Visualizzazione post con etichetta carlo bordini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta carlo bordini. Mostra tutti i post

4/26/2014

Festa della liberazione - degli altri

Vorrei offrire ai lettori un paio di pensieri ancora in corso.
   Il primo nasce dal fastidio per alcuni commenti letti qui e là sul 25 aprile, dove con leggerezza e arroganza si pongono sullo stesso piano i partigiani di allora e i “ribelli” di oggi – dai No Tav a chi manifesta per la casa. Ma c’è una grande differenza tra chi “si ribella” per avere o ottenere qualcosa (soldi, casa, cose, etc.), per rivendicare un diritto (reale o presunto), e chi si ribella non per sé, non per avere qualcosa, non per ottenere soddisfazione o un risarcimento, ma per essere e permettere ad altri di essere, per contribuire a liberare, comunque sia, senza altri scopi né meriti, un mondo al di la di sé, perfino un mondo senza di sé – un mondo che si può immaginare senza il proprio “io”, un mondo nel quale possiamo benissimo essere assenti: ed è questo che furono i partigiani della generazione di mio padre, così come lo furono i combattenti volontari della guerra di Spagna bombardati dai fascisti italiani, come Ernest Hemingway, etc. etc.
   E’ la stessa differenza, credo, tra chi vive religiosamente per avere il premio agognato di un Paradiso, e chi vive evangelicamente senza nemmeno saperlo, senza accorgersene, senza maturare nemmeno inconsciamente un fantasma di credito o di premio per le proprie azioni, ma lo fa solo perché è giusto, pulito e soprattutto naturale farlo. Con bontà che vorrei chiamare “animale”.
   Finché non sarà chiara per tutti la differenza, il mondo sarà di continuo attraversato da tragici ma infantili conflitti di falsi ego, capaci di uccidere e di uccidersi per un giocattolo – per il fantasma ossessivo di un diritto, di un possesso, di una rivendicazione, di una cosa, di una qualsiasi impermanenza.

   Il secondo pensiero lo suggerisce il poeta Carlo Bordini sulla sua pagina Facebook, dove per richiamare l’attenzione sulla nuova ondata di semplificazione che investe ogni ambito, dagli editori che chiedono che i libri siano scritti in modo “semplice”, ai governanti che parlano con slogan di 25 parole ripetute all’infinito, e i cui programmi politici sono composti da dieci, massimo quindici parole, invita a leggere il brano di un articolo uscito tempo fa su l'Unità:
   “Osservo di nuovo che l’imbarbarimento di una nazione (di questo si tratta) nasce e si presenta spesso come una politica di semplificazione – che non è proprio una bella parola, e designa una riduzione innaturale della complessità, ossia dell’intelligenza. Si crea e si consolida nella riduzione del linguaggio, del pensiero, della politica, nella neo-lingua pubblicitaria più volte denunciata, nello scavalcare il Parlamento e l’etica della discussione. Ma è soprattutto negli spazi lasciati vuoti dalla cultura e dall’educazione che l’autoritarismo “semplice” si insedia e riproduce, svuotando di senso il concetto e la realtà di una Repubblica. Il costo umano, sociale culturale è esorbitante. Le sue conseguenze rischiano di essere irreversibili.”
   Il brano è tratto da un articolo intitolato “La lezione degli studenti” (parlava delle loro lotte), e uscì il 24 ottobre del 2008. L’autore, anche se me n’ero totalmente scordato, ero io stesso. Ma la cosa inquietante è la sua attualità. Rientra nella violenza della semplificazione, oggi, la contrapposizione “prendere o lasciare” tra conservazione e innovazione, dove la seconda per definizione è “di sinistra” e deve per forza essere vincente – e che importa se invece la conservazione riguarda Pompei o la Biblioteca Nazionale, le scuole pubbliche, l’educazione e la memoria. E così la sera del 25 aprile, venerdì, in una trasmissione televisiva, un giovane esponente del centro sinistra irrideva come bizzarria conservatrice la sacralità delle feste (quelle civili) in cui si scoraggia il lavoro, il commercio, il negozio. Che importa, diceva, la memoria del 25 aprile, se un commerciante vuole approfittare della festa per vendere più merce? La sicumera con cui venivano esibite queste parole che mandavano al macero (rottamavano?) decenni e forse secoli di educazione civile, di lenta acquisizione di consapevolezza che ci sono cose “non in vendita”, valori non economici e comunque non monetizzabili, mi stordiva; e pensai che sì,  una nuova barbarie è cresciuta dentro di noi, e niente è più al suo posto. L”irreversibilità di cui sopra è già iniziata da tempo.
   Alla rozzezza del negozio, del profitto a ogni costo, festa o non festa, corrisponde una simmetrica rivolta dei forconi e dei cosiddetti ribelli. Nell’attuale scacchiera sociale senza memoria né orizzonti tutto sembra intercambiabile con tutto. Non c’è differenza, nessuno sembra più capace di immaginare cosa sia un mondo senza se stessi. Alla sola ipotesi, il commerciante come il senza casa, come  il banchiere, come il politico, sono certo che si porterebbe una mano sulle palle, altro che guerra di Spagna: chi se ne frega “per chi suona la campana”, speriamo non per me.
   

