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9/25/2014

Per Robert Walser (una mostra a Venezia e altro)

(Il corpo di Robert Walser morto nella neve, durante una passeggiata, il giorno di Natale del 1956)


Si riparla di Robert Walser, grazie agli artisti. Domani 26 settembre alle ore 18 si inaugura infatti a Venezia una mostra in omaggio al grande scrittore svizzero, preceduta alle ore 15 da una breve chiacchierata o tavola rotonda su Walser col sottoscritto e altre persone (leggere qui). Vorrei in particolare richiamare l'attenzione che su Walser ha portato in questi ultimi anni l'artista Antonio Rovaldi, che ha ripercorso l'ultima passeggiata di Walser in compagnia di colui che, bambino, fu il primo a trovarne il corpo e a segnalarlo. La sua esperienza costituisce il lavoro e la rigorosa installazione (visibile qui).
Resta che, nelle foto originali, la morte di Walser, l'ostensione del suo corpo nella neve (nei pressi della clinica-manicomio in cui ventisette anni prima avevo scelto di abitare), così simile a una scrittura sul foglio bianco (e si ricordino i suoi "illeggibili" microgrammi, ovvero la sua normale calligrafia, la scrittura della sua prosa), resta una specie di incantato, miracoloso, inesauribile capolavoro visivo.


   Su Walser ho parlato e scritto in diverse occasioni, ogni volta dimenticandomene. Ma grazie a un sito altrui ritrovo un mio articolo che non avevo mai pubblicato nel blog, scritto per il cinquantesimo anniversario della morte di Robert Walser (uscì su Venerdì di Repubblica del 22 dicembre 2006). Eccolo. Non credo che riuscirei a parlarne meglio, domani a Venezia.


Per il cinquantenario di Robert Walser (2006)

   Se Don Chisciotte fosse svizzero e si trovasse in una città del primo Novecento, guarito dalla follia ma pur sempre sognatore e vagabondo, con un’inalterata smania di mettersi al servizio del prossimo, forse ragionerebbe fra sé come lo scrivano Simon Tanner: “L’edificio di una banca è proprio una cosa stupida, in primavera. Che effetto farebbe un istituto bancario in mezzo a un rigoglioso prato verde? Forse la mia penna mi sembrerebbe un piccolo fiore appena spuntato dalla terra [...] Le nuvole bianche passano nel cielo, e io devo stare qui a scrivere. Perché guardo le nuvole? Se fossi un calzolaio, almeno farei le scarpe per bambini e uomini e donne, e loro in una giornata di primavera andrebbero a passeggio per la strada con le mie scarpe. Io sentirei la primavera se vedessi la scarpa fatta da me sul piede di un altro. Qui non posso sentirla, mi disturba”. In questo periodare giovanile tratto da I fratelli Tanner (1907) c’è tutto l’incanto della prosa tenera e lieve di Robert Walser, lo straordinario scrittore nato nel 1878 nella cittadina bilingue di Biel/Bienne, nel cantone di Berna, vissuto a Zurigo e Berlino, dove frequentò una scuola per domestici che gli ispirò l’arte cerimoniosa del servire che traspare nelle sue storie.

   In tutta Europa si preparano omaggi per il cinquantesimo anniversario della sua morte, e per il centenario de I fratelli Tanner, suo primo vero romanzo. Il lettore interessato troverà ogni informazione sul sito dell’Archivio Walser a Zurigo (www.walser-archiv.ch), mentre a Roma la libreria Simon Tanner (www.simontanner.it) promette il 7 gennaio un appropriato omaggio: una passeggiata walseriana alla Caffarella. Il fatto è che Walser, il più disadattato degli scrittori contemporanei, è ormai riconosciuto come l’alfiere della libertà narrativa, che ha insegnato che tutto è esperienza e degno di essere raccontato, proprio come nell’arte della passeggiata, e che “discorso” e “percorso” appartengono a un comune, anarchico divagare (si pensi a La passeggiata o a I temi di Fritz Kocher). Si sa che per Robert Musil “Kafka fa l’effetto di un caso particolare del tipo Walser”, e che lo stesso Kafka guardò a Walser come un maestro. Elias Canetti lo leggeva così assiduamente da considerarlo “una sorta di droga”, e Walter Benjamin gli dedicò un saggio folgorante: i personaggi dei racconti di Walser, scrisse, sono dei “folli guariti” dalla cui bocca esce pura prosa, “pura e forte come l’aria della vita che guarisce”. Più recentemente, lo scrittore tedesco W. G. Sebald ha dedicato a Walser un riverente e commosso scritto intitolato Il passeggiatore solitario (Adelphi 2006), e anche in Italia non mancano gli appassionati, dall’editore Roberto Calasso (la sua Adelphi ha pubblicato quasi tutti i titoli disponibili) al filosofo Giorgio Agamben, al compianto scrittore Giorgio Messori, il più walseriano di tutti. Ma è di Gianni Celati il commento più lungimirante alla sua “passeggiata senza meta”. Lo “scandalo” di Walser”, ha scritto anni fa, è lo scandalo di “una scrittura che dichiaratamente non cattura nulla”, anzi “celebra affettuosamente tutto ciò che ci sfugge”, e proprio per questo “acquisterà un’importanza sempre maggiore quando tutto il campo della letteratura ufficiale sarà composta solo da prodotti fabbricati per il successo”. Cioè oggi.

   Come gli scrittori da lui più amati, sui quali ripetutamente scrisse – Kleist, Lenz, Buchner – Walser fu un “anti-Goethe”, anomalo e ai margini. La sua scrittura, come la sua vita, fu precaria e priva di appartenenza, fino alla decisione del silenzio, e quella di abitare, cinquantenne, in un asilo psichiatrico a Herisau, da cui usciva la domenica per fare lunghe passeggiate, a volte in compagnia del devoto editore Carl Seelig. Se lo Zen fosse nato in Svizzera, o se nel cantone di Berna vi fossero stati dei monasteri buddhisti, forse Robert Walser ne sarebbe stato monaco, “in umore di santità”. Fu lì, durante una passeggiata, che il 25 dicembre 1956 Walser morì accasciandosi sulla neve. Una foto lo ritrae, il suo corpo sembra un segno di matita tracciato sulla neve.

