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7/19/2013

Under the Dome, versione tv


   Una cupola trasparente e infrangibile isola una perfetta cittadina americana e tutti i suoi abitanti. Ecco, vedendo Under the Dome, capolavoro di Stephen King sceneggiato da Brian K. Vaughan, già rinomato autore di parecchie puntate di Lost, viene in mente l’aforisma di Ludwig Wittgenstein: “Filosofia è insegnare alla mosca a uscire dal bicchiere”. La mosca siamo noi umani, e il fatto che la cupola sia di materiale ignoto e inattaccabile dalle bombe e tecnologie più sofisticate, aggiunge un elemento di trascendenza e mistero a una storia essenzialmente politica.  Con tanto di dittatore e partigiani.
   La storia è così potente e corale che la serie tv prodotta da Spielberg (in Italia trasmessa da Rai Due) è virtualmente infinita. Inizia con la descrizione dei primi effetti della cupola calata improvvisamente a Chester’s Mill, un terso mattino d’estate: dalla silenziosa decapitazione di una marmotta agli schianti contro il nulla trasparente di un aereo e di un camion. Ma il cuore è la narrazione quasi didascalica di come si forma una dittatura. L’alieno è uno di noi, e i peggiori regimi della Storia sono creati da autoctoni, non da barbari o extracomunitari. Così, mentre nel mondo fuori dalla cupola continua la vita di sempre, nel mondo under the dome ogni tessuto connettivo democratico si sfalda, e la città è assoggettata a un Capo, il ricco consigliere comunale detto Big Jim, occulto fabbricante e spacciatore industriale di metanfetamina. Per lui l’isolamento dato dalla cupola è l’occasione per mettersi al riparo dai guai giudiziari e rafforzare smisuratamente il suo potere. Ricorda qualcuno?
   Mentre l’ambiente dentro la cupola è sempre più opaco e inquinato e il Male prolifera in ogni forma, Big Jim realizza passo dopo passo la sua tirannia personale: manipola la verità dei fatti, istiga alla paura, alterna seduzione e violenza con apposite squadracce, chiude l’unico giornale della città e raziona il cibo e la luce elettrica. Fino al delirio di contrapporsi al resto dell’America. Che importa se la luce del sole è filtrata da nuvole spesse di smog, e al posto di forme e colori di ciò che prima era la natura c’è solo una terra desolata; per Big Jim anche la fine del mondo è una favola messa in giro da froci e comunisti. E l’horror si rivela il genere narrativo più consono a descrivere la realtà contemporanea. 

(pubblicato su Venerdì di Repubblica del 19 luglio 2013)

P.S. In realtà, vista la prima puntata, sono stato piuttosto deluso: si può vedere, ma lo stile è terribilmente televisivo, nel senso più invecchiato del termine. E pensare che avevo cenato in fretta, nella campagna maremmana in cui sono in vacanza, per andare in una casa a vederlo... Perché le versioni filmate dei capolavori di Stephen King sono condannate a essere così spesso mediocri? 

4/30/2011

Siamo tutti testimoni (rewind)

Propongo una mia riflessione sui funerali di papa Woytila uscita su l'Unità dell'11 aprile 2005:  la volontà di essere testimoni alla sua beatificazione è un replay, sul piano mediatico e del pellegrinaggio, ovvero la volontà di "essere testimoni". Per questo ripropongo intergralmente quell'articolo senza toccare una virgola.
http://www.beppesebaste.com/articoli/tutti_testimoni.html

