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11/30/2011

Altre panchine... (da "Il Fotografo)


Grazie a Laura Marcolini, per il numero di novembre della rivista Il Fotografo, che pubblica fotografie (piuttosto belle) di panchine mandate dai lettori, ho scritto questo breve testo che appare come introduzione alle pagine (e alle foto):

   Se sedersi su una panchina fa diventare oggi invisibili (per via del tabù sociale e dello sguardo verso chi esibisce la propria libertà, il proprio “ozio” o la propria povertà), chi fotografa le panchine è doppiamente da festeggiare: rende visibile l’invisibile. Mostra quello che resta, ovvero che resiste, alla dissoluzione di spazio e tempo gratuiti: come suggeriscono le panchine fotografate da Pasquale Aiello e Wanda D’Onofrio. E cosa c’è di più attraente di una panchina vuota e ben situata che ci attende (come quelle di Fabbri, Geroli, Morselli, Zanni)?

   Gavioli, Gresti, Petrucci, Spirito, Verdoliva: loro hanno visto panchine splendidamente abitate, come quelle semplici e gioiose di Michelangelo Viterbo. O il riposo degli ambulanti (Massimo Liverani) e degli sportivi della domenica (Meraviglia). Quanto alla panchina nella piazza di una città (Parigi?) fotografata da Uboldi, l’uomo di spalle che verosimilmente legge, il cane sotto di lui che si confonde con l’ombra, esprime la poesia dell’abitare che mi è più familiare (Parigi compresa): la panchina solitaria e anarchica, la panchina come stile di vita, quella dell’uomo della panchina di Simenon, invidiata da Maigret. Dove si siede chi non ha paura della solitudine, anzi (poiché la solitudine non è mai nei luoghi isolati, ma là dove vive la moltitudine) e contempla il mondo tra una lettura e l’altra.

   A rigore, per sedersi su una panchina non è necessario ci sia una panchina: è il sedersi, uno stato dello spirito che coincide con un arrendersi, a fare la panchina. Può essere il gradino di una scalinata (quella metafisica di Angelo Nesci), un sedile tra cielo e riva del mare con incredibili colori (Antonio Feci), o addirittura dentro il mare, sulla poppa di una nave che contempla tempo e spazio trascorsi (Riccardo Vallini) O un sedile di pietra dura, che la fine del lavoro rende morbida come il tempo liberato (Claudio De Paoli).

   La panchina in bianco e nero di Giustiniani è struggente archetipo del sopravvivere, e insieme destino delle panchine nella nostra civiltà: a fianco di reti metalliche che impediscono e chiudono, minacciata e assediata, ma tenace come la Ginestra di Leopardi. Come la sagoma della panchina che resiste sui tetti accanto alle ciminiere (Paolo Urbani), o ravvivata dallo skate nei giardini urbani di pietra (Diego Giancaspro). O l’utopia (non trovo parola migliore) di quella panchina sull’erba che sembra muoversi, scorrere sotto di essa, di Canzanella, tra i cui listelli di legno si muovono le ombre di un film, il film della vita della gente che si siede sulle panchine.

9/18/2011

Rewind: la mia prima rubrica su l'Unità, "Sunday morning" (2002)


Su l'Unità diretta da Furio Colombo, il 4 agosto 2002 avviai una rubrica domenicale, Sunday morning. (Poi la cessai... poi ne feci un'altra, I Lunedì al sole, ecc.ecc., ma è un'altra storia...).
Questa che segue è la rubrica n. 1, la prima, di apertura - senza nostalgia, solo riguardo (be kind, rewind). Ah, il logo era tratto da un dettaglio di questo quadro a olio di Cathy Josefowitz, Breakfast.

Sono tante le domeniche delle canzoni e dei film. A volte terribili, come un’aspettativa di dolcezza in cui irrompe il tragico (Bloody Sunday, o Vivement dimanche). Più spesso noiose: il pacchetto delle paste, e a casa il brodo e il lesso con tutta la famiglia. La domenica assomiglia allora a un giorno feriale di Marino Moretti (“E’mercoledì. / Piove. / Sono a Cesena…”), quando il poeta crepuscolare si trovava al matrimonio della sorella; o al “gelato al limon” dello stralunato turista al mare di Paolo Conte.

   Ma c’è la stupenda canzone dei Velvet Undeground a ispirarci, Sunday morning, con quella specie di carillon elettrico insieme malinconico e gioioso, come la voce di Nico o di Lou Reed, intensa e asciutta come occhi lavati dal pianto, o dal vento.
   La domenica, allora, può voler dire svegliarsi col sole già alto senza nessun senso di colpa, guardare l’estate negli occhi dell’amante. Essere beatamente spaesati e sospesi, mangiare fuori orario e fuori pasto, passeggiare nel parco o per le strade vuote, essere fuori luogo. Leggere i giornali al bar come se niente di tutto questo ci appartiene. Provare la sottile sinestesia dell’andare al cinema di pomeriggio e uscire col sole addosso da quel sogno nella sala oscura.
   Domenica mattina può essere l’inizio di una giornata perfetta, quando, anche senza ironia, il paesaggio urbano si rivela elegiaco come gli oggetti ordinari della pop art, e i nostri gesti sono perfetti in virtù della loro semplicità, come un’andatura sciolta e elastica, come accontentarsi, essere in ciò che si fa. E’ quello che racconta un’altra canzone di Lou Reed, A perfect day: “Proprio una giornata perfetta / Sorseggiare sangria nel parco / E più tardi quando fa buio tornarsene a casa / Proprio una giornata perfetta / Dar da mangiare alle bestie dello zoo / Poi un film, e infine a casa”.
   Non sempre in “Sunday morning” parleremo di una giornata perfetta: non sono tempi allegri per questo Paese. Coraggio: se tutto può essere sinonimo d’amore, come rivelava Victor Sklovskji (Zoo, o lettere non d’amore), tutto è anche sinonimo di politica, intesa come attenzione alla vita. Ho letto che lo scrittore di fantascienza William Gibson pensava come sua epigrafe ideale un verso di Sunday morning: “attento ai mondi dietro di te”. E’ quello che cercheremo di fare qui, in questa rubrica: guardare con attenzione a quello che accade, che è nascosto a volte dalla sua stessa evidenza, o da quello che i giornali dicono che accade. Raccontare storie, news che restano tali anche dopo averle lette. Ogni domenica mattina.

6/25/2011

La verità (shame the devil)

   Un anno dopo eccomi di nuovo nella mia comunità elettiva, il festival blues di Piacenza “Dal Mississippi al Po”, organizzato e animato da Seba Pezzani, traduttore, scrittore e musicista. Ritrovo vecchi amici, Tim Willocks e Joe Lansdale, altri se ne aggiungono, lo scrittore Anthony Neil Smith, il musicista Andy J. Forest. E poi le band di Rick Estrin, Alvin Youngblood Hart, Sonny Landreth. C’è il fotografo e poeta Frank Lisciandro con la sua mostra su Jim Morrison, lui che ne ha condiviso la vita. Un crocevia di storie e suoni, avventure e ritmi.  “E’ bello essere qui”: è la stessa esclamazione dell’appena scomparso Peter Falk, quando nei panni dell’angelo incarnato, nel chioschetto della piazza deserta de Il cielo sopra Berlino di Wenders, dice la bellezza del fregarsi le mani al freddo, fumare, bere caffè, insomma la vita umana e mortale, la realtà, la verità, che è sempre un racconto. Ma la realtà fa paura al potere in carica. Proprio come un anno fa, esso tenta di nuovo di abolire la realtà (il suo racconto) con una legge-bavaglio che vieta di darne notizia; che vieta per esempio di raccontare le inchieste, definite gossip. Anche se fosse, perché abolire i gossip (che vorrebbe dire chiudere il Tg1)? A me le notizie piacciono tutte, anche quelle che non fanno notizia, anche quelle strampalate sugli extraterrestri o sulle nascite dei vitelli con due teste (le notizie più vere, direbbero i Men in black). E quelle, che coincidono con la letteratura, che “restano notizie anche dopo averle lette” (come diceva Ezra Pound). Che tutto questo c’entri e molto col blues me lo spiegò l’anno scorso il grande musicista nero Harrison Kennedy. Il senso del blues, disse, è quello che gli ripeteva sua madre: Say the true, and shame the devil, “di’ sempre la verità, e fai vergognare il diavolo”. E’ la giusta via per combattere ogni fascismo, dentro e fuori di noi.
(rubrica "acchiappafantasmi", l'Unità di domenica 26 giugno)

6/11/2011

I poveri sono fantasmi

   Alcune notti fa, alla fermata dell’autobus, ho incontrato un pittore che conosco di vista. Alla luce del lampione mi ha mostrato, non so perché, un foglio: era l’avviso che gli avevano tagliato l’elettricità nello studio in cui vive. Per morosità, cioè per povertà. La serranda è elettrica, dunque non poteva più entrare, e nemmeno prendere il caricabatterie del telefonino che aveva urgenza di usare. Andava infatti in autobus da un’amica assai lontano che gli avrebbe prestato il suo. Casa mia era a due passi: gli ho proposto di darglielo io; se non avessi fatto in tempo o non fosse andato bene, avrebbe preso l’autobus (la notte sono pochi). Ho corso pensando alle mie fatture arretrate, non della luce ma del gas.
   Su queste pagine, in una serie sulle “eresie”, uscì un mio pezzo dal titolo “Chiedo scusa se parlo di povertà” (31.7.2003). L’eresia sarebbe – nel mondo del mangiare senza fame e del bere senza sete, dell’happy hour e della sbronza globalizzata al venerdì – parlare di vergogna e nudità sociale, della povertà di chi non vende un rene, non fa notizia, ma sopravvive nell’ombra con sforzi di dignità. Citavo Ladri di biciclette, La vita agra di Bianciardi, il silenzio dei mangiatori di arance di Conversazione in Sicilia di Vittorini, una lettera di Dylan Thomas all’editore in cui si scusava di non poterla affrancare (“non ho più un penny”), mentre la moglie “è giù alla spiaggia a cercare telline” per la cena. Parlavo dei poveri nascosti, la povertà non mondana, che nessun oliviero toscani mai fotograferà. Dopo, sì, i giornali hanno scritto della nuova povertà degli Italiani, fino agli anziani che rubano il cibo al supermercato, nonostante il glamour di regime a coprire il silenzio sulle condizioni reali della gente. Ma non ho fatto in tempo a chiedere al pittore, che mi aspettava in strada come un fantasma, su quale presa elettrica pensasse di collegare il caricabatterie del telefonino.

