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12/05/2014

I poveri sono ricchi


A Calcutta
dove i cani sembrano morti di giorno ai bordi delle strade
i taxi gialli vanno così in fretta che ucciderebbero
pur di non far attraversare la strada a qualche vecchio,
corrono verso Park Street o al Bengal Club dove
lasciano giù tutti quei poveri che si danno da fare
per sembrare ricchi.
Bisogna andare fuori dal centro nel fitto della foresta
urbana nei vicoli stretti come rivoli in villaggi
nascosti dal traffico
per trovare i ricchi veri, quelli che si siedono per terra
contemplano davanti a sé,
sentire il sollievo di trovarsi in ZTL naturali
le nicchie dei miserabili col silenzio, i cani vivi, le statuine
colorate e le immagini delle Divinità alle radici di un un albero-
tempio.
I veri ricchi sono i poveri che lavano il gradino di marmo
del tempietto all’angolo della strada, recto verso,
da una parte Kali dall’altra Hanuman,
che offrono ghirlande di fiori e tempo per fermarsi e pregare,
l'atto più regale dell’uomo.
I poveri non lo sanno di essere poveri, non
invidiano nessuno, 
bisogna essere molto ricchi per essere così poveri
da offrire se stessi al Divino in silenzio
come i cani che sembrano in trance
dare il proprio tempo a contemplare
vivere una vita così ampia e aperta rivolta al Divino
(cosa c’è più lussuoso del
Divino?)
una vita che i ricchi, poveracci, non hanno il tempo
di concedersi con tutti gli impegni, gli intrattenimenti
e questo li rende infelici.
I poveri, che non sanno di essere poveri e popolano
la vita di lunghe gratuità,
si accampano sotto i muri di cinta
delle ville dei ricchi come edere, o rose rampicanti,
attaccano immagini delle divinità, li tingono di azzurro,
accendono lumini cuociono dentro pentole dormono
coi loro bambini che giocano per terra come i cani
mentre dietro le mura i ricchi si annoiano in solitudine
perché non hanno tempo,
e vanno ai vernissage.
I poveri beati loro hanno tutto il tempo per pregare
e prosternarsi,
sgranare gli occhi di felicità al cielo e ai passanti,
epifanie del Divino, offrire loro una mano aperta,
hanno tutto il tempo per innamorarsi del Divino,
contemplarlo a mani
aperte.
(Calcutta, fine novembre 2014)

11/21/2014

Tutto quello che resta (lettera da Calcutta sulla poesia)

Ieri a Roma alla Galleria la Nuova Pesa si è presentato un nuovo libro del mio vecchio amico critico e saggista Paolo Lagazzi - un libro sulla poesia dal bel titolo La stanchezza del mondo. Era previsto un mio intervento, e di fatto anche se non c'ero (sono a Calcutta), pare che fossi presente con questo intervento che, mi dicono, ieri è stato letto. E ora offro qui in lettura.

