolino le categorie del senso comune - dell’esistenza o meno della volontà dolosa”.
Durante la conferenza stampa saranno presentati anche i dati di un’altra ricerca volta a verificare quanti bambini figli di rom e sinti siano stati dati in affidamento e/o adozione dai tribunali dei minori italiani a famiglie “gagè”, non zingare.
(Commento mio (b.s.): è per questa leggenda metropolitana - gli zingari rubano bambini - che il convegno citato sopra, per quanto con estema prudenza e tantissimi eufemismi, si appresta a smontare, che sono stati incendiati ed evacuati campi nomadi, che il ministro maroni ha potuto varare la sua carta della sicurezza, con proliferazione di divieti da parte dei sindaci-sceriffi, e forse anche il fatto che roma sia governata oggi da alemanno, ecc. ecc.)
“La Zingara rapitrice” è il tema di una conferenza stampa che si terrà lunedì 10 ottobre a Roma presso la sala Marconi della Radio Vaticana. Promossa dalla Fondazione Migrantes, sarà l'occasione per presentare una ricerca commissionata al Dipartimento di Psicologia e Antropologia Culturale dell’Università degli Studi di Verona sui presunti tentati rapimenti, addebitati ai rom nell’arco di tempo che va dal 1986 al 2007 in Italia. I casi sono stati individuati e analizzati partendo dalle notizie fornite dalla stampa nazionale e esaminati attraverso la consultazione dei fascicoli nei diversi tribunali italiani. Il risultato principale che emerge dalla ricerca è che “non esiste alcun caso in cui viene commesso un rapimento. Nessun esito, infatti, corrisponde ad una sottrazione dell’infante effettivamente avvenuta e provata oggettivamente. Anche laddove si apre un processo, il fatto contestato viene sempre qualificato come delitto tentato e non commesso, le cui circostanze aprono ad una complessa valutazione - all’interno della quale possono a volte far capolino le categorie del senso comune - dell’esistenza o meno della volontà dolosa”.
Durante la conferenza stampa saranno presentati anche i dati di un’altra ricerca volta a verificare quanti bambini figli di rom e sinti siano stati dati in affidamento e/o adozione dai tribunali dei minori italiani a famiglie “gagè”, non zingare.
(Commento mio (b.s.): è per questa leggenda metropolitana - gli zingari rubano bambini - che il convegno citato sopra, per quanto con estema prudenza e tantissimi eufemismi, si appresta a smontare, che sono stati incendiati ed evacuati campi nomadi, che il ministro maroni ha potuto varare la sua carta della sicurezza, con proliferazione di divieti da parte dei sindaci-sceriffi, e forse anche il fatto che roma sia governata oggi da alemanno, ecc. ecc.)
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11/04/2008
Avviso importante: depositata una denuncia contro il Senatore Francesco Cossiga
Questo non è un appello, è una segnalazione. Un'informazione.
E' stata depositata presso la Procura dela Repubblica di Roma una denuncia al senatore Francesco Cossiga, come si legge nel testo che qui di seguito incollo. Dopo di esso, incollo anche il facsimile per l'adesione alla denuncia.
Aggiungo solo questo, frettolosamente: chi sa, direttamente o indirettamente, che cosa è accaduto nel 1977 e dopo; chi è andato all'epoca alle manifestazioni di protesta (erano tante, e varie) senza riempirsi le tasche di bulloni, senza delirare su "alzare il livello dello scontro", e solo per protestare; chi ha conosciuto, direttamente o indirettamente, il trauma di essere oggetto di sparatorie, accerchiato, assediato, infiltrato; chi si ricorda il significato della parola "repressione", prima e/o dopo il G8 di Genova (io lo ricordo da prima), e chi si ricorda di Giorgiana Masi, 19 anni, uccisa nel maggio 1977 da un proiettile sul Ponte Garibaldi a Roma, durante una manifestazione indetta dai radicali (!), plurinfiltrata da poliziotti infiltati e armati, allora sa come si può essere indignati per le dichiarazioni oggetto di denuncia dell'allora (anni Settanta) ministro dell'Interno Cossiga.
Alla Procura della Repubblica di Roma
I sottoscritti denunciano alla Procura della Repubblica di Roma il senatore Francesco Cossiga per le dichiarazioni da lui rilasciate a “Il giorno”, “Il resto del Carlino” e “La Nazione”, pubblicate su questi quotidiani il 23 ottobre scorso, dichiarazioni tanto più gravi in quanto provengono da un personaggio che ha ricoperto i ruoli più elevati nelle istituzioni della Repubblica Italiana.
Nell’ambito di queste dichiarazioni appaiono particolarmente delittuose le seguenti affermazioni (tra virgolette le parole del senatore Cossiga, il resto del testo è costituito dalle domande e dagli interventi del giornalista).
“Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand`ero ministro dell`Interno”.
Ossia?
<…>
“In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito...».
Gli universitari, invece?
«Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».
Dopo di che?
«Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».
Nel senso che...
«Nel senso che le forze dell`ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano».
Anche i docenti?
«Soprattutto i docenti».
Presidente, il suo è un paradosso, no?
«Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!».
(Fonte: Rassegna stampa del governo italiano: http://rassegna.governo.it/testo.asp?d=32976406)
In tali dichiarazioni sono rilevabili i reati – quanto meno – di istigazione a delinquere, commesso pubblicamente come richiesto dalla legge per la sua punibilità: istigazione rivolta sia al ministro Maroni sia agli stessi organi di polizia preposti all’ordine pubblico (art. 414 CP); di istigazione di militari (i Carabinieri) a disobbedire alle leggi a violare il giuramento – sulla Costituzione - (art. 266 CP:) e di apologia di reato (ancora 414 CP), in relazione ai reati da lui commessi ed ora spudoratamente confessati.
I sottoscritti chiedono che per quanto sopra si proceda penalmente a carico del sen. Francesco COSSIGA per i reati suddetti e per tutti quelli che potranno essere ravvisati.
Dichiarano di sentirsi, come cittadini della Repubblica, persone offese da tali reati; riservano la costituzione di parte civile e formalmente chiedono, ai sensi dell'’art. 408 CP, di essere informati in caso di richiesta di archiviazione.
I firmatari denuncianti sono 5. Le adesioni allegate 218. Tra i firmatari, Pietro Leone – nato il 16 06 1939, residente a Roma - e-mail: piero.leone@gmail.com, a cui si possono far pervenire, anche per fax, le adesioni. I suoi recapiti: 06 3220789 (tel. e fax) e cell. 3396085505.
FACSIMILE PER ADERIRE:
Alla Procura della Repubblica di Roma
I sottoscritti cittadini italiani dichiarano di aderire alla denuncia fatta alla Procura della Repubblica di Roma, da Pietro Leone ed altri, nei confronti del senatore Francesco Cossiga a proposito delle sue recenti dichiarazioni ad alcuni giorni in cui i denuncianti hanno ravvisato l’ipotesi del reato di istigazione a delinquere (art. 414 CP), istigazione di militari (art. 266 CP) e apologia di reato (ancora art. 414 CP).
Cognome Nome Data di nascita Indirizzo Firma
E' stata depositata presso la Procura dela Repubblica di Roma una denuncia al senatore Francesco Cossiga, come si legge nel testo che qui di seguito incollo. Dopo di esso, incollo anche il facsimile per l'adesione alla denuncia.
Aggiungo solo questo, frettolosamente: chi sa, direttamente o indirettamente, che cosa è accaduto nel 1977 e dopo; chi è andato all'epoca alle manifestazioni di protesta (erano tante, e varie) senza riempirsi le tasche di bulloni, senza delirare su "alzare il livello dello scontro", e solo per protestare; chi ha conosciuto, direttamente o indirettamente, il trauma di essere oggetto di sparatorie, accerchiato, assediato, infiltrato; chi si ricorda il significato della parola "repressione", prima e/o dopo il G8 di Genova (io lo ricordo da prima), e chi si ricorda di Giorgiana Masi, 19 anni, uccisa nel maggio 1977 da un proiettile sul Ponte Garibaldi a Roma, durante una manifestazione indetta dai radicali (!), plurinfiltrata da poliziotti infiltati e armati, allora sa come si può essere indignati per le dichiarazioni oggetto di denuncia dell'allora (anni Settanta) ministro dell'Interno Cossiga.
Alla Procura della Repubblica di Roma
I sottoscritti denunciano alla Procura della Repubblica di Roma il senatore Francesco Cossiga per le dichiarazioni da lui rilasciate a “Il giorno”, “Il resto del Carlino” e “La Nazione”, pubblicate su questi quotidiani il 23 ottobre scorso, dichiarazioni tanto più gravi in quanto provengono da un personaggio che ha ricoperto i ruoli più elevati nelle istituzioni della Repubblica Italiana.
Nell’ambito di queste dichiarazioni appaiono particolarmente delittuose le seguenti affermazioni (tra virgolette le parole del senatore Cossiga, il resto del testo è costituito dalle domande e dagli interventi del giornalista).
“Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand`ero ministro dell`Interno”.
Ossia?
<…>
“In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito...».
Gli universitari, invece?
«Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».
Dopo di che?
«Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».
Nel senso che...
«Nel senso che le forze dell`ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano».
Anche i docenti?
«Soprattutto i docenti».
Presidente, il suo è un paradosso, no?
«Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!».
(Fonte: Rassegna stampa del governo italiano: http://rassegna.governo.it/testo.asp?d=32976406)
In tali dichiarazioni sono rilevabili i reati – quanto meno – di istigazione a delinquere, commesso pubblicamente come richiesto dalla legge per la sua punibilità: istigazione rivolta sia al ministro Maroni sia agli stessi organi di polizia preposti all’ordine pubblico (art. 414 CP); di istigazione di militari (i Carabinieri) a disobbedire alle leggi a violare il giuramento – sulla Costituzione - (art. 266 CP:) e di apologia di reato (ancora 414 CP), in relazione ai reati da lui commessi ed ora spudoratamente confessati.
I sottoscritti chiedono che per quanto sopra si proceda penalmente a carico del sen. Francesco COSSIGA per i reati suddetti e per tutti quelli che potranno essere ravvisati.
Dichiarano di sentirsi, come cittadini della Repubblica, persone offese da tali reati; riservano la costituzione di parte civile e formalmente chiedono, ai sensi dell'’art. 408 CP, di essere informati in caso di richiesta di archiviazione.
I firmatari denuncianti sono 5. Le adesioni allegate 218. Tra i firmatari, Pietro Leone – nato il 16 06 1939, residente a Roma - e-mail: piero.leone@gmail.com, a cui si possono far pervenire, anche per fax, le adesioni. I suoi recapiti: 06 3220789 (tel. e fax) e cell. 3396085505.