   Carl Seelig scoprì una quantità di fogli fittamente scritti a matita a caratteri microscopici. Pensando si trattasse di una scrittura folle e segreta, li nascose. Decifrarli fu il ventennale lavoro dei germanisti Bernhard Echte e Walter Morlang, che li hanno da poco stampati in 4 tomi di 4000 pagine. Questi mitici “microgrammi” furono redatti da Walser tra il 1924 e il 1933 dopo una crisi e una fortissima “avversione per la penna”: solo la matita gli restituì il gusto di scrivere, “in modo più sognante, più calmo, più lento, più contemplativo”. E fino alla fine attinse a quei “microgrammi”, ricopiandoli in modo leggibile, per i libri e gli articoli sui giornali. Una mostra debuttata in autunno a Ginevra presso la Fondazione Bodmer ha mostrato per la prima volta al pubblico, col titolo «Territorio della matita», molti di quei manoscritti. E se spesso Walser ha paragonato “i fogli bianchi delle pagine” a “fiocchi di neve”, la scenografia della mostra, a cura dell’architetto Mario Botta, gli dà ragione, facendoli galleggiare lievi come neve nella penombra, macchie bianche coperte da una grafia di illeggibile bellezza, un fascinoso coincidere di materialità e spiritualità.

   Su uno di questi fogli, il «microgramma» n. 134, c’è una traccia di rossetto, ricoperto dalla poesia intitolata L’incompreso. Anche questa disperata gaiezza, o galanteria, è qualcosa di molto, molto walseriano.

(Venerdì di Repubblica, 22-12-2006)

6/30/2013

L'arte di cancellare. Incontro con Emilio Isgrò

Pochi giorni prima che si aprisse l’antologica alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma [Modello Italia (2013-1964), a cura di Angelandreina Rorro, fino al 6 ottobre], di Emilio Isgrò ho letto il libro appena uscito Come difendersi dall’arte e dalla pioggia (Maretti editore). Non ricordavo che il grande artista della cancellazione, che mi affascina da sempre come una specie di eroe o paladino, fosse così a suo agio nello scrivere, e che il suo primo mestiere fosse stato il giornalista responsabile della terza pagina, come si chiamavano una volta al singolare le pagine di cultura. Non ho mai scordato però che scrivere vuol dire, anche e soprattutto, cancellare.
   Sulla copertina del libro che raccoglie elzeviri e conversazioni l’artista di spalle guarda su una parete la sua opera Cancello il Manifesto del Futurismo, e proprio l’intervento sulla trombonesca retorica del manifesto di Marinetti, pubblicato nel 1909 sul Figaro, è un perfetto esempio di come cancellare e scrivere siano sinonimi. Cancellare è riscrivere (è il gioco dell’arte in ogni epoca), è trasformare il mondo e modificare la realtà. Tutta l’arte dovrebbe farlo, ma quella di Isgrò, diciamo così, lo fa più scopertamente, gioiosamente e insieme severamente; lo fa anche nel modo in cui i filosofi del linguaggio chiamano “performativi” certi verbi che “fanno ciò che dicono”, come “promettere”, “dichiarare” o dire di voler dissotterrare l’ascia di guerra. “Dire è fare”, scriveva il filosofo John L. Austin. “Diversamente da quel che può apparire – ha scritto Isgrò – la cancellatura non è un segno puramente distruttivo, giacché impone al lettore di leggere pur sempre tra le righe e sotto le righe, esplorando con la forza dell’immaginazione la sostanza del mondo e delle parole”.
   L’effetto può essere ironico o perturbante, come certe pagine de la Costituzione cancellata (2010) in cui si leggono solo alcune parole - “La giustizia è amministrata da giudici spaventati”, “Lo Stato può essere sciolto da tre cittadini”. Ma sarebbe sbagliato prendere questo lavoro come una provocazione. “I nostri padri costituenti - ha dichiarato Isgrò - sapevano scrivere, oltre che leggere. E questo marca una differenza fondamentale tra l’Italia di oggi e quella di ieri. Così che, cancellando, è questa differenza che ho fatto emergere, trasformando un testo di alta cultura civile in un testo poetico, pieno di struggimento e di pietà per un Paese che si sgretola sotto gli occhi di tutti...”

   Che ci sia una valenza politica forte in questa mostra che si intitola appunto Modello Italia, è evidente anche al più ignaro visitatore. Pur presentando le tappe del suo lavoro e alcuni classici, dall’irresistibile serie “Dichiaro di non essere Emilio Isgrò” del 1971 alle sculture dei semi di arancia, simbolo di pace e di Sicilia; dai famosi libri cancellati, cui si aggiungono i Codici ottomani, alle bellissime carte geografiche cancellate, la mostra ha fin dal titolo qualcosa di grave, sottolineato forse dall’insistente presenza di scarafaggi “scritti” che invadono e inondano la realtà, o ri/scrittura della realtà. Lo stesso Isgrò mi racconta come alcuni ragazzi hanno compendiato la loro reazione: “ci ha fatto ridere e soffrire”.
   “Mi piace dire cose gravi con leggerezza, per fare sorridere e insieme pensare”, mi dice l’artista. La realtà di oggi è un horror, concorda, “ma gli artisti e gli scrittori servono a questo, no?, a trasformare, a temperare o a cacciare la paura. Senza essere romantico o idealista, penso che la verità serva sempre, serve a tutti, alla politica e a noi stessi, per guardare in faccia la realtà. C’è un aspetto distruttivo della cancellazione, ma è volta anche al suo contrario, al riso”.
   In Modello Italia ci sono le prime pagine dei maggiori giornali italiani cancellate (è un onore) da Emilio Isgrò. Le parole sono annerite, le figure sbiancate. C’è anche una prima pagina cancellata de l’Unità nella sua grafica attuale che non ho riconosciuto subito, dove l’illustrazione sbiancata al centro è una foto - me lo dice Isgrò - di Fabrizio Barca. Ogni giornale ha un titolo che è una variante del Modello Italia, e quello de l’Unità è “Modello delle ali tagliate”. Non ho  ritenuto di chiedere spiegazioni, né giustamente l’artista ha avuto intenzione di darmene.
   Quanto al particolare horror degli scarafaggi, “il primo scarafaggio che presentai - mi dice Isgrò - fu nel 1980 a una Biennale: era incapsulato in un grumo di colla, in un’opera fatta di tanti pezzi di fotografie illeggibili dal titolo Biografia di uno scarafaggio. Tutti pensarono al racconto di Kafka (che in realtà non avevo ancora letto), ma quello che volevo esprimere era lo scollamento tra tutte le identità possibili che un uomo possiede, compresa la vita sotterranea (come quella di uno scarafaggio appunto). Uno scollamento tra il dire e il fare, anzi tra il detto e il fatto”.
  Impossibile non pensare a Pirandello e alla sua ossessione per le identità plurali e inattingibili, ed è Isgrò stesso a venirmi incontro confidandomi che il fatto di essere stato cresciuto da due donne, Mimma e Rosanna Pirandello, del ramo messinese della famiglia del grande scrittore, non può essere stato privo di influenze. A mitigargli invece il ribellismo e l’anarchismo siciliano, mi racconta Isgrò, fu un amico-maestro triestino, parente di Slataper e di Svevo, che gli fece leggere Marx e Freud, Einstein e Heisenberg.