Siamo tutti testimoni


   La badante polacca di una mia amica è tornata due volte in piazza san Pietro, l’ultima per assistere ai funerali del papa. “Devo esserci”, ha detto, “devo essere presente, testimone” (e si noti che la sua risposta echeggia gran parte di quelle dei pellegrini intervistati). L’amica pensava invece che essere lì, dentro l’evento, facesse perdere di vista l’insieme, e ha preferito guardarlo alla televisione. Io, che non sono andato a San Pietro e non ho guardato la televisione, nondimeno mi sento testimone della storicità di quell’evento - e non solo perché era impossibile sfuggire alla saturazione mediatica e al potere di irradiamento della “morte del Papa”. Non so se esiste una graduatoria dei gradi di testimonianza, ma il fenomeno del pellegrinaggio a San Pietro, più sottile e complesso di quanto sia apparso, esprime qualcosa di nuovo non solo rispetto alla società dello spettacolo e alla televisizzazione della realtà, ma sulla nozione stessa di testimone.
   L’etimologia della parola (testis, superstes, cioè superstite), ci insegna che testimoniare è facoltà data dalla superstitio (superstizione, "essere superstiti"), sorta di “dono della presenza”, quasi una divinazione, ossia la possibilità di assistere ad eventi lontani come se avvenissero davanti ai nostri occhi. La possibilità di testimoniare non riguarda quindi solo i testimoni oculari, quelli che sono (stati) presenti lì, in quel momento; ma anche chi, da un evento, viene coinvolto a distanza, nello spazio o nel tempo. L’antica superstitio, senza il significato negativo assunto in seguito, sembra designare allora la logica e lo spazio della comunicazione nell’era della globalizzazione mediatica: essere tutti testimoni dello stesso evento; essere testimoni di tutti gli eventi, indistintamente. La prima modalità ricorda lo spot della comunicazione a distanza realizzato dalla Telecom (pubblicità della pubblicità), dove un Gandhi-Grande Fratello parla in ogni angolo della Terra – ciò che poi è accaduto a papa Wojtila col suo uso sapiente delle Tv. La seconda modalità corrisponde invece al corollario primo della mondializzazione: se non esiste più un centro del mondo, e ogni punto può fungere da centro, non esiste neppure una centralità dell’evento, né una gerarchia che ordini gli avvenimenti. Così, senza che io lo abbia mai visto, sono costretto a sapere chi sia “Taricone”, e nell’ultimo romanzo di Jonathan Coe (Circolo chiuso, Feltrinelli) si descrive l’imbarazzante scena di una frotta di fotografi che ignora un genetista in odore di Nobel, paladino dell’umanità, per riconcorrere una giovane coppia sospettava di avere avuto rapporti sessuali in un reality show televisivo.
   Ma c’è un altro corollario non meno importante. Nel testimoniare del mondo e ciò che accade, nessun criterio è decisivo su cosa sia opportuno testimoniare, né dove occorre arrestarsi. La definizione tecnica di testimonianza, riportata dal filosofo Paul Ricoeur nei suoi studi su La memoria, la storia, l’oblio, è: “un racconto autobiografico certificato di un avvenimento passato, sia che venga effettuato in circostanze informali che formali”. Testimoniare consiste nell’estrarre da un flusso di eventi una sequenza significante. Ma significante per chi? Tutto rientra virtualmente nella testimonianza, anche la storia del proprio sguardo. E’ quanto esemplifica il famoso giochino di società: “cosa stavate facendo quando sono crollate le Torri Gemelle?” (o “dove eravate quando hanno rapito Aldo Moro?”). La risposta rientra solitamente nelle testimonianze dell’evento come parte integrante. E sempre di più la testimonianza rischia di assomigliare alla mappa dell’impero del racconto di Borges, così particolareggiata da essere estesa quanto il territorio stesso. Nel suo libro Crolli, dedicato alle “ordinarie” catastrofi della nostra epoca, Marco Belpoliti racconta le difficoltà in cui è incorso Art Spiegelman nella raffigurazione a fumetti dell’11 settembre, e analoghe impasse in narratori come De Lillo e Jonathan Franzen.
   Dunque la testimonianza è al tempo stesso un’asserzione e un punto di vista soggettivo, ha una pretesa di obiettività ma esiste solo in quanto autobiografia o confessione. Ancora più paradossale è il rapporto tra il racconto dell’avvenimento e l’avvenimento stesso. Al di là della sottomissione alla prima persona e della sua pretesa di verità, è il testimone a creare l’evento di cui si dice testimone. Si pensi a San Paolo, archetipo del testimone. E’ per avere predicato la sua testimonianza a un evento cui non ha mai assistito, a differenza degli apostoli – la Resurrezione di Cristo – in cui portava a garante della propria veridicità soltanto se stesso e la propria convinzione, che San Paolo ha fondato l’universalismo del cattolicesimo (parole che sono in realtà sinonimi). Una testimonianza di fede non ha neppure bisogno, a rigore, del prodursi di un evento. A quale istanza obbedisce allora il pellegrinaggio di chi ha voluto essere presente al capezzale del Papa?
   Mi si permetta un’ultima considerazione. La questione della testimonianza sembrava definitivamente collocata in relazione alla memoria della Shoah, e all’istituzione degli archivi che temperassero le pretese totalizzanti e asettiche degli studi storici. In ambito filosofico, la riflessione sul concetto di testimonianza, a partire dagli scritti di Primo Levi, ha mostrato come in essa agisca un’incolmabile lacuna: chi testimonia di Auschwitz – i salvati - ha soprattutto testimoniato per coloro che non hanno potuto farlo – i sommersi, “testimoni integrali” ma ridotti al silenzio. Il filosofo Giorgio Agamben (Quel che resta di Auschwitz. L’archivio e il testimone, Bollati Boringhieri) ha indicato, a partire da questo scarto, un duplice processo insito nella testimonianza, ossia una soggettivazione e insieme una de-soggettivazione, che apparenta il dramma della testimonianza di Primo Levi e di altri sopravvissuti ad atti di parola assai lontani, come la poesia, la mistica (la profezia) e altri modi del linguaggio in prima persona. Ma, anche nell’ambito della Shoah, come ha mostrato il bellissimo, monumentale film omonimo di Claude Lanzmann, l’essere testimoni risulta, come l’antico “dono della presenza”, una facoltà che si trasmette. C’è un divenire testimoni che coincide con la catena epica del narrare: non si è più gli stessi dopo essere usciti dal film di Lanzmann; si è, a tutti gli effetti, testimoni, ostaggi dell’evento cui si è assistito, responsabili di raccontarlo a nostra volta. Ora, il ritorno oggi prepotente del bisogno di testimoniare di persona, da cosa dipende se lo spazio della testimonianza risulta del tutto saturo dai grandi racconti televisivi, se tutti siamo al corrente di tutto in presa diretta? Cosa indicano insomma i pellegrini di San Pietro?
   Quel desiderio di presenza, di essere testimoni, rileva del desiderio di riscattare la propria vita individuale dai grandi racconti che sommergono le nostre vite ordinarie, di strappare uno spazio personale di racconto al fluire passivo e omogeneo delle nostre vite di spettatori, così povere di esperienze. L’ultimo paradosso della testimonianza è dunque il seguente: è per sottrarsi alla testimonianza unica, all’iperrealtà dell’omologazione televisiva, che migliaia di “testimoni” volontari si sono messi in moto e hanno fatto l’evento, dando spettacolo loro malgrado. Semplicemente per esserci, fisicamente, live, in prima persona. Perché saturi dello spettacolo della “vita in diretta” alla Tv, dell’omogeneizzazione del mondo quotidianamente offerta, e anche più volte al giorno, che annulla e dissolve ogni memoria nell’eterno presente che avviene sotto i nostri occhi. E’ per protestare sommessamente a questa perdita che una massa di individui ha scelto di ricorrere alla propria memoria personale, diventando testimoni per eccellenza: coloro che trasmettono narrativamente un avvenimento, in una catena di testimonianze.
   Se testimoniare significa creare l’evento, l’analisi delle testimonianze e della loro narratività è la chiave per comprendere la logica di ciò che accade, una logica suscettibile di scavare e resistere anche alla globalizzazione: raccontare storie. Essere testimoni, raccontare gli eventi, significa praticare la “politica”, l’unica divinazione possibile, quella che già nel Settecento si chiamava “divinazione del presente”.

(uscito su l’Unità dell’ 11 aprile 2005)

12/04/2010

Il fantasma della trasparenza

   Parlare di WikiLeaks, il sito da cui Julian Assange e altri hacker divulgano “segreti” che sarebbero dovuti restare tali fino all’apertura degli archivi da parte degli storici, in nome di una glasnost connaturata a Internet e alle nuove tecnologie della comunicazione in presa diretta, richiederebbe una seria riflessione, quasi un seminario: ripensare ad esempio nozioni come “fatto”, “notizia”, “segreto”, “pubblico”, “democrazia” ecc., e i dispositivi che la scrittura (fin da Platone, che ne avversava l’intrinseca e pericolosa “pubblicità”) ha storicamente dispiegato in un senso o nell’altro. Affrontare quindi il concetto cruciale di “archivio”, e di “testimoni” (da decenni in conflitto di competenza con gli storici) e infine di “sincerità” - parola che significa in origine “senza cera”, senza cioè il sigillo con cui, al servizio dei Principi, i “segretari” secretavano, appunto, le missive. Invece, dal coro di banalità di politici e commentatori, non si sottrae neppure la psicanalista Elizabeth Roudinesco, che sul giornale Libération titola (2/12) “La dittatura della trasparenza” un pezzo contro WikiLeaks criticato anche dai suoi propri lettori: “Come e chi decide quello che può e non può essere divulgato?” “Solo quando viene ‘dal basso’ la trasparenza è deplorevole?”. Rimproverano di prendere a bersaglio chi constata che il re è nudo, e non piuttosto il potere; evocano lo spettro del “negazionismo”, e in generale preferiscono l’eccesso di trasparenza al suo contrario. “Che vergogna – scrive uno - gli Stati non hanno più la loro incestuosa intimità!”
   In una storia dell’idea di trasparenza è poi facile scoprire che il fondatore del suo mito moderno, anzi contemporaneo, è il perseguitato Jean-Jacques Rousseau (rimando al magistrale studio di Jean Starobinski, La trasparenza e l’ostacolo). Il velo delle apparenze, degli artifici, dei simulacri (come non rimpiangere un commento di Jean Baudrillard a WikiLeaks?), ispirava all’autore del Contratto sociale (ma anche delle Confessioni) l’utopia di un regno felice della sin-cerità, uno stato d’infanzia in cui gli Dei leggessero nel cuore degli umani. Ed ecco: più di due secoli dopo Kant e l’Illuminismo (“uscire dallo stato di minorità”), il dibattito su Assange non ricorda in effetti quello degli adulti indecisi se nascondere o svelare ai bambini le verità scabrose?

