Lo scorso we, all'ex Asilo Filangeri di Napoli, si è svolto il Primo Festival del pensiero Emergente. I giornali ne hanno parlato poco. In particolare, ospite della Fondazione Plart, ho partecipato sabato 18 a una giornata dedicata alla "progettazione del quotidiano" (insieme al designer Riccardo Dalisi, che ha parlato di design della "decrescita", a Tommaso Ariemma, direttore scientifico del Festival - che ha parlato dell'estetica (ma è meglio dire anestetica) della chirurgia plastica -, a Marco Petroni, critico del design e diretore del Plart, ecc.. Titolo del mio intervento era “Oggetti smarriti e altre apparizioni “, ma ho parlato di filosofia, politica e plastica. L'intervento era a braccio, e non ho quindi i materiali da postare (o sono troppo pigro per farlo). Ma il giorno stesso, per lo spazio di 1860 battute della mia rubrica "acchiappafantasmi" su l'Unità della domenica, ho mandato la sintesi ellittica che segue.
(Aggiungo solo che sono stato felice di trovarmi a Napoli, felice di soggiornare nel quartiere tra Piazza Bellini e San Gregorio Armeno, di vedere l'energia e la vivacità dal basso degli incontri sociali all'ex Lanificio - a Porta Capuana, dove è stata appesa un'immagine contro la camorra di 112 metri quadrati - e che vorrei tornarvi presto - magari per presentare la nuova edizione de Il libro dei maestri...)
Plastica e politica
Duttile, plasmabile, flessibile, maneggevole, sostitutiva, docile..., sono alcuni dei tanti attributi della “plastica”, o meglio, della varietà di materiali sintetici che vanno sotto il nome di plastica.
Ognuna di quelle parole meriterebbe un approfondimento. La “flessibilità”, virtù delle idee e dell’apprendimento, contigua alla tolleranza e al pluralismo, può convertirsi nell’ipocrisia della precarietà, con cui va inteso non tanto il lamento sul lavoro che non c’è, ma la perdita dell’idea di tempo, del senso narrativo dell’esistenza, appiattiti su un presente perpetuo che fa eclissare ogni mondo possibile, e quindi ogni invenzione di vita (di politica) individuale e comunitaria. Rimpiangere il lavoro sicuro e durevole significa introiettare questo deficit di immaginazione. La “maneggevolezza” ci condanna alla perdita della manualità, di un pensare con le mani, al punto che, scomparsa la gestualità, gli oggetti sono sempre più differenziati e noi sempre più uniformi; la plasticità è ormai segno dell’uomo, che di fronte alla funzionalità degli oggetti ne è ormai solo un appendice, simulacro di se stesso, pròtesi del mondo degli oggetti e non il contrario.
Infine, la plastica ha un terribile difetto, che ricorda la cattiva civiltà e la cattiva politica: non muore mai, la sua duttilità si trasforma in rigidità, tragedia della permanenza. Mimesi del Potere (a sua volta mimesi di un dio) lo stesso oggetto funzionale si converte d’un tratto in rifiuto, e separato dall’uso umano inizia un percorso “sacro”: discariche come crateri, inceneritori come vulcani, distese di ecoballe come totem di una nuova sacralità pagana. Anche questa è politica.
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9/20/2010
9/13/2009
Come salvare la vita (e la politica)

“La mia vita fu salvata dal rock’n roll”, disse una volta il regista Wim Wenders (e lo scrittore austriaco Peter Handke ripeté una cosa simile). Ma cosa vuol dire "salvata"? E il rock è solo una musica? Un bel film inglese uscito da poco, I love Radiorock, risponde a entrambe le domande.
E’ la storia vera di una radio pirata che nel 1966 trasmetteva 24 ore al giorno musica rock da una nave, anch’essa pirata, al largo della Gran Bretagna. Racconta l’ossessione del governo inglese conservatore di allora di sopprimere a ogni costo quella radio pirata, ascoltata ogni giorno da 25 milioni di persone, più di metà della popolazione britannica, influenzate dalla sua musica entusiasmante: la pura gioia di Sunny Afternoon e All Day dei Kinks, Hang on Sloopy dei Mccoys, di Beach Boys, Who, Jimi Hendrix ecc. (E le immagini della vita quotidiana degli ascoltatori della radio sono belle e compassionevoli come foto di Luigi Ghirri). Un film di sesso droga e rock’n roll che è soprattutto storia di una battaglia culturale, cioè politica, vincente. Il film termina coll’affondamento notturno della nave (mentre suona, ultima canzone, la romantica A Whiter Shade of Pale dei Procol Harum). E se il primo ministro aveva deciso di lasciare affogare tutta l’equipe di Radio Rock, decine di barche di giovani e fan vennero all’alba a salvarli. Il rock’n roll, canterà più tardi Neil Young, “will never die”. Tutto qui?
Quando sono uscito dal cinema (Roma, Campo de’ Fiori), la fiumana notturna di giovani e meno giovani consumatori senza scopo, la stessa che in altre città, sembrava fatta di morti. Il contrasto tra l’opacità di oggi e la vividezza del film mi è sembrata insopportabile. Pensate: milioni di persone fecero politica per mezzo di una musica condivisa, lottarono per cambiare la propria vita e affermare dei valori. Oggi, mentre si confronta il prossimo “autunno caldo” a quello di quarant’anni fa, quando (1969) gli operai divennero soggetto politico e saldarono le loro lotte a quelle degli studenti, la realtà offre il desolante spettacolo di una frammentazione di proteste individuali e disperate, che implorano dai tetti lo sguardo della tv, ignorando che è proprio quell’occhio di Grande Fratello ad aver estirpato la capacità di essere soggetti, e quindi di lottare. La verità è questa, soprattutto: che nessuna politica è possibile senza una battaglia culturale.
(una versione appena più ridotta su l'Unità, 13 settembre 2009, rubrica acchiappafantasmi), col titolo "Suoniamo la politica")
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3/20/2009
Prego, signori, entrate pure nel Vuoto (una mostra al Beaubourg di Parigi)
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Al quarto piano del Centre Pompidou, quello delle mostre importanti, i visitatori percorrono da un mese nove sale firmate da altrettanti artisti, da Yves Klein a Stanley Brouwn (in ordine cronologico). Sono le nove opere della mostra - che si vuole “retrospettiva” – intitolata “Vides” (vuoti). Tema della mostra collettiva (che ha ben sei curatori, tra cui Laurent Le Bon, conservatore del Beaubourg, e l’artista svizzero John Armleder), è uno degli scandali ricorrenti dell’arte (e non solo): il vuoto. La spiritosa maschera all’ingresso non scherza quando dice a chi entra “non c’è niente da vedere”, però si sbaglia. Le sale sono vuote, sì, ma ognuna diversa dall’altra, e piene di spazio, luce, volume e confini – pareti, porte, finestre, i corpi delle persone. Senza bisogno di scomodare il solito fraseggio metafisico che evoca la presenza dell’assenza, o l’equivalenza di “vuoto” e “forma” nel buddhismo Zen, il fatto è che per la prima volta in vita mia ho scattato delle foto (col telefonino) in un museo. Anche una coppia di ragazzi faceva lo stesso, indugiando nelle sale luminose col parquet senza nessuna fretta di esaurire la visita. Come se il vuoto delle opere rendesse più acuto il nostro sguardo.
Ripensare il senso dell’oggetto artistico e del suo contesto, e il concetto stesso di esposizione, così come ripensare lo spazio, lo sguardo, la materialità dell’opera, sono il compito e le coordinate che l’arte contemporanea si dà da molti decenni. Vale a maggior ragione per “Vides. Une retrospective”: nove opere “datate” e riattualizzate (storiche e astoriche insieme) sul “vuoto”, che dovevano essere presentate simultaneamente in tre Paesi diversi (ma solo il Pompidou ha accettato). Come non riconoscere la tempestività di questa mostra (che spero sia accolta in Italia)? Nell’epoca dell’inattesa implosione del capitalismo delle merci e dei consumi, materiali e immateriali, ci induce a ripensare insieme, alla radice, il valore dell’arte e del suo “uso”. I nostri vuoti.
Il percorso cronologico inizia dalla sala di Yves Klein, che riprende la mostra del 1958 alla galleria Iris Clert intitolata (traduco) “La specializzazione della sensibilità allo stato di materia prima in sensibilità pittorica stabilizzata”, famosa però come “la mostra del Vuoto”. Successiva ai “monocromi”, per l’occasione Klein dipinse di bianco l’interno della galleria, per creare “un ambiente e un’atmosfera pittorica sensibile e per ciò stesso anche invisibile”. Fu questa mostra a segnare l’avvento come opera di uno spazio interamente “vuoto”. Perché lo scrivo tra virgolette, allora? Perché il vuoto non esiste, cioè non esiste allo sguardo e ai sensi, non esiste in fisica né in estetica, proprio come il silenzio, quello dell’omonimo, celebre e scandaloso concerto del compositore John Cage (peraltro amico e sodale di molti artisti del “vuoto”). Continuo il percorso.
Il collettivo Art & Language, con “The Air-Conditioning Show” (1966-67), enuncia l’equivalenza tra la descrizione scritta di un’opera e la sua realizzazione nello spazio. Robert Barry, per il quale lo spazio espositivo è luogo di riflessione, titola la sua sala (presentata nel 1970 alla galleria Sperone di Torino) citando Marcuse: “luoghi in cui essere liberi di pensare ciò che stiamo facendo”. Segue “Experimental Situation” di Robert Irving (Ace Gallery, Los Angeles, 1970), Laurie Parsons, che come nell’originale alla Laurence-Monk Gallery di New York del 1990 non mostra nulla, neanche il proprio nome. C’è il vuoto di Bethan Huws (Haus Esters Piece, 1993), che omaggiava la bellezza dello spazio espositivo dell’edificio di Mies van der Rohe a Krefeld; quello di Maria Eichorn, finalizzato a far conoscere e finanziare la Kunsthalle di Berna in crisi di fondi (“Money at the Kunsthalle Bern”, 2001); quello capzioso di Roman Ondàk, “More Silent Than Ever” (v. immagine qui sopra), presentato a Parigi nel 2006, che insinua che nella sala ci sia un sistema acustico nascosto. Infine l’inedito di Stanley Brouwn, “Uno spazio vuoto nel Centro Pompidou”, 2009.
Si chiedeva in questi anni il grande artista Claudio Parmiggiani, la cui ultima mostra si chiama “Apocalisse con figure”: “Quale spazio, quale senso cerca oggi un’opera? Che cosa significa esporre? Che cosa significa fare arte oggi? [...] significa non solo porsi il problema di un spazio formale, estetico, ma anche e soprattutto quello di uno spazio etico, politico, dentro il quale l’opera andrà a situarsi”. Ecco, che lo sappia o no, questa mostra che articola una pluralità di “vuoti” è un’apocalisse senza figure, nel senso di Parmiggiani. Apocalypsis significa rivelazione, svelamento. Di che cosa? Del fatto – penso mentre percorro le sale guardando il pulviscolo di luce che esce dalle vetrate luminose nello spazio vuoto – che la vera opera è (sempre) il luogo, che da fisico diventa mentale, e al tempo stesso pulsa di vita (con una voce e un cuore, direbbe ancora Parmiggiani, che battono dentro lo spessore dei muri).
(La mostra si conclude il 23 marzo. Il voluminoso catalogo è edito da Ringier (Zurigo) in coedizione col Centre Pompidou)
(articolo uscito su l'Unità del 21 marzo 2009)
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2/11/2009
Lottare contro Tu-sai-chi e i suoi Mangiamorte
Nei giorni scorsi le tante voci su Facebook hanno oscurato le loro foto, tanti quadratini neri per protestare contro l’oscurantismo. Ma dopo la morte di Eluana “è un giorno bianco, su cui scrivere. Un’altra forma di lutto per l’Italia comatosa”, ha scritto Anna M. (nom de plume, manginobrioches). A chi scrive di sentirsi “come un Palasport dopo un concerto dei Sepultura” (Andrea Bruni), lei replica di sentirsi “come una sepultura su cui hanno costruito un Palasport”. Quale immagine più calzante per l’Italia berlusconiana, ateo-clericale? C’è chi (Enrico De Lea) cita Nietzsche, “ogni astratto amore per l’umanità è solo sintomo di ben concreto e puntuale egoismo”, mentre Luca Sossella invita a manifestare citando Pessoa: “Se avete la verità, tenetevela!” Il sottoscritto cita Harry Potter, “lottare contro Tu-sai-chi e suoi Mangiamorte”. Mi spiego.
Anche se il Vaticano fa solo il suo mestiere, e il conflitto ha da essere con i politici che abdicano al dovere di laicità dello Stato, o peggio usano la vita e la morte come grimaldello per una spallata alla Costituzione, anche la Chiesa non è uscita bene da questa storia. A parte l’ennesimo razzismo ammiccante di Voldemort-Berlusconi (“Eluana potrebbe partorire”: come se la vita e l’identità di una donna si fondasse solo su questo), ho rivissuto lo shock che vissi bambino alle medie quando portai in classe un libro di Bertrand Russell, Perché non sono cristiano. Dopo averne letto una pagina, l’insegnante di religione mi additò urlando. Cosa scrive(va) di così grave il celebre filosofo liberale? Che il cristianesimo prospera sulla paura della morte. Come in questi giorni barocchi: un’apologia della non-vita accanto a un’ostentata paura e rimozione della morte. Agli antipodi della “vita eterna” e dell’“anima che si libera dal corpo”. E’ questo malcelato scontro di civiltà che mi interpella. Sono laico, ma invoco maggiore religiosità e rispetto.
(in attesa di pubblicazione su l'Unità)
Anche se il Vaticano fa solo il suo mestiere, e il conflitto ha da essere con i politici che abdicano al dovere di laicità dello Stato, o peggio usano la vita e la morte come grimaldello per una spallata alla Costituzione, anche la Chiesa non è uscita bene da questa storia. A parte l’ennesimo razzismo ammiccante di Voldemort-Berlusconi (“Eluana potrebbe partorire”: come se la vita e l’identità di una donna si fondasse solo su questo), ho rivissuto lo shock che vissi bambino alle medie quando portai in classe un libro di Bertrand Russell, Perché non sono cristiano. Dopo averne letto una pagina, l’insegnante di religione mi additò urlando. Cosa scrive(va) di così grave il celebre filosofo liberale? Che il cristianesimo prospera sulla paura della morte. Come in questi giorni barocchi: un’apologia della non-vita accanto a un’ostentata paura e rimozione della morte. Agli antipodi della “vita eterna” e dell’“anima che si libera dal corpo”. E’ questo malcelato scontro di civiltà che mi interpella. Sono laico, ma invoco maggiore religiosità e rispetto.
(in attesa di pubblicazione su l'Unità)
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1/09/2009
La sinistra sulbalterna e l'esigenza di grandi narrazioni. Conversazione con Marc Lazar
“A sinistra oggi si sente la mancanza di un nuovo mito fondatore, qualcosa come un grande romanzo, una narrazione che dia identità e senso del passato, quindi del futuro. Non è solo un problema del Pd e della sinistra italiana”.
A parlarmi è Marc Lazar, storico e politologo francese di fama. Nato nel 1952, è professore di storia e sociologia politica, direttore di studi dottorali alla facoltà di Scienze politiche a Parigi e docente alla Luiss di Roma. Studia e conosce da anni la realtà politica italiana, di cui è osservatore disincantato e appassionato, soprattutto per quanto riguarda la sinistra. Era presente con Maurice Duverger al congresso che sancì la fine del Pci, dopo il famoso annuncio alla Bolognina di Achille Occhetto, ha seguito da vicino la nascita de Ds, poi quella del Pd. Alla sinistra dedica pagine dure, le più interessanti del suo nuovo libro che esce oggi, L’Italia sul filo del rasoio(Rizzoli), seguito ideale di Democrazia alla prova (Laterza 2007), e “un tentativo di capire quali siano i veri elementi di continuità e di cambiamento degli ultimi decenni in Italia, a partire dalle elezioni dello scorso anno che hanno visto la nuova vittoria di Berlusconi e delle destre”.
Chiave di lettura del libro – variante della celebre frase del Gattopardo - sta nel distinguersi sia da chi dice che niente cambia in questo Paese, e spiega Berlusconi come una tradizionale disgrazia e difetto dell’Italia, la cui storia sarebbe un elenco di errori ed occasioni mancate; sia da chi vede solo ed esclusivamente novità e cambiamenti. Ma quelli che dicono – soprattutto studiosi italiani - che “è cambiato tutto”, sono gli stessi che prima spiegavano l’Italia come immobilismo. “Bisogna uscire da questa oscillazione - dice Marc Lazar - per individuare i cambiamenti e le continuità. E’ il mio modello d’analisi per capire la vostra ‘modernizzazione tradizionale’: non una modernizzazione autoritaria, né un taglio dei legami col passato (come per noi francesi l’esempio classico della rivoluzione). Uno dei cambiamenti più importanti è l’ascesa della destra in Italia, che mi stupisce come storico – poiché dopo il fascismo, fino agli anni ’80-‘90 era quasi impossibile dirsi di destra in Italia (c’era solo l’Msi, oggetto di una legittima stigmatizzazione in quanto erede del fascismo). Lo sdoganamanto di questa destra da parte di Berlusconi è stato accompagnato non solo da una crescita dei partiti, ma soprattutto da un’impresa culturale capace di mobilitare dei valori, che oggi ha raggiunto in Italia l’egemonia culturale”.
Come dire: quando la sinistra non era di governo era però vincente nella società...