   La Cancellazione del debito pubblico è un’opera del 2011 donata all’Università Bocconi di Milano, che gli aveva chiesto un‘opera. “Subito pensai alla cancellazione del Capitale di Marx, ma era troppo banale. Pensai allora di cancellare uno di quei neoliberisti come Friedmann, responsabili della situazione economico-finanziaria attuale, finché dissi per scherzo, come una battuta, che avrei cancellato il debito pubblico italiano, e la reazione fu entusiastica. Lo venne a sapere Mario Monti, non ancora capo di governo, e alla fine dovetti fare l’opera annunciata”.
   Immagino che Monti abbia valutato con ammirata prudenza le intenzioni di Isgrò, comprendendo, pur senza frequentare l’arte e l’estetica, il pericoloso potenziale delle sue opere capaci di innescare effetti inarrestabili di negazione/creazione di realtà. E’ proprio questo l’aspetto più affascinante ed estremo, incontornabile, dell’arte di Isgrò (valido forse per l’arte in generale), e che sconfina nell’atto sciamanico di far sparire e apparire.
   Il potere di dissolvimento delle cancellature le avvicina da una parte alla satira e allo sberleffo, a cui le cancellature di Isgrò possono assomigliare per l’ambiguità del rapporto con l’oggetto “cancellato”, oppure al collage, per il loro potere di creare nuovi sensi e nuove realtà. Io credo invece che il nodo estetico-politico che le “cancellature” ci pongono assomigli molto all’interrogativo e alla pratica filosofica più radicali della nostra epoca, quello della “decostruzione” del filosofo Jacques Derrida. Occorrerà riparlarne.

5/07/2013

Camminando nei "Paesaggi in breve" di Tullio Pericoli


Cammino nei “paesaggi in breve” di Tullio Pericoli, da qualche parte tra Twombly, Cézanne e Ambrogio Lorenzetti, vago e divago come in un libro che non finisce, o come in una poesia del grande Wallace Stevens: “Nella mia camera, il mondo è al di là del mio intelletto; / Quando cammino vedo che si compone di tre o quattro / colline e di una nuvola”. Da dove viene tanta bellezza, mi chiedo mentre non cesso di guardarmi intorno, perché tanta felicità estetica?
   Dovrei nominare le delicatezze sublimi dei colori e del tratto, tutto il lessico giocoso e sapiente della pittura (punti, linee, superfici, colpi di pennello e di dita, impronte digitali), ma questi paesaggi mi parlano anche molto di scrittura: lo scrivere con le mani, l’arte di tracciare segni e bassorilievi a volte impercettibili ma non virtuali; e quell’altra scrittura della terra e nella terra, campi coltivati e anch’essi “manoscritti”, patchwork di idiomi e di grafie, come stoffe fatte di scampoli di diverse tessiture; terre, non a caso di rasserenante bellezza, cucite di una babele di scritture, di epiche e di lingue. Per esempio i vigneti e gli oliveti delle Marche e del Chianti, gli stessi che vediamo sullo sfondo della Allegoria del Buon Governo, colline come pagine immense di libri aperti, libri la cui lingua non sempre sappiamo leggere, ma che riconosciamo appunto scritta, punteggiatura compresa - cipressi a fare punti esclamativi, puntini e macchie di sospensione, boschive e d’inchiostro...
   Come un volto è tale proprio perché scritto, così il paesaggio, che ne è forse (e non solo per Pericoli) modello intercambiabile.
  Paesaggi “in breve”: in letteratura la brevitas, o breviloquentia, il “dire molto con poco” (l’opposto della magniloquentia) richiama lo stile semplice e morale, “piano” ma acuminato (gli “acumina” erano figure di ingegno nella retorica stoica e poi barocca). Ma fra le tante associazioni di idee che mi suscita prevale qui la somiglianza con l’haiku, la breve anzi fulminea poesia giapponese che è epifania del “qui e ora”, testimonianza dell’eccezionalità dell’ordinario, forma zen dell’idillio (un idillio in breve). “Idilli” erano i Canti del marchigiano Giacomo Leopardi, letteralmente “quadretti”, paesaggi di un mondo esterno e interno, soglie dell’anima, come è il caso della più celebre (e più bella) poesia italiana sul paesaggio, l’Infinito. Negli idilli del marchigiano Pericoli, come nell’haiku e nell’idillio leopardiano, la valorizzazione dello spazio coincide con una logica che annulla le dualità - la forma è vuoto e il vuoto è forma, il questo è il quello, il qui e ora è il perdersi nell’immenso - ma non la meraviglia di ciò che accade. L’arte dell’haiku (e dell’idillio) è arte dell’apparire, qualcosa di radicalmente diverso dalla rappresentazione. Se rappresentare è un atto luttuoso e funebre che celebra ciò che non c’è più, che è stato, o che ci sarebbe; far apparire celebra al contrario i gioiosi tratti di pennello che rivelano se stessi e il mondo, colori e forme, segni e tracce e impronte di vuoto o di pieno, di nudità, di presenza, linee curve e verticali, oblique, orizzontali; calligrafie; paesaggi e terre. E’ questa la felice magia degli acquerelli (e degli oli) di Tullio Pericoli, dei suoi paesaggi in breve.
(aprile 2013)
La mostra si inaugura giovedì 9 maggio da Tricromia

12/27/2012

"Brucia tutto ciò che puoi" (per Ledo Ivo, tradotto da Carlo Bordini)

La persona della fotografia qui a fianco è Carlo Bordini, grande poeta e grande amico, ritratto mentre sta leggendo per me una anzi due poesie di un poeta brasiliano che altrimenti avrei continuato ad ignorare. Si chiama Ledo Ivo. Le due poesie le traduceva impromptu Carlo stesso, dopo averle a lungo assaporate, suppongo. Ero così toccato dalle poesie, ma anche dall'offerta di Carlo (eravamo a tavola nel mio ristorante preferito a Monteverdevecchio, era giugno ed ero da poco stato dimesso dalla riabilitazione in seguito a un'operazione di "chirurgia maggiore"), che l'ho fotografato. Carlo dal canto suo leggendole si era letteralmente, fisicamente commosso mentre le leggeva.