FACSIMILE PER ADERIRE:
Alla Procura della Repubblica di Roma
I sottoscritti cittadini italiani dichiarano di aderire alla denuncia fatta alla Procura della Repubblica di Roma, da Pietro Leone ed altri, nei confronti del senatore Francesco Cossiga a proposito delle sue recenti dichiarazioni ad alcuni giorni in cui i denuncianti hanno ravvisato l’ipotesi del reato di istigazione a delinquere (art. 414 CP), istigazione di militari (art. 266 CP) e apologia di reato (ancora art. 414 CP).
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9/23/2008
Sulle parole (pensieri disordinati in margine al "Dizionario affettivo della lingua italiana")
Dunque, per le edizioni Fandango è uscito in questi giorni un Dizionario affettivo della lingua italiana, a cura di Matteo B. Bianchi con Giorgio Vasta. Tra i quasi trecento narratori e/o poeti figuro anch'io, e mi è capitato di leggere la mia breve voce a Pordenonelegge, poco prima che dialogassi al ridotto del Teatro Verdi con lo scrittore olandese Arnon Grunberg. Quello di cui però mi rendo conto oggi, sfogliando questo libro (che mi suscita impressioni contrastanti, ma non è importante) è che ho completamente mancato il bersaglio, perché da quando mi avevano chiesto di aderire, al giorno in cui Matteo B. Bianchi mi ha chiamato per dirmi che si andava in stampa, e non avevo ancora mandato la mia "parola", mi ero completamente dimenticato dell'aggettivo "affettivo" che connotava il dizionario. E così, mezz'ora prima di partire in vacanza, ho mandato la parola "Realtà", a cui sono tutt'altro che affezionato. Credo che avessi in mente piuttosto il Sottisier di Flaubert, il suo "dizionario dei luoghi comuni". Si legge infatti nel Dizionario, a mia firma:
Realtà: Parola vaga e dal senso ondivago, spesso confuso (la si traduce infatti più spesso con un gesto, il cui senso sarebbe, ostensivamente appunto, “tutto questo”, o anche: “le cose”, oppure: “quello che accade”, o anche: “i fatti”. Beninteso, “anche le allucinazioni sono fatti” (Louis Althusser, 1991). Vale anche come sinonimo convesso della parola concava "immaginazione" (gr. "phantasia", da cui "fantasma"). Al singolare il significato odierno di realtà vale come: “un sogno senza sognatori” (v. "sogno"). Al plurale (da preferirsi), il suo impiego e significato valgono come sinonimo di storie (v. "storie").
La parola "realtà" non è quella che mi piace di più. Nel mio Niente di tutto questo mi appartiene (1994) c'è un racconto, "Il mondo delle parole precise", che dice il mio disagio e la mia ignoranza delle parole (non sapere e non trovare le parole delle cose, che è forse una delle ragioni per cui ho cominciato e continuato a scrivere delle frasi, cioè per bypassare e compensare le mie lacune). E in quello precedente, Café Suisse... (1992), trovo ora questa frase che avebbe dovuto e potuto orientarmi (il racconto è "L'infinito di Dante", storia di uno strano fotografo): "... Quando vedo qualcosa che mi piace, un prato o una casa o degli alberi, allora scrivo: Gli alberi. Il prato. Poi dico: quale sarà il nome di questo albero? A me piace la parola gelso: 'I rami dei gelsi sono scossi dal vento'. Ma potrei anche dire: 'E' una giornata limpida e cammino sulle strade dei gelsi con le scarpe da ginnastica che mi fanno sentire agile'..." ecc. ecc. Forse avrei dovuto scegliere la parola "gelso", allora. Ma mi piace ancora? Sicuramente mi piace la parola "erba" (e mi viene in mente Corrado Costa: "se si scrive / lepre / non è detto se si scrive lepre che sarà una lepre / che correrà sull’erba / non è detto che ci sarà dell’erba se si scrive / erba erba erba erba erba erba erba"). Mi piace "cielo", mi piace "celeste", mi piace "nuvola", mi piace un nome come "Sara", e forse sono quelle le parole che ho usato di più. Ma quelle che userò? Mi piace molto anche "tette" e "culo", se è per questo (devo controllare: sarebbe strano che nel Dizionario affettivo nessuno le avesse scelte, ma è verosimile). Adesso mi viene anche in mente che in un ironico libro di David Lodge sugli scrittori, c'è un romanziere che rimane assai frustrato nell'apprendere, grazie all'informatico inventore di un apposito programma, che la parola da lui più usata nei suoi romanzi è l'aggettivo "gonfio"...
In realtà a me piacciono le frasi, l'unità linguistica minima per me è la frase, non la singola parola. Le singole parole sono sempre manchevoli e mancanti ai miei occhi. Mi danno quasi ansia. Anche perché, confesso, spesso non le trovo, e mi trascino in un giro di parole. Amo le perifrasi, e infatti amo Robert Walser, amo le parole concave e a-referenziali, vuote di contenuto, almeno apparentemente. Le preposizioni. Oppure, ecco, la mia parola affettiva avrebbe dovuto e potuto essere "forse", la parola più inutile, che pure è per me un utensile insostituibile, oltre che fonte di vertigine come il dubbio cartesiano o la preferenza negativa di Bartleby, capace di corrodere ogni presunzione affermativa o assertiva, ogni "c'è", ogni das Gibt... Forse.
Invece, lo scorso luglio, mezz'ora prima di partire in vacanza, ho scritto "Realtà", e va bene così. Infatti l'altra sera al teatro di Pordenone ho citato e letto, dialogando con Arnon Grunberg, alcune frasi del suo Il rifugiato che mi piacevano molto. Hanno a che fare con le parole: il personaggio è un ex scrittore a disagio con se stesso, con l'amore, con tutto, che non scrive più ma fa il traduttore di libretti d'istruzione. E' inabile e stupito di fronte ai giochi (o atti) linguistici più semplici, i rituali quotidiani e ordinari, forse per eccesso di consapevolezza. A un certo punto pensa: "Le parole non rappresentano la realtà, sono il lubrificante con cui la realtà ti viene infilata nel sedere come una supposta". Alla fine, è vero, tutto torna.
Realtà:
La parola "realtà" non è quella che mi piace di più. Nel mio Niente di tutto questo mi appartiene (1994) c'è un racconto, "Il mondo delle parole precise", che dice il mio disagio e la mia ignoranza delle parole (non sapere e non trovare le parole delle cose, che è forse una delle ragioni per cui ho cominciato e continuato a scrivere delle frasi, cioè per bypassare e compensare le mie lacune). E in quello precedente, Café Suisse... (1992), trovo ora questa frase che avebbe dovuto e potuto orientarmi (il racconto è "L'infinito di Dante", storia di uno strano fotografo): "... Quando vedo qualcosa che mi piace, un prato o una casa o degli alberi, allora scrivo: Gli alberi. Il prato. Poi dico: quale sarà il nome di questo albero? A me piace la parola gelso: 'I rami dei gelsi sono scossi dal vento'. Ma potrei anche dire: 'E' una giornata limpida e cammino sulle strade dei gelsi con le scarpe da ginnastica che mi fanno sentire agile'..." ecc. ecc. Forse avrei dovuto scegliere la parola "gelso", allora. Ma mi piace ancora? Sicuramente mi piace la parola "erba" (e mi viene in mente Corrado Costa: "se si scrive / lepre / non è detto se si scrive lepre che sarà una lepre / che correrà sull’erba / non è detto che ci sarà dell’erba se si scrive / erba erba erba erba erba erba erba"). Mi piace "cielo", mi piace "celeste", mi piace "nuvola", mi piace un nome come "Sara", e forse sono quelle le parole che ho usato di più. Ma quelle che userò? Mi piace molto anche "tette" e "culo", se è per questo (devo controllare: sarebbe strano che nel Dizionario affettivo nessuno le avesse scelte, ma è verosimile). Adesso mi viene anche in mente che in un ironico libro di David Lodge sugli scrittori, c'è un romanziere che rimane assai frustrato nell'apprendere, grazie all'informatico inventore di un apposito programma, che la parola da lui più usata nei suoi romanzi è l'aggettivo "gonfio"...
In realtà a me piacciono le frasi, l'unità linguistica minima per me è la frase, non la singola parola. Le singole parole sono sempre manchevoli e mancanti ai miei occhi. Mi danno quasi ansia. Anche perché, confesso, spesso non le trovo, e mi trascino in un giro di parole. Amo le perifrasi, e infatti amo Robert Walser, amo le parole concave e a-referenziali, vuote di contenuto, almeno apparentemente. Le preposizioni. Oppure, ecco, la mia parola affettiva avrebbe dovuto e potuto essere "forse", la parola più inutile, che pure è per me un utensile insostituibile, oltre che fonte di vertigine come il dubbio cartesiano o la preferenza negativa di Bartleby, capace di corrodere ogni presunzione affermativa o assertiva, ogni "c'è", ogni das Gibt... Forse.
Invece, lo scorso luglio, mezz'ora prima di partire in vacanza, ho scritto "Realtà", e va bene così. Infatti l'altra sera al teatro di Pordenone ho citato e letto, dialogando con Arnon Grunberg, alcune frasi del suo Il rifugiato che mi piacevano molto. Hanno a che fare con le parole: il personaggio è un ex scrittore a disagio con se stesso, con l'amore, con tutto, che non scrive più ma fa il traduttore di libretti d'istruzione. E' inabile e stupito di fronte ai giochi (o atti) linguistici più semplici, i rituali quotidiani e ordinari, forse per eccesso di consapevolezza. A un certo punto pensa: "Le parole non rappresentano la realtà, sono il lubrificante con cui la realtà ti viene infilata nel sedere come una supposta". Alla fine, è vero, tutto torna.
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9/12/2008
Essere al verde
C'è Enrico il Verde di Keller, Il raggio verde di Rohmer, La camera verde di Truffaut, Il miglio verde di St. King, il Verde matematico di Andra Pazienza, e un'altra miriade di riferimenti (anche il Corsaro Verde di Salgari e il Cappuccetto Verde di Munari...). Annotava Mario Schifano: "Il verde non ha un sentimento (come non lo hanno i miei colori), ma ha un riferimento. E una forma metaforica".
Comunque sia, a Bari, nella Sala Murat, col sostegno di Comune e Provincia, il 4 settembre si è inaugurata un'ampia mostra multimediale, a cura del fotografo Gianni Leone, sul tema del VERDE (aperta fino al 28). Arte, scritture, fotografia, installazioni, tutto dedicato al "verde". Sull'evento si può leggere, fra l'altro, qui e qui.
Il 26 settembre andrò lì a fare una lettura e salutare gli amici, possibilmente sulle "panchine" (verdi a onda). Ci sarà anche Paola Ghirri (vedova di Luigi). Sul libro catalogo, a cura dei Presidi del Libro, di Marina Losappio e Anna D'Elia, c' anche un mio testo sul "verde", che (chissà perché) mi è venuto così:
Alla fine e all’inizio di tutto, il verde.
Una panchina di legno a onda.
Quello che resta, quello che resiste.
L’ultima luce – il raggio verde
Essere al verde: il pasto nudo.