“Sì. Mentre a sinistra spariscono i valori, essi sono fortemente promossi dalla destra. E’ un cambiamento avvenuto anche in Francia, dove la sinistra era minoritaria elettoralmente ma dominante culturalmente, e adesso non solo è minoritaria ma ha perso anche la battaglia culturale. Berlusconi è riuscito a unificare diverse anime della destra, da quella post-fascista a quella cattolica intransigente, la Lega Nord col liberismo conservatore, il che significa che – non essendo Berlusconi immortale (anche se questa ovvia affermazione appare da voi un’eresia) - quando passerà la mano la destra avrà di sicuro un bel problema a restare unita. Ma l’Italia in questo non è isolata. In Francia Sarkozy è riuscito unificare le destre, che è un evento storico perché dall’Ottocento vige una distinzione tra le tre destre (bonapartista, orléanista, legittimista, ovvero tradizionale, liberale e autoritaria). Ora è tutta riunita, fino a lambire qualche elemento di sinistra, in un partito unico, l’Ump. Pur nelle differenze (Berlusconi e Sarkozy sono diversi, e quest’ultimo, come Chirac, ha sempre criticato duramente l’estrema destra di Le Pen), il processo di riunificazione dietro un leader, nella consapevolezza che la battaglia culturale sia fondamentale, lo condividono tutte le destre in Europa. Al contrario di ciò che è stato detto spesso – le ideologie non hanno più importanza - la destra ha capito l’importanza dei ‘valori’, da mettere nella testa della gente per andare incontro a parte dell’opinione pubblica. In Italia una miscela di nazionalismo, individualismo, compassione sociale, ripiegamento sul locale di fronte alla mondializzazione, liberismo ma con protezione da parte dello Stato, tutti valori contraddittori, come la “modernità nella tradizione” appunto, e con un forte riferimento alla Chiesa cattolica, e anche un po’ di laicità (poca, ma conta il costume degli uomini politici, che in Italia è all’opposto della dottrina cristiana), questa miscela contraddittoria, dicevo, ha messo insieme un elettorato composito. Ma è l’ascesa culturale della destra, in senso antropologico, la novità più importante. Uno degli errori più gravi della sinistra è stato la presunzione intellettuale, invece che cercare di ricostruire un’identità moderna...”
La cultura della destra che descrivi risponde esattamente al vecchio concetto di ideologia...
“Sono quasi pronto a usare questa parola, sapendo però che in questa definizione di ideologia non c’è più la “dottrina”. In questo senso la cultura di destra è ideologia, e la sinistra l’ha cancellata, cancellando i propri valori. Storicamente la sinistra italiana si è confrontata con una doppia crisi, quella del comunismo, e quella dell’esaurimento della forza propulsiva della socialdemocrazia (lo disse Berlinguer); il Pci si convertì alla socialdemocrazia nel momento storico in cui quel modello era in crisi. Per apparire responsabile e moderna la sinistra italiana ha fatto molti compromessi, ultimo il Pd, che difendo come progetto, ma che ha davanti a sé un grande vuoto, quello dell’identità culturale”.
Qualche esempio positivo di valori?
“La laicità, e i Dico, o Pacs, che in Francia esistono da anni. Mi stupisce non sia un argomento su cui il Pd avanzi, quando si sa che l’opinione pubblica italiana è favorevole. Dalla prudenza togliattiana (e berlingueriana) all’epoca del referendum sul divorzio, a quella veltroniana o dalemiana: la riluttanza ad affrontare temi civili come hanno fatto Zapatero in Spagna o Mitterrand in Francia nel 1981. E’ un piccolo esempio di investimento culturale, di valori, su cui il Pd potrebbe impegnarsi e vincere. Così come sui temi economici e sociali, se riuscisse a pensare seriamente la complessità della società italiana, ancora interpretata ideologicamente su modelli del passato. Occorre capire la profondità dei cambiamenti, e in questo la sinistra italiana è timida, lascia spazio alla destra, è sulla difensiva.
Anche riformismo è una parola povera, ottocentesca, un contenitore vuoto...
“In effetti anche la destra non si presenta più come conservatrice, ma come riformatrice. Ma ‘riformismo’ significava rinunciare all’utopia – non in filosofia, ma in politica - dove utopia vuol dire credere di cambiare l’essere umano, e non solo la situazione politica, economica e culturale. Ma rinunciare all’utopia non significa rinunciare a una narrativa; a forza di voler essere riformisti, responsabili, si dimentica che gli elettori non sono solo esseri razionali, hanno bisogni di grandi narrazioni. Da riformisti si può cercare di mobilitare la gente per un cambiamento. Un grande esempio è la vittoria di Obama, che è stato capace in diversi discorsi su diversi temi importanti di entusiasmare la gente; col suo carisma e la sua eloquenza, ma anche con una narrazione nuova, che rilanciava l’America e il cambiamento. Zapatero vinse la seconda volta mobilitando la gente con obiettivi civili e di modernizzazione. Al di là dei contenuti, Zapatero e Obama hanno dato agli elettori l’idea che col loro voto potessero cambiare qualcosa. Questa ‘narrativa’ non esiste più nella sinistra italiana: l’idea che si possa fare qualcosa di diverso con il Pd, un sogno, una narrazione che coinvolga, che potrebbe capovolgere il suo essere minoritario facendola tornare dominante culturalmente, cioè nella testa della gente”.
(uscito su l'Unità di oggi 9-1-2008)
A parlarmi è Marc Lazar, storico e politologo francese di fama. Nato nel 1952, è professore di storia e sociologia politica, direttore di studi dottorali alla facoltà di Scienze politiche a Parigi e docente alla Luiss di Roma. Studia e conosce da anni la realtà politica italiana, di cui è osservatore disincantato e appassionato, soprattutto per quanto riguarda la sinistra. Era presente con Maurice Duverger al congresso che sancì la fine del Pci, dopo il famoso annuncio alla Bolognina di Achille Occhetto, ha seguito da vicino la nascita de Ds, poi quella del Pd. Alla sinistra dedica pagine dure, le più interessanti del suo nuovo libro che esce oggi, L’Italia sul filo del rasoio(Rizzoli), seguito ideale di Democrazia alla prova (Laterza 2007), e “un tentativo di capire quali siano i veri elementi di continuità e di cambiamento degli ultimi decenni in Italia, a partire dalle elezioni dello scorso anno che hanno visto la nuova vittoria di Berlusconi e delle destre”.
Chiave di lettura del libro – variante della celebre frase del Gattopardo - sta nel distinguersi sia da chi dice che niente cambia in questo Paese, e spiega Berlusconi come una tradizionale disgrazia e difetto dell’Italia, la cui storia sarebbe un elenco di errori ed occasioni mancate; sia da chi vede solo ed esclusivamente novità e cambiamenti. Ma quelli che dicono – soprattutto studiosi italiani - che “è cambiato tutto”, sono gli stessi che prima spiegavano l’Italia come immobilismo. “Bisogna uscire da questa oscillazione - dice Marc Lazar - per individuare i cambiamenti e le continuità. E’ il mio modello d’analisi per capire la vostra ‘modernizzazione tradizionale’: non una modernizzazione autoritaria, né un taglio dei legami col passato (come per noi francesi l’esempio classico della rivoluzione). Uno dei cambiamenti più importanti è l’ascesa della destra in Italia, che mi stupisce come storico – poiché dopo il fascismo, fino agli anni ’80-‘90 era quasi impossibile dirsi di destra in Italia (c’era solo l’Msi, oggetto di una legittima stigmatizzazione in quanto erede del fascismo). Lo sdoganamanto di questa destra da parte di Berlusconi è stato accompagnato non solo da una crescita dei partiti, ma soprattutto da un’impresa culturale capace di mobilitare dei valori, che oggi ha raggiunto in Italia l’egemonia culturale”.
Come dire: quando la sinistra non era di governo era però vincente nella società...
“Sì. Mentre a sinistra spariscono i valori, essi sono fortemente promossi dalla destra. E’ un cambiamento avvenuto anche in Francia, dove la sinistra era minoritaria elettoralmente ma dominante culturalmente, e adesso non solo è minoritaria ma ha perso anche la battaglia culturale. Berlusconi è riuscito a unificare diverse anime della destra, da quella post-fascista a quella cattolica intransigente, la Lega Nord col liberismo conservatore, il che significa che – non essendo Berlusconi immortale (anche se questa ovvia affermazione appare da voi un’eresia) - quando passerà la mano la destra avrà di sicuro un bel problema a restare unita. Ma l’Italia in questo non è isolata. In Francia Sarkozy è riuscito unificare le destre, che è un evento storico perché dall’Ottocento vige una distinzione tra le tre destre (bonapartista, orléanista, legittimista, ovvero tradizionale, liberale e autoritaria). Ora è tutta riunita, fino a lambire qualche elemento di sinistra, in un partito unico, l’Ump. Pur nelle differenze (Berlusconi e Sarkozy sono diversi, e quest’ultimo, come Chirac, ha sempre criticato duramente l’estrema destra di Le Pen), il processo di riunificazione dietro un leader, nella consapevolezza che la battaglia culturale sia fondamentale, lo condividono tutte le destre in Europa. Al contrario di ciò che è stato detto spesso – le ideologie non hanno più importanza - la destra ha capito l’importanza dei ‘valori’, da mettere nella testa della gente per andare incontro a parte dell’opinione pubblica. In Italia una miscela di nazionalismo, individualismo, compassione sociale, ripiegamento sul locale di fronte alla mondializzazione, liberismo ma con protezione da parte dello Stato, tutti valori contraddittori, come la “modernità nella tradizione” appunto, e con un forte riferimento alla Chiesa cattolica, e anche un po’ di laicità (poca, ma conta il costume degli uomini politici, che in Italia è all’opposto della dottrina cristiana), questa miscela contraddittoria, dicevo, ha messo insieme un elettorato composito. Ma è l’ascesa culturale della destra, in senso antropologico, la novità più importante. Uno degli errori più gravi della sinistra è stato la presunzione intellettuale, invece che cercare di ricostruire un’identità moderna...”
La cultura della destra che descrivi risponde esattamente al vecchio concetto di ideologia...
“Sono quasi pronto a usare questa parola, sapendo però che in questa definizione di ideologia non c’è più la “dottrina”. In questo senso la cultura di destra è ideologia, e la sinistra l’ha cancellata, cancellando i propri valori. Storicamente la sinistra italiana si è confrontata con una doppia crisi, quella del comunismo, e quella dell’esaurimento della forza propulsiva della socialdemocrazia (lo disse Berlinguer); il Pci si convertì alla socialdemocrazia nel momento storico in cui quel modello era in crisi. Per apparire responsabile e moderna la sinistra italiana ha fatto molti compromessi, ultimo il Pd, che difendo come progetto, ma che ha davanti a sé un grande vuoto, quello dell’identità culturale”.
Qualche esempio positivo di valori?
“La laicità, e i Dico, o Pacs, che in Francia esistono da anni. Mi stupisce non sia un argomento su cui il Pd avanzi, quando si sa che l’opinione pubblica italiana è favorevole. Dalla prudenza togliattiana (e berlingueriana) all’epoca del referendum sul divorzio, a quella veltroniana o dalemiana: la riluttanza ad affrontare temi civili come hanno fatto Zapatero in Spagna o Mitterrand in Francia nel 1981. E’ un piccolo esempio di investimento culturale, di valori, su cui il Pd potrebbe impegnarsi e vincere. Così come sui temi economici e sociali, se riuscisse a pensare seriamente la complessità della società italiana, ancora interpretata ideologicamente su modelli del passato. Occorre capire la profondità dei cambiamenti, e in questo la sinistra italiana è timida, lascia spazio alla destra, è sulla difensiva.
Anche riformismo è una parola povera, ottocentesca, un contenitore vuoto...
“In effetti anche la destra non si presenta più come conservatrice, ma come riformatrice. Ma ‘riformismo’ significava rinunciare all’utopia – non in filosofia, ma in politica - dove utopia vuol dire credere di cambiare l’essere umano, e non solo la situazione politica, economica e culturale. Ma rinunciare all’utopia non significa rinunciare a una narrativa; a forza di voler essere riformisti, responsabili, si dimentica che gli elettori non sono solo esseri razionali, hanno bisogni di grandi narrazioni. Da riformisti si può cercare di mobilitare la gente per un cambiamento. Un grande esempio è la vittoria di Obama, che è stato capace in diversi discorsi su diversi temi importanti di entusiasmare la gente; col suo carisma e la sua eloquenza, ma anche con una narrazione nuova, che rilanciava l’America e il cambiamento. Zapatero vinse la seconda volta mobilitando la gente con obiettivi civili e di modernizzazione. Al di là dei contenuti, Zapatero e Obama hanno dato agli elettori l’idea che col loro voto potessero cambiare qualcosa. Questa ‘narrativa’ non esiste più nella sinistra italiana: l’idea che si possa fare qualcosa di diverso con il Pd, un sogno, una narrazione che coinvolga, che potrebbe capovolgere il suo essere minoritario facendola tornare dominante culturalmente, cioè nella testa della gente”.
(uscito su l'Unità di oggi 9-1-2008)
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11/01/2008
Il giorno in cui è morto Borges
Aspettando il giorno dei Morti (e dei Santi), facendo ordine tra i files, i cassetti e i fogli virtuali del vecchio computer, ho trovato questa specie di racconto uscito sulla rivista "Marka" nel 1986 (avevo ventisei anni), che mi aveva chiesto un intervento sul "narrare"; e poi una foto di me vent'anni dopo. C'è un evidente legame tra l'uno e l'altra. E tra tutt'e due e il giorno dei Morti (e dei Santi).

“Come se venissimo scacciati nei boschi”
Vorrei cominciare da una passeggiata.
Domenica 15 giugno sono uscito di casa dopo mezzogiorno. L’idea era di sedermi a leggere da qualche parte, e magari mangiare qualcosa. Sulla strada ho comprato il Corriere della Sera, avevo con me un quaderno e il libro di appunti di Walter Benjamin su Parigi. Devo fare in questi giorni un programma di ricerca per sollecitare un nuovo credito in forma di borsa di studio, consacrato come quello precedente alla letteratura intima ed epistolare, in particolare di alcuni autori romantici. Ho pensato che leggere gli appunti di Benjamin sulla fla^nerie mi avrebbe dato delle idee: anche la lettera è un vagabondaggio.
Ho scartato l’Ile Rousseau, dove ho spesso studiato, perché il bar è troppo caro e di domenica troppo affollato. Ho pensato alla vieille ville, col sole e gli alberi. Del Café Papon, nella terrazza che si affaccia sul parco dell’università, ho il ricordo di un buon posto dove leggere il giornale.
Ma hanno cambiato l’arredo, e quando arrivo trovo dei tavoli grandi e inospitali, buoni per mangiare la pizza in comitiva (l’accento dominante tra i clienti è americano). Giro intorno al bar indeciso, quando accanto a un albero scorgo un piccione morto, forse decapitato, con del sangue raggrumato intorno. Mi esce una breve esclamazione di disgusto, più che altro rivolta all’inconsapevole indifferenza dei clienti sudati che mangiano lì vicino, e del personale di servizio. Alla fine scelgo di sedermi a un tavolo vicino all’entrata del ristorante, all’ombra e lontano dal piccione. Appena mi siedo faccio uno starnuto, mi guardo intorno per comandare qualcosa e sul muro di fianco, a un palmo dalla mia testa, vedo un buco tra i mattoni nel quale galleggiano su delle ragnatele, in un disordine amorfo, vari detriti, tra cui una chewingum masticata. Questa visione mi fa più schifo della precedente, perché non è possibile alcuna redenzione, e brontolando mi alzo seguito dallo sguardo di una coppia. Inizio così una peregrinazione sotto il sole, il libro voluminoso di Benjamin in mano, da un bistrot all’altro, ogni volta respinto da una minaccia diversa. L’ultimo posto puzzava di fonduta al formaggio.
Eppure, penso, l’aria è bella e pulita, il cielo è azzurro e bianco, c’è il sole e ho voglia di sedermi a leggere. Mi fermo sulla Terrazza Agrippa d’Aubigné, dopo aver percorso la rue Calvin e costeggiato la cattedrale. Da una fenditura tra gli edifici guardo il lago, il getto d’acqua bianca e spumeggiante che spunta sopra i tetti, le onde e le barche a vela. Le case intorno sono sobrie e color crema, dalle finestre intravedo qualche interno e mi viene voglia di trovarmi a Parigi, così, per vedere delle case. Del lago, in fondo, non mi importa più di tanto. Così mi accorgo, accendendomi una sigaretta, di non avere nessuna premura, e appoggiandomi al muretto decido di sfogliare il mio giornale. E’ morto Borges. Allora vado a pagina tre, che è tutta consacrata a questo evento. Il primo articolo che appare è di Claudio Magris, “La letteratura non salva la vita”.
Spesso mi sono riferito a dei libri. Le letture fanno parte della mia sfera di esperienza a pari titolo (forse addirittura a maggior titolo, mi rimproverava un’amica) di altri miei atti o stati del mondo. Non solo le letture: voglio dire i libri, anche quelli non letti. Di conseguenza anche i loro autori. Sono sempre stato piuttosto sicuro nel riferire frasi tratte da libri, enunciazioni che potessero sostenere le mie idee (dunque mi capitava di avere delle idee da sostenere). Ad esempio citavo Gilles Deleuze, più spesso senza nominarlo: letteratura minore, letteratura di idee, movimenti, macchine astratte, esilio, stare sempre nel mezzo come l’erba, voltità, muro bianco e buchi neri, l’ape e l’orchidea, essere stranieri nella propria lingua (cercare di esserlo), linee di fuga, concatenamenti, divenire sempre, non diventare mai, metamorfosi vs metafora, ecc. Naturalmente altri concetti e parole chiave si sono aggiunte alla lista: opacità (contro la trasparenza), racconto breve, soggettività, narrare vs romanzo, diluendosi in un territorio così vasto che la libertà mi è sembrata alla fine totale, e ogni morale provvisoria, un po’ come quella frase di Giorgio Manganelli che un mio amico ama citare, “le vie della salvezza letteraria sono infinite”; e che mi potrebbe anche far comodo, se non fosse che, della salvezza letteraria, non mi importa assolutamente nulla.
La provvisorietà della morale letteraria (che non comporta la rinuncia a un’etica) ha preso per me questa forma, di volere situare quello che scrivo in un luogo o in direzione di un luogo. Non mi interessano soltanto le coordinate, per così dire, geopoetiche di quello che scrivo o che leggo, ma vorrei riportare nella scrittura l’effettualità e la coscienza aurorale che si trovano nell’esperienza quotidiana e nell’esperienza dello spazio. Per questo forse faccio fatica, oggi, a dire la mia sul narrare, o sul racconto, come se fosse possibile enunciare qualcosa che non sia in sé narrazione, come se si potesse dare una riflessione che già non si racconti, e viceversa.