Mentre mi trovo in India, ricevo la notizia della morte del poeta Ledo Ivo, del quale così scrive Carlo in un e-mail agli amici: "è considerato uno dei massimi poeti contemporanei del Brasile. Di lui è stato pubblicato in italiano Requiem (un poemetto ed altre poesie) per l'editrice Besa, nella traduzione di Vera Lucia De Oliveira. Io l'ho conosciuto quest'anno a Lima, al primo festival di poesia di quella città. Era amato da tutti e circondato da un'aura di sacralità. Mi ha regalato un libro di poesie tradotte in spagnolo pubblicato da un editore cileno. Ne ho tradotte un paio che vi mando".

Ecco, non voglio farla lunga, anche se un ricordo tira l'altro (e questo senso di epifania del ricordo, l'idea che ogni istante è già storico, è una delle definizioni del senso di scrivere poesie). Ecco la folgorante, bellissima poesia Brucia, tradotta da Carlo Bordini: ricopiarla e offrirla qui, da dove mi trovo ora, mi fa un ulteriore effetto, come un irradiarsi e prolungarsi di altri sensi, perché non posso dimenticare quanto il bruciare sia qui così importante da riguardare il corpo stesso del poeta, le sue spoglie. Bruciare, sinonimo di "dire la verità". Ringrazio il forte raffreddore che mi ha costretto in una stanza (fortunatamente dotata di wifi) per avermi dato il modo e l'occasione di testimoniare questa poesia, questi poeti, questa verità che (si) brucia.


BRUCIA (poesia di Ledo Ivo, traduz. di Carlo Bordini)

Brucia tutto ciò che puoi:
le lettere d'amore
le bollette telefoniche
la lista dei vestiti sporchi
le scritture e certificati
le confidenze di colleghi risentiti
la confessione interrotta
il poema erotico che ratifica l'impotenza e annunzia l'arteriosclerosi
i ritagli antichi e le fotografie ingiallite.
Non lasciare agli eredi famelici
nessun ricordo di carta.

Sii come i lupi: vivi in una caverna
e mostra alla canaglia delle strade soltanto i denti affilati.
Vivi e muori chiuso come una chiocciola.
Dì sempre di no alla scoria elettronica.

Distruggi le poesie interrotte, i bozzetti, le varianti e i frammenti
che provocano l'orgasmo tardivo dei filologi e glossatori.
Non lasciare ai raccogliori della spazzatura letteraria nessuna briciola.
Non confidare a nessuno il tuo segreto.
La verità non può essere detta.

e questo è Ledo Ivo:

10/11/2011

Biblioteca nomade

  [ Nella primavera del 2003, a Parma dove vissi per un periodo, pubblicai sul giornale locale una descrizione e argomentazione di una rassegna di incontri con amici scrittori che mi ero trovato a curare. Il testo è questo che segue. Lo recupero e lo dedico idealmente all'incontro che si svolge oggi a Roma alla Biblioteca Nazionale, Carte batte forbice ("contro i tagli alla cultura, per le biblioteche come bene comune, per una rivolta del sapere"). E' ancora attuale? Io credo di sì. Il degrado in questi anni è solo aumentato senza cambiare di natura, ma solo di grado, al punto che la realtà è un film horror. Ma l'antidoto resta il medesimo.
   Come autore di Panchine aggiungerei questo: che se il teatro (il Valle occupato, ma ogni teatro) è una grande panchina, la biblioteca è un immensa panchina con dentro una machina del tempo: nulla di più meravigliosamente nomade di una biblioteca.]

   Biblioteca nomade
   Sollecitato da alcuni lettori di questa città [Parma, N.d.R.], vorrei imbastire due o tre pensieri in pubblico a proposito della “letteratura” e del suo ascolto, della sua, detto con una brutta parola, “fruizione”.
   Primo. Biblioteca nomade è il titolo di una serie di incontri con autori che da qualche tempo avviene sotto mio stimolo in un caffè del Parco Ducale di Parma. Scrittori italiani e non solo parlano e leggono brani dei loro libri, e ne “rispondono” al pubblico. Ciò è stato possibile grazie alla collaborazione delle biblioteche civiche del Comune di Parma. Ma cosa significa “biblioteca nomade”? E’ un paradosso, anzi un ossimoro? In realtà è esattamente il contrario, quasi un pleonasma: non esistono libri che non siano in movimento, e lo stesso fenomeno recente del “bookcrossing” (libri abbandonati per essere trovati da lettori fratelli) è ciò che da sempre il concetto di biblioteca pubblica presuppone. Anche senza risalire all’etimologia di biblìon, che significa rotolo e lettera (scrittura quindi destinata e itinerante), “biblioteca nomade” è la biblioteca tout court, il libro che si avvicina al lettore, si offre, condivide il vagabondaggio e l’erranza da sempre presenti nell’atto di scrivere. Qualcosa che accorcia ulteriormente le distanze tra chi scrive e chi legge: comunità di lettori e di scriventi.

   Secondo. Ora, questo ritrovarsi a parlare e ascoltare - in un parco, in una piazza, con le parole giuste, con le parole che non servono a niente, cioè a nessuno di preciso, a nessun progetto definito, solo per il piacere di dire, dire l’autenticità; questo trovarci a raccontare storie, poiché di questo si tratta, è davvero un bel segno, no? Per esempio a Roma, Massenzio, “Festival delle Letterature”, Alice Sebold, l’autrice di Amabili resti. Oppure a Parma, Parco Ducale, “Biblioteca nomade”, Emanuele Trevi che parlava dei suoi Cani del nulla, o Lidia Ravera di La festa è finita. O nei cortili e palazzi di Mantova, al festival settembrino della letteratura… Non è solo perché ci si trova all’aperto, tra tigli, gelsomini e secolari ippocastani (Parma), o pini marittimi, cespugli di bosso e di pitosforo (Roma), ma a me viene in mente Boccaccio, e la sollazzevole compagnia di giovani donne e uomini su a Fiesole durante la peste a Firenze del 1348: “parlare a cospetto della morte”, scrisse un illustre interprete del Decameron. E’ la funzione consolatrice e creativa della letteratura, la sua fecondità, il suo coraggio. E dove si trova oggi, precisamente, la morte? Nella prosecuzione strisciante della guerra in Iraq dopo che sono state ammainate le bandiere dell’iride, nel terrorismo botta-e-risposta di Palestina e Israele, nel nostro sazio stare a guardare, nelle strade delle vacanze, nei cantieri del lavoro, nella violenza dei “giusti”, in quella dei tabaccai che sparano alla schiena dei rapinatori, quella dei rapinatori che sparano al petto di tabaccai e gioiellieri? È dappertutto la morte, come la vita stessa? Un anno fa scrissi in un articolo che l’espressione del nostro più ovvio consenso e assenso, cioè della nostra sovrana indifferenza, ha a che fare con la rimozione della morte: Ok, che nel codice militare significava “nessun morto” (per oggi), zero killed. Okay, il prezzo è giusto, diciamo invece oggi, sottintendendo che non c’è nessun problema, che va bene così, che tutto procede nel giusto verso. Giusto nel senso che tutto torna? E’ poi vero? Ma c’è un resto, c’è sempre un resto, qualcosa che non torna. Per abbreviare: affermo che la letteratura dice quel resto, quel residuo, quell’elemento eterogeneo e inassimilabile che continua a essere, sussistere, forse a disturbare. E che già essere, vivere, significa restare. La vita è resto, letteratura è l’altoparlante, anzi bassoparlante, di tutto ciò che resta, tutto ciò che resiste (è la stessa parola, la stessa origine). Allora è in nostro nome, finalmente, che ci affolliamo a volte ad ascoltare le parole degli altri, gli scrittori, parole così ampie, così inutili, e per questo importanti.