Caro Paolo,
                     spesso i libri dei critici sulla poesia sono solo un pretesto per parlare dei poeti, questo o quell’altro, in una paradossale autoreferenzialità per interposta persona. È bello che il tuo libro faccia eccezione: i poeti in cui ti sei imbattuto nella vita sono occasione per parlare di qualcosa che ci riguarda tutti e che non serve a nulla, e che forse per questo ci è così strettamente, famelicamente necessario; di parlare insomma di “quello che resta”, come scrivi nell’introduzione, che “resiste”, come dico io, cioè la poesia.
   C’è una tensione ecologica in questo tuo libro - un’ecologia della mente, non dei panda o delle quote - e mi fa venire in mente quando nella primavera del 2010 (io ero sulla “nave dei libri” diretta a Barcellona per la festa di Sant Jordi, festa dei libri e delle rose) un’eruzione vulcanica nel ghiacciaio islandese dell’Eyjafjallajoekull paralizzò il traffico aereo, perché il vulcano dal nome impronunciabile sbuffò una nube di cenere così grande e intensa da far chiudere i cieli.  Pensa: fumo e cenere che mettono in scacco tecnologia, scienza e aviazione. Fu lì, in un’intervista sulla nave, che ricordai come i poeti, “costruttori di vulcani” (cito quasi senza volere il libro del poeta Carlo Bordini), sanno bene l’importanza di cose trascurabili come le nuvole, il fumo, la cenere, tutti sinonimi di poesia - cose che non servono a niente, ma guai a provocarne l’intensità e la forza.
   C’è qualcosa dicevo di ecologico nel tuo libro, cioè di quella consapevolezza di cui ha parlato spesso un nostro amico per spiegare la miracolosa educazione avuta dal padre (tuo poeta prediletto): riconoscere la poesia in quello che aveva intorno, e soprattutto viceversa. La «rosa bianca» cantata dal padre Attilio come dedica alla moglie, Bernardo Bertolucci la scopriva, dice, nel giardino, così come il «rosone tiepido» da cui entra il raggio di sole nella stalla, o «la posta del mattino azzurra fra le mani». Aprire gli occhi e ritrovare la poesia - risonanza di ciò che (r)esiste e accade.
   Le idee sono dappertutto, la mente è molto più ampia del solo cervello, «l’erba ha bisogno del cavallo come il cavallo ha bisogno dell’erba», diceva Gregory Bateson. Il tuo amato Attilio, senza saperlo, trasmetteva un’educazione non diversa dall’ecologia della mente del mio amato Bateson, per il quale tutto è connesso con tutto, gli organismi viventi e i sistemi di idee, la religione e il comportamento degli schizofrenici, il gioco e il sacro, «il granchio con l’aragosta e l’orchidea con la primula e tutte e quattro con me, e me con voi». La lingua di questa struttura che connette credo sia la poesia. E a ognuno di noi accade il corto circuito che accadeva a Bernardo tra parole e cose, e idee, anche se siamo sempre più intossicati e sommersi da un linguaggio alienato, cioè più sottomesso a uno scopo, non importa se politico, pubblicitario, scritto su una scatola di biscotti o detersivo, o su un romanzo a trama…
   Ti chiederai forse quale sia in questo momento il mio personale cortocircuito, sapendomi a Calcutta (Bengala, India). Non che importi dove io sia, ma forse ricordi la frase di Thomas S. Szasz: «Se parli a Dio stai pregando, se Dio ti risponde, allora sei schizofrenico». Diciamo quindi che sono dove sono per meglio confondermi nella folla di poeti e schizofrenici, anche se proprio stamani, mentre voi facevate colazione, mi riposavo all’ombra del giardino della casa natale di Sri Aurobindo, un’oasi nel brusio perenne della città (non molto distante da quella in cui undici anni prima era nato Tagore), e dove appoggiando le mani sulla superficie di marmo ricoperta di petali di fiori ogni giorno freschi di vita nuova, e sentendo sotto quel marmo, tra api gentili e delicate, la forza che vi scorre sotto come un oceano, ho capito improvvisamente il senso della parola samadhi, "raccoglimento", che non è la morte, che non è la tomba, ma che tradurrei con una bellissima parola misteriosa della nostra tradizione, deposizione, nella continuità dell’anima e quindi della vita. Come «l’amore realizzato del desiderio che resta desiderio», definizione di poesia secondo René Char.
   Caro Paolo, anche a occhi nudi, anche a occhi chiusi, tutto quello che resta è poesia, sorriso dell’anima.
   Haribol!!!
Kolkata, 20 novembre 2014


P.S. Qui si può vedere e capire un po' il Samadhi di Sri Aurobindo nello Sri Aurobindo Ashram, (Pondicherry,  Tamil Nadu)