(rubrica domenicale "acchiappafantasmi", l'Unità 12 giugno 2011)

5/06/2011

"Quando ancora sapevamo aspettare" (per Peter Bichsel)

   In un mondo più sano, anche gli orizzonti e i riferimenti letterari sarebbero molto diversi. Muterebbe il valore accordato alle storie e, per esempio, molti degli scrittori stranoti, giovani o anziani che siano, sarebbero ignorati, e viceversa scrittori di cui si sa poco o nulla sarebbero letti da tutti. Come vorrei fosse il caso di Peter Bichsel.

   Di lui uscì in Italia negli anni Sessanta da Mondadori una raccolta di fulminanti racconti che facevano pensare a un Robert Walser coi colori della Pop Art, Il lattaio e altri racconti. Si deve a Giorgio Messori, che di Bichsel fu amico e traduttore, l’attenzione per i suoi scritti a partire dalla metà degli anni ‘80: le splendide conferenze su Il lettore. Il narrare (meglio di un corso di scrittura creativa), i racconti di Al mondo ci sono più zie che lettori, Storie per bambini e altri editi da Marcos y Marcos. Notava Giorgio Messori come per Bichsel ogni riflessione fosse naturalmente “racconto”, ed anche in questo consiste la cifra civile e politica della sua scrittura: spiegare tutto con delle storie, pensare in storie, e non in fatti astratti.
   Svizzero di lingua tedesca, giovane 75enne residente a Solothurn (Soletta), già amico di Max Frisch e membro del Gruppo di Olten, Bichsel è uno di quegli autori capaci di ridurre la distanza tra la letteratura e i lettori, la cui lingua e sintassi semplici e corrosive ci riconciliano con l’antica arte del narratore - quando le storie, ricordava Benjamin, erano veicolo epico della saggezza. Molte delle storie di Bichsel sono composte per la radio, o in forma di elzeviri che da anni appaiono su giornali come il Tages-Enzeiger di Zurigo, o le riviste Weltwoche e Schweizer Illustrierte. “Storie anacronistiche” (Geschichten zur Falschen Zeit, del “tempo falso”, come titolava una raccolta), ovvero storie controcorrente, fuori moda e fuori luogo, libere e anarchiche. Dà felicità che ora sia tradotta una nuova raccolta di questi indefinibili, esemplari racconti civili col titolo, assolutamente bichseliano, Quando ancora sapevamo aspettare (Comma 22).
   Come suo solito l’autore prende spunto da quello che vede e ascolta nel suo bar, dai viaggi in treno, dalle partite di calcio, dai giornali. Pochissimo dalla letteratura. Da un elogio del rumore (sul treno “mi metto in seconda classe che ha un’offerta sonora e vocale più ricca. L’offerta dei ricchi in prima classe è più povera”) passa a quello del divieto del fumo (ché “lo rende di nuovo così bello, vietato, come lo era allora, nel cortile della scuola, quando eravamo ragazzi”), ma su tutto domina il tema dell’attesa, quintessenza dello scrivere e dell’umanità (“Perché aspettiamo? Perché ci mettiamo in corridoio molto prima che il treno si fermi e aspettiamo?”). Il bar è il luogo elettivo, pur se anch’esso in via di estinzione in una società che si svuota di riti, perfino quello di bere la birra dopo il lavoro: “le comunità si sono privatizzate”, “viviamo in ghetti, in ghetti di lusso magari, ma ghetti deritualizzati”. E altrove: “I luoghi pubblici vengono privatizzati. La nuova società dei party non ha più bisogno di luoghi pubblici”.
(articolo su l'Unità del 7 maggio 2011, inseme a un'anticipazione del libro di Peter Bichsel Quando ancora sapevamo aspettare, in libreria per Comma 22)
P.S.
[Ricordo (questo non appare su l’Unità) un febbraio con la neve alta a Solothurn. Era carnevale, e i nostri amici (nostri di Giorgio Messori e io) erano il comitato del carnevale di Solothurn: i matti del paese, gli anarchici, gli artisti, e uno di essi, per quanto molto più vecchio di noi, era proprio Peter Bichsel. Ricordo una sgargiante processione con trombe, tamburi e altri strumenti, camminammo così sulla neve coi bicchieri di vino rosso in mano fino alla trattoria fumosa; e ricordo che a tavola con Bichsel, Juerg Tanner, il soave amico pittore, e altri, cantammo alcune aria de la Traviata, “... libiamo...” (ma noi giovani italiani erano quelli che la sapevano meno e la cantavano peggio). La Svizzera era un post così, dove la minoranza, i dissidenti, erano persone eccezionali, fuori dal tempo e molto dentro il tempo, e io sono stato educato anche da tutto questo... Per il resto, oltre a Bichsel, se volete davvero un corso di educazione civica e letteraria insieme, un corso di coscienza, leggete Max Frisch, leggete tutto di Max Frisch, a quell’epoca ancora in vita e autorevole (aveva lui settant’anni), lui che è senz'altro tra i maggiori degli scrittori del XX° secolo.]

8/01/2010

Talking blues & movies. Conversazione con Bernardo Bertolucci

Sono seduto con Bernardo Bertolucci nella sua casa dal soffitto alto e le pareti gialle e celesti. Parlare con lui è sempre una festa di parole, idee, poesie a memoria, e naturalmente tanto cinema. Mi è così familiare che dimentico di registrare. Ci siamo incontrati la prima volta negli anni ’90 a Salsomaggiore, alla festa buddhista del “Vezak” (compleanno del Buddha e della sua “illuminazione”), ma siamo diventati amici dopo il mio trasloco a Roma nello stesso quartiere. (E mi gonfiai come un pavone quando sentii alla radio che, presentando al Festival di Venezia il suo ultimo film, Dreamers, Bertolucci citava a memoria la frase di un mio racconto). Entrambi di Parma, faccio parte però della generazione che dovette aspettare il dissequestro per vedere Ultimo tango a Parigi.