4/03/2014

Per Giorgio Messori

Domani venerdì 4 aprile, a Bologna, si svolgerà questo incontro sullo scrittore Giorgio Messori, scomparso nel 2006. Gino Ruozzi, curatore del raccolta postuma di racconti Storie invisibili e altri racconti, ha scritto una breve e bella nota biografica dell'opera di Giorgio. Fu il mio migliore amico, abbiamo scritto e fatto insieme tante cose, e sono terribilmente impacciato ogni volta che egli diventa oggetto di discorso. Scusatemi. Qui trovate alcuni testi su Giorgio. Su Giorgio, a Roma (23-24 febbraio) e a Reggio Emilia (novembre 2013) si sono già svolti incontri di studio col titolo Io non sogno mai (come un racconto di Giorgio sulla Via Emilia). In particolare a Reggio Emilia il poeta Carlo Bordini disse queste parole.
   A Roma, nell'angoscio dei tempi contingentati, la notte prima del convegno avevo scritto di getto degli appunti su e in memoria di Giorgio, che lessi per stare dentro i tempi. Poi li inserii, nonostante il loro tono quasi trafelato, senza alcuna correzione, come appendice o rewind del capitolo sulla scrittura del mio Libro dei maestri (Porte senza porta rewind) ripubblicato quello stesso anno in una nuova edizione da Sossella - capitolo che già nell'edizione Feltrinelli degli anni '90 finiva con un meraviglioso decalogo sullo scrivere che mi aveva dato Giorgio. Nell'imminenza dell'incontro di Bologna - il cui titolo è dedicato forse ai lavori di Giorgio di descrizione e osservazione del mondo esterno, come nel bellissimo Viaggio in un paesaggio terrestre, scritto e costruito col fotografo Vittore Fossati - vorrei offrire qui, tale e quale, quel testo intimo, gli appunti trafelati che lessi al convegno di Roma quattro anni fa. Non c'è un titolo, solo una dedica. Per  Giorgio Messori.


   Non ho mai parlato di Giorgio, ho sempre parlato con Giorgio. Un parlare che d’altronde non escludeva il silenzio, anzi lo comprendeva e lo esaltava. Il “con” avvenuto con lui, la comunità delle nostre parole e silenzi, che a volte si prolungavano le une nelle altre, l’uno nell’altro, è la parte più importante della mia formazione. Educazione allo sguardo, al pensiero, al formare frasi. Educazione all’esperienza. Parlare di lui, farne oggetto e non soggetto di parole, è più grave che parlare in sua assenza, perché parlavo con lui anche in assenza di lui (è questa la magia umana dello scrivere, rendere presenti gli assenti). Lo abbiamo fatto in un lungo epistolario, per esempio. Scrivere è già sempre un gioco di fantasmi, come sapeva il suo amato Kafka. E in qualunque storia di fantasmi, siamo sempre noi, i fantasmi: gli scriventi, i testimoni.