9/04/2014

"Scrivo, dunque sono libera". Amare la letteratura con Jacqueline Risset



E' morta Jacqueline Risset, grande poetessa, saggista, studiosa di letteratura, redattrice storica della rivista Tel Quel, traduttrice insigne di Dante, da anni residente e docente all'università di Roma
L'11 dicembre 2006, mentre a Villa Medici riprendevano le letture del ciclo di incontri con scrittori francesi curato dall'amico Olivier Rolin, "Amare la letteratura", pubblicavo sulle pagine della cultura de l'Unità questa conversazione con Jacqueline Risset. A ripensarci, fu un periodo letterariamente intenso di nutrimento e resistenza. Vorrei ricordare Jacqueline con queste sue parole di un'attualità bruciante e viva. Si possono leggere anche qui nella pagina originale, in pdf, oppure col titolo “Risset: Scrivo dunque sono libera” sul sito de l'Unità che ancora vive. Comunque eccolo, il nostro colloquio. Con immenso affetto e stima.


   Il silenzio delle sirene Percorsi di scrittura nel Novecento francese (Donzelli, p. 242, euro 28), deve il suo titolo a un enigmatico frammento postumo di Kafka: Ulisse sapeva  non sapeva che le sirene avevano già smesso di cantare, e che il loro silenzio è forse più insidioso del loro canto? E’ l’ultimo libro di Jacqueline Risset - poeta e saggista, docente di letteratura francese all’università di Roma, insigne traduttrice della Commedia di Dante, cui ha dedicato numerosi saggi - e lo si legge come un manuale essenziale dell’esperienza letteraria più significativa del Novecento, non solo francese: letteratura come “forma autonoma di conoscenza”, “esperienza del limite”, indistinguibile forse dalla filosofia. Ma è anche una summa autobiografica della sua teoria e pratica di questa esperienza: da Mallarmé a Joyce, da Proust a Deleuze, da Ponge a Beckett.

   “E’ una rassegna delle mie passioni – mi dice Jacqueline Risset - delle attenzioni che non ho potuto fare a meno di avere per alcuni scrittori del XX secolo che ogni volta mi hanno colpito come dei punti irradianti, delle costellazioni che si facevano segno l’una all’altra, che passavano l’una nell’altra. Ho posto Mallarmé all’inizio, il che può stupire perché appartiene all’Ottocento, e però ha inseminato, anche di dubbi, il XX secolo. In Valery, in Proust, in tutti gli autori del Novecento di cui tratto, si ritrovano le interrogazioni che ha posto Mallarmé. Perfino nei linguisti, come il grande Roman Jakobson, che raccontava di avere cominciato al liceo col leggere Mallarmé, e questi lo aveva portato a suoi famosi studi sulla linguistica. E’ stato uno shock e un grande piacere veder riconosciuto, come fanno oggi gli scienziati, che la poesia, il punto più ardito della letteratura, possa anticipare le scoperte della scienza. Freud ha riconosciuto che la poesia, la letteratura, aveva scoperto prima di lui il continente inconscio, e alcuni scienziati hanno visto che la letteratura aveva già percepito, e addirittura teorizzato, quella che oggi si dice “teoria della complessità”. Soprattutto la letteratura che si fa “teoria della letteratura”. Proust più di chiunque altro, ma anche i grandi dell’inizio del secolo, Musil, Kafka, ecc.. Letteratura come pensiero della e sulla letteratura, che è la cosa più affascinante delle opere del XX secolo: la capacità di pensare se stesse, senza delegare ai critici. La stessa cosa mi affascinò nel gruppo della rivista Tel Quel, cui partecipai prima che si identificasse, con Philippe Sollers, con un pensiero politico (cinese o maoista). Era l’idea di riprendere il pensiero della letteratura, di ripensare la “scrittura” – parola che diventò il centro della riflessione – come un luogo che ognuno interrogava da sé, e che andava oltre i confini tradizionali della letteratura”.

   Da Mallarmé si irradia tutto il percorso del tuo libro, e ne fornisci vari esempi: le sue frasi contro il senso tradizionale, positivistico del “capire” (che ricordano Lacan, le cui affermazioni che citi gli sono straordinariamente vicine); oppure quello che colpisce e ispira Jakobson, l'idea che il linguaggio poetico non sia uno scarto rispetto alla lingua, ma una macro-lingua…
   “Sì, perché c’era quell’idea della poesia come un linguaggio decorativo, più alto rispetto al linguaggio comune, mentre è forse il contrario, la poesia che ingloba il linguaggio comune, più vasta.”