(Nelle Note al Malmantile riacquistato (1688) di Paolo Minucci si legge che nelle aste pubbliche del Magistrato del Sale di Firenze si adoperavano, come segnatempo, lunghe candele di sego tinte di verde nell’estremità inferiore: quando la candela arrivava “al verde”, l’asta si chiudeva. Da qui l’espressione “la candela è al verde” per indicare che il tempo era finito, ma anche “essere al verde di denari” - contratta nell’attuale “essere al verde”. Secondo un’altra teoria l’espressione viene da un’usanza medievale, l’accensione di una lanterna verde quando era pronto il cibo per una speciale categoria di poveri, i “vergognosi”, coloro cioè che non erano nati poveri ma lo erano diventati, e per questo non si adattavano alla questua. L’usanza permetteva loro di accedere all’ente caritatevole in silenzio, senza bussare, con minori probabilità di essere visti. Soltanto i poveri non avevano i soldi per comperare una candela nuova quando essa era finita, cosi la utilizzavano fino alla base, un tempo di colore verde. Altri studi ricordano l’usanza, anch’essa medievale, di far portare un berretto verde ai falliti in segno di pubblico scherno. A Padova, nella sala verde dell’antico Caffè Pedrocchi, per tradizione chiunque poteva accomodarsi senza consumare).
Per altri però l’espressione “restare al verde” è nata nelle case da gioco: quando il giocatore ha perso tutte le sue fiches, allo sguardo resta solo il tavolo vuoto, che è verde.
Comunque sia, a Bari, nella Sala Murat, col sostegno di Comune e Provincia, il 4 settembre si è inaugurata un'ampia mostra multimediale, a cura del fotografo Gianni Leone, sul tema del VERDE (aperta fino al 28). Arte, scritture, fotografia, installazioni, tutto dedicato al "verde". Sull'evento si può leggere, fra l'altro, qui e qui.
Il 26 settembre andrò lì a fare una lettura e salutare gli amici, possibilmente sulle "panchine" (verdi a onda). Ci sarà anche Paola Ghirri (vedova di Luigi). Sul libro catalogo, a cura dei Presidi del Libro, di Marina Losappio e Anna D'Elia, c' anche un mio testo sul "verde", che (chissà perché) mi è venuto così:
Essere al verde
Alla fine e all’inizio di tutto, il verde.
Una panchina di legno a onda.
Quello che resta, quello che resiste.
L’ultima luce – il raggio verde
Essere al verde: il pasto nudo.
(Nelle Note al Malmantile riacquistato (1688) di Paolo Minucci si legge che nelle aste pubbliche del Magistrato del Sale di Firenze si adoperavano, come segnatempo, lunghe candele di sego tinte di verde nell’estremità inferiore: quando la candela arrivava “al verde”, l’asta si chiudeva. Da qui l’espressione “la candela è al verde” per indicare che il tempo era finito, ma anche “essere al verde di denari” - contratta nell’attuale “essere al verde”. Secondo un’altra teoria l’espressione viene da un’usanza medievale, l’accensione di una lanterna verde quando era pronto il cibo per una speciale categoria di poveri, i “vergognosi”, coloro cioè che non erano nati poveri ma lo erano diventati, e per questo non si adattavano alla questua. L’usanza permetteva loro di accedere all’ente caritatevole in silenzio, senza bussare, con minori probabilità di essere visti. Soltanto i poveri non avevano i soldi per comperare una candela nuova quando essa era finita, cosi la utilizzavano fino alla base, un tempo di colore verde. Altri studi ricordano l’usanza, anch’essa medievale, di far portare un berretto verde ai falliti in segno di pubblico scherno. A Padova, nella sala verde dell’antico Caffè Pedrocchi, per tradizione chiunque poteva accomodarsi senza consumare).
Per altri però l’espressione “restare al verde” è nata nelle case da gioco: quando il giocatore ha perso tutte le sue fiches, allo sguardo resta solo il tavolo vuoto, che è verde.
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9/05/2008
La rabbia di Pasolini (e lo humour di Echenoz a Mantova)
Sono a Mantova, al Festivaletteratura, dove alle 18 dialogherò con lo scrittore Jean Echenoz. Lo considero lo scrittore più interessante e godibile da leggere che vi sia in circolazione in lingua francese. Un impasto (per dare un'idea approssimativa) di stile conciso alla Hammett, di responsabilità dell stile alla Beckett, poi ancora della moderna classicità e lucidità di un Flaubert, e della libertà e attenzione alle cose (alla geografia e alla deambulazione urbana) di Georges Perec. Naturalmente trasferito in un oltre molto attuale, oltre anche il nostro tempo presente. Chi vuole, può leggere qui nel sito questa conversazione che ebbi con lui l'anno scorso.
Contemporaneamente, nella vita parallela dei giornali, oggi su l'Unità è uscito un mio pezzo che incollo qui su La Rabbia di Pier Paolo Pasolini (1963) - da oggi nelle sale - col titolo:
Quando l’Italia sapeva arrabbiarsi
di Beppe Sebaste
di Beppe Sebaste
COLLOQUIO con il regista Giuseppe Bertolucci a proposito della Rabbia, film-documentario pasoliniano che ha suscitato un vespaio dopo la proiezione a Venezia e che da oggi è nelle sale: «Ho restituito a Pasolini ciò che era suo»
In Italia c’è una piccola borghesia, e per questo c’è solo una piccola rabbia. Ma avendo avuto la Resistenza, che è stata una grande rabbia organizzata, ogni rabbia assume oggi le vesti dell’ideologia o della rivoluzione. Non esiste un’altra rabbia, non ci sono gli arrabbiati puri, i beatnik. L’arrabbiato ideale, sublime per me era Socrate. Così Pier Paolo Pasolini in un’intervista del 1963, lo stesso anno in cui uscì il film La rabbia, che accettò di girare pur se in condominio (quasi una par condicio ideologica) col viscerale anticomunista (e antiamericano) Giovannino Guareschi. Andò così: Gastone Ferranti, editore di Mondo libero, nell’autunno del 1962 propose a Pasolini, che aveva già girato Accattone e Mamma Roma, di estrarre un film dal magma di materiali di attualità, 90.000 metri di pellicola, del rotocalco cinematografico. A materiale già girato (senza filo cronologico, avvertiva Pasolini, né forse logico, ma «seguendo le mie convinzioni politiche e il mio sentimento poetico»), il produttore decise però di affidare a Giovannino Guareschi una metà del film. Pasolini non ne fu certo contento. Veniamo all’oggi. Da un’idea di Tatti Sanguineti, il regista Giuseppe Bertolucci, presidente della Cineteca di Bologna, che aveva già restaurato e presentato alla Festa del Cinema di Roma il film in condominio - La Rabbia del 1963 - ha restaurato, o meglio realizzato, una «ipotesi di ricostruzione della parte iniziale inedita», basandosi rigorosamente sugli appunti e materiali lasciati da Pasolini. Ecco finalmente integrale La Rabbia di Pasolini, uno degli eventi del Festival di Venezia visibile da oggi nelle sale italiane.È un film bellissimo e sorprendente, quasi insopportabilmente attuale, che ci costringe a retrodatare l’acutezza e la capacità profetica di cogliere i segni del tempo presente già anni prima dei suoi Scritti corsari.
In Italia c’è una piccola borghesia, e per questo c’è solo una piccola rabbia. Ma avendo avuto la Resistenza, che è stata una grande rabbia organizzata, ogni rabbia assume oggi le vesti dell’ideologia o della rivoluzione. Non esiste un’altra rabbia, non ci sono gli arrabbiati puri, i beatnik. L’arrabbiato ideale, sublime per me era Socrate. Così Pier Paolo Pasolini in un’intervista del 1963, lo stesso anno in cui uscì il film La rabbia, che accettò di girare pur se in condominio (quasi una par condicio ideologica) col viscerale anticomunista (e antiamericano) Giovannino Guareschi. Andò così: Gastone Ferranti, editore di Mondo libero, nell’autunno del 1962 propose a Pasolini, che aveva già girato Accattone e Mamma Roma, di estrarre un film dal magma di materiali di attualità, 90.000 metri di pellicola, del rotocalco cinematografico. A materiale già girato (senza filo cronologico, avvertiva Pasolini, né forse logico, ma «seguendo le mie convinzioni politiche e il mio sentimento poetico»), il produttore decise però di affidare a Giovannino Guareschi una metà del film. Pasolini non ne fu certo contento. Veniamo all’oggi. Da un’idea di Tatti Sanguineti, il regista Giuseppe Bertolucci, presidente della Cineteca di Bologna, che aveva già restaurato e presentato alla Festa del Cinema di Roma il film in condominio - La Rabbia del 1963 - ha restaurato, o meglio realizzato, una «ipotesi di ricostruzione della parte iniziale inedita», basandosi rigorosamente sugli appunti e materiali lasciati da Pasolini. Ecco finalmente integrale La Rabbia di Pasolini, uno degli eventi del Festival di Venezia visibile da oggi nelle sale italiane.È un film bellissimo e sorprendente, quasi insopportabilmente attuale, che ci costringe a retrodatare l’acutezza e la capacità profetica di cogliere i segni del tempo presente già anni prima dei suoi Scritti corsari.
Ne ho parlato con Giuseppe Bertolucci, che mi cita il capitolo su De Gasperi, definito come «colui che ci salvò dal ritorno del fascismo e insieme uccise tutte le nostre speranze», o le tesi precoci sulla televisione, ancora all’inizio e in fase sperimentale, quasi una prova tecnica di trasmissione, ma già identificata come organo della menzogna. Guardiamo insieme un film sull’Italia e il mondo di ieri, commentando l’Italia di oggi. La posizione politica e morale di Pasolini si può riassumere nell’appello poetico che commenta le manifestazioni in Europa sull’invasione sovietica dell’Ungheria, molte delle quali palesemente fasciste: non si grida «viva la libertà» con disprezzo o con odio... se non si grida viva la libertà con amore, non si grida viva la libertà. «Pasolini risalta come un pensatore che si schiera, che non si nasconde mai dietro un dito. Mai burocratico, o cieco, disattento, e all’opposto dell’ambiguità. Anche per questo credo sia importante portare questo film integro e completo nelle sale. È un gesto politico», mi dice Bertolucci.