(versione di poco più lunga della rubrica "acchiappafantasmi" su l'Unità di domenica 5 dicembre 2010)

4/25/2010

"Il cacciatore di leoni"


[Eugène Pertuiset, il personaggio ritratto da Manet nel famoso quadro "Le chasseur de lions"]

Un critico francese l’ha sintetizzato così: “è la storia di un idiota” (nel senso di Flaubert, non di Dostoevskij): un Tartarin di Tarascona enfatico, tronfio, sentimentale, corpulento e sciocco, lontanamente simile nel volto a Dumas padre. Si chiama Eugène Pertuiset, e appare nella prima pagina del romanzo come soggetto ritratto nel quadro Le chasseur de lions, dipinto da Edouard Manet nel 1881. Il narratore, che supponiamo chiamarsi Olivier Rolin come l’autore del romanzo, lo vede al Museo di San Paolo in Brasile, si invaghisce dell’improbabilità e incongruenza di questo personaggio e ne percorre le gesta. Bizzarra sintesi di Bouvard e Pécuchet in una sola persona (anche i riferimenti ai fumetti di Tin Tin di Hergé non mancano nel libro), vediamo il goffo Pertuiset cacciatore di leoni in Algeria, trafficante d’armi in Perù, cercatore di tesori nella Terra del Fuoco e, cosa più sorprendente di tutte, amico del raffinato pittore Edoaurd Manet, che l’accompagnò ironicamente anche nell’inutile attesa di essere ricevuto da Napoleone III° alle Tuileries, per donargli la pelle di un leone come scendiletto. Vediamo quindi Manet, osservatore della Storia e delle storie umane sotto il Terzo Impero e gli inizi della Prima Repubblica in Francia, durante la Comune di Parigi e il suo doloroso assedio da parte dell’esercito prussiano.
Come un personaggio-narratore di Allan Poe o di Henry James, di cui condivide il penchant visionario, il narratore Olivier Rolin entra nel quadro come si entra nella cifra di un tappeto o nei suoi arabeschi, e vi viaggia dentro attraversando mondi, ma senza dimenticare la propria soggettività. Mondi reali, storici, vissuti; mondi possibili, veri perché immaginati. Con frequenti incursioni nel proprio, di mondo, perché è sempre corretto dire dove nasce e cosa ha attraversato il proprio sguardo di narratore e avventuriero. Olivier Rolin, l’autore di Méroé e di Port-Soudan, ora anche di Bakou, derniers jours (tutti editi da Seuil, di cui è consulente) è infatti noto anche come viaggiatore e osservatore del mondo, reporter che all’occorrenza si mette a nudo come l’Olympia di Manet. Qui, sotto gli occhi del lettore, scorre un universo incantato in cui la Storia e le sue microstorie rimbalzano tra loro più romanzesche di una finzione. Una lezione utile per i narratori nostrani “di genere”.
Sfilano i rivoluzionari di Lima e quelli della Comune di Parigi (e quelli del ’68 francese, di cui Rolin fu protagonista); sfilano i pittori e le modelle, gli scrittori e i mercanti d’armi (Rimbaud fu entrambe le cose), Victor Hugo e Baudelaire, Regnault, il pittore di Salomé amico di Mallarmé, Berthe Morisot, la modella preferita di Manet. Sfilano mongolfiere e patrioti, soldati prussiani e ribelli peruviani, fucilazioni in entrambi i mondi, Manet che prosegue Goya nella rappresentazione della morte e delle umane miserie, come nella cartolina postale della fotografia (una delle prime della Storia), che ritrae in Perù un plotone di 15 uomini che giustizia tre persone, e dove il mercante Pertuiset scrive retoricamente sul retro a Manet: “Caro Maestro, le Sue opere sono più vere della realtà”. Manet, infine, luogotenente nell’artiglieria della Guardia nazionale, unico pittore impressionista rimasto in una Parigi come “un campo trincerato” dove si mangiano i gatti. Manet di cui ci resta impressa la descrizione nella pausa di silenzio della pittura mentre ritrae Berthe Morisot, pallida e magra, le labbra rosse, febbrile e sensuale, cappello in testa e mantello di pelliccia. Manet che dipinge il riposo, Le repos, e il narratore, cioè Olivier Rolin, così conclude la scena: “Intorno a questa ragazza e al suo pittore, intorno ai loro sguardi che si incrociano, c’è la città assediata, l’inverno, la guerra. Dopo cosa accadde? Non si sa. Il romanzo non lo sa, non può tutto”.

[uscito su la Stampa del 23-04-2010]

9/13/2009

Come salvare la vita (e la politica)


“La mia vita fu salvata dal rock’n roll”, disse una volta il regista Wim Wenders (e lo scrittore austriaco Peter Handke ripeté una cosa simile). Ma cosa vuol dire "salvata"? E il rock è solo una musica? Un bel film inglese uscito da poco, I love Radiorock, risponde a entrambe le domande.
E’ la storia vera di una radio pirata che nel 1966 trasmetteva 24 ore al giorno musica rock da una nave, anch’essa pirata, al largo della Gran Bretagna. Racconta l’ossessione del governo inglese conservatore di allora di sopprimere a ogni costo quella radio pirata, ascoltata ogni giorno da 25 milioni di persone, più di metà della popolazione britannica, influenzate dalla sua musica entusiasmante: la pura gioia di Sunny Afternoon e All Day dei Kinks, Hang on Sloopy dei Mccoys, di Beach Boys, Who, Jimi Hendrix ecc. (E le immagini della vita quotidiana degli ascoltatori della radio sono belle e compassionevoli come foto di Luigi Ghirri). Un film di sesso droga e rock’n roll che è soprattutto storia di una battaglia culturale, cioè politica, vincente. Il film termina coll’affondamento notturno della nave (mentre suona, ultima canzone, la romantica A Whiter Shade of Pale dei Procol Harum). E se il primo ministro aveva deciso di lasciare affogare tutta l’equipe di Radio Rock, decine di barche di giovani e fan vennero all’alba a salvarli. Il rock’n roll, canterà più tardi Neil Young, “will never die”. Tutto qui?
Quando sono uscito dal cinema (Roma, Campo de’ Fiori), la fiumana notturna di giovani e meno giovani consumatori senza scopo, la stessa che in altre città, sembrava fatta di morti. Il contrasto tra l’opacità di oggi e la vividezza del film mi è sembrata insopportabile. Pensate: milioni di persone fecero politica per mezzo di una musica condivisa, lottarono per cambiare la propria vita e affermare dei valori. Oggi, mentre si confronta il prossimo “autunno caldo” a quello di quarant’anni fa, quando (1969) gli operai divennero soggetto politico e saldarono le loro lotte a quelle degli studenti, la realtà offre il desolante spettacolo di una frammentazione di proteste individuali e disperate, che implorano dai tetti lo sguardo della tv, ignorando che è proprio quell’occhio di Grande Fratello ad aver estirpato la capacità di essere soggetti, e quindi di lottare. La verità è questa, soprattutto: che nessuna politica è possibile senza una battaglia culturale.