In questo mio desiderio di reportage (si tratta in fondo di questo) c’è un tema che mi sta particolarmente a cuore. Parlo dell’abitare. Sono stupito dell’abitabilità. Più ancora del mistero della luce, il fatto di abitare da qualche parte, che la gente abiti qui o là e che spesso affronti il problema della casa con quieta sicumera, mi turba e mi affascina: sia che si tratti degli invisibili abitatori di quelle ville allineate sul lago, tra Ginevra e Losanna, immersi nella nebbia sei mesi all’anno, sia dei pescatori di tonno dell’isola di Lampedusa. Forse perché mi sembra questa la finzione più grande, la più misteriosa - abitare una casa, un luogo, un genere, una forma, avere delle abitudini, di fronte a cui le mie reazioni sono mutevoli e contraddittorie: nostalgia, identificazione, desiderio di essere come gli altri; oppure repulsione, scetticismo, cercare una via d’uscita o di fuga.
Alla ricerca di un gesto, di una consuetudine, ho appreso nel cuore della città vecchia di Ginevra della morte dello scrittore Jorge Luis Borges. “Devono essere tutti fioriti gli alberi del cortile del Liceo Calvino, a Ginevra, adesso che Borges è morto, a due passi dalla scuola dove andò da ragazzo”, intonava un corsivo del Corriere. Allora mi volto, è vero, sono tutti fioriti da un pezzo. Dopo mi sono sentito più calmo. Ho letto sulla fla^nerie in un baretto qualsiasi, poi ho scritto sul quaderno una traccia di questo mio intervento a partire da quella “coincidenza”: scrivere sui luoghi (la scrittura deve dare delle forme per vedere il mondo; uno di quelli che oggi mi piacciono di più è James Ballard); passeggiata nella vieille ville (incidenti, piccione morto, odore di fonduta e morte di Borges – uno scrittore che ho amato – proprio nei luoghi in cui mi trovo in questo momento); questo apologo non ha una morale, e forse non è una storia, difficile è estrapolarne i nessi, ma non è la mia preoccupazione; infine, che di Borges mi piace soprattutto il gusto per gli avvenimenti semplici, effettuali, eventuali, e insieme il fatto che la sua opera non è che una serie di frammenti, di testi molto brevi e sparsi, come ha detto lui stesso.
Borges ha soprattutto insegnato che non c’è differenza tra pensare e raccontare, e ha introdotto una possibilità nuova, anche se evidente: fare il riassunto di una narrazione più lunga, di quel romanzo che si è troppo stanchi, o pigri, o scettici, per scriverlo e abitarlo.
Esiste una bellissima storia, raccontata dai Chassidìm, che mi viene ora in mente, e che mi sembra molto adatta a rilanciare un’idea etica del raccontare, oltre che a chiudere questo testo. La cito a memoria come l’ho letta tempo fa in un libro sulla mistica ebraica.
C’era una volta una generazione di chassidìm che, quando dovevano assolvere un compito difficile, o prendere una decisione importante, andavano in un luogo nei boschi, accendevano il fuoco e dicevano delle preghiere, assorti nella meditazione. Un chassidìm della generazione successiva, di fronte alle stesse incombenze, andava nello stesso posto nel bosco e diceva: “Non possiamo più accendere il fuoco, ma possiamo dire le preghiere”, e questo era sufficiente. Ancora una generazione dopo, un altro chassidìm che doveva assolvere lo stesso compito, andava nel posto e diceva: “Non possiamo più accendere il fuoco, e non conosciamo più le segrete preghiere, ma conosciamo il luogo dove tutto questo accadeva”, e infatti bastava. Finché, in un’altra successiva generazione, dovendo affrontare lo stesso compito, il chassidìm restava seduto nel proprio castello, e diceva: “Non possiamo più fare il fuoco, non possiamo dire le preghiere, e non conosciamo più il posto nel bosco, ma di tutto questo possiamo raccontare la storia”. E infatti bastò, il suo racconto ebbe la stessa efficacia delle altre azioni.
Per concludere devo dire della telefonata di V.
La sera di domenica 15 giugno mi ha telefonato un amico da Parma. E’ un bravo poeta, in questo periodo non compra i giornali, sta molto in casa e sta ultimando una raccolta di poesie. Mi ha letto qualche suo verso, poi mi ha annunciato che, di lì a poco, gli avrebbero tagliato il telefono. Poteva quindi indugiare più a lungo del solito. Nel corso della conversazione mi ha letto una frase di Kafka tratta da una sua lettera. Non so se faccia parte delle coincidenze, o anche solo della storia, né se sia importante situarla in un tempo. Ho però trovato importante trascriverla. Eccola:
“Noi abbiamo bisogno di libri che agiscano su di noi come una disgrazia che ci colpisce duramente, come la morte di qualcuno che amavamo più di noi stessi, come se venissimo scacciati nei boschi, via da tutti gli uomini. Come la notizia di un suicidio, un libro deve essere l’ascia per il mare di ghiaccio dentro di noi”.

“Come se venissimo scacciati nei boschi”
Vorrei cominciare da una passeggiata.
Domenica 15 giugno sono uscito di casa dopo mezzogiorno. L’idea era di sedermi a leggere da qualche parte, e magari mangiare qualcosa. Sulla strada ho comprato il Corriere della Sera, avevo con me un quaderno e il libro di appunti di Walter Benjamin su Parigi. Devo fare in questi giorni un programma di ricerca per sollecitare un nuovo credito in forma di borsa di studio, consacrato come quello precedente alla letteratura intima ed epistolare, in particolare di alcuni autori romantici. Ho pensato che leggere gli appunti di Benjamin sulla fla^nerie mi avrebbe dato delle idee: anche la lettera è un vagabondaggio.
Ho scartato l’Ile Rousseau, dove ho spesso studiato, perché il bar è troppo caro e di domenica troppo affollato. Ho pensato alla vieille ville, col sole e gli alberi. Del Café Papon, nella terrazza che si affaccia sul parco dell’università, ho il ricordo di un buon posto dove leggere il giornale.
Ma hanno cambiato l’arredo, e quando arrivo trovo dei tavoli grandi e inospitali, buoni per mangiare la pizza in comitiva (l’accento dominante tra i clienti è americano). Giro intorno al bar indeciso, quando accanto a un albero scorgo un piccione morto, forse decapitato, con del sangue raggrumato intorno. Mi esce una breve esclamazione di disgusto, più che altro rivolta all’inconsapevole indifferenza dei clienti sudati che mangiano lì vicino, e del personale di servizio. Alla fine scelgo di sedermi a un tavolo vicino all’entrata del ristorante, all’ombra e lontano dal piccione. Appena mi siedo faccio uno starnuto, mi guardo intorno per comandare qualcosa e sul muro di fianco, a un palmo dalla mia testa, vedo un buco tra i mattoni nel quale galleggiano su delle ragnatele, in un disordine amorfo, vari detriti, tra cui una chewingum masticata. Questa visione mi fa più schifo della precedente, perché non è possibile alcuna redenzione, e brontolando mi alzo seguito dallo sguardo di una coppia. Inizio così una peregrinazione sotto il sole, il libro voluminoso di Benjamin in mano, da un bistrot all’altro, ogni volta respinto da una minaccia diversa. L’ultimo posto puzzava di fonduta al formaggio.
Eppure, penso, l’aria è bella e pulita, il cielo è azzurro e bianco, c’è il sole e ho voglia di sedermi a leggere. Mi fermo sulla Terrazza Agrippa d’Aubigné, dopo aver percorso la rue Calvin e costeggiato la cattedrale. Da una fenditura tra gli edifici guardo il lago, il getto d’acqua bianca e spumeggiante che spunta sopra i tetti, le onde e le barche a vela. Le case intorno sono sobrie e color crema, dalle finestre intravedo qualche interno e mi viene voglia di trovarmi a Parigi, così, per vedere delle case. Del lago, in fondo, non mi importa più di tanto. Così mi accorgo, accendendomi una sigaretta, di non avere nessuna premura, e appoggiandomi al muretto decido di sfogliare il mio giornale. E’ morto Borges. Allora vado a pagina tre, che è tutta consacrata a questo evento. Il primo articolo che appare è di Claudio Magris, “La letteratura non salva la vita”.
Spesso mi sono riferito a dei libri. Le letture fanno parte della mia sfera di esperienza a pari titolo (forse addirittura a maggior titolo, mi rimproverava un’amica) di altri miei atti o stati del mondo. Non solo le letture: voglio dire i libri, anche quelli non letti. Di conseguenza anche i loro autori. Sono sempre stato piuttosto sicuro nel riferire frasi tratte da libri, enunciazioni che potessero sostenere le mie idee (dunque mi capitava di avere delle idee da sostenere). Ad esempio citavo Gilles Deleuze, più spesso senza nominarlo: letteratura minore, letteratura di idee, movimenti, macchine astratte, esilio, stare sempre nel mezzo come l’erba, voltità, muro bianco e buchi neri, l’ape e l’orchidea, essere stranieri nella propria lingua (cercare di esserlo), linee di fuga, concatenamenti, divenire sempre, non diventare mai, metamorfosi vs metafora, ecc. Naturalmente altri concetti e parole chiave si sono aggiunte alla lista: opacità (contro la trasparenza), racconto breve, soggettività, narrare vs romanzo, diluendosi in un territorio così vasto che la libertà mi è sembrata alla fine totale, e ogni morale provvisoria, un po’ come quella frase di Giorgio Manganelli che un mio amico ama citare, “le vie della salvezza letteraria sono infinite”; e che mi potrebbe anche far comodo, se non fosse che, della salvezza letteraria, non mi importa assolutamente nulla.
La provvisorietà della morale letteraria (che non comporta la rinuncia a un’etica) ha preso per me questa forma, di volere situare quello che scrivo in un luogo o in direzione di un luogo. Non mi interessano soltanto le coordinate, per così dire, geopoetiche di quello che scrivo o che leggo, ma vorrei riportare nella scrittura l’effettualità e la coscienza aurorale che si trovano nell’esperienza quotidiana e nell’esperienza dello spazio. Per questo forse faccio fatica, oggi, a dire la mia sul narrare, o sul racconto, come se fosse possibile enunciare qualcosa che non sia in sé narrazione, come se si potesse dare una riflessione che già non si racconti, e viceversa.
In questo mio desiderio di reportage (si tratta in fondo di questo) c’è un tema che mi sta particolarmente a cuore. Parlo dell’abitare. Sono stupito dell’abitabilità. Più ancora del mistero della luce, il fatto di abitare da qualche parte, che la gente abiti qui o là e che spesso affronti il problema della casa con quieta sicumera, mi turba e mi affascina: sia che si tratti degli invisibili abitatori di quelle ville allineate sul lago, tra Ginevra e Losanna, immersi nella nebbia sei mesi all’anno, sia dei pescatori di tonno dell’isola di Lampedusa. Forse perché mi sembra questa la finzione più grande, la più misteriosa - abitare una casa, un luogo, un genere, una forma, avere delle abitudini, di fronte a cui le mie reazioni sono mutevoli e contraddittorie: nostalgia, identificazione, desiderio di essere come gli altri; oppure repulsione, scetticismo, cercare una via d’uscita o di fuga.
Alla ricerca di un gesto, di una consuetudine, ho appreso nel cuore della città vecchia di Ginevra della morte dello scrittore Jorge Luis Borges. “Devono essere tutti fioriti gli alberi del cortile del Liceo Calvino, a Ginevra, adesso che Borges è morto, a due passi dalla scuola dove andò da ragazzo”, intonava un corsivo del Corriere. Allora mi volto, è vero, sono tutti fioriti da un pezzo. Dopo mi sono sentito più calmo. Ho letto sulla fla^nerie in un baretto qualsiasi, poi ho scritto sul quaderno una traccia di questo mio intervento a partire da quella “coincidenza”: scrivere sui luoghi (la scrittura deve dare delle forme per vedere il mondo; uno di quelli che oggi mi piacciono di più è James Ballard); passeggiata nella vieille ville (incidenti, piccione morto, odore di fonduta e morte di Borges – uno scrittore che ho amato – proprio nei luoghi in cui mi trovo in questo momento); questo apologo non ha una morale, e forse non è una storia, difficile è estrapolarne i nessi, ma non è la mia preoccupazione; infine, che di Borges mi piace soprattutto il gusto per gli avvenimenti semplici, effettuali, eventuali, e insieme il fatto che la sua opera non è che una serie di frammenti, di testi molto brevi e sparsi, come ha detto lui stesso.
Borges ha soprattutto insegnato che non c’è differenza tra pensare e raccontare, e ha introdotto una possibilità nuova, anche se evidente: fare il riassunto di una narrazione più lunga, di quel romanzo che si è troppo stanchi, o pigri, o scettici, per scriverlo e abitarlo.
Esiste una bellissima storia, raccontata dai Chassidìm, che mi viene ora in mente, e che mi sembra molto adatta a rilanciare un’idea etica del raccontare, oltre che a chiudere questo testo. La cito a memoria come l’ho letta tempo fa in un libro sulla mistica ebraica.
C’era una volta una generazione di chassidìm che, quando dovevano assolvere un compito difficile, o prendere una decisione importante, andavano in un luogo nei boschi, accendevano il fuoco e dicevano delle preghiere, assorti nella meditazione. Un chassidìm della generazione successiva, di fronte alle stesse incombenze, andava nello stesso posto nel bosco e diceva: “Non possiamo più accendere il fuoco, ma possiamo dire le preghiere”, e questo era sufficiente. Ancora una generazione dopo, un altro chassidìm che doveva assolvere lo stesso compito, andava nel posto e diceva: “Non possiamo più accendere il fuoco, e non conosciamo più le segrete preghiere, ma conosciamo il luogo dove tutto questo accadeva”, e infatti bastava. Finché, in un’altra successiva generazione, dovendo affrontare lo stesso compito, il chassidìm restava seduto nel proprio castello, e diceva: “Non possiamo più fare il fuoco, non possiamo dire le preghiere, e non conosciamo più il posto nel bosco, ma di tutto questo possiamo raccontare la storia”. E infatti bastò, il suo racconto ebbe la stessa efficacia delle altre azioni.
Per concludere devo dire della telefonata di V.
La sera di domenica 15 giugno mi ha telefonato un amico da Parma. E’ un bravo poeta, in questo periodo non compra i giornali, sta molto in casa e sta ultimando una raccolta di poesie. Mi ha letto qualche suo verso, poi mi ha annunciato che, di lì a poco, gli avrebbero tagliato il telefono. Poteva quindi indugiare più a lungo del solito. Nel corso della conversazione mi ha letto una frase di Kafka tratta da una sua lettera. Non so se faccia parte delle coincidenze, o anche solo della storia, né se sia importante situarla in un tempo. Ho però trovato importante trascriverla. Eccola:
“Noi abbiamo bisogno di libri che agiscano su di noi come una disgrazia che ci colpisce duramente, come la morte di qualcuno che amavamo più di noi stessi, come se venissimo scacciati nei boschi, via da tutti gli uomini. Come la notizia di un suicidio, un libro deve essere l’ascia per il mare di ghiaccio dentro di noi”.
8/29/2008
Ozio e lavoro. Lo scrittore delle panchine e il ministro dei fannulloni...
Sono in pieno trasloco (altro che ozio), ho giusto il tempo di linkare qui l'intervista col ministro Renato Brunetta che ho fatto poco tempo fa a Ravello, uscita oggi su Venerdì. Avrei molte cose da aggiungere, e lo farò, anche perché mi è appena arrivato un libro edito da Elliot che si intitola Perché il lavoro fa schifo..., scritto da due americane di buon senso. Insomma, è paradossale ma non ho il tempo... di scrivere qualcosa a favore del tempo. A presto.
7/28/2008
Impunità, immunità - una modesta proposta
Qui di seguito un breve "corsivo" che meditavo da giorni, ma mi mordevo la lingua come Palomar per continuare a tacere. Ma visto che nessuno ci ha ancora pensato, l'ho scritto e dato all'Unità (uscirà domani o dopo). Per il resto, palme, mirti, vento, spiaggia, mare turchese pieno di sfumature di altri colori di cui non so nemmeno i nomi, insomma Salento (ritardo il mio rientro a Roma). Un saluto a tutti...
L’enorme disparità giuridica creata dal cosiddetto lodo Alfano è ormai nota a tutti. Il primo ministro Silvio Berlusconi è come un sovrano assoluto (ab-soluto, cioè assolto dall’obbligo di sottomettersi alle Leggi), e a differenza di noi cittadini-sudditi gode di un’immunità, ovvero impunità, totali. Tutti sanno anche che, benché tale assoluta immunità valga anche per altre cariche dello Stato, la si è concepita per Lui solo, che non da ieri deve e ha dovuto affrontare vari processi e inchieste non proprio consone al profilo di uno statista, anzi spesso infamanti, e dalle quali talvolta è stato assolto, talaltra, ostacolando i giudizi, ha goduto della prescrizione pur non essendo stato riconosciuto innocente. Ma questo lo sappiamo tutti, benché la gravità del fatto non è da tutti riconosciuta allo stesso modo.
Vorrei invece porgere una modesta proposta che, lungi dal riequilibrare la disparità di trattamento e di potere, possa almeno un po’ alleviare a noi sudditi questa mortificante disparità. La penso da giorni, e avrei voluto tacere, ma vedo nessuno finora l’ha presentata. Neanche gli esponenti della satira (che in Italia, e non per colpa loro, hanno preso il posto lasciato vuoto dalla politica). L’idea, in una parola, è di conferire anche ai sudditi una piccola porzione di immunità, un’impunità reciproca.
Se il Premier è per definizione immune e sottratto alla Legge e al giudizio, se a differenza di ognuno di noi, milioni di Italiani, non è più oggetto di azioni civili e penali, allora che Egli non sia nemmeno più soggetto di azioni civili e penali. Che non sia più soggetto giuridico: che Egli non possa denunciare, diffidare, criminalizzare, né intraprendere alcuna azione legale nei confronti dei suoi sudditi. Che ognuno di noi, milioni di Italiani, possa dire quello che vuole al Suo indirizzo impunemente, senza timore di infrangere la legge sotto il profilo dell’ingiuria o della diffamazione. Che il Re, come un vero sovrano, possa essere deriso dal Buffone senza che incomba su quest’ultimo la minaccia dell’impiccagione.