I figli dello scrittore emiliano gli hanno chiesto di dimettersi dal comitato per le celebrazioni del centenario, dopo alcune sue dichiarazioni al Festival del Cinema. Ha acconsentito civilmente. Ma è stato oggetto di polemiche, aspre quanto pretestuose, da parte di molti giornali. Eppure non solo ha restaurato la copia originale (Guareschi compreso) del film, ma allestito alla Cineteca di Bologna una mostra, tuttora in corso, dedicata all’opera di Guareschi, e tempo addietro una retrospettiva di tutti i film tratti dalle sue opere. «Non ho mai avuto nessun partito preso o pregiudizio ideologico nei suoi confronti», spiega. «Nello stesso tempo, come Cineteca di Bologna e io personalmente abbiamo lavorato filologicamente, e non per la prima volta, su Pier Paolo Pasolini. Gli fu imposto di togliere quei venti minuti per dare spazio a Guareschi. Quella parte firmata da Guareschi, ho detto a Venezia, è impresentabile e razzista. Mio giudizio. I figli di Guareschi hanno civilmente protestato, altrettanto civilmente mi sono dimesso dal comitato per Guareschi. Ma nonostante questo è stata montata e inventata una polemica campata per aria, un brutto segno dei tempi. Oggi ha rilevanza mediatica solo la rissa, e ogni esternazione di pensiero deve essere trasformato in rissa per fare notizia, trasformare in notizia una non notizia per poter schiamazzare. C’è perfino chi ha richiamato censure ideologiche. Confesso che un momento così brutto in Italia non l’ho mai vissuto: c’è una totale assenza di reazioni, politiche e culturali, di pensiero. È come una specie di virus, una malattia che si sta diffondendo, una totale mancanza di reazioni, come se nessuna reazione avesse senso...» Quanto al razzismo di Guareschi, aggiungo io, nella parte del film da lui commentata basterebbe la lunga scena della danza di africani con la colonna sonora del can can del Moulin Rouge, che rende goffi e ridicoli i loro gesti allo stesso modo crudele dell’Albatro della poesia di Baudelaire, imprigionato e schernito dai marinai.
«Pasolini e Guareschi, è vero, erano inconciliabili - dice Bertolucci -. L’unico elemento comune, se vogliamo, è che entrambi hanno pagato di persona la coerenza con le loro idee. Guareschi fece alcuni mesi di prigione per delle affermazioni su De Gasperi, Pier Paolo Pasolini, come è noto, fu per anni al centro di un linciaggio mediatico senza precedenti. Se c’è qualcuno che ha subìto censure è senz’altro Pasolini. La nostra idea è stata di restituire l’integrità del progetto iniziale, togliere la parte aggiunta di Guareschi e ripristinare i diciotto minuti mancanti del film. L’ho chiamata una “simulazione”, anche se seguo alla lettera il progetto e gli appunti di Pasolini».
Se la parte «edita» nel ’63, con le voci off di Giorgio Bassani e di Renato Guttuso, ha il tono intimo, salmodiante e quasi predicativo del Vangelo secondo Matteo, con cui ha in comune alcune musiche algerine, la parte «inedita» colpisce per la forza e il nitore, e suona se è possibile anche più dura. Mentre sfilano le manifestazioni popolari, le forze armate, le cerimonie civili all’indomani della Liberazione, e con esse gli anni Quaranta e Cinquanta, la voce scandisce più volte: Il tempo fu una lenta vittoria, che vinse vinti e vincitori. Profetico anche nel giudicare l’attuale revisionismo della Storia, Pasolini commenta i giorni in cui le autorità non si distinsero dalle folle mediocri degli elettori, i giorni in cui gli eroi vestirono il grigio. I grandi d’Europa si siedono a Ginevra per la pace futura con la guerra in cuore. Ora, dice sempre più severamente il poeta, il male della vita è libero. Le immagini euforiche dei cinegiornali che esaltano la ripresa del treno del carbone e della produzione dell’acciaio europeo, raccontano, prima del mercato comune, la comune aridità e il comune ballo. I nuovi conflitti, i nuovi profughi, le sodome di stracci, le gomorre della miseria, la furia che fa del mondo il contrario di sé, una rovina, un’oscurità senza fondo, si alterna con le miserabili consolazioni. La televisione (voce del benessere del padrone) è analizzata alla radice: nella sua utopia di far vedere lontano, fa vedere dell’altro, della vita degli altri, solo la guerra e la sofferenza, perché la vita da sola non basta; ma è come se non ci riguardasse, quasi che la lontananza ne coprisse i mali.
«La cosa secondo me più interessante del film - dice Bertolucci - è la capacità di Pier Paolo, negli anni ’60, di prendere un genere cinico e qualunquista come il cinegiornale, di cui peraltro era stato spesso bersaglio, e rovesciarlo facendolo proprio. Riuscire a mischiare la propria poesie alle voci degli speaker del cinegiornale, giocando a rimpiattino con quel genere, è cosa di una modernità e coraggio straordinari. Forse gli anni Sessanta erano più coraggiosi di questo presente. Mi viene in mente che Pasolini aveva già compiuto operazioni così, fare uso di un genere anche standoci fuori e ribaltandolo. Penso alla sua Orestiade africana, un trasferimento straordinario, al metalinguaggio all’opera in Petrolio».
Nella seconda parte del film, dove si vede Cuba, l’Algeria, l’Africa, colpisce la chiarezza della diagnosi del nuovo problema nel mondo, che si chiama «colore», mentre l’omologazione planetaria che oggi chiamiamo globalizzazione è annunciata così da Pasolini: tutto dovrà diventare familiare e ingrandire la Terra. Giuseppe Bertolucci mi richiama le immagini della chiusa del film, che alterna l’omaggio a Marilyn Monroe, bella e sciocca come l’antichità, e quella all’astronauta sovietico. È forse il cuore del film, ciò di cui siamo legatari. Dice Pasolini, mentre scorrono primi piani della Monroe: In molte parti dell’anima, cioè del mondo, la guerra non è cessata. Restava solo la bellezza, che sparì come un pulviscolo d’oro. È possibile che la piccola Marilyn ci abbia indicato la strada? Seguono immagini dell’astronauta russo di ritorno, al cospetto di Krusciov, che nei versi del poeta insegna che le vie del cielo devono essere di fraternità, e la rivoluzione deve essere dentro gli spiriti (quasi le stesse parole con cui Luciano Bianciardi, negli stessi anni, concluse la sua Vita agra). Le immagini falsamente neutrali in bianco e nero del cinegiornale risultano magicamente intrise di pietà, una pietà che potrebbe essere del resto l’altro titolo del film. Anche questo insegna Pasolini, che non c’è pietà senza rabbia, né vera rabbia senza pietà.
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8/04/2008
Siamo tutti dei "fu Mattia Pascal"
Oggi su l'Unità c'è questa mia recensione al libro di Paolo Di Paolo, Raccontami la notte in cui sono nato. Naturalmente mi è piaciuto... Ma mi interessa lasciare qui traccia delle riflessioni che mi ha suscitato, e che mi riguardano, cioè riguardano anche libri che ho scritto (almeno penso).
Siamo tutti dei "fu Mattia Pascal"
Ci sono libri che non si possono riassumere in una trama, pur appartenendo all’ambito della narrativa, perché la loro scrittura non ne è il veicolo, il nastro trasportatore della storia, ma la storia stessa. C’è una narrativa non di genere, non immediatamente riconoscibile, identificabile, senza per questo essere meno ricca di suspens, anzi. Ci sono racconti e romanzi che intrattengono un rapporto così intenso e sottile con la vita (di chi legge, di chi scrive) da non aver bisogno di farli evadere e trasportarli in un mondo di stereotipi virtuali, di metafore. Racconti e romanzi che producono stupore e fascinazione anche elencando le cose della vita ordinaria, che suscitano attese narrative col potere incantatorio delle parole che nominano la vita e si confondono in essa. E’ il caso dell’ultimo libro del giovanissimo Paolo Di Paolo, che si interroga sulla vita della scrittura e sulla scrittura della vita con la limpida, vertiginosa intenzionalità che si annuncia nel titolo: Raccontami la notte in cui sono nato.
E’ un romanzo - anche se di esso, appunto, non vale dire la trama. Alle sue origini, pare, c’è la suggestione della vicenda, rimbalzata dal sito Internet di aste eBay, del ventiquattrenne australiano (stessa età dell’autore) che ha messo in vendita la propria vita. Domanda: di che cosa è composta una vita? Che cosa c’è? O anche: che cosa è importante dire, notare, annotare, di una vita, magari della propria? Ora, l’estensore di questa recensione sa bene che si tratta della domanda (etica) che dovrebbe sovrintendere ogni narrazione, anzi ogni atto di scrittura. L’inesauribilità della sua risposta, che è misura della responsabilità (o taglio narrativo, o stile) dello scrittore, è tra le definizioni stesse della letteratura. Più intenso è poi il lavoro dello scrittore – che è sempre affare di fantasmi, cioè di sopravvivenza, in una parola di archivio e archiviazione –, più profondo è lo scavo, e più appare magro e inconsistente il bottino, evanescente e ineffabile, perché l’essenziale è sempre ciò che ci sfugge. Ragione per cui si continua a scrivere, e si scrive in prosa – continua ricerca di una parola giusta, della frase giusta. E’ quanto anche suggerisce la citazione di Georges Perec (uno dei numi tutelari di Di Paolo, il cui spirito lo accompagna in corso d’opera) riportata in postfazione dall’autore: “Scrivere: cercare meticolosamente di trattenere qualcosa, di far sopravvivere qualcosa: strappare qualche briciola precisa al vuoto che si scava, lasciare, da qualche parte, un solco, una traccia, un marchio o qualche segno”. Ma Raccontami la notte in cui sono nato è anche altro (e nominerò alla fine, solo alla fine, un altro illustre, a mio avviso, nume o ascendente letterario di Di Paolo).
Nonostante la ritrosia conclamata di un Bartleby (“preferirei di no”), Paolo Di Paolo gioca, molto delicatamente, con un inventario di riferimenti artistici e letterari che denotano una nostalgia tutta technicolor per uno spazio letterario per lui mitico, quello grossomodo degli anni Sessanta e dintorni, forse del Pop. Ma lo sviscerarsi di questo arcipelago mitico, di questo spazio letterario, indica a contrario con impietoso nitore il deserto della nostra epoca quasi senza Storia, post-postmoderna; il nostro “spazio sfinito”, per usare la bella formula di Tommaso Pincio. Anche per questo, come ha notato Angelo Guglielmi su questo giornale, i libri di Paolo Di Paolo (e vorrei ricordare almeno Come un’isola, Perrone 2006), “non sono tanto contenitori di sapienza, quanto depositi di realtà”, che “agiscono restituendo ciò che non c’è più”. Salvo che, alla consapevolezza dei fatti della Storia, della Realtà condivisa, trasmessa e depositata negli archivi per i posteri, occorre ad esempio “aggiungere pioggia e anche vento, ogni tanto, lungo via Mameli. E dappertutto.”
Infine: questo confondere la scrittura e la vita, si badi, non è un’operazione leggera. E’ un’operazione dolorosa. Come nascere. Scrivere come anamnesi, come confessione. Rivivere, raccontandola, la propria nascita. E’ quanto il lettore non mancherà di notare alla fine del romanzo di Di Paolo, che si ricongiunge col titolo, colla propria origine. Nello stesso tempo il lettore avrà la sensazione di avere letto – ed ecco l’altro nume tutelare - una variante de Il fu Mattia Pascal, con la consapevolezza attualissima che ogni vita, la più straordinaria come la più ordinaria, è degna di un problematico racconto di Pirandello; e che siamo tutti, volenti o nolenti, dei “fu Mattia Pascal”.