(una versione appena più ridotta su l'Unità, 13 settembre 2009, rubrica acchiappafantasmi), col titolo "Suoniamo la politica")

6/10/2009

Enrico Berlinguer, comunista etico (per il 25° anniversario della morte)



Della “statura internazionale” di Berlinguer ebbi la prova quando alla notizia della sua scomparsa, nella sala tv della cité universitaire di Ginevra dove ero studente, giovani di varie etnie e Paesi mi rivolsero le condoglianze (poiché ero italiano). Quanto al suo indimenticabile carisma, una foto che lo ritrae è forse traduzione iconica della sua diversità: Enrico Berlinguer esile e quasi lieve, i capelli spettinati al vento, di fianco a rappresentanti del Pcus tetragoni e massicci, da cui era già politicamente a distanze siderali. Difficile spiegare oggi il suo “comunismo etico”. Per farlo si dovrebbe decostruire impietosamente e quasi per intero quanto la sinistra ha fatto negli ultimi vent’anni: la rincorsa a un profilo di governo a prezzo della rinuncia a essere vincente su fronti più ampi - la cultura, la società, il pensiero, il linguaggio - accogliendo acriticamente miti come la “modernizzazione”, fino a rivalorizzare Craxi contro di lui. Quello stesso Craxi che parlava del nostro Paese come della "azienda Italia", formula matrice dell'attuale trasformazione dei cittadini in clienti.
Dopo Berlinguer la critica delle ideologie (quelle di sinistra, mai quelle del mercato e del risorto darwinismo sociale) ci ha condotti all’imperio dell’ideologia più triste, quella della non ideologia, cioè del mero presente, senza futuro e senza storia (tranne gli spot pubblicitari). Dissipata con la propria identità e differenza quell’egemonia culturale che a ragione la destra rimproverava alla sinistra, dopo Berlinguer il linguaggio dei politici (di sinistra) è diventato un “lessico famigliare”, separato dai cittadini ma condiviso dalla destra, fino alla ripetizione di quella parola d’ordine comune a tutti e vacua di senso, “riformismo”. Perché anche chi della mia generazione ha avuto col Pci e con Berlinguer conflitti fortissimi lo rimpiange come un padre o un maestro? Per la splendida intransigenza morale che emanava, per un’affinità, prima che elettorale, elettiva. Se è vero che solo i poeti, a differenza dei politici, non possono mai mentire, Berlinguer era un poeta. Ma votato da un terzo degli Italiani.

(uscito su l'Unità di oggi)

3/25/2009

Con un piede impigliato nella storia (o negli anni Settanta): sul libro di Anna Negri.

Il titolo, Con un piede impigliato nella storia (Feltrinelli), viene da una frase sul proprio disagio che un giorno lei rivolge al padre, dal quale fatica non solo a emanciparsi, ma a farsi ascoltare. Il genere di narrazione è quello che chiamerei “autobiografia del testimone”, che in questo caso è una ragazzina (solo alla fine del libro compie diciott’anni). E, come scrisse il poeta Paul Celan, “nessuno / testimonia / per i testimoni”. L’epoca è quella amata e odiata (la questione è aperta e bruciante) degli anni Settanta e Ottanta, il loro crinale. L’ambientazione è il movimento, “culturale prima ancora che politico”, come ricorda giustamente l’autrice, di quella che oggi si direbbe sinistra antagonista, ma che allora era semplicemente (a volte allegramente) extraparlamentare, simile in ogni città italiana. La ragazza, che a casa ha inalato fin troppa politica passiva, si affaccia alla politica attiva al liceo, quando l’onda lunga, euforica, spavalda, ricca di idee e passioni, si sta ripiegando ormai sconfitta: gli anni ’80, a cui dedica osservazioni semplici e intelligenti, assistendo al moltiplicarsi di bar e luoghi di consumo, droghe pesanti a gogò, un’ubriachezza generale che anticipa la globalizzazione della sbronza delle attuali happy hours, la nascita degli yuppies e la trasformazione dei giovani ribelli (siamo a Milano) in valenti pubblicitari, prodromo dell’attuale regime (semiotico e politico). La ragazza che scrive questa storia personale si chiama Anna, il padre Toni Negri, e la madre, devota, concreta e appassionata, e che come si addice a una donna, anche a sinistra, viene per ultima, si chiama Paola: è lei l’unica adulta per cui il personale è davvero politico, come si diceva allora.
Anna Negri aveva 12 anni quando apre la porta alle forze dell’ordine che coi mitra spianati vengono ad arrestare il padre, per quel tristemente famoso “teorema-Calogero” (dal nome del giudice istruttore di Padova) che voleva fare del professore di Scienze politiche, esponente dell’Autonomia ed ex cattolico militante, addirittura il capo delle Brigate Rosse. Erano gli anni delle leggi d’emergenza, di una sospensione della democrazia e dei diritti così flagrante che ancora oggi si è imbarazzati ad ammetterla (a destra come a sinistra). Quando la carcerazione preventiva poteva durare, e durò, anche quattro anni: tanti quanti furono gli anni in cui la famiglia Negri si disgregò, il padre in galera in attesa di giudizio, la madre a soccorrerlo, e la dodicenne Anna promossa capofamiglia del fratello più piccolo, tra angosce, bulimie e solitudini.
Non stupisce che Anna Negri sia diventata una regista di cinema e tv. La bellezza di questa narrazione, che letteralmente si divora, è forse nel confronto del suo sguardo con quello degli adulti, soprattutto quello maschile, come se la fanciullezza fosse un espediente per dire e mostrare l’evidenza taciuta dai grandi. I quali non escono molto bene dalla storia. Verso la fine del libro lei chiede a uno dei tanti reduci amici del padre, esule riciclatosi in ristoratore a Parigi, se avessero davvero creduto di fare la “rivoluzione” (e che altro se no, dopo tutto quel casino, agli occhi di una ragazzina?). La spiazzante risposta è no, “in quegli anni volevano che l’Italia fosse un laboratorio di lotta di classe permanente”, così, “grazie al movimento, il paese sarebbe andato sempre più a sinistra. Invece, con la lotta armata, era arrivata la repressione”.
La memoria dei figli è pericolosa per i grandi, perché ricordano frasi e situazioni impietose. Come quando il padre Toni, astratto e distante, che vede i figli come una specie di alieni, ironizza sulle letture della moglie (L’io diviso di Ronald Laing, padre dell’anti-psichiatra inglese), e dice alla figlia che se continua a leggere quei libri sua madre diventa matta davvero. O come quando, in una delle ultime visite al carcere di Rebibbia, dopo che Anna gli racconta lo sconfortante riflusso e la riconversione dei valori nell’unico valore consentito, il denaro, il padre, ideologo operaista, le risponde con un certo cinismo di approvare il desiderio di facile guadagno dei “figli”, gli yuppies, rispetto alla fatica dei “padri”, gli operai). L’orizzonte del padre Toni è quello dell’autonomia della politica, che nonostante tutto accomuna chi fu allora accusato di insurrezione armata contro lo Stato e chi, ancora oggi, dichiara dall’alto delle istituzioni dello Stato di lasciar fare ai professionisti della politica. Occorre essere (o restare) fanciulli, paradossalmente, per denunciare la distanza della politica dalla vita. Per svelare che sono i mezzi a giustificare i fini, mai il contrario.
Per il resto gli anni Settanta, che si protrassero almeno fino ai primi anni Ottanta, e di cui questa autobiografia è un ottimo scorcio, risultano davvero anni di carne, più che di piombo. L’autrice ricorda il film di Margarethe Von Trotta, che di quel lemma così amato dai giornalisti italiani detiene il copyright, Anni di piombo appunto (del 1981). Ma per la regista tedesca, come precisò in un’intervista, gli “anni di piombo” non erano quelli che per i giornali italiani divennero sinonimo di “anni del terrorismo”, cioè delle pallottole, ma quelli grigi e noiosi della sua adolescenza, quando non succedeva niente. Ricordiamocelo, questo equivoco semantico, mentre la memoria scompare e la storia si annacqua, mentre il vento gelido e omologante del conformismo spazza via ogni differenza e ogni passione.

