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4/26/2014

Festa della liberazione - degli altri

Vorrei offrire ai lettori un paio di pensieri ancora in corso.
   Il primo nasce dal fastidio per alcuni commenti letti qui e là sul 25 aprile, dove con leggerezza e arroganza si pongono sullo stesso piano i partigiani di allora e i “ribelli” di oggi – dai No Tav a chi manifesta per la casa. Ma c’è una grande differenza tra chi “si ribella” per avere o ottenere qualcosa (soldi, casa, cose, etc.), per rivendicare un diritto (reale o presunto), e chi si ribella non per sé, non per avere qualcosa, non per ottenere soddisfazione o un risarcimento, ma per essere e permettere ad altri di essere, per contribuire a liberare, comunque sia, senza altri scopi né meriti, un mondo al di la di sé, perfino un mondo senza di sé – un mondo che si può immaginare senza il proprio “io”, un mondo nel quale possiamo benissimo essere assenti: ed è questo che furono i partigiani della generazione di mio padre, così come lo furono i combattenti volontari della guerra di Spagna bombardati dai fascisti italiani, come Ernest Hemingway, etc. etc.
   E’ la stessa differenza, credo, tra chi vive religiosamente per avere il premio agognato di un Paradiso, e chi vive evangelicamente senza nemmeno saperlo, senza accorgersene, senza maturare nemmeno inconsciamente un fantasma di credito o di premio per le proprie azioni, ma lo fa solo perché è giusto, pulito e soprattutto naturale farlo. Con bontà che vorrei chiamare “animale”.
   Finché non sarà chiara per tutti la differenza, il mondo sarà di continuo attraversato da tragici ma infantili conflitti di falsi ego, capaci di uccidere e di uccidersi per un giocattolo – per il fantasma ossessivo di un diritto, di un possesso, di una rivendicazione, di una cosa, di una qualsiasi impermanenza.

   Il secondo pensiero lo suggerisce il poeta Carlo Bordini sulla sua pagina Facebook, dove per richiamare l’attenzione sulla nuova ondata di semplificazione che investe ogni ambito, dagli editori che chiedono che i libri siano scritti in modo “semplice”, ai governanti che parlano con slogan di 25 parole ripetute all’infinito, e i cui programmi politici sono composti da dieci, massimo quindici parole, invita a leggere il brano di un articolo uscito tempo fa su l'Unità:
   “Osservo di nuovo che l’imbarbarimento di una nazione (di questo si tratta) nasce e si presenta spesso come una politica di semplificazione – che non è proprio una bella parola, e designa una riduzione innaturale della complessità, ossia dell’intelligenza. Si crea e si consolida nella riduzione del linguaggio, del pensiero, della politica, nella neo-lingua pubblicitaria più volte denunciata, nello scavalcare il Parlamento e l’etica della discussione. Ma è soprattutto negli spazi lasciati vuoti dalla cultura e dall’educazione che l’autoritarismo “semplice” si insedia e riproduce, svuotando di senso il concetto e la realtà di una Repubblica. Il costo umano, sociale culturale è esorbitante. Le sue conseguenze rischiano di essere irreversibili.”
   Il brano è tratto da un articolo intitolato “La lezione degli studenti” (parlava delle loro lotte), e uscì il 24 ottobre del 2008. L’autore, anche se me n’ero totalmente scordato, ero io stesso. Ma la cosa inquietante è la sua attualità. Rientra nella violenza della semplificazione, oggi, la contrapposizione “prendere o lasciare” tra conservazione e innovazione, dove la seconda per definizione è “di sinistra” e deve per forza essere vincente – e che importa se invece la conservazione riguarda Pompei o la Biblioteca Nazionale, le scuole pubbliche, l’educazione e la memoria. E così la sera del 25 aprile, venerdì, in una trasmissione televisiva, un giovane esponente del centro sinistra irrideva come bizzarria conservatrice la sacralità delle feste (quelle civili) in cui si scoraggia il lavoro, il commercio, il negozio. Che importa, diceva, la memoria del 25 aprile, se un commerciante vuole approfittare della festa per vendere più merce? La sicumera con cui venivano esibite queste parole che mandavano al macero (rottamavano?) decenni e forse secoli di educazione civile, di lenta acquisizione di consapevolezza che ci sono cose “non in vendita”, valori non economici e comunque non monetizzabili, mi stordiva; e pensai che sì,  una nuova barbarie è cresciuta dentro di noi, e niente è più al suo posto. L”irreversibilità di cui sopra è già iniziata da tempo.
   Alla rozzezza del negozio, del profitto a ogni costo, festa o non festa, corrisponde una simmetrica rivolta dei forconi e dei cosiddetti ribelli. Nell’attuale scacchiera sociale senza memoria né orizzonti tutto sembra intercambiabile con tutto. Non c’è differenza, nessuno sembra più capace di immaginare cosa sia un mondo senza se stessi. Alla sola ipotesi, il commerciante come il senza casa, come  il banchiere, come il politico, sono certo che si porterebbe una mano sulle palle, altro che guerra di Spagna: chi se ne frega “per chi suona la campana”, speriamo non per me.
   