Siamo tutti dei "fu Mattia Pascal"
Ci sono libri che non si possono riassumere in una trama, pur appartenendo all’ambito della narrativa, perché la loro scrittura non ne è il veicolo, il nastro trasportatore della storia, ma la storia stessa. C’è una narrativa non di genere, non immediatamente riconoscibile, identificabile, senza per questo essere meno ricca di suspens, anzi. Ci sono racconti e romanzi che intrattengono un rapporto così intenso e sottile con la vita (di chi legge, di chi scrive) da non aver bisogno di farli evadere e trasportarli in un mondo di stereotipi virtuali, di metafore. Racconti e romanzi che producono stupore e fascinazione anche elencando le cose della vita ordinaria, che suscitano attese narrative col potere incantatorio delle parole che nominano la vita e si confondono in essa. E’ il caso dell’ultimo libro del giovanissimo Paolo Di Paolo, che si interroga sulla vita della scrittura e sulla scrittura della vita con la limpida, vertiginosa intenzionalità che si annuncia nel titolo: Raccontami la notte in cui sono nato.
E’ un romanzo - anche se di esso, appunto, non vale dire la trama. Alle sue origini, pare, c’è la suggestione della vicenda, rimbalzata dal sito Internet di aste eBay, del ventiquattrenne australiano (stessa età dell’autore) che ha messo in vendita la propria vita. Domanda: di che cosa è composta una vita? Che cosa c’è? O anche: che cosa è importante dire, notare, annotare, di una vita, magari della propria? Ora, l’estensore di questa recensione sa bene che si tratta della domanda (etica) che dovrebbe sovrintendere ogni narrazione, anzi ogni atto di scrittura. L’inesauribilità della sua risposta, che è misura della responsabilità (o taglio narrativo, o stile) dello scrittore, è tra le definizioni stesse della letteratura. Più intenso è poi il lavoro dello scrittore – che è sempre affare di fantasmi, cioè di sopravvivenza, in una parola di archivio e archiviazione –, più profondo è lo scavo, e più appare magro e inconsistente il bottino, evanescente e ineffabile, perché l’essenziale è sempre ciò che ci sfugge. Ragione per cui si continua a scrivere, e si scrive in prosa – continua ricerca di una parola giusta, della frase giusta. E’ quanto anche suggerisce la citazione di Georges Perec (uno dei numi tutelari di Di Paolo, il cui spirito lo accompagna in corso d’opera) riportata in postfazione dall’autore: “Scrivere: cercare meticolosamente di trattenere qualcosa, di far sopravvivere qualcosa: strappare qualche briciola precisa al vuoto che si scava, lasciare, da qualche parte, un solco, una traccia, un marchio o qualche segno”. Ma Raccontami la notte in cui sono nato è anche altro (e nominerò alla fine, solo alla fine, un altro illustre, a mio avviso, nume o ascendente letterario di Di Paolo).
Nonostante la ritrosia conclamata di un Bartleby (“preferirei di no”), Paolo Di Paolo gioca, molto delicatamente, con un inventario di riferimenti artistici e letterari che denotano una nostalgia tutta technicolor per uno spazio letterario per lui mitico, quello grossomodo degli anni Sessanta e dintorni, forse del Pop. Ma lo sviscerarsi di questo arcipelago mitico, di questo spazio letterario, indica a contrario con impietoso nitore il deserto della nostra epoca quasi senza Storia, post-postmoderna; il nostro “spazio sfinito”, per usare la bella formula di Tommaso Pincio. Anche per questo, come ha notato Angelo Guglielmi su questo giornale, i libri di Paolo Di Paolo (e vorrei ricordare almeno Come un’isola, Perrone 2006), “non sono tanto contenitori di sapienza, quanto depositi di realtà”, che “agiscono restituendo ciò che non c’è più”. Salvo che, alla consapevolezza dei fatti della Storia, della Realtà condivisa, trasmessa e depositata negli archivi per i posteri, occorre ad esempio “aggiungere pioggia e anche vento, ogni tanto, lungo via Mameli. E dappertutto.”
Infine: questo confondere la scrittura e la vita, si badi, non è un’operazione leggera. E’ un’operazione dolorosa. Come nascere. Scrivere come anamnesi, come confessione. Rivivere, raccontandola, la propria nascita. E’ quanto il lettore non mancherà di notare alla fine del romanzo di Di Paolo, che si ricongiunge col titolo, colla propria origine. Nello stesso tempo il lettore avrà la sensazione di avere letto – ed ecco l’altro nume tutelare - una variante de Il fu Mattia Pascal, con la consapevolezza attualissima che ogni vita, la più straordinaria come la più ordinaria, è degna di un problematico racconto di Pirandello; e che siamo tutti, volenti o nolenti, dei “fu Mattia Pascal”.
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6/02/2008
Le mie panchine
Il mio libro sulle Panchine è in libreria da giovedì 5 giugno. Evviva.Anche se ancora non si trova, alcuni giornali ne hanno già parlato, per esempio Marco Belpoliti sabato sulla Stampa. Oggi c'è un'anticipazione del capitolo sul leggere su l'Unità ("Anarchia è leggere seduti in panchina").
L'altro giorno mi è venuto da pensare, riguardo al lemma "le mie panchine", che sembra un Silvio Pellico en plein air... Comunque è un tantino più anarchico, come spero mi confermerete leggendolo.
La foto che ho messo sopra è di Olivier Perrin, che mi ha permesso di metterla nel libro (con altre di Luigi Ghirri e Gianni Leone). E' un particolare della scultura di Georges Segal dal titolo "Gay Liberation", in un giardino di New York.
P.S. Ah, ieri sera ho visto il film di Sorrentino, Il divo, e l'ho trovato bellissimo. Le musiche danno uno straniamento eccezionale, e nello stesso tempo evidenziano la parabola sul potere e sull'Italia che racconta questo film. E' un film ballabile. E agghiacciante. Ma la cosa peggiore è che, dopo tutto, sembra un potere d'altri tempi, sembra l'Impero romano. Oggi è fatto di plastica, e se possibile quindi ancora più inattaccabile, o indistruttibile. Non biodegradabile. Voglio dire che il berlusconismo non ha nemmeno quel minimo di "cultura" (un umanismo di base da cui pur sempre proviene Andreotti) (per chiarire: quell'humanitas borghese, matrice dei fascismi classici, di cui parla con precisione Walter Benjamin nel suo Uomini tedeschi). Questo io ho sentito.
5/26/2008
Uomini, topi, lettori
Accovacciato nel retro di un negozio di libri d'occasione in un vecchio quartiere di Boston, dove da autodidatta impara ad apprezzare non solo la letteratura americana, ma proprio tutta la letteratura, e anche la filosofia, Firmino si chiede se la sua meravigliosa esperienza faccia parte di un disegno oscuro: “Pensavo: E' mai possibile che io, a dispetto delle apparenze,tutt'altro che promettenti, abbia un Destino? E con ciò, intendevo quel genere di cose che succedono alle persone nelle storie, dove gli accadimenti di cui è fatta una vita, per quanto vorticosi e ribollenti possano essere, infine sono sempre manifestazione, in quel loro stesso vorticare e ribollire, di un preciso disegno. Le vite, nelle storie, hanno sempre un significato e un fine. Persino le esistenze più balorde e senza scopo, come quella di Lenny in Uomini e topi, acquistano, per il fatto stesso di trovar posto in una storia, perlomeno la dignità e il senso di rappresentare Esistenze Balorde e Senza Scopo, un'esemplarità consolante insomma. Nella vita reale non ti è concesso nemmeno questo”.
La vita reale di Firmino è quella di un ratto un po' più magro e sfigato degli altri, partorito lì da una pantegana alcoolizzata con altri dodici fratelli, e lì rimasto, perché dopo averli prima mangiati per fame ha cominciato a leggerli, i libri, e se ne è innamorato. Ha intrapreso la carriera di lettore, e sogna a occhi aperti. Vorrebbe scrivere, se fosse abbastanza pesante da smuovere i tasti di una Remington. E' un lettore muto, senza quei fratelli-lettori coi quali, diceva lo scrittore Peter Bichsel, chi legge vorrebbe condividere la propria esperienza. Firmino è il personaggio e narratore del libro, senz'altro autobiografico, dell'esordiente Sam Savage, successo mondiale dopo essere uscito in una tiratura di mille copie da un piccolo editore (edito in italiano da Einaudi Stile Libero). Si sarà notato, nella lunga citazione, che Firmino chiama persone i personaggi: uno slittamento da cui si nota come la lezione di Pirandello agisca in questo sorprendente capolavoro. Agisce soprattutto la quintessenza del senso della letteratura, che è il palesarsi della condizione umana: quella del sogno, del desiderio, la ricerca di un senso della propria vita da riconoscere. Firmino commuove e si commuove, si identifica nella spaventosa bruttezza del Fantasma dell'opera come nel seduttore Fred Astaire (Firmino guarda a scrocco anche i film notturni del vicino varietà). Noi lo accompagniamo nelle sue avventure di sognatore così come nelle deambulazioni a caccia di cibo per sopravvivere nello storico ma precario quartiere, che verrà demolito (e derattizzato) a vantaggio degli speculatori immobiliari. Leggere è il suo contagioso lavoro. Ogni tanto compone mentalmente la sua romantica Ode alla notte. Nella seconda parte della sua vita sarà ospitato da uno scrittore di fantascienza ubriacone, per il quale suona una minuscola pianola per bambini: Firmino ama il jazz. Ma Firmino non è un fumetto. E' letteratura alta, quella che fa vedere con le parole e la loro sintassi. Firmino, persona-personaggio, non è neanche una metafora, tantomeno un'allegoria. E', come il genere a cui appartiene, una metamorfosi: come il topo canterino del racconto di Kafka, e come tutti gli altri suoi animali (la scimmia accademica in primis), come i topi che suonano il flauto in Cronache del dopobomba di Philip K. Dick. Tutte le metamorfosi, insegnava Gilles Deleuze, sono deterritorializzazioni, aperture e liberazioni di spazi di vita, linee di fuga, a volte viaggi immobili, cioè intensi e intensivi. Cioè letteratura. Perché “non si scrive per diventare scrittori, ma per diventare altro”. Firmino, e Sam Savage, scrivono e leggono per diventare letteratura, e trovare una via d'uscita. Nel mondo reale, i derattizzatori si chiamano per cacciare via quelli così - nomadi, lettori, uomini o topi, non è importante.