Bernardo Bertolucci ha appena pubblicato un libro (“il libro che non sapevo di avere scritto”), La mia magnifica ossessione (Garzanti): ricordi e interventi scritti tra il 1962 e il 2010. Vi emergono a macchia di leopardo la sua opera e la sua vita, entrambe ricchissime. Parma, Roma, Parigi, il primo incontro con Pier Paolo Pasolini da adolescente, quando a via Carini a Roma gli aprì la porta e lo prese per un ladro, salvo l’esclamazione del padre Attilio: “Bernardo, non è un ladro, è un poeta!”. L’amore per Godard e la nouvelle vague, il processo dopo il sequestro di Ultimo tango a Parigi, osannato all’estero, la condanna e l’umiliazione di essere privato dei diritti civili, quindi del certificato elettorale nel 1976; l’epica di Novecento, gli Oscar con L’ultimo imperatore, ecc. Chi lo legge prova quello “sfarfallìo” evocato da Enrico Ghezzi alla presentazione del libro a Palazzo Farnese a Roma, un plusvalore poetico: le cose che sai già le riscopri come per la prima volta, quello che non sapevi è come se lo rileggessi. Mi accade chiacchierando con lui anche adesso.
Apro il libro a caso: “I colpevoli piaceri” è un elenco di film, da Il bacio della pantera (1932) a Speed (1994), da Biancaneve e i sette nani (1937) a Crash (1996) passando per Il piacere di Max Ophuls (1951) e La signora senza camelie di Michelangelo Antonioni (1953). Cosa significa?
“C’era una pagina della rivista americana Film Comment, cugino americano dei Cahiers du Cinéma, che si chiamava guilty pleasures, “colpevoli piaceri”: in ogni numero un regista elencava dei film che amava di nascosto. Non ricordo quali fossero i miei, ma i titoli che hai letto non sono “guilty pleasures”, ma film che amo davvero, alla luce del sole”.
Forse è perché i sensi di colpa non li hai, l’hai anche scritto: “non mi sento in colpa per quello che mi piace, praticamente è tutta la storia del cinema.”
“Non ci si può sentire colpevoli di amare Il piacere di Ophuls, è un capolavoro assoluto. Forse dovrei correggere: non sono film che mi sento colpevole di amare, ma che ho molto amato e sono spesso sconosciuti... Mi piace però che stai seduto davanti a me e sfogli il mio libro che non ho ancora letto (e non sapevo di aver scritto). Forse non l’ho letto per un banale senso di colpa: non sono uno scrittore. Lo sono diventato ufficialmente l’altro giorno a Palazzo Farnese, anche se entrare in quel paradiso per gli occhi mi ha tolto qualsiasi ombra”. Scherza sul privilegio di avere visto gli affreschi dei Carracci “in carrellata”, spinto sulla sedia a rotelle dalla moglie Clare Peploe: “Quando mi muovo vedo tutto in carrello, un po’ come nei miei film, dove le inquadrature sono sempre in movimento. Inutile parlare delle operazioni che ho avuto (sconsiglio a chiunque di farsi operare alla schiena). Ora sono seduto, ma non è detto che non possa tornare a camminare. Forse sono fermo perché ho deciso di essere fermo, non per una vera impossibilità. Non credo al destino, tutto ciò che ci accade è sempre in qualche modo escogitato da qualcosa (o qualcuno) dentro di noi, i nostri demoni. Forse mi sono fermato per non andare verso la vecchiaia, o verso la morte. Diciamo la verità, dove andiamo tutti?”
Sorride. Io continuo a sfogliare il libro: un testo in difesa di Antonioni, “Un film non è un libro”, replica alla stroncatura che fece Irene Bignardi di Al di là delle nuvole (“sentii che dovevo difenderlo, perché lui non era in grado di farlo da solo”). Nella pagina dopo il suo necrologio: Antonioni è morto lo stesso giorno di Ingmar Bergman, estate 2007: “La morte di Antonioni e di Bergman è una poetica e tragica coincidenza, pur non credendo al destino né tantomeno al libro del destino: due cineasti così vicini nel modo di raccontare l’interiorità delle persone hanno maturato insieme la loro morte. Si sono sincronizzati”.
Pensi che con loro si è spento un modo di raccontare?
“Hanno regalato al cinema il loro modo di raccontare, e questo rimane, non scomparirà mai. Quando mi chiedono che film mi piacciono, io vorrei rispondere che mi piacciono tutti, tutta la storia del cinema. Hélas, in questo momento ci sono molti film, ma pochissimo cinema. Fin dagli anni ’60 sognavo e pensavo al cinema come qualcosa in continuo progress. In tutti i miei film ci sono storie e personaggi, ma c’è anche il film che si interroga su che cos’è il cinema, e pensavo che questo fosse la presenza del cinema in un film, un continuo interrogarsi per andare avanti. Adesso che lo dico sento ancora di più che sono fermo: in questo momento forse faccio cinema, ma non faccio film” (sorride).
E’ la stessa cosa per la letteratura: ce n’è poca, anche se ci sono tanti libri - in gran parte romanzi modellati sulle sceneggiature di film senza cinema... Ma c’è un film messicano che abbiamo amato molto entrambi, che contiene ed espone cinema, La Battaglia nel cielo di Carlos Reygadas...
“E’ un film che va coraggiosamente verso abissi continui. Comincia con una lunga fellatio e finisce con una lunga fellatio. Una storia molto semplice e molto intima, cadenzata come una campana dall’alzabandiera fatta ogni giorno a Città del Messico da un plotone di militari, come un rito, lo spettacolo minaccioso del potere. E’ un film politicamente molto forte, con un modo nuovo di raccontare una storia, e che in Italia pochi hanno visto. Ma come può un giovane regista italiano fare il suo film senza aver visto La battaglia nel cielo? Per non parlare delle centinaia di film interessanti che non escono in Italia. I film sono tutti legati, è questa riproducibilità globale che è il cinema, tutto è interconnesso. Ho sempre lavorato pensando che in qualche modo mi arrivassero cose dal passato, da John Ford, da Renoir, da Godard certo, e che “la storia del cinema” sia un grande film le cui sequenze sono tutti i film che sono stati fatti, nel bene e nel male, nel bello e nel brutto, un lungo film che dura dalla prima sequenza dell’entrata del treno nella stazione fino a Avatar e a Film socialisme”.
Anche questo è uno “sfarfallìo”, come hai mostrato in Dreamers, un film sul desiderio di cinema.
“Sì, i tre ragazzi si incontrano alla Cinémathèque, la loro passione e il loro vizio è il cinema. Nella loro vita, nel momento in cui si chiudono nell’appartamento e non escono più, il cinema è continuamente presente. La visita al Louvre in Dreamers viene dalla visita al Louvre in Bande à part di Godard, e alla fine della corsa, come in una citazione vivente, i tre ragazzi guardano l’orologio e dicono: “abbiamo battuto Bande à part”. Non più solo il divertimento di fare la citazione a voce, ma di viverla e rappresentarla. L’idea del film era quella, dove poi si mescolava tutto, come avveniva nel ’68: il cinema, la politica, il privato”.
Continuo a sfogliare il libro: il 2007 è l’anno del tuo intervento per i “centoautori” su Repubblica, dove chiedi se sia ancora possibile oggi fare film come Salò o Novecento...
“Ho detto poco tempo fa che in Italia siamo tutti demotivati. L’idea mi è venuta guardando la fine ingloriosa degli Italiani ai mondiali di calcio. Mi sembrava che il problema non fosse né il clima né la scelta dei giocatori né un errore di strategia, ma che la squadra fosse completamente demotivata, senza una ragione vera per cui giocare, per cui vincere. Lo vedo in me, ma anche guardandomi intorno vedo una sincera e penosa demotivazione. Perfino chi ha rovinato gli ultimi anni l’Italia con delle decisioni politiche, il governo, la maggioranza. Come può un ministro dire: “Ah!, se trovo quello che mi ha pagato la casa senza che io lo sapessi...!” C’è demotivazione anche in chi ruba. Con questo filtro negli occhi vedo demotivata anche l’opposizione, anche la sinistra estrema, che non c’è più. L’unico è Vendola, che infatti scrive anche poesie e così riesce a comunicare. Mi auguro che riesca a rendere più popolare il suo progetto”.
Il tuo intervento del 2007, perorazione a un progetto culturale e politico, è un appello all’utopia e all’immaginazione: “Se tutto questo è poesia, diamogli una possibilità di esistere”. Proseguiva il tema dei sognatori, Dreamers...
“Quando abbiamo deciso quel titolo sapevamo che una parte del pubblico intende la parola “sognatori” quasi come insulto, ma l’ho chiamato così perché è la capacità di sognare quella che ci porta avanti, che il sogno sia realizzato oppure no. L’importante è sognare”.
Ti ricordi le critiche di “Le Monde” a Dreamers?
“Che era il film di un voyeur...”
Più esattamente, con parola medievale, che avevi uno sguardo troppo “concupiscente”. Ma il tuo voyeurismo o “concupiscenza” è uno sguardo estetico, il contrario dell’anestesia. Clare mi disse ridendo che tu sei “concupiscente” anche quando guardi una tazza di tè...
“Il fatto è che quando faccio un film mi innamoro dei protagonisti. I miei film sono dichiarazioni d’amore per i loro attori. Facendo Dreamers era quasi ovvio innamorarsi di quei tre ragazzi che insieme creavano una sensualità forte. L’articolo trasformava il film in un oggetto di “concupiscenza”: mi ha fatto tornare in mente l’arringa del Pm nel ’73 contro Ultimo tango. Sfiorava l’oscenità, con un linguaggio da confessionale, formule tipo “continui appuntamenti carnali”, “palesi sodomie”, che cercavano di fare del film un’opera pornografica. Era l’arringa ad essere pornografica. L’Italia è il risultato di anni di sguardo televisivo che porta all’anestetizzazione. E avere sottovalutato il conflitto di interessi che ne è la causa è stato l’errore più grave della sinistra italiana”. “Sì, il mio sguardo è innamorato delle cose, delle persone, di tutto. Come i tre fotogrammi della sequenza de L’ultimo imperatore che erano sulla copertina di Alias, l’altro giorno: il personaggio, prigioniero politico, è nel gabinetto della stazione e mette le mani nel lavandino, fa scorrere l’acqua calda e si taglia le vene. Il lavandino si riempie di sangue. E’ l’identica inquadratura del lavandino all’inizio di Dreamers. Là c’era il sangue, qui la pipì di Michael Pitt”.
Forse è l’innamorarsi e il fare innamorare il filo che lega il cinema, la letteratura, l’estetica e la politica. Di cosa sei innamorato adesso?
“In questo momento sono innamorato di un’orchidea, quella dietro di te”. La guardo, fiori bianchi con sottili ricami rossi, sembra finta. “E’ vera, ma sembra di stoffa, appunto. Quando facevamo film in interni veri, giravamo dal vero e volevamo segretamente che sembrasse girato in un teatro di posa, e quando giravamo in teatri di posa volevamo che tutto sembrasse vero. C’è sempre questo gioco del vero e del falso, del confonderli. Inseguivamo questa duplice scommessa. Quell’orchidea vera ti è sembrata finta, mi fa piacere. Dove la metterò quest’estate? Non so se posso portamela in giro come un cane o un gatto”.
"In verità vorrei fare una strana lezione di cinema a un piccolo gruppo di cinéphiles. Raccontare le mie esperienze cinematografiche, i miei incontri, la realtà che si trasforma in cinema. Userò due macchine da presa digitali, in questa stanza dove siamo adesso. Ho organizzato una troupe di 2 persone. Per tre volte ho deciso la data di inizio, e per tre volte l’ho cancellata. Girare o non girare? Muovermi o non muovermi?”

(conversazione uscita, con altro titolo, su Venerdì di Repubblica del 30 luglio 2010)

4/25/2010

"Il cacciatore di leoni"


[Eugène Pertuiset, il personaggio ritratto da Manet nel famoso quadro "Le chasseur de lions"]

Un critico francese l’ha sintetizzato così: “è la storia di un idiota” (nel senso di Flaubert, non di Dostoevskij): un Tartarin di Tarascona enfatico, tronfio, sentimentale, corpulento e sciocco, lontanamente simile nel volto a Dumas padre. Si chiama Eugène Pertuiset, e appare nella prima pagina del romanzo come soggetto ritratto nel quadro Le chasseur de lions, dipinto da Edouard Manet nel 1881. Il narratore, che supponiamo chiamarsi Olivier Rolin come l’autore del romanzo, lo vede al Museo di San Paolo in Brasile, si invaghisce dell’improbabilità e incongruenza di questo personaggio e ne percorre le gesta. Bizzarra sintesi di Bouvard e Pécuchet in una sola persona (anche i riferimenti ai fumetti di Tin Tin di Hergé non mancano nel libro), vediamo il goffo Pertuiset cacciatore di leoni in Algeria, trafficante d’armi in Perù, cercatore di tesori nella Terra del Fuoco e, cosa più sorprendente di tutte, amico del raffinato pittore Edoaurd Manet, che l’accompagnò ironicamente anche nell’inutile attesa di essere ricevuto da Napoleone III° alle Tuileries, per donargli la pelle di un leone come scendiletto. Vediamo quindi Manet, osservatore della Storia e delle storie umane sotto il Terzo Impero e gli inizi della Prima Repubblica in Francia, durante la Comune di Parigi e il suo doloroso assedio da parte dell’esercito prussiano.
Come un personaggio-narratore di Allan Poe o di Henry James, di cui condivide il penchant visionario, il narratore Olivier Rolin entra nel quadro come si entra nella cifra di un tappeto o nei suoi arabeschi, e vi viaggia dentro attraversando mondi, ma senza dimenticare la propria soggettività. Mondi reali, storici, vissuti; mondi possibili, veri perché immaginati. Con frequenti incursioni nel proprio, di mondo, perché è sempre corretto dire dove nasce e cosa ha attraversato il proprio sguardo di narratore e avventuriero. Olivier Rolin, l’autore di Méroé e di Port-Soudan, ora anche di Bakou, derniers jours (tutti editi da Seuil, di cui è consulente) è infatti noto anche come viaggiatore e osservatore del mondo, reporter che all’occorrenza si mette a nudo come l’Olympia di Manet. Qui, sotto gli occhi del lettore, scorre un universo incantato in cui la Storia e le sue microstorie rimbalzano tra loro più romanzesche di una finzione. Una lezione utile per i narratori nostrani “di genere”.
Sfilano i rivoluzionari di Lima e quelli della Comune di Parigi (e quelli del ’68 francese, di cui Rolin fu protagonista); sfilano i pittori e le modelle, gli scrittori e i mercanti d’armi (Rimbaud fu entrambe le cose), Victor Hugo e Baudelaire, Regnault, il pittore di Salomé amico di Mallarmé, Berthe Morisot, la modella preferita di Manet. Sfilano mongolfiere e patrioti, soldati prussiani e ribelli peruviani, fucilazioni in entrambi i mondi, Manet che prosegue Goya nella rappresentazione della morte e delle umane miserie, come nella cartolina postale della fotografia (una delle prime della Storia), che ritrae in Perù un plotone di 15 uomini che giustizia tre persone, e dove il mercante Pertuiset scrive retoricamente sul retro a Manet: “Caro Maestro, le Sue opere sono più vere della realtà”. Manet, infine, luogotenente nell’artiglieria della Guardia nazionale, unico pittore impressionista rimasto in una Parigi come “un campo trincerato” dove si mangiano i gatti. Manet di cui ci resta impressa la descrizione nella pausa di silenzio della pittura mentre ritrae Berthe Morisot, pallida e magra, le labbra rosse, febbrile e sensuale, cappello in testa e mantello di pelliccia. Manet che dipinge il riposo, Le repos, e il narratore, cioè Olivier Rolin, così conclude la scena: “Intorno a questa ragazza e al suo pittore, intorno ai loro sguardi che si incrociano, c’è la città assediata, l’inverno, la guerra. Dopo cosa accadde? Non si sa. Il romanzo non lo sa, non può tutto”.