E’ poca cosa, lo so, ma pur sempre una piccola consolazione per i sudditi: diventare anche noi, per un pizzico, irresponsabili: nei Suoi confronti. Che sia almeno possibile impunemente “diffamarlo”, definizione giuridica che comprende il giudizio anche sommario o l’epiteto colorito - per esempio, ed è un’ormai storica citazione, “buffone”, oppure “imbroglione” (gli esempi ispirati alla cronaca non mancano). Naturalmente i cittadini-sudditi non si limiteranno allo sberleffo, ma estenderanno la loro facoltà all’inchiesta, all’intercettazione, al giudizio etico e morale (questo sì, imperscrittibile) e, naturalmente, politico (poiché tutto è politica per un sovrano, anche la vita privata).
(Tra parentesi: ci sarebbe forse da riflettere sul fatto che, qualcuno che non sia destinatario di azioni giuridiche, in quanto immune ed esentato (ab-soluto) dal giudizio, possa ancora ritenersi un soggetto dotato di facoltà giuridiche, e non magari da dichiararsi interdetto. L’interdizione sarebbe forse, a rigore, la soluzione giuridica più adeguata per qualcuno che, assolto, ab-soluto, per definizione, è a tutti gli effetti irresponsabile. Di fatto, solo noi cittadini, milioni di Italiani che non godono di nessuna immunità, siamo per ora responsabili delle nostre azioni, cioè perseguibili civilmente e penalmente).
Resta che il reato di “vilipendio”, che si riserva alle istituzioni e alle alte cariche dello stato, dovrebbe essere mantenuto. In effetti, per rispetto alle alte cariche, la proposta è stata pensata inizialmente solo per il primo Ministro. Ma avendo saputo di una denuncia per diffamazione indirizzata dall’immune e assoluto Presidente del Senato Schifani al comune cittadino e giornalista Marco Travaglio, forse è il caso di non limitare questa impunità “reversibile” al solo Premier. La nostra modesta proposta non intende privare le Istituzioni dello Stato del loro prestigio e valore. Mi sembra anzi che siano altri ad infangarle. Anche (ma non solo) col lodo Alfano.
L’enorme disparità giuridica creata dal cosiddetto lodo Alfano è ormai nota a tutti. Il primo ministro Silvio Berlusconi è come un sovrano assoluto (ab-soluto, cioè assolto dall’obbligo di sottomettersi alle Leggi), e a differenza di noi cittadini-sudditi gode di un’immunità, ovvero impunità, totali. Tutti sanno anche che, benché tale assoluta immunità valga anche per altre cariche dello Stato, la si è concepita per Lui solo, che non da ieri deve e ha dovuto affrontare vari processi e inchieste non proprio consone al profilo di uno statista, anzi spesso infamanti, e dalle quali talvolta è stato assolto, talaltra, ostacolando i giudizi, ha goduto della prescrizione pur non essendo stato riconosciuto innocente. Ma questo lo sappiamo tutti, benché la gravità del fatto non è da tutti riconosciuta allo stesso modo.
Vorrei invece porgere una modesta proposta che, lungi dal riequilibrare la disparità di trattamento e di potere, possa almeno un po’ alleviare a noi sudditi questa mortificante disparità. La penso da giorni, e avrei voluto tacere, ma vedo nessuno finora l’ha presentata. Neanche gli esponenti della satira (che in Italia, e non per colpa loro, hanno preso il posto lasciato vuoto dalla politica). L’idea, in una parola, è di conferire anche ai sudditi una piccola porzione di immunità, un’impunità reciproca.
Se il Premier è per definizione immune e sottratto alla Legge e al giudizio, se a differenza di ognuno di noi, milioni di Italiani, non è più oggetto di azioni civili e penali, allora che Egli non sia nemmeno più soggetto di azioni civili e penali. Che non sia più soggetto giuridico: che Egli non possa denunciare, diffidare, criminalizzare, né intraprendere alcuna azione legale nei confronti dei suoi sudditi. Che ognuno di noi, milioni di Italiani, possa dire quello che vuole al Suo indirizzo impunemente, senza timore di infrangere la legge sotto il profilo dell’ingiuria o della diffamazione. Che il Re, come un vero sovrano, possa essere deriso dal Buffone senza che incomba su quest’ultimo la minaccia dell’impiccagione.
E’ poca cosa, lo so, ma pur sempre una piccola consolazione per i sudditi: diventare anche noi, per un pizzico, irresponsabili: nei Suoi confronti. Che sia almeno possibile impunemente “diffamarlo”, definizione giuridica che comprende il giudizio anche sommario o l’epiteto colorito - per esempio, ed è un’ormai storica citazione, “buffone”, oppure “imbroglione” (gli esempi ispirati alla cronaca non mancano). Naturalmente i cittadini-sudditi non si limiteranno allo sberleffo, ma estenderanno la loro facoltà all’inchiesta, all’intercettazione, al giudizio etico e morale (questo sì, imperscrittibile) e, naturalmente, politico (poiché tutto è politica per un sovrano, anche la vita privata).
(Tra parentesi: ci sarebbe forse da riflettere sul fatto che, qualcuno che non sia destinatario di azioni giuridiche, in quanto immune ed esentato (ab-soluto) dal giudizio, possa ancora ritenersi un soggetto dotato di facoltà giuridiche, e non magari da dichiararsi interdetto. L’interdizione sarebbe forse, a rigore, la soluzione giuridica più adeguata per qualcuno che, assolto, ab-soluto, per definizione, è a tutti gli effetti irresponsabile. Di fatto, solo noi cittadini, milioni di Italiani che non godono di nessuna immunità, siamo per ora responsabili delle nostre azioni, cioè perseguibili civilmente e penalmente).
Resta che il reato di “vilipendio”, che si riserva alle istituzioni e alle alte cariche dello stato, dovrebbe essere mantenuto. In effetti, per rispetto alle alte cariche, la proposta è stata pensata inizialmente solo per il primo Ministro. Ma avendo saputo di una denuncia per diffamazione indirizzata dall’immune e assoluto Presidente del Senato Schifani al comune cittadino e giornalista Marco Travaglio, forse è il caso di non limitare questa impunità “reversibile” al solo Premier. La nostra modesta proposta non intende privare le Istituzioni dello Stato del loro prestigio e valore. Mi sembra anzi che siano altri ad infangarle. Anche (ma non solo) col lodo Alfano.
3/20/2008
Sangue e compassione (l'illusione tibetana)
Di solito non pubblico testi di altri in questo blog, ma l'articolo sul Tibet che c'era ieri su l'Unità di Ugo Leonzio (già impeccabile curatore del Libro tibetano dei morti per Einaudi, e autore di una bellissima introduzione), vorrei condividerlo. Si intitola: "Sangue e compassione, l’illusione tibetana", e nel sottotitolo si chiede "perché i monaci si ribellano ai cinesi se l’attaccamento alla casa e al proprio Paese è inutile, se tutto è illusione? La risposta è nel cuore dell’insegnamento buddista, che pone al centro della pratica il risveglio (la liberazione) di tutti gli esseri".
Che il Tibet sia un paese immaginario inventato dagli occidentali un paio di secoli fa come rifugio dagli illuminismi e poi dalla metastasi della tecnologia dei consumi e dei viaggi «avventura» lo si può vedere dalla falsa coscienza con cui si manifesta con candeline accese e scritte Free Tibet in paesi che per cinquant’anni non hanno mai riconosciuto il Dalai Lama come capo di un governo in esilio. Il Premio Nobel per la Pace, offerto molti anni fa a Tenzin Gyatso, Oceano di Saggezza, è la prova di questa dimensione irreale in cui lo abbiamo collocato.Per chi compra un viaggio «avventura» Lhasa-Kailash-Samye, il Paese delle Nevi è popolato solo da lama persi in meditazioni profonde tra cime di cristallo traversate da mantra accompagnati dai suoni delle trombe sistemate in cima ai gompa. Chi non è lama o almeno un naljorpa itinerante abituato a meditare in «luoghi di potere», sacre caverne o cimiteri, non suscita alcun interesse nel viaggiatore sprofondato nel suo sonno mistico, motivato da un paesaggio di una bellezza profonda e struggente.Chi va a Dharamsala per ricevere insegnamenti da Sua Santità o iniziazioni di Kalachakra nelle varie parti del mondo in cui questo monaco forte, saggio e ironico cerca di tener viva l’immagine del suo paese, non si chiede che cosa sia veramente il Tibet, i suoi luoghi, la sua storia, affascinante e contraddittoria come tutte. Alimenta esclusivamente la sua ansia di spiritualità e di «compassione», dimenticando un famoso e sostanziale avvertimento del Budda Sakyamuni: «la via della spiritualità è quella che porta più velocemente all’inferno». Chogyam Trungpa, il più intenso e affascinante lama che provò per primo a spiegare il tantrismo tibetano in America, definì i suoi primi allievi, ansiosi di penetrare nei segreti insegnamenti del tantrismo Vajrayana allacciando proficui legami con divinità Pacifiche e Feroci, «pescecani spirituali». Non era un complimento.È probabile che qualcosa sia cambiato da allora, il buddismo si è diffuso ovunque e in modo imprevedibile, l’immagine di pace interiore che diffonde è un richiamo troppo forte, un antidoto contro la demoniaca avidità che trasforma la nostra mente in un cannibale afflitto da bulimia anoressica. I lama tibetani che oggi danno insegnamenti, conoscono molto meglio i loro allievi e le loro ansie di «altrove», la sete insaziabile di contemplazione & compassione.Associazioni non governative come Asia, fondata dal grande lama e insegnante dzog chen Namkhai Norbu, costruiscono in Tibet ospedali e scuole dove si insegna la lingua tibetana e mantengono viva, in centri di studio e di meditazione sparsi in tutte le parti del mondo, la tradizione spirituale e le profonde pratiche del tantrismo tibetano che nel Paese delle Nevi rischiano di scomparire. Eppure, cinquant’anni dopo la drammatica fuga in India del Dalai Lama e i tragici, sanguinosi fatti di questi giorni a Lhasa, il Tibet è rimasto com’era, un paese che continua a essere un sogno, un’utopia mistica ben radicata nelle mente dei suoi sostenitori e che per questo sembrerebbe possedere meno speranze di ritrovare la sua identità della Birmania, che non è un mito ma un territorio buddista con infinite pagode, monaci con tonache suggestive, stupa d’oro, un regime repressivo, eroina, turisti ecc.Il Tibet, bod come lo chiamano i tibetani, è diverso. Il Tibet è unico. Anche se privato non solo del suo futuro ma anche del suo passato, anche se rischia di essere inghiottito pericolosamente dal «Paese delle nevi», un sogno disegnato genialmente dal mistico pittore russo Nicholas Roerich e costruito con infinita quanto involontaria perizia dalle geniali spedizioni di Giuseppe Tucci nello Zhang Zhung e da una miriade di film, documentari, spedizioni, scalate, viaggi, libri ed estasi pacifiche e feroci, bod sopravviverà. La sua malìa incanterà anche i cinesi quando l’ansia di forza e di potenza passerà la mano perché il mutamento è la legge dell’esistenza. Questo insegnamento è probabilmente il primo che sia stato dato dal Buddha, nel Parco dei Daini di Kashi, in riva al Gange, insieme alla constatazione che la vita è dolore. Questo piccolo seme di infinita potenza, trasportato negli infiniti deserti tibetani traversati solo da cumuli di nuvole bianche, ha trasformato il Tibet più di qualsiasi altro paese in cui questo insegnamento sia giunto e abbia attecchito. Ma non sono stati i selvaggi tibetani, di cui si diceva che fossero predoni, assassini e perfino cannibali (sebbene uno dei primi re ricordati dalle cronache antiche, Podekungyal, vivesse all’epoca dell’imperatore cinese della dinastia Han Wuti, un paio di secoli prima di Cristo) a svilupparlo. È stato il paesaggio, la profondità dell’orizzonte, l’altitudine che affila l’ossigeno fino a farlo sparire, a creare le Divinità pacifiche e feroci che dominano l’immaginario delle pratiche tantriche rendendolo diverso da tutte le altre forme buddiste di «pianura».Le religioni nascono nei deserti ma, si sa, niente è più diverso dei deserti. Solo il silenzio li apparenta. Il silenzio è il luogo privilegiato delle apparizioni. Nessuna pratica mistica è più ricca di apparizione del buddismo tibetano. È un’apparizione incessante di divinità pacifiche e ostili, consolanti o persecutorie, assetate di sangue e di sciroppi di lunga vita, quasi tutte descritte scrupolosamente nel classico Oracles and Demons of Tibet da Réne De Nebesky-Wojkowitz (Tiwari’s Pilgrim Book House). Divinità che cavalcano eventi naturali, furori della natura, venti travolgenti, valanghe, instabili abissi e immobili cime, laghi parlanti e salati. Erano queste apparizioni che davano forma alle pratiche e agli insegnamenti esoterici e non il contrario.Così l’aspetto e la forma di queste apparizioni hanno finito per dividere in tre gruppi (e svariate scuole) l’insegnamento buddista, anche se la leggenda vuole che il monaco Sakyamuni fin dall’inizio desse insegnamenti semplici ad alcuni ed altri, più segreti, esoterici, occulti a quelli che erano in grado di capirli. Tutti, comunque, conducevano sul sentiero della liberazione. La differenza consisteva nel tempo e nel numero delle rinascite necessarie per il risveglio. Gli insegnamenti segreti permettevano un risveglio istantaneo, nel corso di una sola vita. Per quelli comuni, bisognava armarsi di pazienza. Decine se non centinaia di nascite e rinascite, di transiti tra vita e morte e tra morte e vita (secondo la legge del karma, cioè di causa ed effetto) erano appena sufficienti per sbirciare fuori dai confini del samsara, il regno della sofferenza in cui ci troviamo adesso (di questo, pochi credo possano dubitare e anche chi dubita, perché baciato dalla fortuna, da un lifting ben riuscito o da una fortunata avventura nel regno dei trapianti svizzeri) farebbe meglio ad aspettare le sorprese immancabili e per nulla consolanti del post mortem. Le pratiche che riguardano questo avvenimento cruciale è il cuore dell’insegnamento del tantrismo tibetano e non appartiene ad alcuna altra scuola buddista.Per i tibetani e soprattutto per il loro celebre Bardo Thos grol, meglio conosciuto come Libro dei morti tibetano, quando il nostro corpo smette di funzionare e si dissolve, noi non andiamo «a far terra per ceci», ma per la durata di sette settimane viaggiamo in un territorio incredibilmente frustrante, crudele e ingannatore. Il nostro grasso inconscio. Tutto il rimosso, il non detto, il negato ci appare interpretato dalla figure sardoniche, irridenti, affamate del coloratissimo pantheon che soggiorna nei regni oltremondani della nostra mente che scomparirà solo alla fine di questo viaggio estremo. Il libro dei morti tibetano dà a tutti le istruzioni per uscire senza danni da questa imbarazzante situazione e in modo più o meno onorevole. Se riconosciamo che quelle spaventose visioni che ci inseguono, ci minacciano e ci terrorizzano mettendo davanti ai nostri occhi la vera identità di chi siamo stati da vivi, sono il prodotto (illusorio) della nostra mente, istantaneamente l’incubo sparisce e in un raggio glorioso di arcobaleno torniamo ad essere quello che siamo sempre stati, senza mai saperlo. Saggezza, luce, onnipotente vuoto da cui ogni forma, ogni pensiero, ogni pensiero deriva in una instancabile gioco d’illusione. I tibetani, lama, monaci, gente comune hanno questa certezza che potrebbero condividere con molti dei fisici quantistici che studiano la «teoria delle stringhe». Tutta la realtà è il riflesso iridescente, ma vuoto, del nulla. Niente ha consistenza, niente è «reale». Il dolore, la sofferenza nascono quando non si riconosce questo stato che imprigiona la nostra mente, privandola della sua perfezione felice. Allora perché ribellarsi a Lhasa? Perché provocare un bagno di sangue e moltiplicare il dolore se tutto è illusione? Attaccarsi alla propria casa, al proprio paese non solo è inutile ma può essere una forma di avidità che ci proietterà, dopo morti, in uno dei Sei Loka, i regni della sofferenza che costituiscono il samsara, gravido delle nostre passioni. C’è qualcosa che divide profondamente l’insegnamento buddista e le sue scuole principali, Hinayana, Mahayana e Vajrayana. La compassione. Nell’Hinayana si persegue il risveglio da soli. La pratica è etica, morale, devozionale. Ciascuno percorre da solo il Sentiero, essenziale è liberarsi. Mahayana e Vajrayana, invece, mettono al centro degli insegnamenti la Compassione, che vuol dire non uscire dal samsara finché anche il più piccolo, il più insignificante degli insetti non sia stato liberato. Il risveglio di tutti gli esseri è il punto essenziale. È la compassione a condurre, prima delle preziose pratiche occulte, sul sentiero irreversibile del Risveglio. Irreversibile, perché anche se l’illusione ci trascina nel sangue, non ci permette mai di scordare l’irrealtà di quello che stiamo vivendo.C’è un insegnamento più prezioso di questo?