   Terzo (e ultimo). Ma nonostante tutto (e contro i miei stessi interessi) continuo a trovare strano che gli scrittori diano spettacolo (di sé) fuori dalle loro pagine. Trovo stupefacente che abbiano un pubblico per il loro apparire in carne e ossa. Se Thomas Bernhard aveva il vezzo di dire che non esistono autori, ma soltanto libri, io penso invece che non esistano opere che non siano di circostanza, nate in un contesto e radicate in un corpo. E capisco il desiderio di diventare “amico per la pelle” dell’autore che si ama, come diceva Holden-Salinger. Ma, al contrario che nella lettura silenziosa, nella parola viva degli scrittori è impossibile identificarsi: Alfredo Giuliani paragonò lo spettacolo di chi legge i propri versi a quello del trapezista senza rete. E’ una bella immagine, danzare su una corda tesa, suspense adattabile a ogni vero scrivente. Che poi i poeti si riconoscano perché là in mezzo sono quelli che balbettano, questo l’ho già scritto un sacco di volte (la balbuzie come forma matrice della poesia).
   Ancora meno spiegabile è per me che vi siano persone che pagano per frequentare corsi di scrittura. Scrivere è di per sé diventare altro, anzi divenire e basta, senza diventare mai. E allora? Forse è proprio la ricerca di quell’”altro”, di quel “resto”, il movente infinito della loro ricerca. Ogni volta che ho “insegnato” a “scrivere” ho parlato di tutto fuorché di quello: del volto, dell’abitare, di musica, del mondo esterno, della noia. Sarebbe come insegnare a vivere o a morire: si va avanti a tentoni, a metafore, contrappassi, equivalenze. Più si cerca di avvicinarsi all’argomento e affrontarlo di petto, più ce ne si allontana (più guardo una parola da vicino, più essa mi guarda da lontano, avrebbe detto Benjamin citando Karl Kraus). Meglio parlare “d’altro”. L’importante è invitare a dire l’esperienza, qualunque sia, quella che arriva al midollo, senza autocensura. Ma per arrivarci non ci sono “tecniche”, tantomeno verbali. Alla domanda “come stai?” occorrerebbe rispondere una storia, non un avverbio o un commento. Bukowski, quel “vecchio zozzone”, diceva che per scrivere bene “occorre scopare un sacco di donne”, avere la cucina in disordine e vincere alle corse dei cavalli (vincere, non giocare e basta). Un amico poeta ha scritto che non bisogna scrivere per nessuno, oppure scrivere totalmente per qualcuno (forse per questo mi piacciono le lettere e le preghiere). La storia della letteratura, Dante compreso, mostrerebbe che scrivere serve a rimorchiare le donne (o a rimorchiare gli uomini): conversione attraverso la lettura. Tutto il resto è pubblicità (e allora preferisco la politica). Per concludere sui corsi di scrittura, che sempre più spesso vogliono insegnare a raccontare storie, forse l’esempio migliore di equivalenza, di quel parlare d’altro, lo ha dato Raymond Carver: comunque vada a finire la tua storia – disse commentando il racconto di qualcuno – ricordati sempre di non far mancare il latte ai bambini, la mattina.

Ecco perché “biblioteca nomade” è una vacanza dalle parole di tutti i giorni, sì, ma non dalla responsabilità di continuare a vivere e narrare la nostra vita ordinaria.
(Giugno 2003)

8/17/2011

Ex voto (Per Grazia Ricevuta)

