La prendo alla lontana, ma proprio questo, credo, è necessario: ampliare gli orizzonti, rifondarli. Non quelli dei profitti, dei bilanci, delle imprese, ma della vita che si vuole (far) vivere, del nostro pianeta. Penso così a un breve indimenticabile scritto di Emmanuel Levinas dal titolo Un monde sans moi, “un mondo senza di me” (forse anche senza “io”). Non è troppo chiedere a chi governa una tale immaginazione e apertura: è anzi condizione necessaria di un’azione politica che, per essere vivibile, non può che essere ecologica e sistemica (nel senso di Gregory Bateson), consapevole dell’interdipendenza di tutto con tutto, ispirata da un soffio potente di utopia - equità, giustizia, amore per la vita anche “senza di sé”, o dopo di sé. L’opposto, è ovvio dirlo, del nichilismo devastante e senza futuro del regime morale e politico che l’Italia subisce da 15 anni (o dell’analogo nichilismo di un Bush jr.). Ma vale anche per gli ambiti apparentemente più semplici come l’organizzazione del lavoro. Colpisce allora che ciò che sul piano sociale non ha saputo fare Berlusconi in 15 anni lo stia facendo in fretta e furia un manager laureato in Filosofia che vidi, due anni fa, applaudito alla Fiera del Libro di Torino per il suo stile “innovativo”. Parlo dell’a.d. della Fiat Marchionne, che sta riportando indietro l’orologio della Storia – dei diritti, della dignità del lavoro, del senso stesso delle azioni, umane prima che economiche - in nome di una logica che non differisce di natura, ma solo di grado (come dicono i filosofi: lui capirà) dalla giustificazione dello schiavismo. Poiché di questo si tratta, anche se tanti politici del Pd legittimano questo arretramento di civiltà con una retorica – la globalizzazione, la concorrenza del costo del lavoro – che elude l’unica domanda che conti, l’unica che legittimi l’esistenza stessa di quei politici: in nome di quale mondo, di quale orizzonte di vita dovremmo, operai e non, dire sì a Marchionne?
(rubrica domenicale "acchiappafantasmi", su l'Unità del 2-1-2011)