[uscito su la Stampa del 23-04-2010]

7/05/2009

Basta la parola

Domenica scorsa sono saltate delle parole di questa rubrica (sulle persone, berlusconiane senza saperlo, “ciniche, sculettanti e cieche come palle da flipper”). Basta la parola, diceva una nota pubblicità. Come ci mostra questa storia vera.
Lui e lei in un’occasione mondana, festa o cerimonia, dove non è strano avere un bicchiere in mano. Il loro è un rapporto che non decolla, sempre sulle soglie. Lui è un uomo un po’ rigido, controllato, sussiegoso. Sono vicini quando lui, come parlando tra sé a capo chino, pronuncia tre parole che giungono alle orecchie di lei: “Mi manchi sempre”. Il tono umile e il senso inaspettato di quella che suonò come una confessione timida, una crepa nella sua corazza difensiva e quasi autarchica, la commosse al punto che si avvicinò al volto sorpreso di lui e lo baciò a lungo. Un bacio estremamente coinvolgente di fronte a tutti. Si sposano poco tempo dopo, vivono insieme. Passano anni, case, traslochi. Capita loro di riepilogare l’attimo fondatore della loro unione. Quel lungo bacio inatteso e spettacolare. Perché mi hai baciato così? - le chiede lui. Lei racconta che quella sua frase, l’appello improvviso che dichiarava la sua vulnerabilità e rompeva la sua ostentata autosufficienza, le aveva fatto capire il lato passionale nascosto di lui sotto la scorza, e l’aveva sciolta. Quale frase? - dice lui. Quando mi hai sussurrato, senza guardarmi: “Mi manchi sempre”, risponde lei. Silenzio. Ora lui ricorda. Veramente - dice - mi ero versato del vino sulla camicia e avevo esclamato: “Mi macchio sempre!”.
Stop. Ognuno può fare rewind e dare la propria morale. Questo apologo (sull’autenticità?) non vale solo per l’amore. “La caduta del regno”, scrisse Achille Campanile (la dattilografa sbagliò vocale, scrisse “ragno”, la cui caduta si protrasse per oltre ottocento pagine).

(uscito su l'Unità di domenica 5 luglio, rubrica "acchiappafantasmi")

6/29/2009

La passeggiata

Pare che in libreria si trovi anche questo in questi giorni, uno dei graziosi "chicchi" editi da Manni (racconti a 5 euro):



(Beppe Sebaste, La passeggiata

"Lui che è seduto in cucina, guarda sul tavolo la bottiglia del latte, afferra la bottiglia del latte, sul tavolo al posto della bottiglia ora non c’è niente, guarda incantato il vuoto lasciato dalla bottiglia…")

4/16/2009

Elenco disordinato e vero delle mie ultime letture (quasi una classifica)

Questo è probabilmente un post noioso. Non so se è per insonnia, o per influenza del dibattito seguito alla prima tornata delle classifiche Dedalus (i 100 lettori di cui faccio parte, visibile qui: http://dedalus.pordenonelegge.it/), ma ho stilato, a memoria, e quindi sicuramente con molti buchi e lacune (per esempio i libri da treno, ma anche molte riletture per lavoro), l’Elenco dei libri che ricordo con certezza di avere letto da gennaio (2009) a oggi (15 aprile). Narrativa, poesie, saggi sono mischiati. Ho tralasciato tutti i cataloghi (pure per me importanti: come Vides, mostra di Parigi, e Cy Twombly, mostra di Roma). Ho poi messo in neretto i libri che ho letto con particolare entusiasmo - magari per motivi diversi. Nessun cenno a quelli ancora inediti, e a quelli che pur avendoli cominciati li ho lasciati perdere; nessun cenno ovviamente neppure a quelli che ho a portata di mano ma non li ho ancora letti, o finiti. Leggere, per me, è già promuovere.

Ermanno Bencivenga, Il pensiero come stile, Bruno Mondadori
Stieg Larsson, La regina dei castelli di carta, Marsilio
Richard Yates, Revolutionary Road, minimum fax
Gian Carlo Fusco, A Roma con Bubù, Sellerio
Arthur C. Danto, La trasfigurazione del banale. Una filosofia dell’arte, Laterza

Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche (e altri libri di W.), Einaudi (riletture)
Jacques Derrida, Limited Inc., Raffaello Cortina (rilettura)
Roland Barthes, Oeuvres complètes, Tome 3, 1974-1980, Seuil (rilettura)
Arnaldur Indridason, Un corpo nel lago, Marsilio

Wu Ming, New italian epic, Einaudi
Fred Vargas, Un lieu incertain, (Un luogo incerto), Vivian Hamy, tr. it. Einaudi
Giorgio Agamben, Nudità, nottetempo
Lidia Colleoni, L’assedio del male, Baldin Castoldi Dalai
Fred Vargas, Petit traité de toutes vérités sur l’existence, V. Hamy
Michèle Lesbre, Il canapè rosso, Sellerio
Michel Foucault, Le courage de la vérité (cours 1984), Gallimard-Seuil
Adriano Sofri, La notte che Pinelli, Sellerio
Tommaso Ariemma, L’estensione dell’anima, ombre corte
A. Dal Lago-S. Giordano, Fuori cornice. L’arte oltre l’arte, Einaudi
Roberto Roversi, Tre poesie e alcune prose, Luca Sossella
Anna Negri, Con un piede impigliato nella storia, Feltrinelli

G. De Cataldo-M. Rafele, La forma della paura, Einaudi
Luigi Trucillo, Darwin, quodlibet
Jacqueline Risset, Le potenze del sonno, nottetempo
Ugo Riccarelli, Comallamore, Mondadori
Sandra Petrignani, Dolorose considerazioni del cuore, nottetempo
Vito Bruno, Il ragazzo che credeva in Dio, Fazi
Valerio Magrelli, La vicevita, Laterza
Blue Angy, Come fare del bene agli uomni. Vita e consigli di una puttana perfetta, Einaudi
Andrew Pyper, Il ladro di sogni, Piemme
Olen Steinhauer, Il turista, Giano (in uscita)


del mese di dicembre 2008 ricordo soprattutto:
Silvana la Spina, La bambina pericolosa, Mondadori
Giorgio Messori, Storie invisibili, Diabasis (lettura ripetuta)

Lidia Riviello, Neon 80, Zona
Alessandra Sarchi, Segni sottili e clandestini, Diabasis
Christian De Sica, Figlio di papà, Mondadori
Marc Lazar, L’Italia sul filo del rasoio. La democrazia nel paese di Berlusconi, Rizzoli

3/25/2009

Con un piede impigliato nella storia (o negli anni Settanta): sul libro di Anna Negri.

Il titolo, Con un piede impigliato nella storia (Feltrinelli), viene da una frase sul proprio disagio che un giorno lei rivolge al padre, dal quale fatica non solo a emanciparsi, ma a farsi ascoltare. Il genere di narrazione è quello che chiamerei “autobiografia del testimone”, che in questo caso è una ragazzina (solo alla fine del libro compie diciott’anni). E, come scrisse il poeta Paul Celan, “nessuno / testimonia / per i testimoni”. L’epoca è quella amata e odiata (la questione è aperta e bruciante) degli anni Settanta e Ottanta, il loro crinale. L’ambientazione è il movimento, “culturale prima ancora che politico”, come ricorda giustamente l’autrice, di quella che oggi si direbbe sinistra antagonista, ma che allora era semplicemente (a volte allegramente) extraparlamentare, simile in ogni città italiana. La ragazza, che a casa ha inalato fin troppa politica passiva, si affaccia alla politica attiva al liceo, quando l’onda lunga, euforica, spavalda, ricca di idee e passioni, si sta ripiegando ormai sconfitta: gli anni ’80, a cui dedica osservazioni semplici e intelligenti, assistendo al moltiplicarsi di bar e luoghi di consumo, droghe pesanti a gogò, un’ubriachezza generale che anticipa la globalizzazione della sbronza delle attuali happy hours, la nascita degli yuppies e la trasformazione dei giovani ribelli (siamo a Milano) in valenti pubblicitari, prodromo dell’attuale regime (semiotico e politico). La ragazza che scrive questa storia personale si chiama Anna, il padre Toni Negri, e la madre, devota, concreta e appassionata, e che come si addice a una donna, anche a sinistra, viene per ultima, si chiama Paola: è lei l’unica adulta per cui il personale è davvero politico, come si diceva allora.
Anna Negri aveva 12 anni quando apre la porta alle forze dell’ordine che coi mitra spianati vengono ad arrestare il padre, per quel tristemente famoso “teorema-Calogero” (dal nome del giudice istruttore di Padova) che voleva fare del professore di Scienze politiche, esponente dell’Autonomia ed ex cattolico militante, addirittura il capo delle Brigate Rosse. Erano gli anni delle leggi d’emergenza, di una sospensione della democrazia e dei diritti così flagrante che ancora oggi si è imbarazzati ad ammetterla (a destra come a sinistra). Quando la carcerazione preventiva poteva durare, e durò, anche quattro anni: tanti quanti furono gli anni in cui la famiglia Negri si disgregò, il padre in galera in attesa di giudizio, la madre a soccorrerlo, e la dodicenne Anna promossa capofamiglia del fratello più piccolo, tra angosce, bulimie e solitudini.
Non stupisce che Anna Negri sia diventata una regista di cinema e tv. La bellezza di questa narrazione, che letteralmente si divora, è forse nel confronto del suo sguardo con quello degli adulti, soprattutto quello maschile, come se la fanciullezza fosse un espediente per dire e mostrare l’evidenza taciuta dai grandi. I quali non escono molto bene dalla storia. Verso la fine del libro lei chiede a uno dei tanti reduci amici del padre, esule riciclatosi in ristoratore a Parigi, se avessero davvero creduto di fare la “rivoluzione” (e che altro se no, dopo tutto quel casino, agli occhi di una ragazzina?). La spiazzante risposta è no, “in quegli anni volevano che l’Italia fosse un laboratorio di lotta di classe permanente”, così, “grazie al movimento, il paese sarebbe andato sempre più a sinistra. Invece, con la lotta armata, era arrivata la repressione”.
La memoria dei figli è pericolosa per i grandi, perché ricordano frasi e situazioni impietose. Come quando il padre Toni, astratto e distante, che vede i figli come una specie di alieni, ironizza sulle letture della moglie (L’io diviso di Ronald Laing, padre dell’anti-psichiatra inglese), e dice alla figlia che se continua a leggere quei libri sua madre diventa matta davvero. O come quando, in una delle ultime visite al carcere di Rebibbia, dopo che Anna gli racconta lo sconfortante riflusso e la riconversione dei valori nell’unico valore consentito, il denaro, il padre, ideologo operaista, le risponde con un certo cinismo di approvare il desiderio di facile guadagno dei “figli”, gli yuppies, rispetto alla fatica dei “padri”, gli operai). L’orizzonte del padre Toni è quello dell’autonomia della politica, che nonostante tutto accomuna chi fu allora accusato di insurrezione armata contro lo Stato e chi, ancora oggi, dichiara dall’alto delle istituzioni dello Stato di lasciar fare ai professionisti della politica. Occorre essere (o restare) fanciulli, paradossalmente, per denunciare la distanza della politica dalla vita. Per svelare che sono i mezzi a giustificare i fini, mai il contrario.
Per il resto gli anni Settanta, che si protrassero almeno fino ai primi anni Ottanta, e di cui questa autobiografia è un ottimo scorcio, risultano davvero anni di carne, più che di piombo. L’autrice ricorda il film di Margarethe Von Trotta, che di quel lemma così amato dai giornalisti italiani detiene il copyright, Anni di piombo appunto (del 1981). Ma per la regista tedesca, come precisò in un’intervista, gli “anni di piombo” non erano quelli che per i giornali italiani divennero sinonimo di “anni del terrorismo”, cioè delle pallottole, ma quelli grigi e noiosi della sua adolescenza, quando non succedeva niente. Ricordiamocelo, questo equivoco semantico, mentre la memoria scompare e la storia si annacqua, mentre il vento gelido e omologante del conformismo spazza via ogni differenza e ogni passione.