Infine l’idea della poesia come “pensiero nascente”, che ricorda intimamente l’opera di Beckett, ma anche i gesti filosofici più importanti ed estremi della storia del pensiero… 
   E’ vero. C’è chi vede la letteratura e la filosofia totalmente separate, ma a me pare ci sia un’erosione reciproca dell’una nell’altra nel XX secolo, ed è questa erosione che segna gli avvenimenti più interessanti. Per esempio Blanchot, che per me è molto importante. Nel XX secolo egli ha reso conto dell’esperienza – ogni volta unica, con proprie caratteristiche – di questa interrogazione della letteratura come esperienza. In Italia si parlava molto negli stessi anni di sperimentazione, una nozione importante ma riduttiva, che perde quella dimensione più vasta e non definibile della letteratura, un’esperienza della scrittura non prevedibile. Ma è anche vero che in Italia non c’è stata quella grandissima rivoluzione poetica che ci fu in Francia alla fine dell’Ottocento. In Italia c’è solo Leopardi”. 

   Rispetto alla Francia, credi che in Italia la letteratura sia un’esperienza meno comune e condivisa?
 In Italia mi sembra che negli ultimi anni ci sia stata una politicizzazione estrema, che ha fatto della letteratura un’ancella della filosofia, ma anche della politica. Ora noto finalmente nei giovani un desiderio della letteratura come di qualcosa senza confini, come ciò che può insegnarti qualcosa proprio perché non è irretito in una serie di legami ideologici o pratici  scientifici e quindi la letteratura, credo,  sia un po’ come per Georges Bataille quando parlò contro l’impegno di Sartre, e che il motto della letteratura sia quello del diavolo, “Non serviam!”, cioè “non servirò”, e solo questa sarebbe la libertà. Per Bataille l’impegno e la letteratura erano agli antipodi, e dice chiaramente: se uno sente la necessità profonda di impegnarsi, a un dato momento, lo deve fare, ma ciò che è profondamente estraneo alla letteratura è svolgere programmi già prestabiliti. La letteratura o è esperienza o non è nulla. L’autonomia della letteratura in questo senso forse oggi è sentita, ma non è stato così per molto tempo. Quando parlavo di Tel Quel sentivo molta ostilità, perfino da parte dei giovani del Gruppo 63, per i quali quella libertà era una cosa quasi pericolosa”.

 Dove vedi l’ampliarsi oggi della letteratura come esperienza, forse nel successo delle letture pubbliche, dei festival? Penso alla frase di Barthes che dà il titolo alle attuali letture a Villa Medici organizzate da Olivier Rolin, “Amare la letteratura”. Ovvero “dissipare, nel momento della lettura, ogni dubbio sul suo presente, la sua attuazione (…) come se il suo corpo fosse realmente qui accanto a me”.
   “Questa frase di Barthes dice che la letteratura può dare anche felicità. E questo paradossalmente, perché la letteratura è quasi come Sheerazade, chi scrive vuole differire la morte, e quindi nella letteratura c’è un corpo-a-corpo con la morte. Ma nella letteratura c’è una  risorsa di felicità, e anche Proust parla di “enigma della felicità”. Proust, che secondo me è il più grande scrittore francese, che equivale in Italia a un Dante, o ad un Shakespeare, un Cervantes. Come Dante ha la stessa volontà di totalità, di creare un universo”.