(uscito su l'Unità del 25 marzo 2009, insomma oggi)

2/01/2009

Leggendo i giornali di questi giorni... (rubrica n. )

Pesco dai giornali di ieri e ieri l’altro.
Ha detto il ministro brasiliano alla Giustizia Tarso Genro: “In Italia siete fermi agli anni di piombo”. Il governo italiano protesta con rabbia, sta montando un’isteria collettiva sulla vicenda Cesare Battisti, e così facendo non fa che confermare questa diagnosi. E mentre le proteste per la mancata estradizione di Cesare Battisti da parte di uno stato sovrano diventano parossistiche (nulla invece quando Cesare Battisti si stava rifacendo in Francia per 12 anni una vita alla luce del sole, con due figlie) leggo che l’Italia è al 156° posto su 181 paesi per il funzionamento del sistema giudiziario. Per colpa di chi o cosa?
A ridosso del Giorno della Memoria, vescovi antisemiti negano la Shoah e le camere a gas, e attaccano il Papa come fosse un collega di partito perché ha pregato in una moschea: “deve chiedere scusa”, gli intimano alti prelati. Questo Capo di Stato (Vaticano) il cui verbo si dice ispirato direttamente da Dio (affermazione già inquietante) influenza intanto la vita pubblica e privata dei cittadini di uno Stato dell’Unione europea.
Si estende a tutto il Regno Unito la rivolta nata nell’impianto Lindsey contro l’appalto a un'impresa italiana. Scioperi in Galles, Scozia e nord dell’Inghilterra, e insulti razzisti: “Sporchi immigrati tornate a casa vostra”. C’è una nemesi in tutto questo? O si tratta di riconoscere una complessità delle cose?
Nel frattempo, un’amica mi manda via Internet un’annosa canzone di Cludio Lolli (ciao Claudio, un abbraccio): Borghesia. E' strano, pensavo appartenesse al passato, invece (“Vecchia piccola borghesia / [...] Godi quando gli anormali son trattati da criminali / chiuderesti in un manicomio tutti gli zingari e intellettuali. / Ami ordine e disciplina, adori la tua Polizia / tranne quando deve indagare su di un bilancio fallimentare..) parla assolutamente dell’oggi.

12/14/2008

La realtà della letteratura

Sabato 6 dicembre sono stato invitato a Bologna, insieme allo scrittore Eraldo Affinati (che ho avuto il piacere di incontrare lì per la prima volta), a parlare sul tema "Libri di realtà. La funzione mimetica della letteratura e i suoi paradossi". L'incontro, organizzato dalla Bottega dell'Elefante, dal dipartimento di Italianistica dell'Università di Bologna, e in particolare da Magda Indiveri e Mimmo Cangiano, prevedeva una lettura e discussione iniziale sul saggio "Fortunata" di Erich Auerbach (da Mimesis). Gli organizzatori hanno anche prodotto un bel librino che raccoglie, oltre ad alcuni interventi del sottoscritto e di Affinati, insieme a estratti dei nostri ultimi romanzi, altri testi e interventi di scrittori classici e altri assolutamente contemporanei, compresi Girolamo De Michele, Giampiero Rigosi e Wu Ming 1. Lo stesso giorno su l'Unità uscivano alcuni miei appunti in forma di articolo, che qui di seguito ripropongo. Anche se, va da sé, quello che ho detto nell'aula absidale di Santa Lucia a Bologna era diverso e più variegato rispetto a quello che ho scritto, come sempre accade, ma così è la vita, e questo ho.