(uscito su l'Unità del 25 marzo 2009, insomma oggi)

2/01/2009

Leggendo i giornali di questi giorni... (rubrica n. )

Pesco dai giornali di ieri e ieri l’altro.
Ha detto il ministro brasiliano alla Giustizia Tarso Genro: “In Italia siete fermi agli anni di piombo”. Il governo italiano protesta con rabbia, sta montando un’isteria collettiva sulla vicenda Cesare Battisti, e così facendo non fa che confermare questa diagnosi. E mentre le proteste per la mancata estradizione di Cesare Battisti da parte di uno stato sovrano diventano parossistiche (nulla invece quando Cesare Battisti si stava rifacendo in Francia per 12 anni una vita alla luce del sole, con due figlie) leggo che l’Italia è al 156° posto su 181 paesi per il funzionamento del sistema giudiziario. Per colpa di chi o cosa?
A ridosso del Giorno della Memoria, vescovi antisemiti negano la Shoah e le camere a gas, e attaccano il Papa come fosse un collega di partito perché ha pregato in una moschea: “deve chiedere scusa”, gli intimano alti prelati. Questo Capo di Stato (Vaticano) il cui verbo si dice ispirato direttamente da Dio (affermazione già inquietante) influenza intanto la vita pubblica e privata dei cittadini di uno Stato dell’Unione europea.
Si estende a tutto il Regno Unito la rivolta nata nell’impianto Lindsey contro l’appalto a un'impresa italiana. Scioperi in Galles, Scozia e nord dell’Inghilterra, e insulti razzisti: “Sporchi immigrati tornate a casa vostra”. C’è una nemesi in tutto questo? O si tratta di riconoscere una complessità delle cose?
Nel frattempo, un’amica mi manda via Internet un’annosa canzone di Cludio Lolli (ciao Claudio, un abbraccio): Borghesia. E' strano, pensavo appartenesse al passato, invece (“Vecchia piccola borghesia / [...] Godi quando gli anormali son trattati da criminali / chiuderesti in un manicomio tutti gli zingari e intellettuali. / Ami ordine e disciplina, adori la tua Polizia / tranne quando deve indagare su di un bilancio fallimentare..) parla assolutamente dell’oggi.

1/11/2009

La vita senza narrazione

Nella conversazione avuta con l’amico politologo Marc Lazar, pubblicata venerdì su l’Unità, emerge a proposito della crisi della politica (soprattutto della sinistra) il tema cruciale e insieme dimenticato della narrativa, anzi della forza del racconto, che un tempo si chiamava “mito”. Non c’è evento, cambiamento, né tanto meno impegno personale e collettivo senza la forza della narrazione - che ci porta mentre noi la portiamo. Non c’è fede, né fiducia, separata da un racconto. Non c’è vita, direi (e non riguarda solo il sogno d’evasione del carcerato). Lazar si soffermava sul potente apparato ideologico-narrativo delle destre in Europa, grazie al quale hanno intrapreso un’ascesa politica. Eppure è paradossale, soprattutto in Italia. Da noi governa un barzellettiere che è anche il capo di una grande impresa pubblicitaria. La narrazione di cui egli è portatore (a differenza degli ideali di un Sarkozy a destra, o di un Obama a “sinistra”) è come minimo una narrazione frantumata, senza tempo, come una televisione sempre accesa che ogni istante nega se stessa, appiattita su un perpetuo presente, senza memoria né futuro (l’unico futuro si offre come futuro di questo presente). Quello che manca oggi – ed è la svolta antropologica che definisce la tragedia della precarietà – è lo sparire di un senso narrativo dell’esistenza, una volta definito anche dalla parola “carriera”, career, strada per carri di montagna (oggi lavoro si dice job, e siamo tutti dei pezzi di ricambio, anche nell’amore). Non solo quindi i figli sono più poveri dei loro genitori, ma le stesse vite dei genitori risultano incomprensibili, votate com’erano a obiettivi a lungo termine: voltandosi indietro o guardando in avanti, la loro vita assumeva un senso narrativo. Non era poco. Oggi tutto manca, e continua a mancare anche a chi si crede berlusconiano e felice.

(uscito oggi su l'Unità, rubrica domenicale)

12/31/2008

"Io e mio padre". Incontro con Christian De Sica

(In attesa di metterlo nell'apposita sezione del mio sito, ecco l'incontro- intervista con Christian De Sica che appare oggi su l'Unità. E con questo, buon anno, buon passaggio 2008-2009 - soprattutto non cascateci dentro, nella fessura tra i due anni).

“Mio padre era comunista, e andava a dirigere Umberto D. col panama bianco come Puccini, le ghette e il principe di Galles. Aveva un enorme carisma, come quando a Napoli girando un film con la Loren e Mastroianni chiese silenzio col megafono alla folla vociante. Alla fine disse “Grazie”, e centinaia di voci risposero “Prego”. Un altro lo avrebbero preso a pernacchie, lui no. La gente sentiva che era uno in buona fede, una persona seria. La verità vince sempre. Ora siamo un popolo di rincoglioniti”.
“Cesare Zavattini è stato il mio padrino. Quando da ragazzo gli chiesi che libri leggere, mi disse: Il Capitale. Era il più grande sceneggiatore di cinema, e viveva in due camerette vicino alla Nomentana. Il 50% del denaro che guadagnava lo dava al Pci. Mi portò una volta a Luzzara a casa di Ligabue, i bambini uscivano dalla sua casa gridando: “Ha mangiato il topo!”, dentro c’era lui, aveva appena dipinto una delle sue famose motociclette rosse. A Parigi andavamo di notte con una lampadina a illuminare le vetrine delle librerie. Ma Zavattini si vergognava delle commesse, e mandò mia madre a comprargli una cravatta che gli piaceva. Era un uomo eccezionale, ogni volta che uscivo da casa sua pieno di entusiasmo”.
Sono seduto con Christian De Sica nella casa che fu già del padre Vittorio. Parla in modo così affettivo che viene il dubbio stia recitando. Ma importa? “L’attore è una puttana”, dirà lui stesso, soprattutto il comico. Resta che far stare in un articolo un’intervista a De Sica, e la lettura del suo libro di ricordi e aneddoti Figlio di papà, così ricco che ubriaca, è come per un cavallo pisciare in un bicchierino da liquore (questa è una citazione da Gadda, non da De Sica).
Christian parla di quando “la sinistra era meravigliosa: gli uomini di quell’epoca sono in estinzione. Gli italiani sono cambiati anche fisicamente, il nostro è ormai un paese cafone. Ricordo mio padre con la carrozzella comprare la treccia in via del Corso la domenica, e i fiori per mia madre, perché a quei tempi si offrivano i fiori alle donne. Ricordo Aldo Fabrizi esclamare: “Aho, è domenica, oggi c’è il pollo!” Pensa che ottimismo c’era nel nostro paese!”.
“Sono un uomo di sinistra. In un articolo su l’Espresso scrissero che la pubblicità era in genere di sinistra, tranne quella del vigile Persichetti interpretato da me, quella è di destra. Perché si tratta di un vigile urbano? Quanto ai soldi che fanno i “cinepanettoni”, sono quelli che permettono poi di fare film bellissimi come Gomorra. In Italia la sinistra ha il complesso del padreterno, è incapace di prendersi per il culo, e dimostra solo che siamo fragili. E’ un’Italia disastrata, infantile”.
Se i personaggi dei suoi film “di Natale” sono misogini, mascalzoni, puttanieri, un teatro di burattini che ricorda la galleria di italiani interpretati da Alberto Sordi (e su cui manca una vera analisi), confesso di essere stato spettatore ammirato del musical di Christian De Sica Parlami di me, omaggio al padre e agli autori del varietà italiano, come Garinei e Giovannini. Guardandolo pensavo al provincialismo italiano che ci porta ad applaudire i musical americani e a snobbare i nostri. “Quello spettacolo”, mi dice Christian, “aveva il santo protettore di papà che mi guardava dall’alto. Il momento più bello è quando mi siedo e parlo con lui. E’ lui mi ha insegnato il mestiere, e soprattutto ad amare le persone umili, la dignità della gente per bene”. Il figlio Brando, 25 anni, laurea in regia a Los Angeles, ne ha tratto un film, più fresco e stringato, e Rod Marshall, l’erede di Bob Fosse, autore di Chicago e ora di Nine, musical ispirato a Fellini, dopo averne visto uno spezzone voleva Christian nel cast con Nicole Kidman e Daniel Day Lewis. “Non ho potuto accettare perché le riprese coincidevano con Natale a Rio. Mi è rimasta la soddisfazione di essere chiamato da quel grande coreografo”.
Anche il libro Figlio di papà (Mondadori) è montato come un varietà. “Non è una sòla, il solito libro del comicone, non dice solo cose spiritose, ma alcune verità sul ‘come eravamo’. Gli amici che ascoltavano le mie storie a tavola dicevano: non ti rendi conto, sei una miniera, queste cose non le sa nessuno, devi scriverle. L’ho fatto. Sono stato figlio di un vecchio, nato nel 1901, perso a 23 anni, pensa quante cose potevo chiedergli e non ho fatto in tempo. Ma ho avuto la fortuna di avere un padre speciale che mi ha raccontato quello che un nonno avrebbe raccontato al nipote”.
Certi racconti sul padre hanno un valore esemplare. “La realtà è sempre più affascinante della menzogna. Fare film di fantascienza, parlare del passato o del futuro è più facile che raccontare il presente, la verità. Mio padre e i suoi amici erano bravi perché hanno sentito il bisogno di dire la verità. Nel libro - quando racconto del whisky con ghiaccio che mio padre beve mentre sta per morire, mi dice le bugie, ma fa capire la tristezza di lasciare i figli così giovani, poi aggiunge: “soprattutto guarda il culo di quell’infermiera” - io dico la verità, è andata proprio così. Era un attore comico, ha voluto darmi l’ultimo sorriso morendo. E’ una delle pagine più toccanti perché racconto la verità”. Il libro restituisce una memoria non solo individuale ma del Paese, estirpata da una certa tv. Christian dice con sua moglie Silvia che “il disastro in Italia è cominciato con una trasmissione che si chiamava Non è la Rai, dove le ragazze per la prima volta sbattevano le chiappe davanti alle telecamere per fare carriera. Oggi in Italia o diventi un calciatore, un cantante, un attore o un ballerino. Se non sei una di queste cose sei una merda, come diceva Andy Warhol. Nessuno vuol fare più il giornalista, il tabaccaio, l’avvocato, l’operaio. Ma dove vanno a ballare tutti questi ballerini, se in Italia si fa un musical ogni dieci anni?”
Dopo l’esordio a 18 anni con Rossellini in Blaise Pascal, il successo con Sapore di mare dei Vanzina, e 90 film (prima ancora del primo film natalizio), Christian De Sica è il numero 1 del cinema comico nazional-popolare, genere che nel libro analizza con disincanto. “Ho continuato a prendere la metropolitana, andare per strada, non rinchiudermi in questa casa scintillante che era di mio padre. Ricordo che Visconti disse a mio padre: ‘siamo vecchi, due grandi registi, ma tu Ladri di biciclette non lo puoi più fare, né io La terra trema, meglio fare film tratti da libri”. Lui fece Morte a Venezia, papà Il giardino dei Finzi Contini. Il presente, dicevano, non lo conosciamo più, perché non prendiamo più il tram”.