La vita reale di Firmino è quella di un ratto un po' più magro e sfigato degli altri, partorito lì da una pantegana alcoolizzata con altri dodici fratelli, e lì rimasto, perché dopo averli prima mangiati per fame ha cominciato a leggerli, i libri, e se ne è innamorato. Ha intrapreso la carriera di lettore, e sogna a occhi aperti. Vorrebbe scrivere, se fosse abbastanza pesante da smuovere i tasti di una Remington. E' un lettore muto, senza quei fratelli-lettori coi quali, diceva lo scrittore Peter Bichsel, chi legge vorrebbe condividere la propria esperienza. Firmino è il personaggio e narratore del libro, senz'altro autobiografico, dell'esordiente Sam Savage, successo mondiale dopo essere uscito in una tiratura di mille copie da un piccolo editore (edito in italiano da Einaudi Stile Libero). Si sarà notato, nella lunga citazione, che Firmino chiama persone i personaggi: uno slittamento da cui si nota come la lezione di Pirandello agisca in questo sorprendente capolavoro. Agisce soprattutto la quintessenza del senso della letteratura, che è il palesarsi della condizione umana: quella del sogno, del desiderio, la ricerca di un senso della propria vita da riconoscere. Firmino commuove e si commuove, si identifica nella spaventosa bruttezza del Fantasma dell'opera come nel seduttore Fred Astaire (Firmino guarda a scrocco anche i film notturni del vicino varietà). Noi lo accompagniamo nelle sue avventure di sognatore così come nelle deambulazioni a caccia di cibo per sopravvivere nello storico ma precario quartiere, che verrà demolito (e derattizzato) a vantaggio degli speculatori immobiliari. Leggere è il suo contagioso lavoro. Ogni tanto compone mentalmente la sua romantica Ode alla notte. Nella seconda parte della sua vita sarà ospitato da uno scrittore di fantascienza ubriacone, per il quale suona una minuscola pianola per bambini: Firmino ama il jazz. Ma Firmino non è un fumetto. E' letteratura alta, quella che fa vedere con le parole e la loro sintassi. Firmino, persona-personaggio, non è neanche una metafora, tantomeno un'allegoria. E', come il genere a cui appartiene, una metamorfosi: come il topo canterino del racconto di Kafka, e come tutti gli altri suoi animali (la scimmia accademica in primis), come i topi che suonano il flauto in Cronache del dopobomba di Philip K. Dick. Tutte le metamorfosi, insegnava Gilles Deleuze, sono deterritorializzazioni, aperture e liberazioni di spazi di vita, linee di fuga, a volte viaggi immobili, cioè intensi e intensivi. Cioè letteratura. Perché “non si scrive per diventare scrittori, ma per diventare altro”. Firmino, e Sam Savage, scrivono e leggono per diventare letteratura, e trovare una via d'uscita. Nel mondo reale, i derattizzatori si chiamano per cacciare via quelli così - nomadi, lettori, uomini o topi, non è importante.
(uscito su l'Unità del 26-5-'08)
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3/17/2008
Fantasmi (ancora), caso Moro, arte, filosofia
Sono sull’autobus, guardo la città dal finestrino: le strade, i negozi, i bar, il solito traffico di auto. E’ quasi ora di pranzo, la gente si accalca per tornare a casa, donne e studenti soprattutto. Io sono un ricercato, terrorista in clandestinità, uno di quelli che per rapire il presidente della Democrazia Cristiana ha sparato e ucciso cinque persone della scorta. Vado in via Montalcini, strada di una periferia residenziale. Lì, al piano rialzato di una palazzina di tre piani, teniamo prigioniero in un bugigattolo Aldo Moro. Tutti parlano di noi, le Brigate Rosse, anche sull’autobus. Come mi sento? E che cos’è la gente per me, le persone comuni che ho a fianco? Non è facile essere uno di loro, vestirsi con anonima cura, né troppo dimesso né elegante. Specchio la mia riuscita nell’indifferenza degli altri. Ma mi accorgo dei confini tra quello che recito e quello che sono divenuto? [continua a leggere].
Quello sopra è l'inizio della versione "reportage" di un mio articolo apparso ieri su la Repubblica, sul paradosso dell'equazione BR=fantasmi. Qualche giorno fa su Venerdì è uscito invece un mio articolo su Bruno Munari, di cui evoco l'incontro a dieci anni dalla scomparsa (e la mostra che è in corso a Parma). Sempre venerdì ho avuto piacere a presentare a Roma il bel libro di Brunella Antomarini, Pensare con l'errore. Il bersaglio mobile della conoscenza, con Giacomo Marramao, Domenico Parisi e Franco Voltaggio (io mi sentivo un pesce fuor d'acqua, tutto sbagliato, ma per un libro sugli errori, mi hanno detto, che io fossi tutto sbagliato era molto chic). Un libro sulla conoscenza come bersaglio, che si stupisce dell'indovinare giusto e non degli errori, oltre che dire la verità è nella propria ombra, non è così distante da mio pensare col fantasma di cui ho scritto spesso, no? (posterò il pezzo che ho scritto sul libro di Brunella).
Quello sopra è l'inizio della versione "reportage" di un mio articolo apparso ieri su la Repubblica, sul paradosso dell'equazione BR=fantasmi. Qualche giorno fa su Venerdì è uscito invece un mio articolo su Bruno Munari, di cui evoco l'incontro a dieci anni dalla scomparsa (e la mostra che è in corso a Parma). Sempre venerdì ho avuto piacere a presentare a Roma il bel libro di Brunella Antomarini, Pensare con l'errore. Il bersaglio mobile della conoscenza, con Giacomo Marramao, Domenico Parisi e Franco Voltaggio (io mi sentivo un pesce fuor d'acqua, tutto sbagliato, ma per un libro sugli errori, mi hanno detto, che io fossi tutto sbagliato era molto chic). Un libro sulla conoscenza come bersaglio, che si stupisce dell'indovinare giusto e non degli errori, oltre che dire la verità è nella propria ombra, non è così distante da mio pensare col fantasma di cui ho scritto spesso, no? (posterò il pezzo che ho scritto sul libro di Brunella).
3/05/2008
Etica della prosa (sulla responsabilità dello stile)
(Non è che mi piaccia scrivere così spesso sul blog, senza far decantare le parole come il caffè turco, pero capitano delle cose in questo periodo, che mi suscitano pensieri o interventi, anche solo ricettivi... Beh insomma, incollo di seguito un intervento frettoloso che ho scritto ieri (appare oggi su l'Unità) per supplire la mia assenza a un seminario organizzato presso la casa editrice Laterza, a Roma, dove si discute di responsabilità e di stile a partire da uno scritto di Antonio Pascale ("Il responsabile dello stile", uscito in un libro di minimum fax, Il corpo e il sangue d'Italia, a cura di Ch. Raimo). Il testo di Pascale cita vari esempi di ambiguità nella rappresentazione del dolore e della miseria umana, contro la retorica e l'estetizzazione della sofferenza, ma non solo. Il mio, brevissimo, eccolo qui.)
Un anno fa, mentre collaboravo con l'artista Christian Boltanski alla progettazione e realizzazione del Museo per la memoria di Ustica a Bologna, facemmo visita al deposito in cui dentro a scatole di cartone si conservavano gli oggetti, sommersi e salvati, appartenuti ai passeggeri del Dc9. Boltanski e io, turbati, le chiudemmo subito: troppa vita, e troppo nuda; troppa sensibilità in quegli oggetti che occorreva sottrarre allo sguardo, non confondere con la profanazione della finzione e dell’arte. Poi tutto si è precisato: gli oggetti appartenuti ai passeggeri del Dc9, che il museo conserva, sono riposti in scatole nere di diverse grandezze che costeggiano il relitto dell'aereo. Li abbiamo inventariati in un libro, con fotografie piccole, un po' sfuocate e in bianco e nero, precedute da un mio testo in forma quasi di elenco - poiché elencare significa anche accusare, e anche una litania e un rosario sono elenchi. I visitatori ascoltano, sulla balaustra che gira intorno al relitto, mentre si riflettono in specchi anneriti., voci che sussurrano pensieri ordinari e banali di viaggiatori comuni, fantasmi come tutti noi, su un aereo estivo in volo da Bologna a Palermo. Parole universali come i volti del prossimo, come le foto degli oggetti – vestiti, pinne, oggetti da bagno, borsette - ignoti e famigliari.
Ho citato questo aneddoto per riprendere il tema trattato da Antonio Pascale nel suo Il responsabile dello stile (minimum fax), testo che sarà discusso oggi in un seminario collettivo a Roma, presso la casa editrice Laterza. In breve, Pascale prende le distanze, giustamente, da una parte dall'estetizzazione del dolore (nel suo senso più ampio), dall'altra dalla retorica di chi, per mimesi o malafede, cade nella rete di ciò che vuole denunciare (come un linguaggio mafioso o allusivo per disapprovare la camorra). Oggi la tradizione occidentale – il cui realismo nelle arti e nella letteratura, ci ricordava Auerbach, fu inaugurato dall'inaudita rappresentazione del dolore e del corpo della Passione di Cristo – sembra essersi impantanata in quello spettacolo neutro e anestetizzante della realtà che è la televisione. Letteralmente, essa fa vedere tutto (e contemporaneamente) da lontano, come se scorresse su un nastro scorrevole. E' ovvio che l'anestesia che produce è anche un ottundimento morale. Qualcuno ha ribadito contro Pascale che l'estetica è insopprimibile da una narrazione. Ma l'estetizzazione – che sta all'estetica (cioè la capacità di sentire) come la politica-spettacolo sta all'esercizio della cittadinanza (l'antica politéia) – è tutt'uno con questa anestesia. Come esempio recente di estetizzazione (e di ottundimento morale), cito la differenza tra Romanzo criminale (ottimo romanzo balzacchiano e duro di Giancarlo De Cataldo) e il film omonimo, dove gli stessi personaggi, banditi sanguinari e cocainomani della Magliana, sono belli come eroi cari agli Dei (che li fa morire giovani).
Un evento tutto sommato recente, Auschwitz, che ripudia i commenti ma non le descrizioni, impone da qualche decennio di risvegliare la nostra attenzione allo stile etico di immagini e parole. Da “evento senza testimoni”, il lessico paradossale si è arricchito di formule come “rappresentazione impossibile” (Joseph Beuys), e “immagini malgrado tutto” (Georges Didi-Hubermann). Auschwitz (nome proprio per dire ogni sterminio programmato) fu una esecuzione, nei due sensi della parola, della rappresentazione. Il film Shoah di Claude Lanzmann, nove ore di testimonianze e di primi piani, è diverso di natura da ogni rappresentazione (e da ogni film di Steven Spielberg). Insegna che non tutte le immagini sono lecite, ma solo quelle che fanno identificare nei testimoni (NON nelle vittime o nei carnefici). Riflette sull'atto di testimoniare mentre offre testimonianze. Problematizza l'enunciazione mentre predica enunciati. E' la definizione migliore di responsabilità dello stile.
