(Tentativo di dare un seguito con parole diverse alla rubrica della scorsa domenica, in una passeggiata a Parigi in novembre).
... Questa cosa del vedere il mondo dal di fuori, la vita, bevendo la birra a Place de la Contrescarpe, poi rue d’Ulm e la piazza dove vidi l’alba abbracciato a X. nel grande spazio rosa e bianco deserto come un quadro di De Chirico, le strade di un passato tanto più remoto quanto più recente, cioè passato, dove insegnava il celebre filosofo marxista Louis Althusser prima che ammazzasse la moglie e andasse al manicomio, quando c’era un futuro ma la politica nascondeva nascita e morte come i giochi dei bambini, riproiettandole in utopie (l’origine è la meta), le parole vibravano all’unisono della città - le macchine i palazzi bianchi i libri che si fanno corpo, le metafisiche le politiche i cortei le bandiere i lampi azzurri e le sirene, e la sensazione della parola giusta, irrimpiazzabile come nelle poesie (“è vero!”, “è così!” – e che cosa vorrà dire questa esclamazione). Questa cosa di vedere il mondo e la vita dal di fuori, come se ci fosse un fuori, come se fosse o potesse essere – qualcosa – al di fuori di questo, le parole, penso mentre cammino ora boulevard Raspail, quel piano alto del palazzo anni ’30 dove un’altra primavera Y. mi abbracciava e diceva “sembra una casa giapponese”, e l’avremmo lasciata vuota e bianca - l’idea che le parole abbiano una consistenza fisica, che le parole smuovano il mondo (ma la filosofia era già meno importante, preferivo i musei, scettico come si addice a uno scrittore), camminando a vuoto tra gli alberi piangenti sotto il cielo alto – ma potrebbe essere sotto i platani di Parma o di Bologna, tra i vicoli o i viali di palazzoni di Roma, tra i prati di periferia sopravvissuti – mi chiedo se sono io o è il mondo intorno - la realtà, la storia - che invecchia e muore.
(da l'Unità di oggi, rubrica "acchiappafantasmi")