12/14/2008

La realtà della letteratura

Sabato 6 dicembre sono stato invitato a Bologna, insieme allo scrittore Eraldo Affinati (che ho avuto il piacere di incontrare lì per la prima volta), a parlare sul tema "Libri di realtà. La funzione mimetica della letteratura e i suoi paradossi". L'incontro, organizzato dalla Bottega dell'Elefante, dal dipartimento di Italianistica dell'Università di Bologna, e in particolare da Magda Indiveri e Mimmo Cangiano, prevedeva una lettura e discussione iniziale sul saggio "Fortunata" di Erich Auerbach (da Mimesis). Gli organizzatori hanno anche prodotto un bel librino che raccoglie, oltre ad alcuni interventi del sottoscritto e di Affinati, insieme a estratti dei nostri ultimi romanzi, altri testi e interventi di scrittori classici e altri assolutamente contemporanei, compresi Girolamo De Michele, Giampiero Rigosi e Wu Ming 1. Lo stesso giorno su l'Unità uscivano alcuni miei appunti in forma di articolo, che qui di seguito ripropongo. Anche se, va da sé, quello che ho detto nell'aula absidale di Santa Lucia a Bologna era diverso e più variegato rispetto a quello che ho scritto, come sempre accade, ma così è la vita, e questo ho.

Nel 1967 Roland Barthes già decostruiva le certezze strutturaliste, come la distinzione tra “storia e “discorso”, in un breve saggio dal titolo “Il discorso della storia”. Quei testi, quelle enunciazioni che non mostrano traccia dell’enunciatore (l’io di chi scrive, o altri più discreti riferimenti spazio-temporali al tempo dello scrivere, o alla fisicità storica dell’autore), che si pretendono quindi “oggettivi” o “obiettivi”, non sono che il prodotto di una forma particolare di immaginazione e di strategia retorica, che Barthes chiama l’“illusione referenziale”. Essa è evidente negli scritti di chi vuole “limitarsi a “raccontare i fatti”, lasciare che il referente parli da solo - come se il significante (il linguaggio, l’enunciazione narrativa) fosse invisibile o inconsistente. E’ un atto linguistico performativo truccato, spiegava Barthes, un atto d’autorità. Ma non sarebbe (stato) possibile se, sotto l’egida della formula “è successo”, non avesse incontrato in effetti un gusto che segna la svolta dell’Occidente: il fascino a volte morboso per il “reale” e i suoi dettagli, ciò che, per esempio, costituì l’enorme successo del genere epistolare e del diario intimo, e che fu poi suggellato dallo sviluppo massiccio della fotografia, il cui tratto specifico rispetto al disegno è quello di attestare che ciò che vi si rappresenta “è realmente successo”. La figura retorica dell’oggettività dei fatti venne chiamata da Barthes “effetto di reale” (o “di realtà”), con cui un anno dopo titolò un altro suo scritto.
Ho letto in questi giorni un libro bellissimo, Approdo, dell'australiano di origine malese Shaun Tan (elliot 2008): l'immagine che si vede sopra viene da lì. L’ho letto anche se non compare neanche una parola, solo disegni, con zoomate e piani sequenze narrativi. Parla di migranti (proprio come un libro di quell’altro outsider e innovatore, lui sì assolutamente verbale, che è stato W. G. Sebald), e racconta una storia archetipale e al tempo stesso attuale, reale e immaginifica, in cui tutti i migranti della Terra possono ritrovarsi. Si basa anche su un archivio a portata di tutti: aneddoti tramandati da migranti di varie nazionalità (la trasmissione epica orale), alcuni dei quali raccolti nel libro Tales from a Suitcase; vecchie fotografie, comprese quelle dell'Ellis Island Immigration Museum; cartoline illustrate; film (Ladri di biciclette); incisioni (“Sopra Londra, in treno” di Gustave Doré), ecc. L’epica di questo libro è (anche) quella della testimonianza.
Siamo da tempo nell’Era del testimone, come titolava un libro di Annette Wievorka, l’epoca in cui (dopo la Shoah) l’avvento dei “sopravvissuti” (cioè i testimoni) e il dilatarsi della nozione di “archivio”, hanno cambiato non solo la storia e la storiografia, ma anche le arti e la letteratura. A volte la memoria si pone in conflitto con la storia, nell’ambizione di sostituire la sua oggettività arida e livellatrice con una versione più soggettiva ed empatica dei fatti. Ne tratta lo storico Enzo Traverso nel suo Il passato: istruzioni per l’uso. Storia, memoria, politica (ombre corte 2006), dove si riflette sulla differenza tra storico, testimone e scrittore in modo molto illuminante per chi si occupa di forme narrative.

E’ un fatto che da anni la letteratura trovi i suoi effetti più romanzeschi proprio lasciando da parte i modi e le strutture narrative della fiction, sempre più cristallizzata in cliché (ultimo, il noir stile “sceneggiatura”) a favore di una sorta di libero “documentario”. Non solo cioè con un “effetto di realtà”, ma con l’uso strutturale di documenti e reperti: lettere, fotografie, ritagli di giornali ecc. inseriti nel tessuto della narrazione. Trame che si confondono con la nozione stessa di archivio e/o di inchiesta, storie costruite stilisticamente col montaggio di documenti. Ma che ricordano anche la giocosa libertà dei bellissimi “musei immaginari” che Bruno Munari insegnava ai bambini (ricordate? prendere un sasso, un rametto storto, una foglia o un pezzo di muschio, e riporli in bacheche: scoprire e/o inventare il mondo, col gesto di repertoriarlo).
Ha cominciato, se non sbaglio, il grande narratore tedesco W. G. Sebald, mostrando che la soggettività non solo non si perde né si nega nel perseguire un romanzo che assume i tratti dell’indagine più oggettiva e referenziale, ma si potenzia fino all’ossessione. Contemporaneamente l’oggettività, l’effetto di reale più estremo e vincolante, non impedisce il completo dispiegarsi della libertà espressiva dell’autore. Un po’ come lo espresse Jean-Luc Godard quando rispose così al giovane aspirante cineasta che lo aveva avvicinato: “Intanto fammi un film su questa scatola di cerini” (e gliela porse).
La narrativa che oggi mi interessa (e in cui credo di rientrare: mi riferisco soprattutto al mio HP. L’ultimo autista di Lady Diana) è fatta di libri che nascono come reportages ma sfociano nel romanzo, come il bellissimo e tremendo Ossa nel deserto di Sergio Gonzalez Rodriguez (Adelphi), dedicato ai massacri irrisolti di donne a Ciudad Juarez, tra Usa e Messico (tema ripreso da molti altri libri), o il “gonzo journalism” di Hunter Thompson, fusione di cronaca e narrativa, rigorosamente in prima persona, il cui motore è dato dalla consapevolezza che la vita è quello che ti succede mentre stai facendo qualcosa d’altro. Oppure che sono e restano romanzi pur sfociando in una specie di reportage, o addirittura di esplicita denuncia (è il caso di Gomorra di Roberto Saviano, di cui non si sottolineano mai abbastanza le incursioni all’io di chi scrive, la presenza strutturale di “tracce dell’enunciatore” nel racconto); o, lontanissimo, di Due vite dell'indiano Vikram Seth, che scopre a quarant’anni l'Olocausto e la Storia grazie alla microstoria, grazie alle lettere nella soffitta dello zio a Londra, e della zia ebrea).
Non occorre che siano storie straordinarie a nutrire questi testi, ma vicende private, ordinarie. Come i racconti orali di Ascanio Celestini, sulla scia delle testimonianze raccolte dal suo maestro, Alessandro Portelli. Come il breve film (e libro) della milanese Alina Marazzi, Un’ora sola ti vorrei, che racconta la storia della madre, morta suicida quando l’autrice era bambina, attraverso fotografie, lettere, reperti medici, diari, filmini di famiglia, in un archivio femminile in cui ogni donna ritrova qualcosa della propria identità e genealogia. Raccontare vite usando i mezzi espressivi e il punto di vista, i documenti e la memoria di chi quella vita ha vissuto. A monte di tutto questo vi è una scoperta estetica che l’arte contemporanea ha per prima fatto propria: la qualità elegiaca e universale di frammenti e oggetti della vita ordinaria degli individui, che siano volti, come quelli anonimi e ingranditi che popolano le mostre di Christian Boltanski, o oggetti, reperti di ogni genere e sostanza. Se nell’arte opera da tempo una nozione attiva di “archivio” che ne ha deterritorializzato e riterritorializzato gli orizzonti, la letteratura è appena agli inizi.
Il distacco dello storico e l’empatia del testimone compongono “documentari” che trattano la realtà come un fantasma, mostrando la scaturigine e la formazione del proprio presente, del proprio “dire” presente. Realizzano cioè il vero senso della parola testimonianza, (dal latino superstitio): si è testimoni anche se non si è oculari, anche di eventi lontani nello spazio e nel tempo.Superstitio significava il "dono della presenza"; e il dono della presenza è dato dal racconto, dal tramandare.