Oggi nelle arti, nel cinema, nella letteratura, nozioni come testimonianza, documento, archivio, ecc. sono non solo centrali, ma foriere di un rinnovamento dei generi e delle forme. La loro riuscita sta nell'armonizzare storia e memoria, eventi e empatia personale, e la loro soggettività è condizione della loro universalità. Non ci sono facili ricette, né morali né stilistiche, per una tale riuscita. Eppure anni fa riportai in un mio libro sui maestri il "decalogo per un corso scolastico di scrittura creativa" di Giorgio Messori, scrittore appartato e insegnante di lettere alle superiori. Il punto 2 diceva: “Non farti mai condizionare dai sensi di colpa o da ipotetiche minacce di ritorsione”. Il punto 4: “Cerca di essere sincero e preciso”. E il 5: “Non essere mai astratto, scrivi sempre di cose concrete, vere, che ti sono vicine. È più interessante scrivere di una pozzanghera o di ciò che vedi in una passeggiata sotto il sole che non della minaccia nucleare che incombe sul mondo. Tra l'altro fai un miglior servizio alla causa contro il pericolo nucleare scrivendo di cose molto concrete che non ripetendo frasi rimasticate in discorsi fatti da altri”. Penso ancora oggi che questi consigli non siano utili solo per gli allievi delle scuole medie, ma per tutti noi.
Un anno fa, mentre collaboravo con l'artista Christian Boltanski alla progettazione e realizzazione del Museo per la memoria di Ustica a Bologna, facemmo visita al deposito in cui dentro a scatole di cartone si conservavano gli oggetti, sommersi e salvati, appartenuti ai passeggeri del Dc9. Boltanski e io, turbati, le chiudemmo subito: troppa vita, e troppo nuda; troppa sensibilità in quegli oggetti che occorreva sottrarre allo sguardo, non confondere con la profanazione della finzione e dell’arte. Poi tutto si è precisato: gli oggetti appartenuti ai passeggeri del Dc9, che il museo conserva, sono riposti in scatole nere di diverse grandezze che costeggiano il relitto dell'aereo. Li abbiamo inventariati in un libro, con fotografie piccole, un po' sfuocate e in bianco e nero, precedute da un mio testo in forma quasi di elenco - poiché elencare significa anche accusare, e anche una litania e un rosario sono elenchi. I visitatori ascoltano, sulla balaustra che gira intorno al relitto, mentre si riflettono in specchi anneriti., voci che sussurrano pensieri ordinari e banali di viaggiatori comuni, fantasmi come tutti noi, su un aereo estivo in volo da Bologna a Palermo. Parole universali come i volti del prossimo, come le foto degli oggetti – vestiti, pinne, oggetti da bagno, borsette - ignoti e famigliari.
Ho citato questo aneddoto per riprendere il tema trattato da Antonio Pascale nel suo Il responsabile dello stile (minimum fax), testo che sarà discusso oggi in un seminario collettivo a Roma, presso la casa editrice Laterza. In breve, Pascale prende le distanze, giustamente, da una parte dall'estetizzazione del dolore (nel suo senso più ampio), dall'altra dalla retorica di chi, per mimesi o malafede, cade nella rete di ciò che vuole denunciare (come un linguaggio mafioso o allusivo per disapprovare la camorra). Oggi la tradizione occidentale – il cui realismo nelle arti e nella letteratura, ci ricordava Auerbach, fu inaugurato dall'inaudita rappresentazione del dolore e del corpo della Passione di Cristo – sembra essersi impantanata in quello spettacolo neutro e anestetizzante della realtà che è la televisione. Letteralmente, essa fa vedere tutto (e contemporaneamente) da lontano, come se scorresse su un nastro scorrevole. E' ovvio che l'anestesia che produce è anche un ottundimento morale. Qualcuno ha ribadito contro Pascale che l'estetica è insopprimibile da una narrazione. Ma l'estetizzazione – che sta all'estetica (cioè la capacità di sentire) come la politica-spettacolo sta all'esercizio della cittadinanza (l'antica politéia) – è tutt'uno con questa anestesia. Come esempio recente di estetizzazione (e di ottundimento morale), cito la differenza tra Romanzo criminale (ottimo romanzo balzacchiano e duro di Giancarlo De Cataldo) e il film omonimo, dove gli stessi personaggi, banditi sanguinari e cocainomani della Magliana, sono belli come eroi cari agli Dei (che li fa morire giovani).
Un evento tutto sommato recente, Auschwitz, che ripudia i commenti ma non le descrizioni, impone da qualche decennio di risvegliare la nostra attenzione allo stile etico di immagini e parole. Da “evento senza testimoni”, il lessico paradossale si è arricchito di formule come “rappresentazione impossibile” (Joseph Beuys), e “immagini malgrado tutto” (Georges Didi-Hubermann). Auschwitz (nome proprio per dire ogni sterminio programmato) fu una esecuzione, nei due sensi della parola, della rappresentazione. Il film Shoah di Claude Lanzmann, nove ore di testimonianze e di primi piani, è diverso di natura da ogni rappresentazione (e da ogni film di Steven Spielberg). Insegna che non tutte le immagini sono lecite, ma solo quelle che fanno identificare nei testimoni (NON nelle vittime o nei carnefici). Riflette sull'atto di testimoniare mentre offre testimonianze. Problematizza l'enunciazione mentre predica enunciati. E' la definizione migliore di responsabilità dello stile.
Oggi nelle arti, nel cinema, nella letteratura, nozioni come testimonianza, documento, archivio, ecc. sono non solo centrali, ma foriere di un rinnovamento dei generi e delle forme. La loro riuscita sta nell'armonizzare storia e memoria, eventi e empatia personale, e la loro soggettività è condizione della loro universalità. Non ci sono facili ricette, né morali né stilistiche, per una tale riuscita. Eppure anni fa riportai in un mio libro sui maestri il "decalogo per un corso scolastico di scrittura creativa" di Giorgio Messori, scrittore appartato e insegnante di lettere alle superiori. Il punto 2 diceva: “Non farti mai condizionare dai sensi di colpa o da ipotetiche minacce di ritorsione”. Il punto 4: “Cerca di essere sincero e preciso”. E il 5: “Non essere mai astratto, scrivi sempre di cose concrete, vere, che ti sono vicine. È più interessante scrivere di una pozzanghera o di ciò che vedi in una passeggiata sotto il sole che non della minaccia nucleare che incombe sul mondo. Tra l'altro fai un miglior servizio alla causa contro il pericolo nucleare scrivendo di cose molto concrete che non ripetendo frasi rimasticate in discorsi fatti da altri”. Penso ancora oggi che questi consigli non siano utili solo per gli allievi delle scuole medie, ma per tutti noi.
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3/04/2008
Rewind
Un amico mi ha regalato per l'ultimo Natale un abbonamento al manifesto. A volte mi dimentico di prenderlo (ho portato i tagliandi a un'edicola vicino a casa), e spesso mi leggo parecchi numeri arretrati di fila. Comunque sia, sul manifesto di ieri (on line il giorno dopo, quindi funziona per questo post) c'è questo articolo di Rossana Rossanda che dice in modo perfetto, già nel primo paragrafo, quello che pensiamo, credo, in tanti. Almeno io lo penso. Non sembra che qualcuno abbia premuto il tasto rewind, e la realtà stia andando vertiginosamente all'indietro? Non c'è bisogno di essere estremisti per constatare quanto segue:
"Siamo tutti adulti e vaccinati, non facciamo finta che queste siano elezioni come le altre. In ballo non è solo un cambio di governo, ma la cancellazione dalla scena politica di ogni sinistra di ispirazione sociale. Questa è la novità, reclamata ormai non più solo dalla destra ma dall'ex Pci, poi Pds poi Ds e ora confluito, assieme alla cattolica Margherita, nel Partito democratico. E' l'approdo della «svolta» del 1989 e il suo vero senso: non si trattava di condannare le derive del comunismo o dei «socialismi reali», ma di stabilire che il capitalismo è l'unico modo di produzione possibile. Ci sono voluti diversi anni di manfrina ma ora Veltroni dichiara tutti i giorni che la sola società possibile è quella di «mercato», e a governarla «democraticamente» bastano due partiti come nel modello anglosassone, uno più «compassionevole» e l'altro più feroce. Che ci sia un conflitto di classe fra proprietari e non, che i primi possano sfruttare, usare e gettare i secondi, che questi siano riusciti a conquistarsi dei diritti extramercato è stata una favola cattiva, che ha seminato l'odio e spezzato l'armonia del paese. Operai e padroni sono egualmente lavoratori, hanno un interesse comune che è l'azienda, anzi il padrone, detto più benevolmente l'imprenditore, vi rischia di più il suo capitale, mentre l'operaio solo il suo salario. Veltroni ha così liquidato due secoli di lotte sociali e ridotto la democrazia secondo il modello americano a sistema elettorale e poco più. Il suo «riformismo» non mira, come quello delle socialdemocrazie, a correggere il capitale: ma a «riformare i diritti del lavoro» fino a farne, com'era all'inizio del XIX secolo, una merce come le altre, abolirne ogni regolamentazione a cominciare dalla durata."
Il resto dell'articolo - intitolato "Acque torbide" - se volete potete leggerlo qui:
"Siamo tutti adulti e vaccinati, non facciamo finta che queste siano elezioni come le altre. In ballo non è solo un cambio di governo, ma la cancellazione dalla scena politica di ogni sinistra di ispirazione sociale. Questa è la novità, reclamata ormai non più solo dalla destra ma dall'ex Pci, poi Pds poi Ds e ora confluito, assieme alla cattolica Margherita, nel Partito democratico. E' l'approdo della «svolta» del 1989 e il suo vero senso: non si trattava di condannare le derive del comunismo o dei «socialismi reali», ma di stabilire che il capitalismo è l'unico modo di produzione possibile. Ci sono voluti diversi anni di manfrina ma ora Veltroni dichiara tutti i giorni che la sola società possibile è quella di «mercato», e a governarla «democraticamente» bastano due partiti come nel modello anglosassone, uno più «compassionevole» e l'altro più feroce. Che ci sia un conflitto di classe fra proprietari e non, che i primi possano sfruttare, usare e gettare i secondi, che questi siano riusciti a conquistarsi dei diritti extramercato è stata una favola cattiva, che ha seminato l'odio e spezzato l'armonia del paese. Operai e padroni sono egualmente lavoratori, hanno un interesse comune che è l'azienda, anzi il padrone, detto più benevolmente l'imprenditore, vi rischia di più il suo capitale, mentre l'operaio solo il suo salario. Veltroni ha così liquidato due secoli di lotte sociali e ridotto la democrazia secondo il modello americano a sistema elettorale e poco più. Il suo «riformismo» non mira, come quello delle socialdemocrazie, a correggere il capitale: ma a «riformare i diritti del lavoro» fino a farne, com'era all'inizio del XIX secolo, una merce come le altre, abolirne ogni regolamentazione a cominciare dalla durata."