   Non solo writers e graffitari scrivono sui muri di Roma. E non solo su Internet ci sono bacheche su cui lasciare tracce. Esistono scritture pubbliche e anonime di chi testimonia non tanto la propria esistenza, ma il proprio stupore, il sacro, la preghiera. Parlo di quei ringraziamenti al Divino, spesso impersonato dalla Madonna, cui si attribuiscono miracolose salvezze e guarigioni: gli ex voto “per grazia ricevuta”.
   Di fronte all’opulenta facciata del Ministero della Pubblica Istruzione, in viale Trastevere, nel muro che cinge un centro sportivo è incastonata un’edicola con immagine della Madonna. Intorno, per quasi quindici metri di superficie, il muro è tappezzato di mattonelle di marmo con su scritto “Per grazia ricevuta”, o il suo acronimo PGR: un murales di suppliche, un mosaico di ringraziamenti, un anonimo e corale monumento alla devozione.
   Più scarni e poveri degli ex voto veri e propri, dipinti o scolpiti, che sono quasi una forma d’arte popolare, anche i “per grazia ricevuta” sono una pratica rituale antichissima, e quelli alla Madonna i più diffusi: “Ti ringrazio Vergine Immacolata sede della sapienza ti ho pregato con fede e tu mi hai aiutato”. “Grazie è la parola riconoscente / Madre dal grande cuore e dall’immensa compassione / Grazie”. Una lapide riporta versi dal Paradiso di Dante: “Vergine madre figlia del tuo figlio / umile ed alta più che creatura... / io ti ringrazio di avermi esaudito”.
   Le lapidi sono centinaia. Le più remote sono dei primi anni ’50, semicancellate in un grigio indistinto, le più vicine all’edicola e alle mensole di marmo su cui giacciono vasi di fiori, ceri e lumini. Una fessura nel muro invita a lasciare offerte: “Pane agli orfani”. Continuo a leggerle sporgendomi, e la mia presenza attira altri passanti che si fermano. E’ come una litania: “E’ troppo poco / il mio scritto / o Maria / per dire quanto fu grande / il tuo aiuto / da Rimini porto a te / la mia viva riconoscenza / proteggimi ovunque”. “O Vergine purissima la mia supplica ti è giunta gradita”, “Ebbi fede pregai e ottenni”, “Sotto il tuo manto cerco aiuto e trovo protezione e soccorso”, “Grazie Madonna”, “Grazie Madonnina”, “Contro ogni speranza tu hai provveduto, o madre!”, Grazie Vergine Santa”, “Grazie madre celeste”, “Tenera madre di noi tutti”, “Madonna quei de noantri ti ringraziano”, ecc. Una madre ringrazia per il figlio: “Grazie madre dolcissima regina degli angeli”.
   Il muro sprigiona un brusìo visivo che, se fosse sonoro, assomiglierebbe a un’installazione di Christian Boltanski, il grande artista della commemorazione degli anonimi: un mormorìo sommesso di voci sovrapposte che dicono la loro meravigliata devozione con le parole più semplici e universali. Una citazione dal Vangelo di Luca incisa su una pietra, si rivolge ai passanti: “Chiedete e vi sarà dato / cercate e troverete / ... Chiunque infatti chiede, riceve / Chi cerca trova / A chi bussa verrà aperto”. Come una targa sbiadita del 1954: “Più volte chiesi... più volte ottenni”.
   Roma è piena di edicole o “madonnelle” circondate di lapidi PGR. Ma il sito più celebre e antico è la sala degli ex voto per grazia ricevuta (a migliaia) nel Santuario del Divino Amore sull’Ardeatina, a duecento metri dalla chiesetta che nel Settecento fu teatro di miracoli, e da allora meta di pellegrinaggi devoti.
   Adesso sono accanto al semaforo dell’incrocio tra largo Preneste e Via di Portonaccio. Un angolo di semiperiferia, palazzoni in disordine alternati a zone vuote e archeologie industriali. Il vecchio muro ad angolo retto è cosparso di lapidi che s’irradiano da una doppia edicola, una Madonna a mosaico e un’altra su lastra. Per terra, sotto le mensole coi lumini, tanti fiori freschi: rose, orchidee, crisantemi, gerani, margherite, calendule, fucsia. La varietà di lapidi, alcune a forma di cuore, è più forte e intensa che a Viale Trastevere. Il traffico scandito dal semaforo a due passi aggiunge un senso di precarietà più straziante. Non tanto tempo fa qui era campagna. Un luogo così simbolico che il graffitaro “Space invader” l’ha scelto per piazzare, incastonato tra un PGR e l’altro, un suo inconfondibile mosaico bianco e rosso. Sembro un lavavetri a riposo, mentre volto le spalle alle auto e guardo il muro.
   “Mamma del cielo, Vergine Santa / vicino a Te, il mio cuore canta / (...) / stringi l’Anima della mia Anna Adorata”, e una profusione corale di “Grazie per...”, “Merci Ste Vierge”. La lapide più bella: un nudo “Ti prego”. Sotto le edicole, la lapide più vecchia si rivolge al visitatore: “Il Signore ti benedica / e ti custodisca / ti mostri la sua faccia / ed abbia di te misericordia / rivolga verso di te il suo volto / e ti dia pace / Il Signore ti benedica”. Testimonianze di miracoli, forse il miracolo è proprio questo, scrivere sui muri.
   Il poeta Camillo Sbarbaro una volta confessò: “Sopravvivo perché ancora scrivo”. La scrittura era per lui un dono caduto dal cielo: “Ogni riga che scrivo, un ex-voto che appendo: ‘per grazia ricevuta’”.

(uscito su Repubblica-Roma il 17 agosto 2011. La fotografia è di Armando Albeldas)

3/13/2011

Essere italiano (risposte a un questionario)


Il nuovo numero monografico della rivista Nuovi Argomenti è dedicato a un questionario sull'essere e sentirsi italiani indirizzato a un gran numero di scrittori (italiani). Io sono uno di loro, e riporto qui di seguito le mie risposte alle loro domande, resistendo alla tentazione di ritoccarle. faccio però una piccola premessa.
All'epoca delle mie frettolose risposte (qualche mese fa) non si immaginava una performance come quella di Benigni sull'Inno di Mameli a Sanremo, o almeno non la immaginavo io, né avevo percepito che oggi la nuova destra in Italia non fosse nemmeno più portatrice dell'idea (del valore? della retorica?) di "patria" e "nazione". Come è potuto accadere? Una risposta ce l'ho (e l'ho capita proprio guardando Benigni a Sanremo). Che "nazione" è forse l'ultimo esempio o avatar rimasto di "cosa pubblica", o "comune", di valore o bene "collettivo", insomma come si dice lo spazio pubblico, la scuola pubblica, la Re-pubblica, il parco pubblico o le panchine. E nella volontà di scardinare, estirpare alle radici questi valori, questi beni comuni, la nuova destra ha perfino fatto piazza pulita di questa idea. Inimmaginabile fino a qualche tempo fa, soprattutto per le mie origini e la mia formazione, senz'altro più "anarchiche" e cosmopolite che non nazionali. Comunque sia, continuo a non sentirmi molto in pace con i miei connazionali. Come si evince dalle mie risposte alle seguenti domande, che presento senza nessuna correzione.