   E’ questa la politicità della poesia? Voglio dire: dopo un periodo di comuni testimonianze politiche, che approdarono nel 2002 al pamphlet collettivo Non siamo in vendita. Voci contro il regime, Roberto Benigni andò in tv, e nonostante le attese della destra, che invocava una censura preventiva, non parlò direttamente di politica, ma recitò l’ultimo canto del Paradiso di Dante. La poetessa Patrizia Cavalli mi ha detto: “Siamo nati per giocare”, e sull’Unità è rimbalzato un dibattito a partire da un mio breve intervento sulla poesia, “così inutile, così sovversiva”... 
 “Sì, ci sentivamo costretti a intervenire politicamente, tutti i giorni ci indignavamo per qualcosa, siamo stati governati cinque anni da una terribile “banda” che mi auguro non torni più. Sono assolutamente d’accordo con le tue parole, “inutile e sovversiva”. Quanto a Dante, penso che sia di una ricchezza e di una libertà che sorprende ancora oggi per la sua attualità. Uno completamente ateo del XX secolo può dialogare con Dante. Oltretutto Dante aveva politicamente idee chiarissime e in anticipo sulla separazione dei poteri, mentre in Italia non si capisce ancora oggi l’idea di laicità come spazio neutro di libertà, necessario per acquisire una capacità critica. Nel De Monarchia Dante parla di un Papa e di un Imperatore, senza nessuna gerarchia tra i due poteri, ciascuno assolutamente libero nella propria sfera: il Papa doveva pensare alla felicità celeste, l’Imperatore a quella terrestre. La sua Monarchia fu condannata e bruciata nel Medioevo, ma mi fa rabbia che l’Italia sia ancora in ritardo su questo, che non abbia ancora assimilato questa separazione e dia ancora tanto potere alla religione, alle religioni. Forse ci vorrebbe un Voltaire... Comunque sia, ho sempre pensato che la forma della letteratura sia la libertà, e la sua esperienza sia feconda perché libera. Quando si scrive non si sa quello che si sta per scrivere, e anche se si ha l’esperienza dello scrivere si può essere sorpresi da ciò che si è scritto. Questo, nella nostra epoca di programmazioni obbligatorie in ogni campo, è qualcosa di più utile e prezioso che mai. Ovviamente la letteratura è odiosa alle tirannie, e gli scrittori ne sono sempre stati oppressi. Lo scrittore gioca, è vero, e questo gioco deve farlo in libertà, se no non è gioco, e quindi è naturalmente contro la tirannide, non perché sia “impegnato”, ma perché scrive. Forse oggi questo bisogno di letteratura esiste di più, perché è legato al sentimento di un mondo più chiuso. Foucault ha scritto Sorvegliare e punire, e oggi siamo in un mondo in cui la sorveglianza ha raggiunto livelli pazzeschi, e il fatto di trovarsi soli in una stanza, con un foglio bianco, è una condizione privilegiata e meravigliosa di libertà”.

  Pensi ci sia un futuro, che l’esperienza del Novecento di cui parli nel tuo libro non si chiuda?
   “Se non stiamo assistendo all’Apocalisse finale, se il pianeta Terra non si dissolve o i fondamentalisti non ci riducono in schiavitù totale, credo che sì, c’è un futuro, si sentono i segni di un gusto, un desiderio di ribellione che sta rinascendo, e se rinasce allora la letteratura e la poesia si salvano, come è successo in ogni civiltà, che si misura del resto da cose come l’arte e la letteratura. Il libro si chiude con l’elogio di una parola che in italiano non esiste: insoumission, che è più del contrario di sottomissione. Insubordinazione, forse. Letteratura come campo di realizzazione dell’inesauribile, capace di svelare l’enigma delle sirene, il loro presunto silenzio”.

7/04/2014

Mushotoku: nessuno scopo, nessun merito. Per il trentennale di Fudenji...