Il resto dell'articolo - intitolato "Acque torbide" - se volete potete leggerlo qui:
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2/24/2008
Il "sacro" e l'arte - per Emilio Villa
A dispetto di una dolorosa sciatalgia che mi rende quasi invalido, ho passato un fine settimana molto mosso. Venerdì una conversazione pubblica in cui ho imparato tante cose, a Parma, con Gea Casolaro e Simona Vinci (titolo "italian beauty"). Sabato un'esperienza davvero emozionante: la mostra a Reggio Emilia, che ho visitato durante l'allestimento con l'amico Claudio Parmiggiani, che l'ha curata e progettata, dal titolo Emilio Villa poeta e scrittore. Non solo i suoi manoscritti, traduzioni della Bibbia comprese, ma alcune opere degli artisti con cui ha condiviso passioni fervide, da Burri a Rothko, da Capogrossi a Manzoni, da Pollock a Matta, Sam Francis, Cy Twombly ecc. Andateci, c'è tempo fino ai primi di aprile. Alcune impressioni le ho scritte a caldo in un pezzo un po' frettoloso che uscirà sull'Unità domani, a corredo del bellissimo testo di Claudio Parmiggiani che appare nel catalogo della mostra. Ecco il mio:
Ho visto sabato a Reggio Emilia una delle mostre più belle della mia vita. E' nella chiesa dei gesuiti di San Giorgio - chiesa consacrata, anche se nel contenitore lievemente barocco non c'è segno di iconografia cattolica, neppure un Crocefisso. Al suo posto, sull'altare maggiore, si innalza una scultura in ferro di Ettore Colla, un'asta che regge tre ovali che raccolgono luce dall'alto; ai piedi dell'altare, come un libro nero ondulato, due superfici di metallo di Francesco Lo Savio, tra un'opera di Matta e una di Sam Francis. Appena entrati, del resto, la prima cappella a sinistra, tra colonne di marmo bianco di Carrara decorate a rilievo, incornicia una “Superficie” di Giuseppe Capogrossi del 1959, e quella di destra, tra marmi rossastri, un “Concetto spaziale” di Lucio Fontana. Mi volto: sul paramento della porta una grande tela di Corrado Cagli. Cammino sotto le volte, emozionato dalla bellezza di questo allestimento che è in sé una grande opera estetica e liturgica. La seconda cappella sulla sinistra racchiude, tra colonne di marmo nero e decorazioni secentesche, una tela di Jackson Pollock (“Black and Silver III”) e, di fronte, l'opera di Piero Manzoni “Achrome” (1958-59). La terza cappella a sinistra della navata centrale alberga al centro una tela bellissima di Mark Rothko del 1961, bianco, arancione e nero, mentre di fronte al posto della pala d'altare c'è un “Sacco” del 1953 di Alberto Burri. Non è solo il vedere opere amate e intense, ma vederle nella migliore cornice che forse esse abbiano mai avuta. Come si spiega questo miracolo?
Sono opere di alcuni degli artisti affermati, amati, attraversati, negli anni '50 e '60, da un testimone e complice straordinario, “Emilio Villa, poeta e scrittore”, come titola la mostra. Sulle pareti, tra un altare e l'altro, il visitatore legge brani dei testi che Villa scrisse in loro nome e occasione – in un gesto che in realtà li oltrepassa in un'autonoma tensione poetica verbale - raccolti nel 1970 in un volume tanto leggendario quanto, allora, commercialmente fallimentare: Attributi dell'arte odierna 1947/1967, voluto dall'allora editor della Feltrinelli Aldo Tagliaferri. Nello spazio centrale della chiesa e sulle pareti dell'abside, vetrine e bacheche mostrano manoscritti e libri di Emilio Villa, poesie, corrispondenza (con Marcel Duchamp, ad esempio) e le sue preziose traduzioni della Bibbia. Chi sia Emilio Villa (1914-2003) è facile e difficile a dirsi: uno dei più grandi e inafferrabili poeti del secondo Novecento in Italia, sperimentatore babelico e senza requie di linguaggi, un Joyce italiano imbevuto di Ezra Pound, traduttore dell'Odissea e della Bibbia e studioso di lingue mesopotamiche in continuità con le proprie poesie, ispiratore di artisti (come Burri e Nuvolo, ad esempio, con cui condivise passioni e povertà nella Roma dei primi anni '50), colui che spinse Rotella a strappare i manifesti e perseverare nei suoi oggi famosi décollages, a riprova che la città ordinaria fosse già bellezza e già museo. Ma Emilio Villa fu anche ribelle irriducibile nella vita e nelle forme, in una tensione infinita e quasi messianica, fino alla dissipazione. Studi recenti, a partire dalla biografia che gli ha dedicato Aldo Tagliaferri (Il clandestino. Vita e opere di Emilio Villa, DeriveApprodi 2004) approfondiscono la portata della sua opera utopica, intrisa di teologia apofatica e densa di analogie, precoci e attualissime, col “basso materialismo” di Georges Bataille, con cui condivise di certo l'attenzione alle basi antropologiche dell'arte e del sacro. Oltre al ricco catalogo della mostra edito da Mazzotta (con una presentazione di Claudio Parmiggiani), è felicemente oggi in libreria la ristampa, con un secondo volume di inediti, di quegli Attributi all'arte odierna citati sopra (Le Lettere, pp. 463, euro 42). Nel secondo volume, i testi in appendice di Carla Subrizi, Aldo Tagliaferri e Andrea Cortellessa misurano l'entità del lavoro estetico di Emilio Villa, la sua idea di inesauribilità e processualità dell'arte e della poesia, la sua costante avversione verso formule critiche e mercantili che ne addomesticano l'energia, la sua concezione mistica, fino alla dissoluzione, del fare dell'arte.
L'allestimento della mostra di Reggio Emilia, visitabile fino al 6 aprile, dice già tutto questo con perfetta coerenza: la dimensione cultuale, non banalmente culturale, dell'arte e della poesia di Emilio Villa. Ad averla realizzata, come una sola miracolosa opera, è uno dei più grandi e umili artisti contemporanei, Claudio Parmiggiani, già amico devoto di Emilio Villa.
Ho visto sabato a Reggio Emilia una delle mostre più belle della mia vita. E' nella chiesa dei gesuiti di San Giorgio - chiesa consacrata, anche se nel contenitore lievemente barocco non c'è segno di iconografia cattolica, neppure un Crocefisso. Al suo posto, sull'altare maggiore, si innalza una scultura in ferro di Ettore Colla, un'asta che regge tre ovali che raccolgono luce dall'alto; ai piedi dell'altare, come un libro nero ondulato, due superfici di metallo di Francesco Lo Savio, tra un'opera di Matta e una di Sam Francis. Appena entrati, del resto, la prima cappella a sinistra, tra colonne di marmo bianco di Carrara decorate a rilievo, incornicia una “Superficie” di Giuseppe Capogrossi del 1959, e quella di destra, tra marmi rossastri, un “Concetto spaziale” di Lucio Fontana. Mi volto: sul paramento della porta una grande tela di Corrado Cagli. Cammino sotto le volte, emozionato dalla bellezza di questo allestimento che è in sé una grande opera estetica e liturgica. La seconda cappella sulla sinistra racchiude, tra colonne di marmo nero e decorazioni secentesche, una tela di Jackson Pollock (“Black and Silver III”) e, di fronte, l'opera di Piero Manzoni “Achrome” (1958-59). La terza cappella a sinistra della navata centrale alberga al centro una tela bellissima di Mark Rothko del 1961, bianco, arancione e nero, mentre di fronte al posto della pala d'altare c'è un “Sacco” del 1953 di Alberto Burri. Non è solo il vedere opere amate e intense, ma vederle nella migliore cornice che forse esse abbiano mai avuta. Come si spiega questo miracolo?
Sono opere di alcuni degli artisti affermati, amati, attraversati, negli anni '50 e '60, da un testimone e complice straordinario, “Emilio Villa, poeta e scrittore”, come titola la mostra. Sulle pareti, tra un altare e l'altro, il visitatore legge brani dei testi che Villa scrisse in loro nome e occasione – in un gesto che in realtà li oltrepassa in un'autonoma tensione poetica verbale - raccolti nel 1970 in un volume tanto leggendario quanto, allora, commercialmente fallimentare: Attributi dell'arte odierna 1947/1967, voluto dall'allora editor della Feltrinelli Aldo Tagliaferri. Nello spazio centrale della chiesa e sulle pareti dell'abside, vetrine e bacheche mostrano manoscritti e libri di Emilio Villa, poesie, corrispondenza (con Marcel Duchamp, ad esempio) e le sue preziose traduzioni della Bibbia. Chi sia Emilio Villa (1914-2003) è facile e difficile a dirsi: uno dei più grandi e inafferrabili poeti del secondo Novecento in Italia, sperimentatore babelico e senza requie di linguaggi, un Joyce italiano imbevuto di Ezra Pound, traduttore dell'Odissea e della Bibbia e studioso di lingue mesopotamiche in continuità con le proprie poesie, ispiratore di artisti (come Burri e Nuvolo, ad esempio, con cui condivise passioni e povertà nella Roma dei primi anni '50), colui che spinse Rotella a strappare i manifesti e perseverare nei suoi oggi famosi décollages, a riprova che la città ordinaria fosse già bellezza e già museo. Ma Emilio Villa fu anche ribelle irriducibile nella vita e nelle forme, in una tensione infinita e quasi messianica, fino alla dissipazione. Studi recenti, a partire dalla biografia che gli ha dedicato Aldo Tagliaferri (Il clandestino. Vita e opere di Emilio Villa, DeriveApprodi 2004) approfondiscono la portata della sua opera utopica, intrisa di teologia apofatica e densa di analogie, precoci e attualissime, col “basso materialismo” di Georges Bataille, con cui condivise di certo l'attenzione alle basi antropologiche dell'arte e del sacro. Oltre al ricco catalogo della mostra edito da Mazzotta (con una presentazione di Claudio Parmiggiani), è felicemente oggi in libreria la ristampa, con un secondo volume di inediti, di quegli Attributi all'arte odierna citati sopra (Le Lettere, pp. 463, euro 42). Nel secondo volume, i testi in appendice di Carla Subrizi, Aldo Tagliaferri e Andrea Cortellessa misurano l'entità del lavoro estetico di Emilio Villa, la sua idea di inesauribilità e processualità dell'arte e della poesia, la sua costante avversione verso formule critiche e mercantili che ne addomesticano l'energia, la sua concezione mistica, fino alla dissoluzione, del fare dell'arte.
L'allestimento della mostra di Reggio Emilia, visitabile fino al 6 aprile, dice già tutto questo con perfetta coerenza: la dimensione cultuale, non banalmente culturale, dell'arte e della poesia di Emilio Villa. Ad averla realizzata, come una sola miracolosa opera, è uno dei più grandi e umili artisti contemporanei, Claudio Parmiggiani, già amico devoto di Emilio Villa.
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