Nel 1967 Roland Barthes già decostruiva le certezze strutturaliste, come la distinzione tra “storia e “discorso”, in un breve saggio dal titolo “Il discorso della storia”. Quei testi, quelle enunciazioni che non mostrano traccia dell’enunciatore (l’io di chi scrive, o altri più discreti riferimenti spazio-temporali al tempo dello scrivere, o alla fisicità storica dell’autore), che si pretendono quindi “oggettivi” o “obiettivi”, non sono che il prodotto di una forma particolare di immaginazione e di strategia retorica, che Barthes chiama l’“illusione referenziale”. Essa è evidente negli scritti di chi vuole “limitarsi a “raccontare i fatti”, lasciare che il referente parli da solo - come se il significante (il linguaggio, l’enunciazione narrativa) fosse invisibile o inconsistente. E’ un atto linguistico performativo truccato, spiegava Barthes, un atto d’autorità. Ma non sarebbe (stato) possibile se, sotto l’egida della formula “è successo”, non avesse incontrato in effetti un gusto che segna la svolta dell’Occidente: il fascino a volte morboso per il “reale” e i suoi dettagli, ciò che, per esempio, costituì l’enorme successo del genere epistolare e del diario intimo, e che fu poi suggellato dallo sviluppo massiccio della fotografia, il cui tratto specifico rispetto al disegno è quello di attestare che ciò che vi si rappresenta “è realmente successo”. La figura retorica dell’oggettività dei fatti venne chiamata da Barthes “effetto di reale” (o “di realtà”), con cui un anno dopo titolò un altro suo scritto.
Ho letto in questi giorni un libro bellissimo, Approdo, dell'australiano di origine malese Shaun Tan (elliot 2008): l'immagine che si vede sopra viene da lì. L’ho letto anche se non compare neanche una parola, solo disegni, con zoomate e piani sequenze narrativi. Parla di migranti (proprio come un libro di quell’altro outsider e innovatore, lui sì assolutamente verbale, che è stato W. G. Sebald), e racconta una storia archetipale e al tempo stesso attuale, reale e immaginifica, in cui tutti i migranti della Terra possono ritrovarsi. Si basa anche su un archivio a portata di tutti: aneddoti tramandati da migranti di varie nazionalità (la trasmissione epica orale), alcuni dei quali raccolti nel libro Tales from a Suitcase; vecchie fotografie, comprese quelle dell'Ellis Island Immigration Museum; cartoline illustrate; film (Ladri di biciclette); incisioni (“Sopra Londra, in treno” di Gustave Doré), ecc. L’epica di questo libro è (anche) quella della testimonianza.
Siamo da tempo nell’Era del testimone, come titolava un libro di Annette Wievorka, l’epoca in cui (dopo la Shoah) l’avvento dei “sopravvissuti” (cioè i testimoni) e il dilatarsi della nozione di “archivio”, hanno cambiato non solo la storia e la storiografia, ma anche le arti e la letteratura. A volte la memoria si pone in conflitto con la storia, nell’ambizione di sostituire la sua oggettività arida e livellatrice con una versione più soggettiva ed empatica dei fatti. Ne tratta lo storico Enzo Traverso nel suo Il passato: istruzioni per l’uso. Storia, memoria, politica (ombre corte 2006), dove si riflette sulla differenza tra storico, testimone e scrittore in modo molto illuminante per chi si occupa di forme narrative.

E’ un fatto che da anni la letteratura trovi i suoi effetti più romanzeschi proprio lasciando da parte i modi e le strutture narrative della fiction, sempre più cristallizzata in cliché (ultimo, il noir stile “sceneggiatura”) a favore di una sorta di libero “documentario”. Non solo cioè con un “effetto di realtà”, ma con l’uso strutturale di documenti e reperti: lettere, fotografie, ritagli di giornali ecc. inseriti nel tessuto della narrazione. Trame che si confondono con la nozione stessa di archivio e/o di inchiesta, storie costruite stilisticamente col montaggio di documenti. Ma che ricordano anche la giocosa libertà dei bellissimi “musei immaginari” che Bruno Munari insegnava ai bambini (ricordate? prendere un sasso, un rametto storto, una foglia o un pezzo di muschio, e riporli in bacheche: scoprire e/o inventare il mondo, col gesto di repertoriarlo).
Ha cominciato, se non sbaglio, il grande narratore tedesco W. G. Sebald, mostrando che la soggettività non solo non si perde né si nega nel perseguire un romanzo che assume i tratti dell’indagine più oggettiva e referenziale, ma si potenzia fino all’ossessione. Contemporaneamente l’oggettività, l’effetto di reale più estremo e vincolante, non impedisce il completo dispiegarsi della libertà espressiva dell’autore. Un po’ come lo espresse Jean-Luc Godard quando rispose così al giovane aspirante cineasta che lo aveva avvicinato: “Intanto fammi un film su questa scatola di cerini” (e gliela porse).
La narrativa che oggi mi interessa (e in cui credo di rientrare: mi riferisco soprattutto al mio HP. L’ultimo autista di Lady Diana) è fatta di libri che nascono come reportages ma sfociano nel romanzo, come il bellissimo e tremendo Ossa nel deserto di Sergio Gonzalez Rodriguez (Adelphi), dedicato ai massacri irrisolti di donne a Ciudad Juarez, tra Usa e Messico (tema ripreso da molti altri libri), o il “gonzo journalism” di Hunter Thompson, fusione di cronaca e narrativa, rigorosamente in prima persona, il cui motore è dato dalla consapevolezza che la vita è quello che ti succede mentre stai facendo qualcosa d’altro. Oppure che sono e restano romanzi pur sfociando in una specie di reportage, o addirittura di esplicita denuncia (è il caso di Gomorra di Roberto Saviano, di cui non si sottolineano mai abbastanza le incursioni all’io di chi scrive, la presenza strutturale di “tracce dell’enunciatore” nel racconto); o, lontanissimo, di Due vite dell'indiano Vikram Seth, che scopre a quarant’anni l'Olocausto e la Storia grazie alla microstoria, grazie alle lettere nella soffitta dello zio a Londra, e della zia ebrea).
Non occorre che siano storie straordinarie a nutrire questi testi, ma vicende private, ordinarie. Come i racconti orali di Ascanio Celestini, sulla scia delle testimonianze raccolte dal suo maestro, Alessandro Portelli. Come il breve film (e libro) della milanese Alina Marazzi, Un’ora sola ti vorrei, che racconta la storia della madre, morta suicida quando l’autrice era bambina, attraverso fotografie, lettere, reperti medici, diari, filmini di famiglia, in un archivio femminile in cui ogni donna ritrova qualcosa della propria identità e genealogia. Raccontare vite usando i mezzi espressivi e il punto di vista, i documenti e la memoria di chi quella vita ha vissuto. A monte di tutto questo vi è una scoperta estetica che l’arte contemporanea ha per prima fatto propria: la qualità elegiaca e universale di frammenti e oggetti della vita ordinaria degli individui, che siano volti, come quelli anonimi e ingranditi che popolano le mostre di Christian Boltanski, o oggetti, reperti di ogni genere e sostanza. Se nell’arte opera da tempo una nozione attiva di “archivio” che ne ha deterritorializzato e riterritorializzato gli orizzonti, la letteratura è appena agli inizi.
Il distacco dello storico e l’empatia del testimone compongono “documentari” che trattano la realtà come un fantasma, mostrando la scaturigine e la formazione del proprio presente, del proprio “dire” presente. Realizzano cioè il vero senso della parola testimonianza, (dal latino superstitio): si è testimoni anche se non si è oculari, anche di eventi lontani nello spazio e nel tempo.Superstitio significava il "dono della presenza"; e il dono della presenza è dato dal racconto, dal tramandare.