   «Fatti di terra, non si può perdere né guadagnare terreno… Non si ha mai terra da perdere, perché si è della terra».  Sono frasi di Fausto Taiten Guareschi, monaco buddhista e maestro Zen che insegna con l’accento emiliano, appunto, della sua terra - le colline e la campagna della provincia di Parma dove sorge il monastero di Sōtō Zen Fudenji  di cui è abate e fondatore.
   Riconosciuto come ente di culto, crocevia internazionale di dialoghi religiosi, filosofici e scientifici, per il Giappone e il mondo buddhista Fudenji, che quest’anno compie trent’anni, è un tempio con la vocazione e il compito di preservare e tramandare la dottrina di Shakyamuni Buddha (il Buddha storico) che si trasmette ininterrottamente da maestro a discepolo. Al vecchio rurale che si staglia su uno dei valichi tra Salsomaggiore e Tabiano, col tempo si sono aggiunti nuovi edifici, porticati, camminamenti e giardini segreti, dove si va con apposite ciabatte o a piedi nudi: una delle più belle fotografie di Fudenji raffigura una distesa di ciabatte allineate di fianco all’entrata del dojo (la sala di meditazione zen). Ora, di cosa parliamo quando parliamo di Zen?
   Religione della religiosità, lo Zen custodisce le forme originarie del buddhismo, migrato dall’India alla Cina accogliendo la spiritualità e la cultura del luogo, come il Tao, poi in Giappone. Sinonimo per molti di uno stile affascinante e paradossale, sfuggente come il sorriso dello Stregatto del “Paese delle Meraviglie”, lo Zen è qualcosa che non si riesce mai a definire in modo soddisfacente, né con le parole né col silenzio. Ma Alan Watts, che ne fu il primo divulgatore in Occidente, suggerì che col suo brio e la sua immediatezza lo Zen offrisse “una nuova e diversa possibilità comunicativa che non abbiamo mai davvero esplorato”, per di più alla portata di tutti. Ma occorre rivolgersi ai suoi maestri.
   Fausto Taiten Guareschi, già campione nazionale di judo, aveva vent’anni quando nel 1969, nella palestra milanese di Cesare Barioli, fece l’incontro folgorante con Taisen Deshimaru Roshi. Era, questi, un apostolo zen, un maestro sbarcato due anni prima a Parigi dal Giappone, che in pieno Sessantotto predicava con forza il mushotoku, “nessuno scopo e nessun merito”, nessuna rivendicazione. Cioè la rivendicazione più radicale e rivoluzionaria che si potesse immaginare. Per diventarne discepolo Fausto Guareschi lasciò il judo agonistico e da Fidenza prendeva il treno di notte per Parigi, iniziando così il percorso che lo porterà a ricevere a sua volta il sigillo di maestro zen - il primo europeo - e fondare un tempio in Italia.
   Io vi torno periodicamente, e lo sviluppo di Fudenji ha scandito anche la mia vita. Taiten Guareschi lo incontrai addirittura prima, nella palestra di judo in città dove insegnava “lo Zen”. Vi capitai ragazzo, fresco della lettura di Beat, Zen & altri saggi di Alan Watts e delle poesie di Allen Ginsberg, e non riconobbi niente in quella specie di ginnastica posturale: dov’era il satori, l’illuminazione che immaginavo come un incanto gioioso, forse come l’effetto di una droga naturale? Dov’era la poesia?
   Lo Zen non è un’esperienza intellettuale, è una pratica che insegna a conoscere se stessi, poi dimenticare se stessi. E’ una via (do), che insegna che la propria vita è la propria via. Dovetti aspettare anni perché mi si rivelasse che lo Zen è essenzialmente zazen, essere semplicemente seduti nella complessa, energica postura del loto, che non serve né cerca nulla, tanto meno l’illuminazione, perché la è in se stessa. Che sedersi fosse già il satori, “sedendo e mirando interminati spazi di là da quella”, lo diceva una delle più grandi poesie sul qui e ora, l’Infinito di Giacomo Leopardi. Non mi stupisce che questa poesia, che anni fa condivisi a Fudenji, sia declamata spesso da Taiten Guareschi insieme ai Sutra del Buddha.