1) Lei si sente italiano? E, se sì, in che modo?
   Quando si compilano i formulari alla frontiera (in un aeroporto americano, per esempio) alla casella “religione” c’è chi potrebbe sbandierare la propria confessione di ateismo e non appartenenza. Ma se si tratta di un italiano non ebreo, figlio e nipote di italiani e cresciuto in Italia, una risposta così è una risibile omissione. Rientra nel nostro Dna essere bianchi, europei, italiani, cristiani e cattolici. Da queste pre-determinazioni (o condizionamenti) si eredita lo sguardo con cui percepiamo il resto del mondo: meglio esserne consapevoli. Allo stesso modo so di essere italiano, e mi sento spesso italiano, anche se non sono i momenti di cui vado più orgoglioso: quando cerco di convincere il vigile o il poliziotto a non farmi la multa, il commerciante a tirar su la saracinesca o a riaprire il negozio, l’oste o il ristoratore a farmi fumare al tavolo nonostante i divieti, “visto che non c’è più nessuno”. Non ho mai parcheggiato sulle strisce pedonali e negli spazi per gli invalidi, ma ho citato fin troppo volentieri la petrarchesca caducità della vita, e “cosa siamo noi di fronte all’eternità”, per giustificare retoricamente i miei atti ed evitare sanzioni.
   D’istinto, non sapendo definire un’identità italiana, mi viene in mente così una serie di parole alla rinfusa, che rispondono in parte anche alla domanda 2: commedia, farsa, farla franca, darsi di gomito, presunzione, impunità, immunità, trasformismo, paura, attaccamento, senso di inferiorità, senso di superiorità, ipocrisia, esagerazione, superstizione, velleità, furbizia, ecc. Ricordo il ritratto che fece Rilke (ma con lui tutti o quasi i viaggiatori europei fin dal tempo del Grand Tour) dell’inopportuna e invadente teatralità degli Italiani. Per questo il primo ministro story-teller e pubblicitario di mestiere, che gli Italiani hanno eletto loro rappresentante per quasi quindici anni (quindici anni della mia vita adulta che avrei preferito trascorrere con altri argomenti di conversazione, altri sfondi, altre pubbliche interferenze), oltre che portatore di un triviale regime è campione e maschera dell’italianità, sintesi delle affinità elettive dominanti.
   Detto questo, c’è per fortuna un’altra galleria di parole positive, che hanno fatto sì che mi ostinassi a restare o a tornare in Italia: calore, umanità, cordialità, famigliarità, cantare (“volare”), gusto dello stare a tavola, lentezza (strano che si dica in inglese: slowfood), atavico ripudio della guerra... L’utopia è che restino questi i valori prevalenti.
2) Territorio, tradizione e identità sono concetti utilizzati con frequenza, a destra come a sinistra. È d'accordo con l'uso che se ne fa? E crede di poter parlare, secondo la sua esperienza, di territorio italiano, tradizione italiana e identità italiana?
   Quasi tutto di questo doveroso questionario tocca argomenti che sono per me in larga parte scabrosi e al tempo stesso formativi: la mia ripugnanza per l’italianità patriottica è tutt’uno infatti con la storia della mia bildung ed educazione sentimentale. Per esempio: facevo il ginnasio quando al “collettivo” culturale della mia scuola, che si riuniva un pomeriggio alla settimana per leggere libri fuori programma, affrontammo il saggio di Marcuse in Cultura e società che tratta dell’ideologia di “sangue e suolo” - tratti identitari comuni a ogni fascismo. Marcuse delineava, con parole semplici e folgoranti, la retorica del nazismo passato e del “leghismo” futuro: nulla di più italiano forse dell’antitalianità di Bossi e della Lega Nord.
   Ma la domanda richiede giustamente una risposta soggettiva ed esperienziale, per la quale rimando alla risposta 4, tranne questa breve osservazione: da qualunque frontiera europea si giunga in Italia, salta agli occhi appena oltrepassata la dogana la penosa bruttezza dell’urbanistica italiana: i condomini sono più simili a stabilimenti per la stagionatura dei prosciutti che a case abitate, e disposti in modo informe e casuale sul territorio, come le villette mono e bifamigliari, famose per i delitti, che costituiscono la nostra “italian beauty”. Perché è così? Non lo so. Anche se l’audace citazione di un cantiere abusivo, una specie di ecomostro che appare per un istante nel bel film di Mario Martone sul risorgimento italiano (Noi credevamo), suggerisce qualcosa di costitutivo nella formazione del nostro Paese. E non posso non vedere una continuità tra questa incuria e la devastazione tragica e quasi “finale” della terra foderata di rifiuti tossici, in Campania e nel casertano, laboratorio del resto d’Italia, descritta nel capitolo finale di Gomorra di Saviano; a riprova del fatto che la perdita del senso dello spazio, dell’appartenenza e cura di un territorio, procede parallelamente con quella del tempo, della memoria, ed entrambe colla perdita del senso dell’interdipendenza biologica e culturale dell’essere-umani-sulla-terra.
3) Che significato ha per lei la parola patria?
   Si è capita la mia allergia a questa parola e ai suoi derivati. La uso il meno possibile, e quasi sempre in senso metaforico (come “la sua patria è la nostalgia”, scritto da Chiara Valerio a proposito di un mio libro di racconti). E’ come il peso di un’eredità imposta e non negoziabile (da ragazzo mi chiedevo perché non “matria”, così come si può opporre matrimonio a patrimonio, ma sono giochi di superficie). Provo insofferenza per la valorizzazione indotta e quasi obbligata di un’appartenenza astratta e casuale come la nazionalità (tutto il contrario di una gratitudine), e sono molto critico e sospettoso nei confronti di ogni identità rivendicata, sottolineata, acclamata, enfatizzata (un Noi che è contro Loro), germe e radice di ogni violenza e di ogni guerra. Trovo aberrante la formula americana right or wrong is my country (“giusto o sbagliato è il mio Paese”), che depone ogni etica a favore dell’identità, e altrove l’ho argomentato reiterandone la logica in altri esempi, da quello stalinista (giusto o sbagliato è il mio partito) a quello mafioso (giusta o sbagliata è la mia famiglia), e così via.
4) Sente più forte il suo legame con un'identità locale (cittadina, provinciale, regionale) o con l'identità nazionale?
