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1/15/2010

Il corpo scritto, l'handicap - una confessione


La fotografia riportata sopra raffigura una scultura di Marc Quinn in marmo di Carrara posta in Trafalgar Square da settembre 2005 alla fine del 2007. In essa è raffigurata "Alison Lapper incinta" (è il titolo). Alison Lapper è focomelica, cioè è nata così. Ha studiato Arte e Architettura all'Università di Brighton, laureandosi in Fine Art nel 1994.
Su Venerdì di Repubblica in edicola oggi si può leggere questo mio testo:

Forse qualcuno ricorda quei ragazzi e ragazze che, senza essere stati vittime di bombe o mutilazioni, presentavano anomalie, anzi malformazioni, gravi ed evidenti: mancanza degli arti (focomelici), dita che spuntano all’altezza delle spalle, o semplicemente mani senza dita. Erano (sono) “nati così”, creature diverse e un po’ mostruose, con buona pace delle ipocrisie linguistiche del “politicamente corretto”. Bambini nati tra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60, le cui malformazioni, si seppe dopo, erano dovute ai danni provocati al feto da un farmaco di fabbricazione tedesca consigliato all’epoca alle donne incinte: il Talidomide.
Tempo fa mi è stato segnalato un articolo su un quotidiano. Arrivato alla pagina ho letto il titolo, l’ho scorso rapidamente e ho chiuso il giornale con fastidio. Ho camminato inquieto, disturbato da pensieri che interferivano con quelli che avrei voluto avere, fino ad accorgermi di non pensare ad altro che a ciò che avevo letto sul giornale. Il titolo dell’articolo era: “I bimbi del Talidomide saranno risarciti (cinquant’anni dopo)” E sotto: “Malformazioni per il farmaco: via agli indennizzi”. Ora, io ho compiuto 50 anni pochi mesi fa. Sono uno di quei bambini. Lo so da sempre, e quella notizia obiettiva che tuttavia mi riguardava mi ha fatto ripensare alla mia vita sotto il profilo dell’handicap. Quella che segue, prima che una riflessione, è una testimonianza. Quasi una confessione.

Confesso, per cominciare, il trauma di vedere il corso della mia vita - il suo senso, il suo vettore, i suoi passaggi più intimi - in una notizia diramata dal ministero del Welfare, e nello stesso tempo la mia resistenza a riconoscermi come “vittima”. Leggere un’informazione neutra e circostanziata sul tardivo e dovuto risarcimento (già avvenuto da tempo in Germania) che contiene paradossalmente la mia biografia (“bio-grafia”, scrittura impossibile della vita, parola su cui ho molto scritto), a pagina 20 di un giornale. Riscoprire in un lampo quanto la propria vita sia scritta nel corpo, e il corpo scritto dalla vita, e averne la rivelazione sul marciapiede, col giornale in mano. Vedere scorrere la propria vita riconoscendo quanto sia stata orientata da un dettaglio, una particolarità “congenita” (così recitavano i certificati dell’esenzione dal servizio militare), handicap simultaneo al nascere, evento fondatore di una serie vorticosa di miti e di leggende. Ognuno ha almeno una storia legata alla propria nascita: la mia fu simbolizzata dall’esclamazione del dottor M. che mi fece nascere in casa (all’epoca era ancora frequente), e prontamente valorizzò la forma del mio cranio: “Che bella testa!”. Frase che ebbe lo scopo e l’effetto di distrarre e ignorare il mio corpo. Da quel primo leggendario omissis che influenzò la mia vita - un’attenzione posta sulla testa, e per metonimia la predominanza della mente sul corpo - io sono diventato quello che sono: uno scrittore, oltre che un intellettuale leggermente sovrappeso, a volte depresso e di sinistra.

Rispetto a chi, come il mio amico Marco, avvocato, è nato senza gambe e senza un braccio, due grosse dita nell’altro, e vive da sempre con protesi plastiche, la mia mancanza sembra poca cosa: non ho le falangi e falangine della mano sinistra. Eppure l’assenza di quei piccoli pezzi di scheletro rivestiti di pelle e muscoli, ovvero l’uso imperfetto della mano sinistra, ha determinato ogni passaggio della mia vita, dandomi un senso precoce di unicità e diversità. Di incompletezza. E’ un’invalidità quasi impercettibile, ma mentre scrivo queste parole mi rendo conto che è proprio l’odio per una “impercettibile differenza”, scriveva Jankelevitch, a contraddistinguere l’antisemititismo dal razzismo. E ancora, mentre scrivo questo, ricordo che fu a partire dalla prima adolescenza (perduta ormai l’innocenza di bambino non ancora corrotto da paure e pudori degli adulti), che mi resi conto quanti sforzi occorressero affinché il mio handicap risultasse appunto impercettibile. Un apprendistato di gesti e di posture (all’inizio “impercettibili”) per occultare con naturalezza la mano sinistra. Assumere con noncuranza pose naturali (che è già un ossimoro), fino alla mano in una tasca e la sigaretta nell’altra, e sviluppare al meglio il dono della parola (scritta, soprattutto) ovvero della distanza. Dissimulare una mano significa usare meno il braccio, e quando mi accorsi del danno era tardi (uno sbilanciamento nella lunghezza dell’arto, per esempio).
Tralascio l’elenco delle mie limitazioni, sto già infrangendo il tabù del parlare di sé su un giornale. Ometto i ricordi pittoreschi. Ma come dire la consapevolezza che ogni tappa della propria vita sia stata, direttamente o indirettamente, predeterminata da una mancanza? E’ il senso di incompletezza ad avermi fatto aderire alle poetiche del romanticismo, alla famosa anfora spezzata di cui è impossibile ricomporre i cocci, da cui una nostalgia irrimediabile non solo del passato, ma del futuro, tutt’uno con le utopie e il messianismo politico? E le epifanie amorose, lo stupore ogni volta di scoprire che la mano non fa differenza, il trasporto e la gratitudine (ma c’è gratitudine senza vergogna, quindi senza un grumo di aggressività potenziale?) per coloro che mi presero la mano nelle loro, primo e preliminare gesto fisico d’amore.