   Ora sto camminando col maestro tra le nuove costruzioni nel rigoglioso giardino del monastero, architetture così discrete da risultare quasi impercettibili. Vorrei elencare la varietà delle piante - cedri del Libano, atlantici e dell’Himalaya, gingko biloba, bambù, olmi, gelsi, cipressi, faggi, varietà di aceri e acacie, querce, pini, tamerici, alberi di Giuda, photinia dai fiori bianchi, lagerstroemia o lillà delle Indie, berberis, ligustri, lauri, mahonie, viburni, nandina domestica dalle bacche colorate... ma sono troppe, e mancano quelle che cingono le vere aiuole zen, laghetti di pietre e sabbia a forma di ideogrammi, simboli poetici e dottrinari. Qui tutto è linguaggio - una canna di bambù, un fiore, un gesto, una pietra, una macchia d’inchiostro. E, se non è visivo, è linguaggio sonoro.
   La vita quotidiana è avvolta dai suoni dei diversi tamburi, i legni, le campane, dallo zazen delle 4 di mattina a quando la grande campana esterna avverte che è ora di coricarsi, alle 21. Tutto è ritualizzato, anche la pulizia personale, i gesti senza testimoni. Allo zazen si affiancano il lavoro in cucina, negli orti e nel perenne cantiere edile, i seminari teologici e filosofici, i corsi di calligrafia cinese (shodo, un’arte marziale), di kendo (un’altra arte marziale, quella di tagliare la testa con la spada), o massaggi shiatsu. Forse l’abitare è così dinamico perché è modellato sullo zazen, l’immobilità che contiene ogni movimento, come le montagne che “corrono come montagne” di un classico testo di Dogen Zenji, fondatore nel XIII secolo del Sōtō Zen. A volte monache e monaci vanno  nei paesi vicini a praticare l’arte zen dell’elemosina, e anche questo è un bel paradosso: l’elemosina non si chiede, ma porgendo silenziosamente la cesta a capo chino il monaco offre agli altri la possibilità di donare. Chi ringrazia chi?
   Ricordo quando negli anni ‘90 giunsero a Fudenji filosofi e professori per un convegno su “Zen e filosofia”. Mentre si muovevano esitanti e spaesati il maestro, irriconoscibile nella sua tuta di operaio (che indossa in realtà ogni giorno alternandola al kesa, l’abito da monaco) rimase a lungo chinato a lucidare uno a uno i sassi del giardino. Nessuno se ne accorse, ma il convegno era già iniziato. Che cosa vedevano, che cosa riconoscevano quegli intellettuali in un vero tempio zen, che “uso” potevano farne?
   Tra i tanti incontri e le iniziative che celebrano quest’anno il trentennale di Fudenji c’è la “Cucitura del Kesa del Trentennale”. Elaborazione sontuosa e insieme umile del kimono, il kesa è precisamente l’abito della vocazione monacale, fatto di tanti diversi scarti di stoffa messi insieme. Cucirlo è un’arte zen: non si tratta solo di confezionare un abito, ma uniformarlo da un patchwork di stoffe col filo e la compassione profonda di chi cuce. Il Grande Kesa del Trentennale, che coinvolge tutto il sangha, la comunità, è un’opera epica e insieme elegiaca. Per mesi ognuno ha offerto pezzi di stoffa, in un mosaico di testimonianze. Cucirli è stato una scrittura collettiva, racconto silenzioso e corale, opera tessile e testuale di devozione di un bellissimo indefinibile blu.
   Ho confidato a Taiten la mia associazione di idee: l’enorme bandiera rossa fatta di tante bandiere rosse cucite insieme (l’idea fu dello scenografo Ezio Frigerio) dissotterrata nell’epilogo di Novecento di Bernardo Bertolucci, in un luogo non molto distante da Fudenji. Al tempo stesso capanna, tenda, immenso e festoso aquilone con cui danzare nella corte della casa colonica grande come un villaggio. Coincidenza, Bertolucci lo conobbi proprio qui, ormai tanti anni fa, a parlare del suo film Il piccolo Buddha.
   Tutto questo è naturalmente dedicato alla memoria del vero pioniere dello Zen in Europa, Deshimaru Roshi. Nel 1982, annunciato come “anno della non-paura”, proprio quando doveva partecipare in Italia a una sesshin, un ritiro di zazen organizzato da Taiten Guareschi, Deshimaru morì in Giappone, dove si era recato per farsi curare. Fece in tempo a a far pervenire una lettera:
   «Mi dispiace non essere fra voi. Sono certo che le persone lì riunite sono impegnate in un’onesta ricerca della Via, desiderano scoprire la vera vita che è oltre i limiti del tempo e dello spazio. Quest’attitudine si sta perdendo nella nostra civiltà, diretta soprattutto da desideri egoistici e da ambizioni piccole, limitate. Lo Zen che io vi insegno e che praticherete è ben oltre questi ristretti limiti. Dovete aspirare a una meta illimitata e senza confini, la vostra meta, così vasta da risultare senza-meta, senza-fine: mushotoku».