Che il Tibet sia un paese immaginario inventato dagli occidentali un paio di secoli fa come rifugio dagli illuminismi e poi dalla metastasi della tecnologia dei consumi e dei viaggi «avventura» lo si può vedere dalla falsa coscienza con cui si manifesta con candeline accese e scritte Free Tibet in paesi che per cinquant’anni non hanno mai riconosciuto il Dalai Lama come capo di un governo in esilio. Il Premio Nobel per la Pace, offerto molti anni fa a Tenzin Gyatso, Oceano di Saggezza, è la prova di questa dimensione irreale in cui lo abbiamo collocato.Per chi compra un viaggio «avventura» Lhasa-Kailash-Samye, il Paese delle Nevi è popolato solo da lama persi in meditazioni profonde tra cime di cristallo traversate da mantra accompagnati dai suoni delle trombe sistemate in cima ai gompa. Chi non è lama o almeno un naljorpa itinerante abituato a meditare in «luoghi di potere», sacre caverne o cimiteri, non suscita alcun interesse nel viaggiatore sprofondato nel suo sonno mistico, motivato da un paesaggio di una bellezza profonda e struggente.Chi va a Dharamsala per ricevere insegnamenti da Sua Santità o iniziazioni di Kalachakra nelle varie parti del mondo in cui questo monaco forte, saggio e ironico cerca di tener viva l’immagine del suo paese, non si chiede che cosa sia veramente il Tibet, i suoi luoghi, la sua storia, affascinante e contraddittoria come tutte. Alimenta esclusivamente la sua ansia di spiritualità e di «compassione», dimenticando un famoso e sostanziale avvertimento del Budda Sakyamuni: «la via della spiritualità è quella che porta più velocemente all’inferno». Chogyam Trungpa, il più intenso e affascinante lama che provò per primo a spiegare il tantrismo tibetano in America, definì i suoi primi allievi, ansiosi di penetrare nei segreti insegnamenti del tantrismo Vajrayana allacciando proficui legami con divinità Pacifiche e Feroci, «pescecani spirituali». Non era un complimento.È probabile che qualcosa sia cambiato da allora, il buddismo si è diffuso ovunque e in modo imprevedibile, l’immagine di pace interiore che diffonde è un richiamo troppo forte, un antidoto contro la demoniaca avidità che trasforma la nostra mente in un cannibale afflitto da bulimia anoressica. I lama tibetani che oggi danno insegnamenti, conoscono molto meglio i loro allievi e le loro ansie di «altrove», la sete insaziabile di contemplazione & compassione.Associazioni non governative come Asia, fondata dal grande lama e insegnante dzog chen Namkhai Norbu, costruiscono in Tibet ospedali e scuole dove si insegna la lingua tibetana e mantengono viva, in centri di studio e di meditazione sparsi in tutte le parti del mondo, la tradizione spirituale e le profonde pratiche del tantrismo tibetano che nel Paese delle Nevi rischiano di scomparire. Eppure, cinquant’anni dopo la drammatica fuga in India del Dalai Lama e i tragici, sanguinosi fatti di questi giorni a Lhasa, il Tibet è rimasto com’era, un paese che continua a essere un sogno, un’utopia mistica ben radicata nelle mente dei suoi sostenitori e che per questo sembrerebbe possedere meno speranze di ritrovare la sua identità della Birmania, che non è un mito ma un territorio buddista con infinite pagode, monaci con tonache suggestive, stupa d’oro, un regime repressivo, eroina, turisti ecc.Il Tibet, bod come lo chiamano i tibetani, è diverso. Il Tibet è unico. Anche se privato non solo del suo futuro ma anche del suo passato, anche se rischia di essere inghiottito pericolosamente dal «Paese delle nevi», un sogno disegnato genialmente dal mistico pittore russo Nicholas Roerich e costruito con infinita quanto involontaria perizia dalle geniali spedizioni di Giuseppe Tucci nello Zhang Zhung e da una miriade di film, documentari, spedizioni, scalate, viaggi, libri ed estasi pacifiche e feroci, bod sopravviverà. La sua malìa incanterà anche i cinesi quando l’ansia di forza e di potenza passerà la mano perché il mutamento è la legge dell’esistenza. Questo insegnamento è probabilmente il primo che sia stato dato dal Buddha, nel Parco dei Daini di Kashi, in riva al Gange, insieme alla constatazione che la vita è dolore. Questo piccolo seme di infinita potenza, trasportato negli infiniti deserti tibetani traversati solo da cumuli di nuvole bianche, ha trasformato il Tibet più di qualsiasi altro paese in cui questo insegnamento sia giunto e abbia attecchito. Ma non sono stati i selvaggi tibetani, di cui si diceva che fossero predoni, assassini e perfino cannibali (sebbene uno dei primi re ricordati dalle cronache antiche, Podekungyal, vivesse all’epoca dell’imperatore cinese della dinastia Han Wuti, un paio di secoli prima di Cristo) a svilupparlo. È stato il paesaggio, la profondità dell’orizzonte, l’altitudine che affila l’ossigeno fino a farlo sparire, a creare le Divinità pacifiche e feroci che dominano l’immaginario delle pratiche tantriche rendendolo diverso da tutte le altre forme buddiste di «pianura».Le religioni nascono nei deserti ma, si sa, niente è più diverso dei deserti. Solo il silenzio li apparenta. Il silenzio è il luogo privilegiato delle apparizioni. Nessuna pratica mistica è più ricca di apparizione del buddismo tibetano. È un’apparizione incessante di divinità pacifiche e ostili, consolanti o persecutorie, assetate di sangue e di sciroppi di lunga vita, quasi tutte descritte scrupolosamente nel classico Oracles and Demons of Tibet da Réne De Nebesky-Wojkowitz (Tiwari’s Pilgrim Book House). Divinità che cavalcano eventi naturali, furori della natura, venti travolgenti, valanghe, instabili abissi e immobili cime, laghi parlanti e salati. Erano queste apparizioni che davano forma alle pratiche e agli insegnamenti esoterici e non il contrario.Così l’aspetto e la forma di queste apparizioni hanno finito per dividere in tre gruppi (e svariate scuole) l’insegnamento buddista, anche se la leggenda vuole che il monaco Sakyamuni fin dall’inizio desse insegnamenti semplici ad alcuni ed altri, più segreti, esoterici, occulti a quelli che erano in grado di capirli. Tutti, comunque, conducevano sul sentiero della liberazione. La differenza consisteva nel tempo e nel numero delle rinascite necessarie per il risveglio. Gli insegnamenti segreti permettevano un risveglio istantaneo, nel corso di una sola vita. Per quelli comuni, bisognava armarsi di pazienza. Decine se non centinaia di nascite e rinascite, di transiti tra vita e morte e tra morte e vita (secondo la legge del karma, cioè di causa ed effetto) erano appena sufficienti per sbirciare fuori dai confini del samsara, il regno della sofferenza in cui ci troviamo adesso (di questo, pochi credo possano dubitare e anche chi dubita, perché baciato dalla fortuna, da un lifting ben riuscito o da una fortunata avventura nel regno dei trapianti svizzeri) farebbe meglio ad aspettare le sorprese immancabili e per nulla consolanti del post mortem. Le pratiche che riguardano questo avvenimento cruciale è il cuore dell’insegnamento del tantrismo tibetano e non appartiene ad alcuna altra scuola buddista.Per i tibetani e soprattutto per il loro celebre Bardo Thos grol, meglio conosciuto come Libro dei morti tibetano, quando il nostro corpo smette di funzionare e si dissolve, noi non andiamo «a far terra per ceci», ma per la durata di sette settimane viaggiamo in un territorio incredibilmente frustrante, crudele e ingannatore. Il nostro grasso inconscio. Tutto il rimosso, il non detto, il negato ci appare interpretato dalla figure sardoniche, irridenti, affamate del coloratissimo pantheon che soggiorna nei regni oltremondani della nostra mente che scomparirà solo alla fine di questo viaggio estremo. Il libro dei morti tibetano dà a tutti le istruzioni per uscire senza danni da questa imbarazzante situazione e in modo più o meno onorevole. Se riconosciamo che quelle spaventose visioni che ci inseguono, ci minacciano e ci terrorizzano mettendo davanti ai nostri occhi la vera identità di chi siamo stati da vivi, sono il prodotto (illusorio) della nostra mente, istantaneamente l’incubo sparisce e in un raggio glorioso di arcobaleno torniamo ad essere quello che siamo sempre stati, senza mai saperlo. Saggezza, luce, onnipotente vuoto da cui ogni forma, ogni pensiero, ogni pensiero deriva in una instancabile gioco d’illusione. I tibetani, lama, monaci, gente comune hanno questa certezza che potrebbero condividere con molti dei fisici quantistici che studiano la «teoria delle stringhe». Tutta la realtà è il riflesso iridescente, ma vuoto, del nulla. Niente ha consistenza, niente è «reale». Il dolore, la sofferenza nascono quando non si riconosce questo stato che imprigiona la nostra mente, privandola della sua perfezione felice. Allora perché ribellarsi a Lhasa? Perché provocare un bagno di sangue e moltiplicare il dolore se tutto è illusione? Attaccarsi alla propria casa, al proprio paese non solo è inutile ma può essere una forma di avidità che ci proietterà, dopo morti, in uno dei Sei Loka, i regni della sofferenza che costituiscono il samsara, gravido delle nostre passioni. C’è qualcosa che divide profondamente l’insegnamento buddista e le sue scuole principali, Hinayana, Mahayana e Vajrayana. La compassione. Nell’Hinayana si persegue il risveglio da soli. La pratica è etica, morale, devozionale. Ciascuno percorre da solo il Sentiero, essenziale è liberarsi. Mahayana e Vajrayana, invece, mettono al centro degli insegnamenti la Compassione, che vuol dire non uscire dal samsara finché anche il più piccolo, il più insignificante degli insetti non sia stato liberato. Il risveglio di tutti gli esseri è il punto essenziale. È la compassione a condurre, prima delle preziose pratiche occulte, sul sentiero irreversibile del Risveglio. Irreversibile, perché anche se l’illusione ci trascina nel sangue, non ci permette mai di scordare l’irrealtà di quello che stiamo vivendo.C’è un insegnamento più prezioso di questo?
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3/11/2008
"Ei fu". Chi vuole uccidere il passato remoto
Un editore che stimo voleva sostituire i verbi al passato remoto del libro di uno scrittore col passato prossimo, nell'idea che sarebbe stato più fluido. Un amico poeta mi ha confessato che nelle sue poesie usa sempre il passato remoto, però l'imbarazza, e vorrebbe trovare un altra forma verbale. Nelle conversazioni (tranne che nel Sud) sempre di più è abolito il passato remoto a favore del più colloquiale, “normale” passato prossimo (a volte trapassato prossimo): “ha detto”, “ho fatto”, “era andato”, “aveva visto”. Per non dire dei giornali, che non conoscono più la distanza dei fatti (non riconoscono neanche più i fatti, dice qualcuno) e quindi per loro il passato remoto non esiste. Penso che l'amico editore abbia semplicemente paura della letteratura (frequenta soprattutto saggistica), e l'amico poeta, che scrive poesie giocose ma non sa abbandonarsi fino in fondo alla serietà del gioco, abbia difficoltà nel sospendere la propria incredulità (la suspension of the disbelief di cui parlava il poeta Coleridge). Due esempi di normalizzazione e autocensura in linea coi tempi, o meglio con l'attuale abolizione dei tempi, l'appiattimento temporale che opera nella lingua e non solo. L'omologazione linguistica si modella a sua volta su quella delle merci e dei consumi, che disegnano un mondo-ipermercato dove tutto sia, in ogni momento, a portata di tutti.
Per capire cosa sia la sospensione dell'incredulità provate a raccontare una storia a un bambino. L'uso del passato remoto è una delle condizioni del suo incanto narrativo. Svolgere un racconto al passato prossimo è come ridurlo alla lista della spesa, o chiedergli se abbia fatto i compiti e quali. Impedisce l'abbandono al tempo del racconto, che è sogno e invenzione. Col passato prossimo non accade nulla di veramente narrabile [tranne che raffinati e disincantati metaromanzi: lo so, Lo straniero di Camus è bellissimo e scritto al passato prossimo, e amo le scritture sperimentali, ma qui sto parlando d'altro: dell'uso del tempo ai nostri tempi, tempi di svilimento del linguaggio, N.d.R.]. Non c'è tradizione narrativa senza passato remoto (o aoristo). Le novelle di Boccaccio sono al passato remoto e fanno ridere. C'è ancora suspense in un incipit come “nel mezzo del cammin di nostra vita / mi sono ritrovato in una selva oscura”? (Sembra una vignetta di Altan, l'uomo che la dice sta in poltrona, attonito e superfluo). Senza citare forule ormai caricaturali come il manzoniano “Ei fu, siccome immobile”, o l'alfieriano “volli, sempre volli, fortissimamente volli”; anche senza ricorrere al sublime elogio dell'immaginazione dell'Infinito di Leopardi, in perpetua oscillazione tra il questo e l'immensità grazie al passato remoto (“Sempre caro mi fu quest'ermo colle”), basta sfogliare un qualsiasi romanzo poliziesco per capire che funziona grazie al passato remoto. Prendiamo Raymond Chandler, imitato da ogni scrittore di gialli. Non c'è storia dell'investigatore Philip Marlowe che non poggi sul passato remoto, e che ci incanta a distanza di anni e numerose riletture. Il nitore e la plasticità delle sue storie risalta grazie a questo tempo verbale. Risibile trasformare frasi come “andai alla porta e guardai fuori”, “trasalì”, “grugnì”, “la sigaretta gli tremò fra le dita”, “estrasse la pistola” ecc. in altrettanti passati prossimi. O come il suspense di questo brano de Il grande sonno: “Portava un paio di lunghi orecchini di giada. Erano dei begli orecchini, che dovevano essere costati un paio di centinaia di dollari. Non indossava nient'altro. [...] La guardai senza imbarazzo e senza voglie. Come ragazza nuda non esisteva, in quella stanza. Era solo una drogata. [...] Smisi di guardarla per guardare Geiger, che era riverso sul pavimento...”. Lo sguardo di Marlowe è al passato remoto, le azioni che racconta sono ineluttabilmente concluse. Ci vuole distacco per raccontare la vita prima che, appunto, sfoci nel “grande sonno”. Il passato remoto infatti attesta anche questo: la consapevolezza della vita e del tempo irreversibilmente trascorso. Consapevolezza dell'intreccio indissolubile tra mortalità e (uso del) linguaggio, che per gli antichi definiva l'umano. Sottrarvisi è sintomo di un complesso di onnipotenza che nasconde la paura di elaborare il lutto del passato. Paura della Storia, delle storie.
Il passato prossimo, recitano le grammatiche, si usa per indicare un'azione avvenuta in un passato molto recente, oppure anche lontano, a patto che i suoi effetti perdurino nel presente. Il passato remoto indica un evento accaduto in un passato lontano, e soprattutto completamente concluso. E' dunque il timore del distacco dal passato, da ciò che è avvenuto una volta per tutte, che fa la voga del passato prossimo: tutto continua e perdura. L'abolizione della memoria segue il modello televisivo fatto proprio dalla politica-spettacolo: un presente continuo, perpetuo, senza futuro che non sia futuro di questo presente. Richard Sennet ha spiegato, nel suo L'uomo flessibile, che la vera posta in gioco della cosiddetta precarietà è la perdita del senso narrativo dell'esistenza. Il problema non è tanto cambiare lavoro (ciò che riguarda il giovane del call center come il grande manager) ma l'impossibilità di sviluppare un senso narrativo del passato e, simmetricamente, un'immaginazione progettuale del futuro. Alla metafora della “carriera”, che in fondo indicava un'umile strada di campagna, si è sostituito il “job”, mattone o pezzo di ricambio. La liquidazione del passato remoto ha a che fare con questa eclissi del senso naarrativo dell'esistenza. Un racconto, come una vita, interamente al passato prossimo, suggerisce che tutte le azioni siano equivalenti, e che non è più possibile trasmettere esperienze.
Per capire cosa sia la sospensione dell'incredulità provate a raccontare una storia a un bambino. L'uso del passato remoto è una delle condizioni del suo incanto narrativo. Svolgere un racconto al passato prossimo è come ridurlo alla lista della spesa, o chiedergli se abbia fatto i compiti e quali. Impedisce l'abbandono al tempo del racconto, che è sogno e invenzione. Col passato prossimo non accade nulla di veramente narrabile [tranne che raffinati e disincantati metaromanzi: lo so, Lo straniero di Camus è bellissimo e scritto al passato prossimo, e amo le scritture sperimentali, ma qui sto parlando d'altro: dell'uso del tempo ai nostri tempi, tempi di svilimento del linguaggio, N.d.R.]. Non c'è tradizione narrativa senza passato remoto (o aoristo). Le novelle di Boccaccio sono al passato remoto e fanno ridere. C'è ancora suspense in un incipit come “nel mezzo del cammin di nostra vita / mi sono ritrovato in una selva oscura”? (Sembra una vignetta di Altan, l'uomo che la dice sta in poltrona, attonito e superfluo). Senza citare forule ormai caricaturali come il manzoniano “Ei fu, siccome immobile”, o l'alfieriano “volli, sempre volli, fortissimamente volli”; anche senza ricorrere al sublime elogio dell'immaginazione dell'Infinito di Leopardi, in perpetua oscillazione tra il questo e l'immensità grazie al passato remoto (“Sempre caro mi fu quest'ermo colle”), basta sfogliare un qualsiasi romanzo poliziesco per capire che funziona grazie al passato remoto. Prendiamo Raymond Chandler, imitato da ogni scrittore di gialli. Non c'è storia dell'investigatore Philip Marlowe che non poggi sul passato remoto, e che ci incanta a distanza di anni e numerose riletture. Il nitore e la plasticità delle sue storie risalta grazie a questo tempo verbale. Risibile trasformare frasi come “andai alla porta e guardai fuori”, “trasalì”, “grugnì”, “la sigaretta gli tremò fra le dita”, “estrasse la pistola” ecc. in altrettanti passati prossimi. O come il suspense di questo brano de Il grande sonno: “Portava un paio di lunghi orecchini di giada. Erano dei begli orecchini, che dovevano essere costati un paio di centinaia di dollari. Non indossava nient'altro. [...] La guardai senza imbarazzo e senza voglie. Come ragazza nuda non esisteva, in quella stanza. Era solo una drogata. [...] Smisi di guardarla per guardare Geiger, che era riverso sul pavimento...”. Lo sguardo di Marlowe è al passato remoto, le azioni che racconta sono ineluttabilmente concluse. Ci vuole distacco per raccontare la vita prima che, appunto, sfoci nel “grande sonno”. Il passato remoto infatti attesta anche questo: la consapevolezza della vita e del tempo irreversibilmente trascorso. Consapevolezza dell'intreccio indissolubile tra mortalità e (uso del) linguaggio, che per gli antichi definiva l'umano. Sottrarvisi è sintomo di un complesso di onnipotenza che nasconde la paura di elaborare il lutto del passato. Paura della Storia, delle storie.