Michel Foucault dedicò un saggio importante sul "genere" da lui chiamato “fantastico da biblioteca”, in cui rientrano di sicuro Le tentazioni di Sant’Antonio di Flaubert come parecchi dei romanzi di Philip K. Dick, ma anche uno dei libri secondo me più importanti e innovativi degli ultimi anni, scritto di recente da un appartato scrittore sperimentale, cioè sperimentatore di linguaggi: Giuseppe D’Agata, I passi sulla testa (Bompiani 2007). Vi si racconta “semplicemente” l’inventario della sua biblioteca di romanzi, su cui grava l’incombenza di un trasloco, quindi di una perdita. Penso infine, naturalmente, a Cervantes, che cita biblioteche di libri reali (anche propri!) in Don Chisciotte, e nel secondo tomo dell'opera il Cavaliere e il suo scudiero sono invitati dal Duca a corte, perché le loro avventure li hanno resi famosi (!). Cervantes è del resto modello di una libertà narrativa e affabulatoria che insegna come dalla realtà della letteratura (e della Storia) si possa entrare e uscire, in un’oscillazione continua. Ma anche – come una sorta di Spinoza della letteratura, anzi del romanzo – Cervantes è maestro nella consapevolezza dei diversi significati di ciò che si intende con la parola “realtà”, un po’ come ricordava Gianni Celati qualche mese fa in un’intervista: “La narrativa d’oggi è ormai un’appendice dell’informazione. E’ difficile trovare un romanzo d’oggi che non si appelli all’attualità. [...] Sono libri che il lettore legge come se fossero commenti a una realtà di fatto. Qui però la ‘realtà’ indica solo modi di vedere giornalistici – i modi dell’attualità -, il tutto categorizzato secondo il criterio del ‘nuovo’. Il nuovo è un dogma ma anche una continua intimidazione, perché tutti dobbiamo avere paura di essere visti come dei sorpassati dal nuovo. A questo proposito c’è qualcosa di illuminante nel Don Chisciotte, dove si affaccia per la prima volta la questione della ‘realtà’, posta in un contrasto con l’immaginazione e le tendenze fantasticanti. E si affaccia anche l’idea che il nuovo sia qualcosa che spazza via le inutili anticaglie: i romanzi cavallereschi. Ma, posto questo schema, dove Don Chisciotte ha sempre torto, in quanto invasato dalle fantasie cavalleresche, poi succede che sono proprio le sue tendenze fantasticanti ad arricchire di senso il mondo. Sono le sue fantasie e riflessioni a farci intravedere l’aperto mondo sotto l’aperto cielo come la nostra vera casa”.
Forse, più che di realtà, si dovrebbe parlare di verità della letteratura. Ma è una questione talmente elettiva, e così necessariamente partigiana, che non mi aspetto di vederla dibattuta in modo soddisfacente sui media, e nemmeno su Internet...

P.S. Ai più interessati, consiglierei di incrociare la lettura di questi miei appunti con alcuni "articoli" e "incontri" che si trovano qui, nel mio sito: in particolare Siamo tutti testimoni e la conversazione con Christian Boltanski e Annette Messager... Altri post-scriptum li posterò nei commenti. B.S.

9/11/2008

My country, right or wrong? No, grazie! (A proposito di patria e fascismo)

Sono atti linguistici, ma sappiamo bene che in politica “dire è fare”. Il sindaco di Roma Alemanno ha dichiarato che le leggi razziali del 1938 (volute dal fascismo) sono “male”, il fascismo no. Poco dopo, il ministro della Difesa La Russa, a Porta San Paolo per ricordare il 65° anniversario della difesa di Roma dalle truppe di occupazione naziste, che fu anche l’avvio della Resistenza militare e partigiana, ha celebrato chi combatté dalla parte dei fascisti della Repubblica di Salò. «Farei un torto alla mia coscienza – ha detto - se non ricordassi che altri militari in divisa, come quelli della Rsi, soggettivamente dal loro punto di vista combatterono credendo nella difesa della patria [il corsivo è mio] opponendosi allo sbarco degli angloamericani”. Seguono farneticazioni sul guardare “con obiettività alla storia d’Italia». Sono frasi sconvolgenti, e molti giornali hanno commentato come si deve queste dichiarazioni: con preoccupazione e sgomento. Aggiungo solo qualche osservazione a uso e consumo della mia parte politica (o forse dovrei dire “civile”).
Si noti l’uso giustificatorio della parola “patria” nelle frasi di Ignazio La Russa. Come se chi combatte per la “patria” sia comunque legittimato, compreso, perdonato (come i mercenari italiani in Irak?). Il Presidente Napolitano ha ricordato che solo chi combatté contro la Repubblica Sociale di Salò e contro i nazisti furono eroi della patria: l’Italia nata dalla Resistenza. Eppure, ci sono certe parole che è meglio tralasciare –per esempio Patria - malgrado l’insistenza con cui il segretario del Pd fece usò in campagna elettorale dell’inno italiano, che sostituì ogni altra appartenenza ideale. Nell’era della globalizzazione, le idee politiche sono sovra-nazionali o non sono.
Per questo vorrei ricordare le parole di un diplomatico italiano con lunga esperienza all’Onu, specialista di «diplomazia preventiva» e di soluzione dei conflitti. Si chiama Roberto Toscano, e oltre che essere il nostro attuale ambasciatore a Teheran è autore di vari libri di etica e politica internazionale. La sua analisi della violenza di gruppo, fino alla legittimazione della guerra negli Stati che si esonerano dal giudizio etico e politico, mostra il legame con la logica narcisista e infausta dell’identità, come nello slogan patriottico americano My country, right or wrong (il mio Paese, giusto o sbagliato). Per misurarne gli effetti devastanti, scriveva Toscano, basta applicare la stessa pretesa di non applicabilità del giudizio ad altri codici e contesti: Il Mein Kampf di Hitler potrebbe avere come sottotitolo «la mia razza, a torto o a ragione»; la mafia da potrebbe fregiarsi dell’iscrizione «la mia famiglia, a torto o a ragione», e il comunismo totalitario di Stalin potrebbe sottoscrivere il proclama «il mio partito, a torto o a ragione». Il giudizio politico, come il giudizio morale, occorre rivolgerlo anche alla propria parte, o patria.
Come già per una certa politica securitaria (ricordate le espulsioni dei Rumeni lo scorso novembre?) prolungata dalla destra italiana con ossessiva demagogia, xenofoba e razziale, certi temi, certe forme, certe intemperanze, bisogna lasciarle alla destra e non legittimarle. Mai. E’ una politica culturale e civile, prioritaria rispetto a ogni “riformismo”. Forse potrebbe essere proprio questo evidente neo-neofascismo della destra italiana - ormai composta di un unico partito, ironicamente definito “della liberta” – a far sì che il centrosinistra possa segnalarsi per una diversa visione del mondo, dei valori, della democrazia. Per un’opposizione, non per una concorrenza.
(uscito su l'Unità, oggi 11 sett., col titolo "Le insostenibili parole della destra")

9/07/2008

Una fotografia (e Rossella Or)


Per chi sta a Roma, oggi su la Repubblica, per la serie "Donne di Roma", c'è il mio racconto, e una bella immagine di Elisabetta Benassi. Ma quello che mi ha emozionato poco fa è l'avere scoperto per caso questa fotografia di Salvatore Piermarini, che riproduco. Non sapevo minimamente ricordarmi dove diavolo fosse stata scattata, poi il fotografo, contattato, mi ha detto: Bomarzo, 1997, durante una rassegna di arte e poesia dal titolo "Contaminazioni". La didascalia nel suo album dice: "actress and writer". Lui sono io, e sono sostanzialmente uguale ad allora (tranne i capelli, ora chiazzati di grigio), lei è Rossella Or, celebre attrice delle avanguardie teatrali romane (su di lei ho scritto qui). Siamo stati molto vicini, per un certo periodo. Quello che mi commuove, quasi mi turba, è la sostanza senza tempo dell'immagine, e delle persone fotografate. Lo so, è banale dirlo. So che sono io, so che io, o meglio lui - e lei - mentre lo guardiamo potrebbe essere morto, potrebbero essere morti, anzi sono già morti, e qualcun altro, forse, continua al loro posto.