4/23/2011

Sull'eredità della Liberazione

   Ieri ho visto due film, Habemus papam di Nanni Moretti, La fine è l’inizio di Jo Baier, dal libro-conversazione di Tiziano Terzani col figlio Folco. Rimpiango non averli visti prima di recensire il libro di Massimo Recalcati Cosa resta del padre (v. l’Unità del 17/4) - elogio della vulnerabilità dei padri e della loro trasmissione. Nel film di Moretti, retto dallo splendido Michel Piccoli, dispiace che la rinuncia del personaggio a essere Papa elimini quei dubbi e quella fragilità che, mantenuti, avrebbero segnato una svolta radicale nel suo ruolo, proprio in forza della sua debolezza. Il secondo film è la storia di un padre che poco prima di morire trasmette al figlio la propria biografia, miscela di errori, erranze, illuminazioni, lascito soprattutto di un senso narrativo dell’esistenza che non cessa con la morte. Entrambi i film toccano il senso religioso e del sacro. In uno quasi suo malgrado (l’ingombrante narcisismo laico di Moretti), nelle scene della riscoperta del mondo da parte del papa-Michel Piccoli, il cui sguardo ricorda Il cielo sopra Berlino di Wenders; esplicitato e consapevole nell’altro, come equivalenza tra nascere e morire. Oggi è Pasqua, e a questo volevo arrivare. Legata a quella di Pesach – la Pasqua ebraica, festa di Liberazione degli Ebrei dall’Egitto – la data della Pasqua cristiana di Risurrezione avviene ogni anno la domenica successiva al plenilunio dopo l’equinozio di primavera. Quest’anno si affianca a una festa laica (ma ha senso questa distinzione?), la Liberazione dal nazifascismo del 25 aprile. Ho ereditato questa data da mio padre, modestissimo ex partigiano: parlarne esula dallo spazio di questa rubrica, ma è sempre storia di nascere e morire, di trasmissione di padri (e di madri), di resurrezione della memoria come se fosse carne, carne come se fosse Verbo. Testimonianza. Buona Pasqua, buona Liberazione.
(rubrica "acchiappafantasmi", l'Unità del 24 aprile)

8/07/2010

Festeggiare...

   Mentre lavoro alla revisione del Libro dei Maestri (Porte senza porta rewind), nelle pause leggo un libro bellissimo, la storia vera e incredibile di una permanenza in una tribù di aborigeni australiani, sciamani naturali che camminano ininterrottamente, cantano, pregano, si cibano di quello che trovano, comunicano telepaticamente, amano ogni essere. E' la storia di un risveglio e di un'iniziazione alla vita vera. (E' un amico sciamano che mi parlava da un anno di questo libro. E' un amico artista che lo aveva nella sua biblioteca).