Il passato prossimo, recitano le grammatiche, si usa per indicare un'azione avvenuta in un passato molto recente, oppure anche lontano, a patto che i suoi effetti perdurino nel presente. Il passato remoto indica un evento accaduto in un passato lontano, e soprattutto completamente concluso. E' dunque il timore del distacco dal passato, da ciò che è avvenuto una volta per tutte, che fa la voga del passato prossimo: tutto continua e perdura. L'abolizione della memoria segue il modello televisivo fatto proprio dalla politica-spettacolo: un presente continuo, perpetuo, senza futuro che non sia futuro di questo presente. Richard Sennet ha spiegato, nel suo L'uomo flessibile, che la vera posta in gioco della cosiddetta precarietà è la perdita del senso narrativo dell'esistenza. Il problema non è tanto cambiare lavoro (ciò che riguarda il giovane del call center come il grande manager) ma l'impossibilità di sviluppare un senso narrativo del passato e, simmetricamente, un'immaginazione progettuale del futuro. Alla metafora della “carriera”, che in fondo indicava un'umile strada di campagna, si è sostituito il “job”, mattone o pezzo di ricambio. La liquidazione del passato remoto ha a che fare con questa eclissi del senso naarrativo dell'esistenza. Un racconto, come una vita, interamente al passato prossimo, suggerisce che tutte le azioni siano equivalenti, e che non è più possibile trasmettere esperienze.
(da l'Unità, sabato 8 marzo)
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3/05/2008
Etica della prosa (sulla responsabilità dello stile)
(Non è che mi piaccia scrivere così spesso sul blog, senza far decantare le parole come il caffè turco, pero capitano delle cose in questo periodo, che mi suscitano pensieri o interventi, anche solo ricettivi... Beh insomma, incollo di seguito un intervento frettoloso che ho scritto ieri (appare oggi su l'Unità) per supplire la mia assenza a un seminario organizzato presso la casa editrice Laterza, a Roma, dove si discute di responsabilità e di stile a partire da uno scritto di Antonio Pascale ("Il responsabile dello stile", uscito in un libro di minimum fax, Il corpo e il sangue d'Italia, a cura di Ch. Raimo). Il testo di Pascale cita vari esempi di ambiguità nella rappresentazione del dolore e della miseria umana, contro la retorica e l'estetizzazione della sofferenza, ma non solo. Il mio, brevissimo, eccolo qui.)
Un anno fa, mentre collaboravo con l'artista Christian Boltanski alla progettazione e realizzazione del Museo per la memoria di Ustica a Bologna, facemmo visita al deposito in cui dentro a scatole di cartone si conservavano gli oggetti, sommersi e salvati, appartenuti ai passeggeri del Dc9. Boltanski e io, turbati, le chiudemmo subito: troppa vita, e troppo nuda; troppa sensibilità in quegli oggetti che occorreva sottrarre allo sguardo, non confondere con la profanazione della finzione e dell’arte. Poi tutto si è precisato: gli oggetti appartenuti ai passeggeri del Dc9, che il museo conserva, sono riposti in scatole nere di diverse grandezze che costeggiano il relitto dell'aereo. Li abbiamo inventariati in un libro, con fotografie piccole, un po' sfuocate e in bianco e nero, precedute da un mio testo in forma quasi di elenco - poiché elencare significa anche accusare, e anche una litania e un rosario sono elenchi. I visitatori ascoltano, sulla balaustra che gira intorno al relitto, mentre si riflettono in specchi anneriti., voci che sussurrano pensieri ordinari e banali di viaggiatori comuni, fantasmi come tutti noi, su un aereo estivo in volo da Bologna a Palermo. Parole universali come i volti del prossimo, come le foto degli oggetti – vestiti, pinne, oggetti da bagno, borsette - ignoti e famigliari.
Ho citato questo aneddoto per riprendere il tema trattato da Antonio Pascale nel suo Il responsabile dello stile (minimum fax), testo che sarà discusso oggi in un seminario collettivo a Roma, presso la casa editrice Laterza. In breve, Pascale prende le distanze, giustamente, da una parte dall'estetizzazione del dolore (nel suo senso più ampio), dall'altra dalla retorica di chi, per mimesi o malafede, cade nella rete di ciò che vuole denunciare (come un linguaggio mafioso o allusivo per disapprovare la camorra). Oggi la tradizione occidentale – il cui realismo nelle arti e nella letteratura, ci ricordava Auerbach, fu inaugurato dall'inaudita rappresentazione del dolore e del corpo della Passione di Cristo – sembra essersi impantanata in quello spettacolo neutro e anestetizzante della realtà che è la televisione. Letteralmente, essa fa vedere tutto (e contemporaneamente) da lontano, come se scorresse su un nastro scorrevole. E' ovvio che l'anestesia che produce è anche un ottundimento morale. Qualcuno ha ribadito contro Pascale che l'estetica è insopprimibile da una narrazione. Ma l'estetizzazione – che sta all'estetica (cioè la capacità di sentire) come la politica-spettacolo sta all'esercizio della cittadinanza (l'antica politéia) – è tutt'uno con questa anestesia. Come esempio recente di estetizzazione (e di ottundimento morale), cito la differenza tra Romanzo criminale (ottimo romanzo balzacchiano e duro di Giancarlo De Cataldo) e il film omonimo, dove gli stessi personaggi, banditi sanguinari e cocainomani della Magliana, sono belli come eroi cari agli Dei (che li fa morire giovani).
Un evento tutto sommato recente, Auschwitz, che ripudia i commenti ma non le descrizioni, impone da qualche decennio di risvegliare la nostra attenzione allo stile etico di immagini e parole. Da “evento senza testimoni”, il lessico paradossale si è arricchito di formule come “rappresentazione impossibile” (Joseph Beuys), e “immagini malgrado tutto” (Georges Didi-Hubermann). Auschwitz (nome proprio per dire ogni sterminio programmato) fu una esecuzione, nei due sensi della parola, della rappresentazione. Il film Shoah di Claude Lanzmann, nove ore di testimonianze e di primi piani, è diverso di natura da ogni rappresentazione (e da ogni film di Steven Spielberg). Insegna che non tutte le immagini sono lecite, ma solo quelle che fanno identificare nei testimoni (NON nelle vittime o nei carnefici). Riflette sull'atto di testimoniare mentre offre testimonianze. Problematizza l'enunciazione mentre predica enunciati. E' la definizione migliore di responsabilità dello stile.
Oggi nelle arti, nel cinema, nella letteratura, nozioni come testimonianza, documento, archivio, ecc. sono non solo centrali, ma foriere di un rinnovamento dei generi e delle forme. La loro riuscita sta nell'armonizzare storia e memoria, eventi e empatia personale, e la loro soggettività è condizione della loro universalità. Non ci sono facili ricette, né morali né stilistiche, per una tale riuscita. Eppure anni fa riportai in un mio libro sui maestri il "decalogo per un corso scolastico di scrittura creativa" di Giorgio Messori, scrittore appartato e insegnante di lettere alle superiori. Il punto 2 diceva: “Non farti mai condizionare dai sensi di colpa o da ipotetiche minacce di ritorsione”. Il punto 4: “Cerca di essere sincero e preciso”. E il 5: “Non essere mai astratto, scrivi sempre di cose concrete, vere, che ti sono vicine. È più interessante scrivere di una pozzanghera o di ciò che vedi in una passeggiata sotto il sole che non della minaccia nucleare che incombe sul mondo. Tra l'altro fai un miglior servizio alla causa contro il pericolo nucleare scrivendo di cose molto concrete che non ripetendo frasi rimasticate in discorsi fatti da altri”. Penso ancora oggi che questi consigli non siano utili solo per gli allievi delle scuole medie, ma per tutti noi.
Un anno fa, mentre collaboravo con l'artista Christian Boltanski alla progettazione e realizzazione del Museo per la memoria di Ustica a Bologna, facemmo visita al deposito in cui dentro a scatole di cartone si conservavano gli oggetti, sommersi e salvati, appartenuti ai passeggeri del Dc9. Boltanski e io, turbati, le chiudemmo subito: troppa vita, e troppo nuda; troppa sensibilità in quegli oggetti che occorreva sottrarre allo sguardo, non confondere con la profanazione della finzione e dell’arte. Poi tutto si è precisato: gli oggetti appartenuti ai passeggeri del Dc9, che il museo conserva, sono riposti in scatole nere di diverse grandezze che costeggiano il relitto dell'aereo. Li abbiamo inventariati in un libro, con fotografie piccole, un po' sfuocate e in bianco e nero, precedute da un mio testo in forma quasi di elenco - poiché elencare significa anche accusare, e anche una litania e un rosario sono elenchi. I visitatori ascoltano, sulla balaustra che gira intorno al relitto, mentre si riflettono in specchi anneriti., voci che sussurrano pensieri ordinari e banali di viaggiatori comuni, fantasmi come tutti noi, su un aereo estivo in volo da Bologna a Palermo. Parole universali come i volti del prossimo, come le foto degli oggetti – vestiti, pinne, oggetti da bagno, borsette - ignoti e famigliari.
Ho citato questo aneddoto per riprendere il tema trattato da Antonio Pascale nel suo Il responsabile dello stile (minimum fax), testo che sarà discusso oggi in un seminario collettivo a Roma, presso la casa editrice Laterza. In breve, Pascale prende le distanze, giustamente, da una parte dall'estetizzazione del dolore (nel suo senso più ampio), dall'altra dalla retorica di chi, per mimesi o malafede, cade nella rete di ciò che vuole denunciare (come un linguaggio mafioso o allusivo per disapprovare la camorra). Oggi la tradizione occidentale – il cui realismo nelle arti e nella letteratura, ci ricordava Auerbach, fu inaugurato dall'inaudita rappresentazione del dolore e del corpo della Passione di Cristo – sembra essersi impantanata in quello spettacolo neutro e anestetizzante della realtà che è la televisione. Letteralmente, essa fa vedere tutto (e contemporaneamente) da lontano, come se scorresse su un nastro scorrevole. E' ovvio che l'anestesia che produce è anche un ottundimento morale. Qualcuno ha ribadito contro Pascale che l'estetica è insopprimibile da una narrazione. Ma l'estetizzazione – che sta all'estetica (cioè la capacità di sentire) come la politica-spettacolo sta all'esercizio della cittadinanza (l'antica politéia) – è tutt'uno con questa anestesia. Come esempio recente di estetizzazione (e di ottundimento morale), cito la differenza tra Romanzo criminale (ottimo romanzo balzacchiano e duro di Giancarlo De Cataldo) e il film omonimo, dove gli stessi personaggi, banditi sanguinari e cocainomani della Magliana, sono belli come eroi cari agli Dei (che li fa morire giovani).
Un evento tutto sommato recente, Auschwitz, che ripudia i commenti ma non le descrizioni, impone da qualche decennio di risvegliare la nostra attenzione allo stile etico di immagini e parole. Da “evento senza testimoni”, il lessico paradossale si è arricchito di formule come “rappresentazione impossibile” (Joseph Beuys), e “immagini malgrado tutto” (Georges Didi-Hubermann). Auschwitz (nome proprio per dire ogni sterminio programmato) fu una esecuzione, nei due sensi della parola, della rappresentazione. Il film Shoah di Claude Lanzmann, nove ore di testimonianze e di primi piani, è diverso di natura da ogni rappresentazione (e da ogni film di Steven Spielberg). Insegna che non tutte le immagini sono lecite, ma solo quelle che fanno identificare nei testimoni (NON nelle vittime o nei carnefici). Riflette sull'atto di testimoniare mentre offre testimonianze. Problematizza l'enunciazione mentre predica enunciati. E' la definizione migliore di responsabilità dello stile.
Oggi nelle arti, nel cinema, nella letteratura, nozioni come testimonianza, documento, archivio, ecc. sono non solo centrali, ma foriere di un rinnovamento dei generi e delle forme. La loro riuscita sta nell'armonizzare storia e memoria, eventi e empatia personale, e la loro soggettività è condizione della loro universalità. Non ci sono facili ricette, né morali né stilistiche, per una tale riuscita. Eppure anni fa riportai in un mio libro sui maestri il "decalogo per un corso scolastico di scrittura creativa" di Giorgio Messori, scrittore appartato e insegnante di lettere alle superiori. Il punto 2 diceva: “Non farti mai condizionare dai sensi di colpa o da ipotetiche minacce di ritorsione”. Il punto 4: “Cerca di essere sincero e preciso”. E il 5: “Non essere mai astratto, scrivi sempre di cose concrete, vere, che ti sono vicine. È più interessante scrivere di una pozzanghera o di ciò che vedi in una passeggiata sotto il sole che non della minaccia nucleare che incombe sul mondo. Tra l'altro fai un miglior servizio alla causa contro il pericolo nucleare scrivendo di cose molto concrete che non ripetendo frasi rimasticate in discorsi fatti da altri”. Penso ancora oggi che questi consigli non siano utili solo per gli allievi delle scuole medie, ma per tutti noi.
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3/04/2008
Rewind
Un amico mi ha regalato per l'ultimo Natale un abbonamento al manifesto. A volte mi dimentico di prenderlo (ho portato i tagliandi a un'edicola vicino a casa), e spesso mi leggo parecchi numeri arretrati di fila. Comunque sia, sul manifesto di ieri (on line il giorno dopo, quindi funziona per questo post) c'è questo articolo di Rossana Rossanda che dice in modo perfetto, già nel primo paragrafo, quello che pensiamo, credo, in tanti. Almeno io lo penso. Non sembra che qualcuno abbia premuto il tasto rewind, e la realtà stia andando vertiginosamente all'indietro? Non c'è bisogno di essere estremisti per constatare quanto segue:
"Siamo tutti adulti e vaccinati, non facciamo finta che queste siano elezioni come le altre. In ballo non è solo un cambio di governo, ma la cancellazione dalla scena politica di ogni sinistra di ispirazione sociale. Questa è la novità, reclamata ormai non più solo dalla destra ma dall'ex Pci, poi Pds poi Ds e ora confluito, assieme alla cattolica Margherita, nel Partito democratico. E' l'approdo della «svolta» del 1989 e il suo vero senso: non si trattava di condannare le derive del comunismo o dei «socialismi reali», ma di stabilire che il capitalismo è l'unico modo di produzione possibile. Ci sono voluti diversi anni di manfrina ma ora Veltroni dichiara tutti i giorni che la sola società possibile è quella di «mercato», e a governarla «democraticamente» bastano due partiti come nel modello anglosassone, uno più «compassionevole» e l'altro più feroce. Che ci sia un conflitto di classe fra proprietari e non, che i primi possano sfruttare, usare e gettare i secondi, che questi siano riusciti a conquistarsi dei diritti extramercato è stata una favola cattiva, che ha seminato l'odio e spezzato l'armonia del paese. Operai e padroni sono egualmente lavoratori, hanno un interesse comune che è l'azienda, anzi il padrone, detto più benevolmente l'imprenditore, vi rischia di più il suo capitale, mentre l'operaio solo il suo salario. Veltroni ha così liquidato due secoli di lotte sociali e ridotto la democrazia secondo il modello americano a sistema elettorale e poco più. Il suo «riformismo» non mira, come quello delle socialdemocrazie, a correggere il capitale: ma a «riformare i diritti del lavoro» fino a farne, com'era all'inizio del XIX secolo, una merce come le altre, abolirne ogni regolamentazione a cominciare dalla durata."
Il resto dell'articolo - intitolato "Acque torbide" - se volete potete leggerlo qui:
"Siamo tutti adulti e vaccinati, non facciamo finta che queste siano elezioni come le altre. In ballo non è solo un cambio di governo, ma la cancellazione dalla scena politica di ogni sinistra di ispirazione sociale. Questa è la novità, reclamata ormai non più solo dalla destra ma dall'ex Pci, poi Pds poi Ds e ora confluito, assieme alla cattolica Margherita, nel Partito democratico. E' l'approdo della «svolta» del 1989 e il suo vero senso: non si trattava di condannare le derive del comunismo o dei «socialismi reali», ma di stabilire che il capitalismo è l'unico modo di produzione possibile. Ci sono voluti diversi anni di manfrina ma ora Veltroni dichiara tutti i giorni che la sola società possibile è quella di «mercato», e a governarla «democraticamente» bastano due partiti come nel modello anglosassone, uno più «compassionevole» e l'altro più feroce. Che ci sia un conflitto di classe fra proprietari e non, che i primi possano sfruttare, usare e gettare i secondi, che questi siano riusciti a conquistarsi dei diritti extramercato è stata una favola cattiva, che ha seminato l'odio e spezzato l'armonia del paese. Operai e padroni sono egualmente lavoratori, hanno un interesse comune che è l'azienda, anzi il padrone, detto più benevolmente l'imprenditore, vi rischia di più il suo capitale, mentre l'operaio solo il suo salario. Veltroni ha così liquidato due secoli di lotte sociali e ridotto la democrazia secondo il modello americano a sistema elettorale e poco più. Il suo «riformismo» non mira, come quello delle socialdemocrazie, a correggere il capitale: ma a «riformare i diritti del lavoro» fino a farne, com'era all'inizio del XIX secolo, una merce come le altre, abolirne ogni regolamentazione a cominciare dalla durata."