Michel Foucault dedicò un saggio importante sul "genere" da lui chiamato “fantastico da biblioteca”, in cui rientrano di sicuro Le tentazioni di Sant’Antonio di Flaubert come parecchi dei romanzi di Philip K. Dick, ma anche uno dei libri secondo me più importanti e innovativi degli ultimi anni, scritto di recente da un appartato scrittore sperimentale, cioè sperimentatore di linguaggi: Giuseppe D’Agata, I passi sulla testa (Bompiani 2007). Vi si racconta “semplicemente” l’inventario della sua biblioteca di romanzi, su cui grava l’incombenza di un trasloco, quindi di una perdita. Penso infine, naturalmente, a Cervantes, che cita biblioteche di libri reali (anche propri!) in Don Chisciotte, e nel secondo tomo dell'opera il Cavaliere e il suo scudiero sono invitati dal Duca a corte, perché le loro avventure li hanno resi famosi (!). Cervantes è del resto modello di una libertà narrativa e affabulatoria che insegna come dalla realtà della letteratura (e della Storia) si possa entrare e uscire, in un’oscillazione continua. Ma anche – come una sorta di Spinoza della letteratura, anzi del romanzo – Cervantes è maestro nella consapevolezza dei diversi significati di ciò che si intende con la parola “realtà”, un po’ come ricordava Gianni Celati qualche mese fa in un’intervista: “La narrativa d’oggi è ormai un’appendice dell’informazione. E’ difficile trovare un romanzo d’oggi che non si appelli all’attualità. [...] Sono libri che il lettore legge come se fossero commenti a una realtà di fatto. Qui però la ‘realtà’ indica solo modi di vedere giornalistici – i modi dell’attualità -, il tutto categorizzato secondo il criterio del ‘nuovo’. Il nuovo è un dogma ma anche una continua intimidazione, perché tutti dobbiamo avere paura di essere visti come dei sorpassati dal nuovo. A questo proposito c’è qualcosa di illuminante nel Don Chisciotte, dove si affaccia per la prima volta la questione della ‘realtà’, posta in un contrasto con l’immaginazione e le tendenze fantasticanti. E si affaccia anche l’idea che il nuovo sia qualcosa che spazza via le inutili anticaglie: i romanzi cavallereschi. Ma, posto questo schema, dove Don Chisciotte ha sempre torto, in quanto invasato dalle fantasie cavalleresche, poi succede che sono proprio le sue tendenze fantasticanti ad arricchire di senso il mondo. Sono le sue fantasie e riflessioni a farci intravedere l’aperto mondo sotto l’aperto cielo come la nostra vera casa”.
Forse, più che di realtà, si dovrebbe parlare di verità della letteratura. Ma è una questione talmente elettiva, e così necessariamente partigiana, che non mi aspetto di vederla dibattuta in modo soddisfacente sui media, e nemmeno su Internet...

P.S. Ai più interessati, consiglierei di incrociare la lettura di questi miei appunti con alcuni "articoli" e "incontri" che si trovano qui, nel mio sito: in particolare Siamo tutti testimoni e la conversazione con Christian Boltanski e Annette Messager... Altri post-scriptum li posterò nei commenti. B.S.

10/06/2008

"A me mi ha salvato Mussolini" (una sosta a Torbellamonaca, banlieue italiana)

L'altro giorno la Repubblica (edizione di Roma) mi ha chiesto di andare a Torbellamonica e guardarmi in giro. E' una vera banlieue, la più simile a quelle, per capirci, che si vedono nel film La haine (L'odio) di M. Kassowitz. Quello che ho visto e sentito, molto scremato, è uscito il giorno dopo (venerdì scorso) sul giornale. E' questo:
Vite senza futuro al Dream's bar
Dice uno, sui vent’anni, tuta Adidas come le scarpe nere, basette lunghe e capelli corti: “A me mi ha salvato Mussolini. Se non mi drogo, e non mi faccio neanche le canne, è perché ho un credo che mi dà dei valori, un ordine. Ho fatto solo le medie, sono uno che lavora. Ora non ce l’ho, lo sto cercando. Andarmene non ci penso neanche. Appena mi allontano mi viene l’ansia. Tutto il mondo viene a vivere a Roma, perché dovrei andarmene io? Il centro è bello, è un po’ che non ci vado, qualche mese. Non c’è lavoro, ma c’è anche gente che non vuole lavorare, e invece di mille euro al mese preferisce guadagnarne duemila al giorno spacciando. Io no. Quelli come me non si drogano”. E’ simpatico, è molto gentile, e in modo non formale. Eppure: “Quando ho saputo che hanno picchiato uno straniero ho provato un sentimento d’orgoglio. Forse non ha fatto niente, mi dispiace per lui, però c’ha un significato. Ce l’ho con quelli che vengono qui a fare i crimini: ne abbiamo fin troppi di criminali”.
Il suo amico, rasato, felpa nera con la scritta Superstar, ha lo sguardo acuto e riflessivo, e dosa le parole. “Quando cercavamo lavoro in città, se dicevamo che eravamo di Torbellamonaca non ce lo davano più. E poi non è che abbiamo proprio la faccia da bravi ragazzi. Sì, qui c’è molta violenza, criminalità a ogni livello. Perché? Per fame. Ma c’è anche gente che non ha lo stimolo di lavorare”. Lui ce l’ha, lo stimolo. Ha studiato come perito industriale, senza finire. “Ho lavorato con mio padre, ora faccio il magazziniere. La maggior parte degli altri ragazzi qui vive alla giornata. Senza futuro. Ma anche quelli che fanno soldi sporchi sono angustiati, per la scontentezza se li bruciano in una giornata”.
Siamo seduti a un tavolino del Dream’s Bar, la mia amica regista Angela Landini e io. Sono loro ad essersi avvicinati a noi. Il “bar del sogno” è in uno dei corridoi sotterranei della struttura di cemento armato nota come il Centro Commerciale Le Torri di Torbellamonaca. “E’ l’unico luogo di incontro”, ci confermano, insieme al parcheggio. In un’area aperta e immensa, vuota, spopolata e senza forma, costeggiata di parallelepipedi grigiastri (“le Torri”) dove la gente abita, la socializzazione avviene qui, nascosta, sotto il livello della strada. La claustrofilia è forse un riflesso del deserto intorno, come per ripararsi dall’horror vacui di questa periferia nata nel 1982. E’ sul camminamento tra lo stradone e questa struttura in cemento – via Duilio Cambellotti – che a una fermata d’autobus è stato picchiato senza motivo un ignaro cinese da un gruppo di adolescenti. Ma non riesco più a pensare a questo orrendo fatto di cronaca. E’ un’altra violenza che mi coinvolge, quella delle forme architettoniche: un festival degli spigoli, delle forme squadrate, della disarmonia, dell’aggressività geometrica. L’unica cosa rotonda sono certi graffiti sui muri grigi. Al centro del parcheggio del supermercato Sma, c’è un monumento che ne sintetizza l’insensatezza: una specie di altissima siringa spaziale, composta di lastre taglienti di acciaio. Anche la chiesa dall’altra parte della strada ha qualcosa di terribile, con quelle specie di scalini marroni che svettano spigolosi verso il cielo, per terminare in un’inutile doppia punta.
La conversazione coi ragazzi viene interrotta da una coppia di giornalisti. Anche io e Angela siamo stati presi all’inizio per indigeni. Alcuni operatori televisivi hanno messo in posa un cinese alla fermata del bus. I giovani sono inseguiti come in uno zoo safari. Resta in sospeso coi ragazzi la visita alla strada peggiore, dicono, Via dell’Archeologia, dove la polizia per fare un arresto manda dieci pattuglie. Quello che ama Mussolini aggiunge: “Se volessero davvero risolvere i problemi, ci riuscirebbero, visto che hanno catturato Provenzano. Ma non gliene frega niente”. Ci siamo andati da soli: un labirinto di contenitori cubici biancastri, finestre piccole, un simulacro di campagna intorno.
La struttura del centro commerciale, con due o tre bar, due pizzerie al taglio, un’edicola e varie scalinate per risalire ai parcheggi, continua in realtà fino al Teatro Torbellamonaca. Ma quando finiscono i negozi – per lo più di abiti sportivi e di scarpe (con le Nike in vetrina), ma anche di abiti da sposa, un Solarium, negozio Vodafone di fianco al posto di polizia – diventa una specie di balena morta e alla deriva. Mancano anche quelle tettoie di plastica su cui è rimbalzata una pioggia improvvisa (il suo rumore era l’unica natura). Scritte sui muri, e cancelli di ferro di là dai quali c’è l’Asl. Sembra una prigione dismessa. Nel piano di sotto, saracinesche chiuse di fronte a un campo abbandonato in cui passeggia un cane (abbandonato?). Vi sono un centro diabetico e locali di assistenti sociali. Ma come si può accogliere qualcuno in una tale ostilità architettonica? E’ un luogo, dice Angela, fatto per non essere guardato. E’ la definizione del brutto, penso: ciò che viene sottratto allo sguardo.
Il Teatro Torbellamonaca, fino a poco tempo fa diretto da Michele Placido, è all’estremo della struttura di cemento. Leggo, sulle sue vetrate: “T’invita. T’emoziona. T’appassiona. T’appartiene”. Nessuno dei giovani di qui ci va mai, dicevano i due amici. Accanto al teatro, un trave di cemento annerito e consumato, dall’aspetto pericolante, sembra più antico del Colosseo. Sembra morto. Sullo sfondo, le “Torri” bianche.