   "Mi ascoltarono con interesse raccontare delle feste di compleanno, dei regali e delle candeline sulle torte ogni anno...
   "Perché lo fate?" mi chiesero poi. "Per noi, una celebrazione è qualcosa di speciale, ma non c'è nulla di speciale nell'invecchiare. Non è necessario alcuno sforzo per riuscirci. Accade, e basta!"
   "Se non festeggiate il fatto di diventare più vecchi", replicai, "che cosa festeggiate, allora?"
   "Il fatto di diventare migliori", fu la risposta. "Festeggiamo quando pensiamo di essere divenuti migliori e più saggi. Ma solo il diretto interessato può sapere quando questo accade, e sta a lui informare gli altri che è arrivato il momento di organizzare una festa".

(Marlo Morgan, Mutant Message Down Under (tr. it. ... e venne chiamata Due Cuori)

4/25/2010

Buon 25 aprile, buona liberazione (cartolina d'auguri da Barcellona)

Mi sono venuti in mente i romanzi di Alvaro Mutis, il grande scrittore colombiano. Quelli con Maqroll il Gabbiere, marinaio che sta sempre sulla terraferma come Corto Maltese, e come lui attraversa con disinvoltura avventure straordinarie, incontra persone straordinarie che raccontano a loro volta cose straordinarie: cioè in realtà molto semplici, ma caratterizzate dalla libertà e capacità di assecondare il destino, e insieme anche di reinventare la propria vita, aprire orizzonti. Sono libri romantici: trovano infatti l’infinito anche nel finito. E ne ho parlato agli amici, seduti al sole al Café Orgasmic di Plaza Sant Agustin.
Mi sono venuti in mente perché sono a Barcellona, e questa città di mare, europea e capitale della Catalogna, aperta al mondo pur preservando una propria identità, è oggi l’esatto contrario del Paese da cui vengo, e di cui si celebra nell’indifferenza e ostilità di chi lo governa la festa più bella, quella della Liberazione dal fascismo. Se penso all’avventurosa semplicità dei romanzi di Mutis (è solo un esempio) è perché, agli antipodi della claustrofobia che dà oggi l’Italia, così chiusa e disperatamente compressa, sottovuoto, ciò che qui è normale - coesistenza di civiltà, agio e senso narrativo dell’esistenza - appare vivido, avvolto quasi da una sorta di shining. Un luogo dove essere stranieri è un valore, non una sudditanza, dove le spiagge sono libere e nessuna speculazione le sottrae alla vista e all’uso, dove iniziare un’attività è per tutti facile e non confligge con l’ottusità burocratica, dove ragazzi e ragazze omosex (anche questi è un esempio, ma importante) si baciano pubblicamente senza timore. Lo so che gli orizzonti di vita sarebbe auspicabile che fossero anche collettivi, ma anche una vita riuscita singolarmente (e una vita riuscita è innanzitutto una vita che sa raccontare se stessa, passato e futuro, memoria e progetto) è già molto importante. Per questo dedico queste mie parole all’amico di Valeria Parrella, un giovane italiano che qui è rinato, e frequentando i corsi gratuiti di cucina catalana ha conosciuto il suo amore cileno; alla poetessa colombiana amica di Sebastiano, giovane architetto italiano che vive qui da anni; ad Andrea, proprietario del Melocomo, bottega di prodotti e cucina italiana nel bellissimo quartiere di carrer Pujadès, che mi ha invitato da lui a leggere racconti forse solo perché, in un mio vecchio libro, scrissi che “le nuvole sono bianche perché il cielo è azzurro”. E a Valeria, Adriana, Jèssica, Tabata, Alessandra, Paolo, Italo, Sergio... e tutti coloro che condividono questo piccolo scorcio sull'esistenza. Buon 25 aprile a tutti voi.

(rubrica "acchiappafantasmi", saltata per ragioni tecniche da l'Unità di domenica 25 aprile