Il resto dell'articolo - intitolato "Acque torbide" - se volete potete leggerlo qui:
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2/12/2008
Identità, stato in luogo, ecc. (ancora su Israele e poi basta)
Linko qui un articolo che parla anche di Israele, in realtà un breve intervento in forma di lettera, che uscì su l'Unità in aprile 2002. Rileggerlo mi rende evidente l'ingenuità che affiora qui e là, soprattutto alla luce degli accanimenti di questi ultimi anni, da ogni parte. E' un intervento in cui provavo forse a essere didattico, col rischio di risultare stucchevole. Oggi sono più pessimista, eppure la sostanza non cambia. Il dibattito on line, anche su questo blog (con alcuni commenti che mi sono piaciuti molto, che ammiro anche quando si allontanano dai miei orizzonti o dalle mie pulsioni), o su nazioneindiana a seguito dell'intervento di Gianni Biondillo, su lipperatura e altrove, mi sembra confermi alcuni punti: la costante dell'antisemitismo, anche nella forma politicamente "accettabile" dell'antisionismo, si compone di alcune parole d'ordine e operative, come l'idea ricorrente del "complotto" (ebraico), la vivisezione di ogni aspetto negativo di Israele come indice di un'immagine generale (come quando si dice che gli Italiani sono tutti mafiosi, e come se anche in Israele non ci fossero fascisti - e ci sono, hanno perfino ammazzato un Premier, non è un Paese marziano), la negazione, sotto sempre nuove spoglie o nuove maschere o nuove provocazioni, dell'identità ebraica e/o israeliana (l'antisemitismo è sempre stato il tentativo di eliminare l'ebreo, spesso nella forma di un invito a essere come noi, a sbarazzarsi della sua identità, senza minimamente mettere in discussione la nostra). Uno dei più diffusi e orrendi cliché è la disinvoltura con cui si rovesciano sugli israeliani formule come vittime che si trasformano in oppressori (o carnefici), per ulteriormente colpevolizzarli visto che sono stati perseguitati, o come se proprio per questo dovrebbero essere quasi dei santi, in perpetua osservazione e libertà vigilata. Ho ancora nelle orecchie il malcelato disprezzo che nell'adolescenza circolava (e che condividevo inconsapevolmente) sulla presunta rassegnazione e passività con cui gli Ebrei in Europa si sarebbero consegnati alla morte in milioni (luogo comune smentito da ricostruzioni di rivolte nei lager nazisti, come quella di Sobibor - si veda il film omonimo di Lanzmann). Mi fermo. C'è un'ampia letteratura, ma nulla serve se non ci si dà il tempo di indugiare un po', di ascoltare, di lavorare su di sé e sui propri giudizi, di placarli quando troppo rapidamente vengono alla bocca (al limite mordersi la lingua come faceva Palomar di Calvino).
2/09/2008
Tentativo di precisazione sull'antisemitismo (a proposito dell'appello su Israele e la Fiera del Libro di Torino)
Avrei voluto essere meno pigro, e soprattutto meno oberato di impegni, per scrivere e argomentare la mia adesione a quell’appello stilato da Raul Montanari (che purtroppo non conosco), e il cui testo è evidentememente incompleto e ricco di omissioni, ma tant’è, lui l'ha fatto, altri no, e mi è sembrato (mi sembra tuttora) importante pronunciarsi sulla questione del controproducente annunciato boicottaggio agli scrittori dello Stato di Israele ospiti alla Fiera del libro di Torino. Gianni Biondillo su nazioneindiana spiega con garbo e passione perché ha formato l'appello, e in gran parte sottoscrivo le sue motivazioni. Su lipperatura, con impeto, in un brevissimo commento flash ho parlato di "antisemitismo" senza precisare i nessi (farlo assomiglia davvero a un lavoro, e anche adesso, qui, frettolosamente, non so se riuscirò). Sono stato attaccato e criticato (anche Carla Benedetti lo fa su ilprimoamore). Ho dato insomma per implicite una serie di elaborazioni che a me sembrano, purtroppo, da tempo evidenti, e che affiorano anche in discorsi di persone che stimo, con mia angoscia. Anche alcuni amici con cui ho condiviso, in un'assiduità di scrittura per mail durata giorni, l'appello su “nessun popolo è illegale”, o “il triangolo nero”, mi hanno fatto notare per telefono che questa sorta di imputazione o di accusa non viene recepita, o recepita male. Vero, mi rendo conto che c'è (sono tanti) chi continua a professare propositi sostanzialmente avversi di principio a Israele senza essere sfiorato dal dubbio di continuare l'antisemitisimo con altri abiti. E se a farlo notare è un ebreo, o magari un israeliano, quasi naturalmente la sua voce è già in parte o del tutto invalidata dalla sua appartenenza. Come se il conflitto, la discussione, fosse tra chi è portatore di un'appartenenza e chi invece se ne pretende immune, e quindi innocente e libero nelle sue parole. Beh, io non sono ebreo né israeliano, ma noto che questo abissale pregiudizio di chi dà per scontato che i propri propositi non abbiano nulla a che fare con l'antisemitisimo mi turba. Profondamente.
Da ormai da molto tempo l’antisemitismo non è più quello di una volta, ma si chiama antisionismo, con quella domanda davvero impudente sulla legittimità dello stato di Israele. Qualcuno c’è mai stato? Sembra l’Italia di alcuni decenni fa. Ma la domanda è: dove comincia la Storia? Chi ne detiene il criterio della legittimità? (per quanto riguarda gli Stati: a parte l'Onu, che ratificò l'esistenza di Israele nel '47 o '48). Forse che l’Italia ha più diritto di esistere come Stato? E chi l’ha deciso, se non altre grandi potenze furbette, come l'Inghilterra per gli ebrei del sogno socialista-sionista, dopo la Seconda Guerra Mondiale e la Shoah? (Noi abbiamo avuto invece, a conclusione del nostro ridicolo e disastroso risorgimento, i Savoia e Cavour, ma turbolemnze hanno continuato ad esserci alle "frontiere"...). Esiste un punto a partire dal quale si può evitare di mettere in discussione fatti ed eventi di questa portata? Ci sono generazioni di persone nate in Israele, che ovvietà dirlo, così come ci si batte (io mi batto) perché gli immigrati siano considerati cittadini italiani, e tanto più coloro che in Italia sono nati. Non è un'pvvietà, mi rendo conto. E qualcuno dall'esterno può cintestarne la legittimità? Che follia...
Se a Torino si fossero invitati gli Usa, i cui scrittori - dice giustamente Gianni Biondillo su nazioneindiana - ci hanno nutrito (aggiungo colonizzato) l’immaginario e l’inconscio, qualcuno avrebbe tentato di boicottarli, per la ragione che non c’è male o sciagura mondiale che non sia dipesa in questi lunghi uiltimi decenni dagli Usa? (ma è buono anche l’esempio della Russia di Putin, il cui volto minaccioso oggi troneggia su alcuni giornali, con la didascalia della nuova corsa al riarmo nucleare "contro la Nato"). Ricordo poi le proteste al salone del Libro di Parigi nel 2002, quando l'Italia di Berlusconi era il Paese ospite. Fu contestato Sgarbi, delegato del governo. Ma gli scrittori furono accolti, eccome (all'epoca, era appena uscito il librino collettivo di scrittori che avevo contribuito a fare con Stefania Scateni, Non siamo in vendita. Voci contro il regime, in parte pubblicato anche da Le Monde).
Credo di avere speso in questi anni molte parole contro la politica dei Israele (di alcuni loro governi), e sul terrorismo simmetrico tra Israele e Palestinesi, e ricordo che è anche l’unico Paese di quella regione (oltre che l’unica vera democrazia, se questo è ancora un valore per qualcuno) ad avere avuto un primo ministro assassinato mentre stava firmando una probabile pace. Ci sono fascisti in Israele, sì, non è uno stato di marziani, e ci sono pacifisti, anarchici, una sinistra variegata, una destra, ecc. ecc. Ma c’è anche tanto, troppo da aggiungere per un post improvvisato come il mio, sull’assedio e le minacce costanti a un popolo (non solo a uno Stato), che non si spengono. Siamo così ostinatamente sordi sull’antisionismo (avatar dell’antisemitismo) mondiale e italiano, che non ci turbiamo più di tanto che un altro Stato membro dell’Onu abbia ripetutamente dichiarato di voler distruggere Israele, negandone il diritto all'esistenza. L'Iran, certo. Ma non ci si rende conto quanto sia pazzesco tutto questo, se anche nei commenti di questi giorni leggo dubbi sulla legittimità di Israele che da soli fanno cadere tutta l'impalcatura discorsiva di chi vuole difendere la causa sacrosanta dei Palestinesi ad essere popolo e Stato. (Tra l'altro, non è così che li s aiuta, tutt'altro, ma questo è un discorso politico denso e complesso). La stessa simpatia e rispetto che ho per Israele potrei esprimerla per i Palestinesi, la loro lotta, i loro diritti derubati, a loro necessità non rimandabile di uno Stato (esattamente come si pronunciano pubblicamente tanti Israeliani, scrittori e non). Ho dedicato nel tempo tanto di quel fiancheggiamento alla lotta dei Palestinesi che spesso mi sembra scontato. nello stesso tempo, nessuno può nascondersi che noi Italiani, noi Europei, non solo siamo culturalmente contigui agli Israeliani, e ugualmente americanizzati perfino nel subconscio, ma anche senza esserne con sapevoli ci gioviamo di quell'unica democrazia reale nel medioriente come cuscinetto più o meno comodo e sacrificale tra noi e un altro magmatico mondo dove demagogie, fascismi teocratici e corruzioni varie, nello sfondo di una povertà estrema, ci minacciano realmente, attizzati si sa dalla politica Usa di iperproduzione e proliferazione del cosiddetto "terrorismo".
Ma tornando sull'antisemitismo, e sull'indignazione che questa parola provoca in alcuni commenti. Invito ognuno di noi a non dare proprio niente per scontato. Non possiamo dimenticare che sono passati pochissimi anni da un tentato genocidio reale, avvenuto qui, in Europa, in Germania, in Italia. Storia nostra, non loro (degli Arabi...). Storia collettiva, non di un tedesco che non era neanche tedesco, ma austriaco, e di un romagnolo maestro di scuola che era all'inizio un socialista. Storie torbide di passioni, pulsioni di popoli e di collettività. Storie di nemicizzazione collettive dell'altro, degli altri. Storie di assimilazione violenta e di incazzatura pazzesca per le differenze esibite da chi non reca nessun tratto evidente per giusificare una propria differenziazione (l'antisemitismo, diceva Jankelevitch, è l'odio per l'impercettibilmente diverso, non per il diverso). L'odio per gli stranieri. Oggi i portatori sono i rom, ad esempio (ma già allora).
Ho tralasciato per esempio tutte le considerazioni da fare sulla circostanza di una Fiera del Libro (anch'io, come Biondillo, non ci vado mai, mi annoiano, ma sono comunque occasioni di parola pubblica). Considerazioni quindi sull'diozia politica, e non solo, di non profittare di "rappresentanti" - per quanto individui critici e senza potere reale quali possono essere appunti gli scrittori - per una discussione franca e appassionata. Occasione di pace, di parola, di costruzione di orizzonti. Ma a qualcuno interessano ancora gli orizzonti, o solo e semplicemente le divise, le proprie e quelle degli altri? C'è un'altra via oltre la nemicizzazione degli altri? Mi viene in mente che quando un anno fa un ragazzo italiano fu accoltellato in Israele, il padre lo perdonò perché l'uccisore, anch'egli un giovane e palestinese, disse di averlo scambiato per "un isrealiano". Fatico a dire quanto mi abbia agghiacciato quella motivazione, che alcuni accolsero come attenuante, ma che è invece una iperbolica aggravante all'omicidio. La domanda è anche: vogliamo alimentare questa spirale, questa follia, o crediamo che davvero gli orizzonti dell'essere umani e insieme sulla Terra sia una favoletta da ignorare, e importa solo il presente della violenza che ripete violenza, un presente continuo, senza futuro che non sia il futuro di questo presente?
P.S. Sul mio sito ci sono tra gli "articoli" e gli "incontri" alcuni materiali su Israele e la cultura ebraica, su Lanzmann e la Shoah, sul giorno della memoria, ecc. Altri mi riprometto di metterne oggi appena li ritrovo. In particolare un mio intervento su Israele e il diritto di criticarlo, e una conversazione su Israele con due importanti rappresentanti della Comunità ebraica italiana ed europea. Non ho molto altro da aggiungere a questi materiali che offrirò in lettura oggi stesso. O forse sì: il consiglio di leggere i libri di Amos Oz, e soprattutto Storia di amore e di tenebra, in cui racconta la sua intifada da ragazzino contro gli inglesi, coi sassi, ma ricorda anche le scritte sui muri di tutta Europa prima della seconda guerra mondiale ("fuori gli Ebrei dall'Europa"), e quelle dopo la seconda guerra mondiale sui muri della Palestina ("fuori gli Ebrei dalla Palestina").
Da ormai da molto tempo l’antisemitismo non è più quello di una volta, ma si chiama antisionismo, con quella domanda davvero impudente sulla legittimità dello stato di Israele. Qualcuno c’è mai stato? Sembra l’Italia di alcuni decenni fa. Ma la domanda è: dove comincia la Storia? Chi ne detiene il criterio della legittimità? (per quanto riguarda gli Stati: a parte l'Onu, che ratificò l'esistenza di Israele nel '47 o '48). Forse che l’Italia ha più diritto di esistere come Stato? E chi l’ha deciso, se non altre grandi potenze furbette, come l'Inghilterra per gli ebrei del sogno socialista-sionista, dopo la Seconda Guerra Mondiale e la Shoah? (Noi abbiamo avuto invece, a conclusione del nostro ridicolo e disastroso risorgimento, i Savoia e Cavour, ma turbolemnze hanno continuato ad esserci alle "frontiere"...). Esiste un punto a partire dal quale si può evitare di mettere in discussione fatti ed eventi di questa portata? Ci sono generazioni di persone nate in Israele, che ovvietà dirlo, così come ci si batte (io mi batto) perché gli immigrati siano considerati cittadini italiani, e tanto più coloro che in Italia sono nati. Non è un'pvvietà, mi rendo conto. E qualcuno dall'esterno può cintestarne la legittimità? Che follia...
Se a Torino si fossero invitati gli Usa, i cui scrittori - dice giustamente Gianni Biondillo su nazioneindiana - ci hanno nutrito (aggiungo colonizzato) l’immaginario e l’inconscio, qualcuno avrebbe tentato di boicottarli, per la ragione che non c’è male o sciagura mondiale che non sia dipesa in questi lunghi uiltimi decenni dagli Usa? (ma è buono anche l’esempio della Russia di Putin, il cui volto minaccioso oggi troneggia su alcuni giornali, con la didascalia della nuova corsa al riarmo nucleare "contro la Nato"). Ricordo poi le proteste al salone del Libro di Parigi nel 2002, quando l'Italia di Berlusconi era il Paese ospite. Fu contestato Sgarbi, delegato del governo. Ma gli scrittori furono accolti, eccome (all'epoca, era appena uscito il librino collettivo di scrittori che avevo contribuito a fare con Stefania Scateni, Non siamo in vendita. Voci contro il regime, in parte pubblicato anche da Le Monde).
Credo di avere speso in questi anni molte parole contro la politica dei Israele (di alcuni loro governi), e sul terrorismo simmetrico tra Israele e Palestinesi, e ricordo che è anche l’unico Paese di quella regione (oltre che l’unica vera democrazia, se questo è ancora un valore per qualcuno) ad avere avuto un primo ministro assassinato mentre stava firmando una probabile pace. Ci sono fascisti in Israele, sì, non è uno stato di marziani, e ci sono pacifisti, anarchici, una sinistra variegata, una destra, ecc. ecc. Ma c’è anche tanto, troppo da aggiungere per un post improvvisato come il mio, sull’assedio e le minacce costanti a un popolo (non solo a uno Stato), che non si spengono. Siamo così ostinatamente sordi sull’antisionismo (avatar dell’antisemitismo) mondiale e italiano, che non ci turbiamo più di tanto che un altro Stato membro dell’Onu abbia ripetutamente dichiarato di voler distruggere Israele, negandone il diritto all'esistenza. L'Iran, certo. Ma non ci si rende conto quanto sia pazzesco tutto questo, se anche nei commenti di questi giorni leggo dubbi sulla legittimità di Israele che da soli fanno cadere tutta l'impalcatura discorsiva di chi vuole difendere la causa sacrosanta dei Palestinesi ad essere popolo e Stato. (Tra l'altro, non è così che li s aiuta, tutt'altro, ma questo è un discorso politico denso e complesso). La stessa simpatia e rispetto che ho per Israele potrei esprimerla per i Palestinesi, la loro lotta, i loro diritti derubati, a loro necessità non rimandabile di uno Stato (esattamente come si pronunciano pubblicamente tanti Israeliani, scrittori e non). Ho dedicato nel tempo tanto di quel fiancheggiamento alla lotta dei Palestinesi che spesso mi sembra scontato. nello stesso tempo, nessuno può nascondersi che noi Italiani, noi Europei, non solo siamo culturalmente contigui agli Israeliani, e ugualmente americanizzati perfino nel subconscio, ma anche senza esserne con sapevoli ci gioviamo di quell'unica democrazia reale nel medioriente come cuscinetto più o meno comodo e sacrificale tra noi e un altro magmatico mondo dove demagogie, fascismi teocratici e corruzioni varie, nello sfondo di una povertà estrema, ci minacciano realmente, attizzati si sa dalla politica Usa di iperproduzione e proliferazione del cosiddetto "terrorismo".
Ma tornando sull'antisemitismo, e sull'indignazione che questa parola provoca in alcuni commenti. Invito ognuno di noi a non dare proprio niente per scontato. Non possiamo dimenticare che sono passati pochissimi anni da un tentato genocidio reale, avvenuto qui, in Europa, in Germania, in Italia. Storia nostra, non loro (degli Arabi...). Storia collettiva, non di un tedesco che non era neanche tedesco, ma austriaco, e di un romagnolo maestro di scuola che era all'inizio un socialista. Storie torbide di passioni, pulsioni di popoli e di collettività. Storie di nemicizzazione collettive dell'altro, degli altri. Storie di assimilazione violenta e di incazzatura pazzesca per le differenze esibite da chi non reca nessun tratto evidente per giusificare una propria differenziazione (l'antisemitismo, diceva Jankelevitch, è l'odio per l'impercettibilmente diverso, non per il diverso). L'odio per gli stranieri. Oggi i portatori sono i rom, ad esempio (ma già allora).