3/07/2014

Il tavolo d'angolo di Giulia Niccolai

Riprendo dalla rivista on line Doppiozero diretta da Marco Belpoliti, per cui l'ho scritto e che l'ha gentilmente ospitato nella sua bella serie sui "Tavoli", il mio testo sul tavolo di Giulia Niccolai, meravigliosa poetessa e monaca tibetana, amica e maestra da una vita. L'ho leggermente accorciato, e fatto qualche piccolo cambiamento qui e là. La fotografia è di Giovanna Silva.


   Conosco Giulia Niccolai da quando ragazzo mentivo sulla mia età perché volevo essere un poeta beat. Vidi (ascoltai) nascere a Venezia la sua Harry’s Bar Ballad, e forse per questo di Giulia visualizzo solo tavoli luminosi e “da gioco”, en plein air, volatili come il suo giocare a palla con le parole, la deliziosa anarchia della conversazione. Come possono vivere i “frisbees” di Giulia se non all’aperto? Oppure la visualizzo a un grande tavolo da cucina dove si fa tutto, dove tutto cioè si fa cucina – visioni, parole, associazioni di idee, tutte le possibili uscite ed entrate dal e nel material world (direbbe Georges Harrison), eroiche comiche illusioni e sogni di risveglio, cioè poesie – come nella cucina/atelier della casa di Corrado Costa a Mulino di Bazzano dove Giulia Niccolai abitò con Adriano Spatola.
   Sono visioni viziate dal ricordo, negatrici della solitudine intesa come assenza di testimoni. Sono cioè tavoli extratestuali, come se le poesie nascessero sempre altrove, fuori-testo. Ma non c’è nulla, diceva un famoso Tale, fuori dal testo. E quindi? Quindi non mi stupisce che il “vero” tavolo da “lavoro” di Giulia, il tavolo testuale, sia in una nicchia riparata e modesta. Come il Sutra del Cuore concilia il vuoto col pieno, riconosco il vuoto nelle forme degli oggetti tecnologici posti sopra (e delle scarpe poste sotto) il tavolo.
   E’ un tavolo d’angolo senza testimoni né sguardi, senza luce diretta. A malapena c’è posto per i gomiti, forse per un gomito soltanto. La superficie è ingombra di oggetti operativi, omogenei a un fare - scrivere, stampare, trasmettere testi - il campo semantico del lanciare frisbees (antenati degli e-mails). Il computer, come un tempo la macchina da scrivere col foglio nel rullo, è aperto su parole deliziosamente illeggibili (un “Satellite” Toshiba, la cui tastiera credo sia in assoluta la più comoda), e collegato via cavo al modem della Telecom (non wifi, quindi). Una risma di carta, una stampante a getto d’inchiostro collegata al pc con un cavetto arancione, così come sono collegati un telefono portatile e il mouse esterno, che evidentemente Giulia preferisce a quello incorporato nel pc. Resta lo spazio per una ciotola di oggetti, multiple e adattatori soprattutto, una piletta di carte, un nastro adesivo, due boccette d’inchiostro, una cartolina (unico fuori campo) col cielo azzurro tra le guglie della Pedrera di Gaudì a Barcellona. Gli altri utensili, come il dizionario Zingarelli della lingua italiana e un altro strausato, sono su una sedia rossa laterale (gemella di quella su cui si siede Giulia) sul cui schienale è posata la bandiera tibetana, con gli stessi colori dei quadri di Mirò. C’è tutto, credo. Anche il silenzio, o il non-rumore.