Il giorno che ho letto l’articolo sul Talidomide ho provato la consapevolezza che ogni aspetto della mia vita fosse conseguenza della condizione congenita di malformato e mancante. Anche la virtù dell’empatia, il sentire la sofferenza altrui dietro le apparenze, la disponibilità all’ascolto, il non stupirsi del prossimo. Anche la propensione per le scienze umane, la diffidenza verso l’obiettività priva di calore delle scienze esatte, il liceo classico e gli studi in Filosofia, perché “ogni metafisica (fu Jean-Paul Sartre a scriverlo, e Gilles Deleuze a ripeterlo) – è una ferita che parla”. O ancora la predilezione per quelle forme di discorso e di racconto che dicono il sentimento della vergogna, che per Deleuze “è uno dei temi più potenti della filosofia”, e che ricorre in opere importanti del pensiero contemporaneo, come l’etica di Emmanuel Levinas. Non è un caso se ho tradotto a vent’anni un libro del francese Joe Bousquet, rimasto paralizzato nella prima guerra mondiale e sprofondato nel linguaggio al punto di sostituire con esso il proprio corpo: “Come spiegare, con delle parole, una cosa così semplice, e che sta tutta nel fatto di giocare la propria vita nelle proprie parole?”

Fa qui irruzione il concetto di biopolitica, che esplora le frontiere del corpo e dell’umano, la vita nuda nell’epoca della sua più forte normatività e discriminazione: le leggi sull’immigrazione, quella mancata sull’omofobia, il disprezzo del regime mediatico per il corpo delle donne, ripropongono la logica dell’esclusione che in altre epoche storiche ha riguardato etnìe (ebrei, zingari), o membri della comunità (gli anziani, le donne), oppure ancora - logica conseguenza di un rifiuto dell’alterità – la persecuzione nazista e l’annientamento di chi porta alterazioni fisiche. La notizia del risarcimento ai “mostri” di cinquant’anni fa tocca, lo si voglia o no, la sfera biopolitica. Nella sua indagine su La condizione post-moderna, il filosofo Jean-François Lyotard mostrò come l’economia si muovesse verso una “logica del vivente”, in cui la vita stessa di ogni individuo diventa valore di mercato. Nel mondo degli affari la parola d’ordine è da tempo “valore della vita” (lifetime value o LTV) del cliente, cioè “la misura teorica di quanto un essere umano potrebbe valere se la sua esistenza, per l’intera sua durata, fosse trasformata in un modo o nell’altro in merce e sottomessa alla sfera commerciale”. Come si misura un risarcimento, e che cosa dovrebbe risarcire? Come si effettua il riconoscimento delle vittime, non certificato all’epoca e i cui testimoni sono estinti o in via di estinzione?
La ditta tedesca che produceva il Talidomide, la Chemie Grünenthal di Stolberg, che lo dichiarò innocuo anche quando ne erano noti gli effetti nefasti e non lo ritirò dal mercato, ha responsabilità enormi. Furono migliaia i bambini malformati in Europa. La notizia di un indennizzo dopo cinquant’anni apre quella che i filosofi chiamano “aporia”, una possibilità dell’impossibilità, un paradosso. Ma è una possibilità che occorre vivere fino in fondo. Ovvio che nessun risarcimento è possibile, e anche la sola idea risulta offensiva: come si può risarcire una vita senza negarla? Il debito, se di debito si tratta, resterà aperto per sempre. Ma è altrettanto ovvio che si debba affermare il diritto a tale risarcimento, e vegliare sulla perversa gerarchia di merito che si creerà in base all’handicap (chi si arroga il diritto di giudicarlo?). Non si è responsabili delle vittime, ma “di fronte alle vittime”, ha scritto ancora Gilles Deleuze. “I diritti dell’uomo”, continuava il filosofo, “non dicono nulla sui modi d’esistenza dell’uomo provvisto di diritti”, e la vergogna d’essere uomo non la si prova solo nelle situazioni estreme descritte da Primo Levi, ma anche nella normalità insignificante dei modi di vita nelle nostre democrazie. Quella dei “bimbi del Talidomide” è una storia esemplare della nostra epoca.