5/06/2008

Old Italian Epic - una passeggiata tra le Barricate

Così, non so bene perché, credo per un'associazione di idee, in questi giorni mi è venuto in mente di proporre questo mio pezzo di qualche anno fa (da poco messo sul sito dal webmaster). Genere: passeggiata. Una passeggiata sui luoghi delle mitiche Barricate di Parma del 1922. Si intitola Oltretorrente, come il quartiere in cui sono avvenute - oggi zona soprattutto di immigrati...

2/12/2008

Identità, stato in luogo, ecc. (ancora su Israele e poi basta)

Linko qui un articolo che parla anche di Israele, in realtà un breve intervento in forma di lettera, che uscì su l'Unità in aprile 2002. Rileggerlo mi rende evidente l'ingenuità che affiora qui e là, soprattutto alla luce degli accanimenti di questi ultimi anni, da ogni parte. E' un intervento in cui provavo forse a essere didattico, col rischio di risultare stucchevole. Oggi sono più pessimista, eppure la sostanza non cambia. Il dibattito on line, anche su questo blog (con alcuni commenti che mi sono piaciuti molto, che ammiro anche quando si allontanano dai miei orizzonti o dalle mie pulsioni), o su nazioneindiana a seguito dell'intervento di Gianni Biondillo, su lipperatura e altrove, mi sembra confermi alcuni punti: la costante dell'antisemitismo, anche nella forma politicamente "accettabile" dell'antisionismo, si compone di alcune parole d'ordine e operative, come l'idea ricorrente del "complotto" (ebraico), la vivisezione di ogni aspetto negativo di Israele come indice di un'immagine generale (come quando si dice che gli Italiani sono tutti mafiosi, e come se anche in Israele non ci fossero fascisti - e ci sono, hanno perfino ammazzato un Premier, non è un Paese marziano), la negazione, sotto sempre nuove spoglie o nuove maschere o nuove provocazioni, dell'identità ebraica e/o israeliana (l'antisemitismo è sempre stato il tentativo di eliminare l'ebreo, spesso nella forma di un invito a essere come noi, a sbarazzarsi della sua identità, senza minimamente mettere in discussione la nostra). Uno dei più diffusi e orrendi cliché è la disinvoltura con cui si rovesciano sugli israeliani formule come vittime che si trasformano in oppressori (o carnefici), per ulteriormente colpevolizzarli visto che sono stati perseguitati, o come se proprio per questo dovrebbero essere quasi dei santi, in perpetua osservazione e libertà vigilata. Ho ancora nelle orecchie il malcelato disprezzo che nell'adolescenza circolava (e che condividevo inconsapevolmente) sulla presunta rassegnazione e passività con cui gli Ebrei in Europa si sarebbero consegnati alla morte in milioni (luogo comune smentito da ricostruzioni di rivolte nei lager nazisti, come quella di Sobibor - si veda il film omonimo di Lanzmann). Mi fermo. C'è un'ampia letteratura, ma nulla serve se non ci si dà il tempo di indugiare un po', di ascoltare, di lavorare su di sé e sui propri giudizi, di placarli quando troppo rapidamente vengono alla bocca (al limite mordersi la lingua come faceva Palomar di Calvino).

1/23/2008

Nota non noiosa sullo "Spirito" (a sessant'anni dalla Costituzione italiana)

Non so se avete visto in giro che c'è l'anniversario, il sessantesimo, della Costituzione italiana. L'Unità, versione online, ha riproposto degli articoli usciti qualche anno fa, in tempi di vistose minacce e revisionismi (secondo governo Berlusconi) in realtà mai sopiti, e anzi in parte introiettati dalla sinistra. Un degli interventi lo firmai io, e lo ripropongo linkato. Io mi occupai dell'articolo 8, sulla religione e la libertà dei culti (ancora molto attuale), anche se nella titolazione sembra riguardare solo l'articolo 4.
Sull'Unità on line Stefania Scateni così ricorda l'iniziativa: "La Costituzione Italiana è considerata la più bella del mondo. Non a caso la neonata democrazia del Portogallo la adottò tale e quale nel 1975. Tra il 31 maggio e il 15 giugno 2002 la Cultura de l'Unità decise di pubblicare una serie di interventi su alcuni dei principi fondamentali della Costituzione Italiana. Era il periodo in cui il governo Berlusconi suscitava indignazione perché cercava in tutti i modi di mettere in discussione i principi fondamentali della democrazia e dell'antifascismo. Leggere, diffondere e capire la Costituzione ci sembrò fondamentale per ribadire e difendere quei principi contenuti nella nostra Carta. Gli interventi [...] furono sei. Ogni autore commentò un articolo della Carta, da Sergio Cofferati (allora segretario della Cgil) a Marco Revelli, Giulio Ferroni, Chiara Saraceno, Beppe Sebaste e Massimiliano Melilli. In occasione del sessantennale della Costituzione, abbiamo pensato di riproporli perché riteniamo che i suoi principi siano ancora da seguire e difendere."

11/19/2007

Storia con fantasmi (sugli anni Settanta e su Francesca Woodman)

Ne ha anticipato alcuni brani l'Unità di oggi, e sta per uscire (credo da domani in libreria) sul n. 40 di Nuovi Argomenti. Parlo di un testo che mi sta a cuore, dedicato agli anni Settanta (con riferimento soprattutto a Roma, il che può apparire strano visto che abitavo a Parma e a Bologna). Dedicato soprattutto allo sparire, e a Francesca Woodman. Si chiama Storia con fantasmi (è in PDF, potete leggerlo cliccando il titolo, sì). L'ho scritto qualche mese fa di getto, doveva apparire in un libro da cui l'ho poi ritirato e sostituito (Renault 4, edito da Avagliano). Chi mi conosce, sa che sul tema del fantasma sto lavorando (e lavorerò ancora) da tempo. A presto.
[Per il resto: il nostro manifesto-appello Il triangolo nero / Nessun popolo è illegale, leggibile qui giù nel blog, si è diffuso come una pandemia (direbbe l'amico Giuseppe Genna), sia sui giornali cartacei che on line, rimbalzando in circa 500 siti e blog. E questo è un bene.]