Ho tralasciato per esempio tutte le considerazioni da fare sulla circostanza di una Fiera del Libro (anch'io, come Biondillo, non ci vado mai, mi annoiano, ma sono comunque occasioni di parola pubblica). Considerazioni quindi sull'diozia politica, e non solo, di non profittare di "rappresentanti" - per quanto individui critici e senza potere reale quali possono essere appunti gli scrittori - per una discussione franca e appassionata. Occasione di pace, di parola, di costruzione di orizzonti. Ma a qualcuno interessano ancora gli orizzonti, o solo e semplicemente le divise, le proprie e quelle degli altri? C'è un'altra via oltre la nemicizzazione degli altri? Mi viene in mente che quando un anno fa un ragazzo italiano fu accoltellato in Israele, il padre lo perdonò perché l'uccisore, anch'egli un giovane e palestinese, disse di averlo scambiato per "un isrealiano". Fatico a dire quanto mi abbia agghiacciato quella motivazione, che alcuni accolsero come attenuante, ma che è invece una iperbolica aggravante all'omicidio. La domanda è anche: vogliamo alimentare questa spirale, questa follia, o crediamo che davvero gli orizzonti dell'essere umani e insieme sulla Terra sia una favoletta da ignorare, e importa solo il presente della violenza che ripete violenza, un presente continuo, senza futuro che non sia il futuro di questo presente?
P.S. Sul mio sito ci sono tra gli "articoli" e gli "incontri" alcuni materiali su Israele e la cultura ebraica, su Lanzmann e la Shoah, sul giorno della memoria, ecc. Altri mi riprometto di metterne oggi appena li ritrovo. In particolare un mio intervento su Israele e il diritto di criticarlo, e una conversazione su Israele con due importanti rappresentanti della Comunità ebraica italiana ed europea. Non ho molto altro da aggiungere a questi materiali che offrirò in lettura oggi stesso. O forse sì: il consiglio di leggere i libri di Amos Oz, e soprattutto Storia di amore e di tenebra, in cui racconta la sua intifada da ragazzino contro gli inglesi, coi sassi, ma ricorda anche le scritte sui muri di tutta Europa prima della seconda guerra mondiale ("fuori gli Ebrei dall'Europa"), e quelle dopo la seconda guerra mondiale sui muri della Palestina ("fuori gli Ebrei dalla Palestina").
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2/06/2008
Nel nome della letteratura (ma non solo)
Israele ospite della Fiera del Libro di Torino 2008
Con queste firme esprimiamo una solidarietà senza riserve nei confronti degli organizzatori della Fiera del Libro di Torino, nel momento in cui questo evento di prima grandezza della vita letteraria nazionale viene attaccato per aver scelto Israele come paese ospite dell’edizione 2008.L’appello a cui aderiamo s’intende apartitico, e politico solo nell’accezione più alta e radicale del termine. Non intende affatto definire uno schieramento, se non alla luce di poche idee semplici e profondamente vissute.In particolare, l’idea che le opinioni critiche, che chiunque fra noi è libero di avere nei confronti di aspetti specifici della politica dell’attuale governo israeliano, possono tranquillamente – diremmo perfino banalmente! – coesistere con il più grande affetto e riconoscimento per la cultura ebraica e le sue manifestazioni letterarie dentro e fuori Israele. Queste manifestazioni sono da sempre così strettamente intrecciate con la cultura occidentale nel suo insieme, e rappresentano una voce talmente indistinguibile da quella di tutti noi, che qualsiasi aggressione nei loro confronti va considerata un atto di cieco e ottuso autolesionismo.
Raul Montanari
Prime adesioni:Alessandra Appiano, Alessandra C., Gabriella Alù, Cosimo Argentina, Sergio Baratto, Paola Barbato, Antonella Beccaria, Daria Bignardi, Gianni Biondillo, Riccardo Bonacina, Elisabetta Bucciarelli, Gianni Canova, Fabrizio Centofanti, Benedetta Centovalli, Piero Colaprico, Giovanna Cosenza, Sandrone Dazieri, Francesco De Girolamo, Girolamo De Michele, Donatella Diamanti, Paolo Di Stefano, Luca Doninelli, Marcello Fois, Francesco Forlani, Giuseppe Genna,Michael Gregorio (Daniela De Gregorio, Mike Jacob),Helena Janeczek, Franz Krauspenhaar,Nicola Lagioia,Loredana Lipperini,Valter Malosti, Antonio Mancinelli, Valentina Maran, Federico Mello, Antonio Moresco , Gianfranco Nerozzi, Chiara Palazzolo, Gery Palazzotto, Paolo Pantani, Leonardo Pelo, Guglielmo Pispisa, Laura Pugno, Andrea Raos, Roberto Moroni, Mariano Sabatini, Rosellina Salemi, Flavio Santi,Tiziano Scarpa,Beppe Sebaste, Gian Paolo Serino, Luca Sofri, Monica Tavernini, Annamaria Testa, Maria Luisa Venuta, Andrea Vitali,Vittorio Zambardino,Zelda Zeta (Pepa Cerutti, Chiara Mazzotta, Antonio Spinaci)
Ps. Potete aderire nei commenti su Lipperatura, Nazione Indiana, Ilprimoamore, dove l'appello è apparso contemporaneamente.
Con queste firme esprimiamo una solidarietà senza riserve nei confronti degli organizzatori della Fiera del Libro di Torino, nel momento in cui questo evento di prima grandezza della vita letteraria nazionale viene attaccato per aver scelto Israele come paese ospite dell’edizione 2008.L’appello a cui aderiamo s’intende apartitico, e politico solo nell’accezione più alta e radicale del termine. Non intende affatto definire uno schieramento, se non alla luce di poche idee semplici e profondamente vissute.In particolare, l’idea che le opinioni critiche, che chiunque fra noi è libero di avere nei confronti di aspetti specifici della politica dell’attuale governo israeliano, possono tranquillamente – diremmo perfino banalmente! – coesistere con il più grande affetto e riconoscimento per la cultura ebraica e le sue manifestazioni letterarie dentro e fuori Israele. Queste manifestazioni sono da sempre così strettamente intrecciate con la cultura occidentale nel suo insieme, e rappresentano una voce talmente indistinguibile da quella di tutti noi, che qualsiasi aggressione nei loro confronti va considerata un atto di cieco e ottuso autolesionismo.
Raul Montanari
Prime adesioni:Alessandra Appiano, Alessandra C., Gabriella Alù, Cosimo Argentina, Sergio Baratto, Paola Barbato, Antonella Beccaria, Daria Bignardi, Gianni Biondillo, Riccardo Bonacina, Elisabetta Bucciarelli, Gianni Canova, Fabrizio Centofanti, Benedetta Centovalli, Piero Colaprico, Giovanna Cosenza, Sandrone Dazieri, Francesco De Girolamo, Girolamo De Michele, Donatella Diamanti, Paolo Di Stefano, Luca Doninelli, Marcello Fois, Francesco Forlani, Giuseppe Genna,Michael Gregorio (Daniela De Gregorio, Mike Jacob),Helena Janeczek, Franz Krauspenhaar,Nicola Lagioia,Loredana Lipperini,Valter Malosti, Antonio Mancinelli, Valentina Maran, Federico Mello, Antonio Moresco , Gianfranco Nerozzi, Chiara Palazzolo, Gery Palazzotto, Paolo Pantani, Leonardo Pelo, Guglielmo Pispisa, Laura Pugno, Andrea Raos, Roberto Moroni, Mariano Sabatini, Rosellina Salemi, Flavio Santi,Tiziano Scarpa,Beppe Sebaste, Gian Paolo Serino, Luca Sofri, Monica Tavernini, Annamaria Testa, Maria Luisa Venuta, Andrea Vitali,Vittorio Zambardino,Zelda Zeta (Pepa Cerutti, Chiara Mazzotta, Antonio Spinaci)
Ps. Potete aderire nei commenti su Lipperatura, Nazione Indiana, Ilprimoamore, dove l'appello è apparso contemporaneamente.
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2/01/2008
Di cosa parliamo quando parliamo di arte
Un mio articolo sul tema "di cosa parliamo quando parliamo di arte" su l'Unità di oggi:
"Racconto spesso l’apologo didattico (creato da Thierry De Duve) dell’etnologo marziano che viene sulla Terra e cerca di capire cosa si intenda qui per “arte” – parola ombrello che raccoglie diversi oggetti, riti, gestualità, ecc. Non approda a nessuna definizione certa o convincente: il concetto di arte risulta indeterminato a forza di essere sovra-determinato, e si caratterizza per una flessibilità, un’apertura, un’indeterminazione tali da rendere indiscernibili un emporio e una galleria, i banchi di Porta Portese e le esposizioni di un museo o di Arte-Fiera, una ritualità artistica da un’altra religiosa o militare..." (continua a leggere)
Una segnalazione (per chi sta a Roma o nei paraggi, del libro I colori di Roma, edito da Repubblica, dove compare un mio racconto già postato l'anno scorso qui nel blog (Bianco su bianco). Ma la cosa nuova è la mostra all'Auditorium che si inaugura lunedì 4 (ore 19). Io ho scritto una poesia per un'opera (bellissima) di Andrea Aquilanti [vedi post sopra, NdR]. Penso di postare il tutto domani o dopo. Buon week-end, e/o buon shabbat.
"Racconto spesso l’apologo didattico (creato da Thierry De Duve) dell’etnologo marziano che viene sulla Terra e cerca di capire cosa si intenda qui per “arte” – parola ombrello che raccoglie diversi oggetti, riti, gestualità, ecc. Non approda a nessuna definizione certa o convincente: il concetto di arte risulta indeterminato a forza di essere sovra-determinato, e si caratterizza per una flessibilità, un’apertura, un’indeterminazione tali da rendere indiscernibili un emporio e una galleria, i banchi di Porta Portese e le esposizioni di un museo o di Arte-Fiera, una ritualità artistica da un’altra religiosa o militare..." (continua a leggere)
Una segnalazione (per chi sta a Roma o nei paraggi, del libro I colori di Roma, edito da Repubblica, dove compare un mio racconto già postato l'anno scorso qui nel blog (Bianco su bianco). Ma la cosa nuova è la mostra all'Auditorium che si inaugura lunedì 4 (ore 19). Io ho scritto una poesia per un'opera (bellissima) di Andrea Aquilanti [vedi post sopra, NdR]. Penso di postare il tutto domani o dopo. Buon week-end, e/o buon shabbat.
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1/23/2008
Nota non noiosa sullo "Spirito" (a sessant'anni dalla Costituzione italiana)
Non so se avete visto in giro che c'è l'anniversario, il sessantesimo, della Costituzione italiana. L'Unità, versione online, ha riproposto degli articoli usciti qualche anno fa, in tempi di vistose minacce e revisionismi (secondo governo Berlusconi) in realtà mai sopiti, e anzi in parte introiettati dalla sinistra. Un degli interventi lo firmai io, e lo ripropongo linkato. Io mi occupai dell'articolo 8, sulla religione e la libertà dei culti (ancora molto attuale), anche se nella titolazione sembra riguardare solo l'articolo 4.
Sull'Unità on line Stefania Scateni così ricorda l'iniziativa: "La Costituzione Italiana è considerata la più bella del mondo. Non a caso la neonata democrazia del Portogallo la adottò tale e quale nel 1975. Tra il 31 maggio e il 15 giugno 2002 la Cultura de l'Unità decise di pubblicare una serie di interventi su alcuni dei principi fondamentali della Costituzione Italiana. Era il periodo in cui il governo Berlusconi suscitava indignazione perché cercava in tutti i modi di mettere in discussione i principi fondamentali della democrazia e dell'antifascismo. Leggere, diffondere e capire la Costituzione ci sembrò fondamentale per ribadire e difendere quei principi contenuti nella nostra Carta. Gli interventi [...] furono sei. Ogni autore commentò un articolo della Carta, da Sergio Cofferati (allora segretario della Cgil) a Marco Revelli, Giulio Ferroni, Chiara Saraceno, Beppe Sebaste e Massimiliano Melilli. In occasione del sessantennale della Costituzione, abbiamo pensato di riproporli perché riteniamo che i suoi principi siano ancora da seguire e difendere."
Sull'Unità on line Stefania Scateni così ricorda l'iniziativa: "La Costituzione Italiana è considerata la più bella del mondo. Non a caso la neonata democrazia del Portogallo la adottò tale e quale nel 1975. Tra il 31 maggio e il 15 giugno 2002 la Cultura de l'Unità decise di pubblicare una serie di interventi su alcuni dei principi fondamentali della Costituzione Italiana. Era il periodo in cui il governo Berlusconi suscitava indignazione perché cercava in tutti i modi di mettere in discussione i principi fondamentali della democrazia e dell'antifascismo. Leggere, diffondere e capire la Costituzione ci sembrò fondamentale per ribadire e difendere quei principi contenuti nella nostra Carta. Gli interventi [...] furono sei. Ogni autore commentò un articolo della Carta, da Sergio Cofferati (allora segretario della Cgil) a Marco Revelli, Giulio Ferroni, Chiara Saraceno, Beppe Sebaste e Massimiliano Melilli. In occasione del sessantennale della Costituzione, abbiamo pensato di riproporli perché riteniamo che i suoi principi siano ancora da seguire e difendere."
1/21/2008
Solidarietà ai docenti della Sapienza a difesa della laicità del sapere
Raccolgo, sottoscrivo e diffondo con convinzione (lo apprendo dal sito Lipperatura) un appello di Solidarietà ai docenti della Sapienza a difesa della laicità del sapere. La retorica di questi ultimi giorni contro i presunti "cattivi maesti" è stata insopportabile e nauseante (finirà che voteremo tutti Pannella). Nessun bisogno di laicismo o anticlericalismo esasperato: basta la difesa della laicità e la difesa del diritto di critica (è più che lecito criticare l'invito a un Pontefice per inaugurare l'anno accademico di una pubblica università laica). Per aderire all'appello cliccate qui.
P.S.: segnalo la neonata rivista on line Lucreziana2008, sulla "natura delle cose", dedicata particolarmente all'affermazione dell'autonomia del sapere e della cultura, con scritti soprattutto di pensatrici scrittrici donne (che è già una garanzia) e diretta da Piera Mattei.
P.S.: segnalo la neonata rivista on line Lucreziana2008, sulla "natura delle cose", dedicata particolarmente all'affermazione dell'autonomia del sapere e della cultura, con scritti soprattutto di pensatrici scrittrici donne (che è già una garanzia) e diretta da Piera Mattei.
1/17/2008
La questione della "realtà"
A gentile richiesta, propongo qui alcuni stralci dell’intervista di Marco Belpoliti a Gianni Celati (forse il più grande narratore italiano, in tutti i casi il più etico e appartato), uscita su la Stampa circa un mese fa:
“La narrativa d’oggi è ormai un’appendice dell’informazione. E’ difficile trovare un romanzo d’oggi che non si appelli all’attualità. Ecco l’autore basco che scrive il romanzo sul terrorista dell’Eta o l’autore italiano che scrive il romanzo su certi tipi di mafia o di camorra. Sono libri che il lettore legge come se fossero commenti a una realtà di fatto. Qui però la ‘realtà’ indica solo modi di vedere giornalistici – i modi dell’attualità -, il tutto categorizzato secondo il criterio del ‘nuovo’. Il nuovo è un dogma ma anche una continua intimidazione, perché tutti dobbiamo avere paura di essere visti come dei sorpassati dal nuovo. A questo proposito c’è qualcosa di illuminante nel Don Chisciotte, dove si affaccia per la prima volta la questione della ‘realtà’, posta in un contrasto con l’immaginazione e le tendenze fantasticanti. E si affaccia anche l’idea che il nuovo sia qualcosa che spazza via le inutili anticaglie: i romanzi cavallereschi. Ma, posto questo schema, dove Don Chisciotte ha sempre torto, in quanto invasato dalle fantasie cavalleresche, poi succede che sono proprio le sue tendenze fantasticanti ad arricchire di senso il mondo. Sono le sue fantasie e riflessioni a farci intravedere l’aperto mondo sotto l’aperto cielo come la nostra vera casa”.
“La narrativa d’oggi è ormai un’appendice dell’informazione. E’ difficile trovare un romanzo d’oggi che non si appelli all’attualità. Ecco l’autore basco che scrive il romanzo sul terrorista dell’Eta o l’autore italiano che scrive il romanzo su certi tipi di mafia o di camorra. Sono libri che il lettore legge come se fossero commenti a una realtà di fatto. Qui però la ‘realtà’ indica solo modi di vedere giornalistici – i modi dell’attualità -, il tutto categorizzato secondo il criterio del ‘nuovo’. Il nuovo è un dogma ma anche una continua intimidazione, perché tutti dobbiamo avere paura di essere visti come dei sorpassati dal nuovo. A questo proposito c’è qualcosa di illuminante nel Don Chisciotte, dove si affaccia per la prima volta la questione della ‘realtà’, posta in un contrasto con l’immaginazione e le tendenze fantasticanti. E si affaccia anche l’idea che il nuovo sia qualcosa che spazza via le inutili anticaglie: i romanzi cavallereschi. Ma, posto questo schema, dove Don Chisciotte ha sempre torto, in quanto invasato dalle fantasie cavalleresche, poi succede che sono proprio le sue tendenze fantasticanti ad arricchire di senso il mondo. Sono le sue fantasie e riflessioni a farci intravedere l’aperto mondo sotto l’aperto cielo come la nostra vera casa”.
1/01/2008
Se cerchi la civiltà chiedi alla polvere

L'immagine che si vede sopra, è una delle sculture d'ombra di Claudio Parmiggiani, ottenute per sottrazione: inondando di fumo un ambiente, e poi togliendo gli oggetti (in questo caso bottiglie, ma anche libri, tele ecc.). La fuliggine si deposita come polvere, restano bianche le tracce dell'assenza, come una nostalgia irreparabile. In un articolo uscito ieri su l'Unità, dal titolo "Se cerchi la civiltà chiedi alla polvere" (ora qui nel sito) ho cercato di estendere l'effetto, o la spiegazione, di questo procedimento, per renderci conto di altre sparizioni, altre polverizzazioni, altre assenze drammatiche e forse irreparabili del nostro mondo, della nostra epoca. La polverizzazione della vita civile, per esempio, o di quei valori condivisi che permettono anche solo un linguaggio coondiviso, di capirci quando parliamo, leggiamo, o comunichiamo anche in un blog. Altrimenti, come è scritto in una bellissima poesia di Emilio Villa, "a chi parli?"
A Pistoia, a Palazzo Fabroni, c'è una bellissima mostra di Parmiggiani, in questo momento (e fino a marzo), in dodici tappe, dodici stanze. Molte altre opere oltre alle sculture d'ombra, chiamate "delocazioni". Vi invito a visitarla assolutamente.
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