   Questa, insieme alla 5, è la domanda più bella, nel senso che mi propone una via d’uscita finalmente affermativa. Il parmigiano e l’emiliano che sono dentro di me, per quanto discreti, sono anch’essi insopprimibili, ma per parlarne devo cambiare registro: dove si nasce, da cosa si nasce, che cosa lascia in noi un’insopprimibile, duratura impronta? Di cosa siamo fatti? Io ho un amico maestro Zen, Fausto Taiten Guareschi, che non esita a parlare della propria nascita in Giappone, nella tradizione del Soto Zen, dai suoi maestri-padri-patriarchi etc., allo stesso modo in cui sant’Agostino poteva “confessare” la propria vita a partire dalla propria conversione al Cristianesimo, ovvero morte e vita nuova. Ma nello stesso tempo, lui, Taiten, nato a Fidenza, in provincia di Parma, abate e manutentore di un monastero buddhista ricavato da un rurale su quelle colline, parla ininterrottamente del padre, del mondo contadino e locale (il “mondo piccolo” di Giovannino Guareschi) e ha scritto un libro molto bello, di prose-insegnamenti, dal titolo Fatti di terra (cui seguirà prossimamente un altro libro dal titolo Fatti di nebbia). Ecco, mi riconosco pienamente in questa formazione, nascita e tradizione, che è un misto di vari elementi, dalla parlata strascicata e cantilenante ai cappelletti fatti con lo stracotto, dal radicchio verde (ormai quasi introvabile) al melodramma, e soprattutto quell’immaginario del luogo (i luoghi sono anche ciò che ci fanno immaginare) che da Ariosto a Pascoli - o dal Paradiso di Dante immaginato nell’esilio a Ravenna, all’Amarcord di Fellini a Rimini - conosce le mille varietà del bianco come solo chi è fatto di nebbia, come il Battistero di Parma o il Duomo di Modena. E credo a una connessione diretta tra il mondo piccolo e locale della propria origine e la dimensione universale - che, tra parentesi, è il contrario del provincialismo. Non a caso la bellezza o il sapore o la cura di certi singoli aspetti del pianeta, che possono essere un lago, una foresta, un’architettura, un dipinto, un formaggio o un dialetto, vengono detti “patrimonio dell’umanità”.
   "Fatti di terra – ha detto il maestro Taiten Guareschi – non si può perdere né acquistare terreno [...] La nostra pratica, così come la nostra strada è inventare il senso della terra d’origine”, “sogno terragno in cui sognando si rivela il sogno”. Sento un’appartenenza chimica, fisica e poetica a una certa terra, di cui mi piace a volte essere guida e ospite per gli stranieri - gli stranieri essendo coloro che ci aiutano a vedere meglio casa nostra, facendoci uscire dall’assuefazione e dalla cecità.
5) Simmetricamente, sente più forte il suo legame con l'identità italiana o con l'identità europea?
   La seconda, sicuramente. La mia identità è quella dei luoghi elettivi, e mai casuali, in cui ho intensamente abitato: dopo Parma, Lerici, Bologna, Roma, la Versilia, Parigi. E il Salento (dove ha origine mia madre) e perfino Ginevra, il lago Lemano e le Svizzere. O di quelli sognati: la Germania dei tanti scrittori di lingua tedesca che ho amato, la Zurigo di Max Frisch, la California da Chandler a Brautigan, la New York di Allen Ginsberg, l’Amsterdam e la Tashkent del mio amico Giorgio Messori, perfino l’America e l’Oklahoma sognati da Kafka, che ri-conobbi esattamente leggendolo e contemporaneamente guardando dal finestrino durante un volo New York-Los Angeles.
   Ma le mie abitudini, i miei valori, i miei riferimenti sono radicatamente europei; la mia “nostalgia” è dell’Europa, della sua lentezza, della sua memoria, del suo senso della Storia, della sua nostalgia appunto; della sua complessità e tragica saggezza, senza la quale non conoscerei la comicità, l’ironia e il riso.
6) Ci sono personaggi, periodi o eventi storici che accendono in lei qualcosa di simile a un orgoglio patrio?
   Qualcosa di simile me lo hanno comunicato solo i partigiani che hanno combattuto, per esempio sugli Appennini, contro i nazifascisti.
7) Uno dei rari momenti in cui il popolo italiano pare ritrovare un'unità di intenti e sentimenti è la visione di eventi sportivi. Si è mai trovato a guardare la gara di un atleta o di una squadra nazionale augurandosi che vincesse solo perché rappresentante l'Italia? E, se sì, per quale motivo?
   No, con la sola eccezione dei Mondiali di Calcio del 1982 (ero giovanissimo), quando Pertini era Presidente della Repubblica e si trovava in Spagna a fare il tifo per l’Italia. Era una squadra strana e interessante la formazione italiana, con Zoff e Bruno Conti, forse il ritratto più benevolo della nazione. L’Italia superò l’atavica paura di vincere (che secondo un mio amico risale almeno alla “disfida di Barletta”), Paolo Rossi rubava goal come un folletto, e l’entusiasmo di vincere contro dei giganti, come il Brasile e la Germania, si propagò. Soprattutto, quel mondiale è legato per me all’immagine di Roma in festa (ero a Roma in vacanza, dove avevo legami di amicizia con un gruppo di giovani poeti). Ricordo camion con le bandiere tricolori, e per la prima e unica volta nella vita non ne provai fastidio. Era una festa di poveri, non di ricchi, e dissi all’epoca che mi sembrava di vedere la festa della Liberazione, però a colori.
8) Pensa che il senso di appartenenza linguistica sia un elemento costitutivo del sentimento di identità nazionale?
   Non lo so, sinceramente. Anche perché, nonostante il nobile intento di Alessandro Manzoni, l’italiano inteso come lingua l’ha fatto di più Mike Bongiorno, ovvero la tv. Ma perfino quando leggo Dante non sento di leggere in lingua esclusivamente italiana, ma in una lingua europea, se non in un “patrimonio dell’umanità”; e soprattutto in una lingua che crea, che letteralmente dà forma e luogo, a ciò che chiamiamo “poesia”, “letteratura”, che è per me una lingua sovra-nazionale. Mi sono chiesto spesso in che lingua abbiamo letto i romanzi europei, americani etc. quando li abbiamo letti tradotti, quale sia insomma la nostra lingua d’uso, in cui scriviamo e parliamo. Prendo molto sul serio questa domanda, ovvero non intendo una “appartenenza linguistica” come il gergo di un clan più o meno allargato, come le cento o anche solo cinquanta parole in cui, da anni, i linguisti hanno dimostrato che si può vivere una vita in una città. “Lingua” è per me inscindibilmente legata alla letteratura, ovvero non è uno strumento che serve a comunicare qualcosa, ma l’organo di un Dire per mantenere (aperta) la parola, una forma alta di gratuità e di grazia, ma anche di rivelazione, senz’altro più vicina alla mistica che alla politica e agli affari; o al cosiddetto management che richiede una fluidità linguistica che avversa ogni elemento poetico come “rumore”, sabbia negli ingranaggi...
   C’è da chiedersi quindi quale sia il panorama attuale della lingua praticata in Italia; se e dove esista una pratica della lingua che non sia degradata o fagocitata dallo slogan politico-pubblicitario.
9) Quale è, se ritiene che esista, il carattere nazionale italiano? Crede che tale carattere sia costitutivo dell'identità o possa mutare nel tempo?
   Vedi risposta 1. Spero che possa mutare, grazie al meticciamento, o come si dice.
10) Italiani si nasce o si diventa?
   Tutt’e due, mi auguro, almeno per quanto la cittadinanza e i diritti civili che essa comporta. Penso naturalmente agli immigrati, di prima, seconda, terza ecc. generazione. In opposizione a ogni retorica del suolo, o peggio del sangue, che esclude gli altri, gli stranieri, in un’extra-comunità.