9/23/2008

Sulle parole (pensieri disordinati in margine al "Dizionario affettivo della lingua italiana")

Dunque, per le edizioni Fandango è uscito in questi giorni un Dizionario affettivo della lingua italiana, a cura di Matteo B. Bianchi con Giorgio Vasta. Tra i quasi trecento narratori e/o poeti figuro anch'io, e mi è capitato di leggere la mia breve voce a Pordenonelegge, poco prima che dialogassi al ridotto del Teatro Verdi con lo scrittore olandese Arnon Grunberg. Quello di cui però mi rendo conto oggi, sfogliando questo libro (che mi suscita impressioni contrastanti, ma non è importante) è che ho completamente mancato il bersaglio, perché da quando mi avevano chiesto di aderire, al giorno in cui Matteo B. Bianchi mi ha chiamato per dirmi che si andava in stampa, e non avevo ancora mandato la mia "parola", mi ero completamente dimenticato dell'aggettivo "affettivo" che connotava il dizionario. E così, mezz'ora prima di partire in vacanza, ho mandato la parola "Realtà", a cui sono tutt'altro che affezionato. Credo che avessi in mente piuttosto il Sottisier di Flaubert, il suo "dizionario dei luoghi comuni". Si legge infatti nel Dizionario, a mia firma:
Realtà: Parola vaga e dal senso ondivago, spesso confuso (la si traduce infatti più spesso con un gesto, il cui senso sarebbe, ostensivamente appunto, “tutto questo”, o anche: “le cose”, oppure: “quello che accade”, o anche: “i fatti”. Beninteso, “anche le allucinazioni sono fatti” (Louis Althusser, 1991). Vale anche come sinonimo convesso della parola concava "immaginazione" (gr. "phantasia", da cui "fantasma"). Al singolare il significato odierno di realtà vale come: “un sogno senza sognatori” (v. "sogno"). Al plurale (da preferirsi), il suo impiego e significato valgono come sinonimo di storie (v. "storie").
La parola "realtà" non è quella che mi piace di più. Nel mio Niente di tutto questo mi appartiene (1994) c'è un racconto, "Il mondo delle parole precise", che dice il mio disagio e la mia ignoranza delle parole (non sapere e non trovare le parole delle cose, che è forse una delle ragioni per cui ho cominciato e continuato a scrivere delle frasi, cioè per bypassare e compensare le mie lacune). E in quello precedente, Café Suisse... (1992), trovo ora questa frase che avebbe dovuto e potuto orientarmi (il racconto è "L'infinito di Dante", storia di uno strano fotografo): "... Quando vedo qualcosa che mi piace, un prato o una casa o degli alberi, allora scrivo: Gli alberi. Il prato. Poi dico: quale sarà il nome di questo albero? A me piace la parola gelso: 'I rami dei gelsi sono scossi dal vento'. Ma potrei anche dire: 'E' una giornata limpida e cammino sulle strade dei gelsi con le scarpe da ginnastica che mi fanno sentire agile'..." ecc. ecc. Forse avrei dovuto scegliere la parola "gelso", allora. Ma mi piace ancora? Sicuramente mi piace la parola "erba" (e mi viene in mente Corrado Costa: "se si scrive / lepre / non è detto se si scrive lepre che sarà una lepre / che correrà sull’erba / non è detto che ci sarà dell’erba se si scrive / erba erba erba erba erba erba erba"). Mi piace "cielo", mi piace "celeste", mi piace "nuvola", mi piace un nome come "Sara", e forse sono quelle le parole che ho usato di più. Ma quelle che userò? Mi piace molto anche "tette" e "culo", se è per questo (devo controllare: sarebbe strano che nel Dizionario affettivo nessuno le avesse scelte, ma è verosimile). Adesso mi viene anche in mente che in un ironico libro di David Lodge sugli scrittori, c'è un romanziere che rimane assai frustrato nell'apprendere, grazie all'informatico inventore di un apposito programma, che la parola da lui più usata nei suoi romanzi è l'aggettivo "gonfio"...
In realtà a me piacciono le frasi, l'unità linguistica minima per me è la frase, non la singola parola. Le singole parole sono sempre manchevoli e mancanti ai miei occhi. Mi danno quasi ansia. Anche perché, confesso, spesso non le trovo, e mi trascino in un giro di parole. Amo le perifrasi, e infatti amo Robert Walser, amo le parole concave e a-referenziali, vuote di contenuto, almeno apparentemente. Le preposizioni. Oppure, ecco, la mia parola affettiva avrebbe dovuto e potuto essere "forse", la parola più inutile, che pure è per me un utensile insostituibile, oltre che fonte di vertigine come il dubbio cartesiano o la preferenza negativa di Bartleby, capace di corrodere ogni presunzione affermativa o assertiva, ogni "c'è", ogni das Gibt... Forse.
Invece, lo scorso luglio, mezz'ora prima di partire in vacanza, ho scritto "Realtà", e va bene così. Infatti l'altra sera al teatro di Pordenone ho citato e letto, dialogando con Arnon Grunberg, alcune frasi del suo Il rifugiato che mi piacevano molto. Hanno a che fare con le parole: il personaggio è un ex scrittore a disagio con se stesso, con l'amore, con tutto, che non scrive più ma fa il traduttore di libretti d'istruzione. E' inabile e stupito di fronte ai giochi (o atti) linguistici più semplici, i rituali quotidiani e ordinari, forse per eccesso di consapevolezza. A un certo punto pensa: "Le parole non rappresentano la realtà, sono il lubrificante con cui la realtà ti viene infilata nel sedere come una supposta". Alla fine, è vero, tutto torna.

9/07/2008

Una fotografia (e Rossella Or)


Per chi sta a Roma, oggi su la Repubblica, per la serie "Donne di Roma", c'è il mio racconto, e una bella immagine di Elisabetta Benassi. Ma quello che mi ha emozionato poco fa è l'avere scoperto per caso questa fotografia di Salvatore Piermarini, che riproduco. Non sapevo minimamente ricordarmi dove diavolo fosse stata scattata, poi il fotografo, contattato, mi ha detto: Bomarzo, 1997, durante una rassegna di arte e poesia dal titolo "Contaminazioni". La didascalia nel suo album dice: "actress and writer". Lui sono io, e sono sostanzialmente uguale ad allora (tranne i capelli, ora chiazzati di grigio), lei è Rossella Or, celebre attrice delle avanguardie teatrali romane (su di lei ho scritto qui). Siamo stati molto vicini, per un certo periodo. Quello che mi commuove, quasi mi turba, è la sostanza senza tempo dell'immagine, e delle persone fotografate. Lo so, è banale dirlo. So che sono io, so che io, o meglio lui - e lei - mentre lo guardiamo potrebbe essere morto, potrebbero essere morti, anzi sono già morti, e qualcun altro, forse, continua al loro posto.

8/26/2008

Storie di politica, panchine e palloncini

Domenica scorsa (24 agosto) è uscito su Repubblica questo mio articolo che aspettava da tempo, sui Palloncini, e che vi invito a leggere. Parla di Casalvieri e delle sue fabbriche di palloncini (leader mondiali), del mio amico artista Elmerindo Fiore che abita lì, di Marcel Duchamp, perfino di Stephen King, e mi è molto intimo. Tutto sommato, oltre che estetico, per me è anche politico - come poteva essere politico Ariosto, non Machiavelli. Idea che la politica (ma in fondo tutti noi) è fatta della stessa sostanza di cui sono fatti i palloncini... (nella foto, Duchamp con palloncini tenuti col filo).
Forse lo sento in particolar modo stanotte, dopo una serata al festival dell'Unità, pardon alla Festa Democratica (nazionale) di Firenze, dove sono stato invitato a presentare Panchine (sono tuttora a Firenze, in un hotel niente male dove passo la notte), che mi ha lasciato sensazioni diverse, ma la cui tonalità dominante è malinconica. Nel frattempo, all'Unità, quella vera, è arrivato il nuovo direttore, Concita De Gregorio, il cui editoriale di oggi 26 agosto era semplicemente bellissimo. Tanto che d'impulso ho scritto questa lettera al giornale:

Cara Unità, cara Concita: leggendo il tuo primo editoriale di martedì confesso di essermi emozionato. Esco così dal riserbo per scriverti i miei più sentiti auguri per questo nuovo capitolo del giornale e della tua carriera - e, spero, dell’opposizione ed elaborazione politica e culturale in Italia. Ho usato apposta una parola desueta, “carriera”, che significava al tempo dei nostri padri quello che è, una semplice strada di campagna, comunque sia un percorso (oggi per il lavoro si dice job, come un pezzo di ricambio). Credo che quella parola dall’aria antica sia appropriata sia per farti gli auguri che per salutare il contenuto del tuo editoriale, che affronta il tema della memoria e quindi del futuro, della politicità della vita, e quello enorme della precarietà. Perché, più ancora che un lavoro scarso e non garantito, la precarietà descrive la perdita di futuro e le derive individuali e collettive di chi non sa più organizzare narrativamente la propria vita, anche fuori dal lavoro. Di chi non sa dedicarsi in profondità a nulla. Non è quello che accade anche ai politici? Non basta più dire che, per la prima volta, i figli sono più poveri dei loro genitori; ma le stesse vite dei loro genitori risulteranno ai nuovi precari incomprensibili, votate com’erano a obiettivi a lungo termine la cui linearità poteva in parte compensare i sacrifici: voltandosi indietro o guardando in avanti, la vita poteva assumere un senso narrativo, e non è poco. Ecco qualcosa che riguarda i poveri come i ricchi. La frammentazione delle esperienze che si riflette in una frammentazione dell’io, la cooperazione superficiale, l’intensificazione del presente come unico tempo disponibile (l’unico futuro che c’è si offre come futuro di questo presente), la superficialità delle relazioni sociali, tutte queste attitudini in perfetto spirito aziendale stanno forgiando un tipo antropologico che assomiglia molto alla dannazione: un’eternità senza tempo e senza storia. Dove tutto manca e continua a mancare anche a chi si crede berlusconiano e felice – l’ansia del consumismo, anche dei più giovani, che sfocia nelle più diverse tossicodipendenze. Ecco, cara Concita, il mio auspicio è che l’Unità, oltre a tutto quello che hai scritto, sia un esempio anche di questo, di un cercare di rendere più narrative le nostre vite e il nostro sguardo sul mondo.