   Ora qui siamo in un’aula universitaria. Giorgio e io ci siamo conosciuti in un’aula universitaria, a Bologna, alla lezione delle 9 del mattino di Estetica di Luciano Anceschi, a.a. 1978/79. Era l’unico corso che frequentavamo. In Estetica con Anceschi ci siamo laureati insieme, quasi fianco a fianco (in un’altra aula). [Ricordo: qualche minuto prima ci svegliavamo alle luci di un bar, dopo una note insonne e una lettura di poesie in un paesino dell’Emilia, ci facevamo domande, afasici come non mai. La sua tesi era sulle “Poetiche narrative in Peter Handke”, la mia sulla “Poetica del romanzo giallo”. Durante la cerimonia ci eravamo dimenticati di sfilarci l’impermeabile. Un’amica ci ha fotografati, attoniti, all’uscita, con le Tesi in mano. Dopo siamo andati sui colli a dormire e ascoltare musica rock. La canzone di quei giorni era Out of the blue, voce di Neil Young. Quello stesso pomeriggio del 12 novembre 1982 abbiamo fondato davanti al notaio la cooperativa editoriale Aelia Laelia, che si proponeva di pubblicare solo libri organici, necessari e felici, quelli cioè rifiutati dalle case editrici perché nuovi. La sera, un’altra lettura a Reggio Emilia, dove io e Giorgio facemmo insieme una performance quasi improvvisata dal titolo beckettiano “Tutto lo strano via”, con le scarpe in mano e una candela accesa. Era un elenco di frasi... E ora basta coi ricordi, che non finiscono mai].


   Parlo invece delle letture di Giorgio, i suoi veri interlocutori, le sue passioni, gli eroi della sua sensibilità e coscienza, che non ha mai messo da parte.
   Baudelaire e i poeti americani, su cui ci eravamo entrambi svezzati. Beckett, tutto. Kafka, quello dei Diari e dei Colloqui con Janouch oltre che i racconti e i romanzi, e tra i romanzi il grande teatro dell’Oklahoma con cui si chiude America, e l’idea che si possa descrivere un Paese senza visitarlo, e fare uso di quella descrizione come di un vademecum per il visitatore. Il parlare con l’angelo delle poesie di Rilke: la voce di Giorgio che legge per gli amici le Elegie Duinesi, in particolare l’Ottava (che lesse anche al funerale di mio padre) – “La creatura, qualsiano gli occhi suoi, vede / l’Aperto. Soltanto gli occhi nostri son / come rigirati, posti tutt’intorno ad essa, / trappole ad accerchiare la sua libera uscita. / Quello che c’è di fuori, lo sappiamo soltanto / dal viso animale; [...] Libero da morte...”.
   E il parlare con l’Angelo di Walter Benjamin. E Robert Walser, naturalmente, e la filosofia prima della filosofia studiata da Giorgio Colli, i Minima moralia di Adorno, l’aforisma sul verso di Baudelaire “rien faire comme une bête”, “giacere e guardare tranquillamente il cielo”, immagine della pace perpetua e della fine della dialettica, che Giorgio sentiva come un’esperienza fisica, corporale. Le poesie di Vladimir Holan di cui mi fece dono pochi giorni dopo il nostro incontro, Una notte con Ofelia - dove si trova il verso “è sempre il poetico che uccide la poesia”, dove si parla della neve, del silenzio e della “cucina dell’insonnia” - “tanto meno gesti / nulla da mettere in mostra”; e “La Ballerina”, su cui mi scrisse una lettera intensa. Fame di Knut Hamsun.
  Era l’epoca in cui entrambi leggevamo Peter Handke e ci riconoscevamo nella dichiarazione dello scrittore austriaco, rilanciata dal regista tedesco: “La mia via fu salvata dal rock’n roll”. La tasca del suo giaccone dove un tempo teneva sempre una copia dei Temi di Fritz Koch di Robert Walser passò col tempo ad albergare l’anarchico esilarante L’imitatore di voci di Thomas Bernhard, prose brevi del tutto libere, comiche e audaci, dove la finzione era mischiata a nomi di persone reali e viventi, e Giorgio che scoppiava a ridere ogni volta che le leggeva a voce alta, e tentammo di imitarle in un progetto: “L’imitatore dell’imitatore di voci”. La colonna sonora del libro che facemmo insieme, L’ultimo buco nell’acqua, era Rock’n roll Suicide di David Bowie... Anche qui l’elenco potrebbe continuare a lungo, troppo. Ma che cosa hanno in comune le letture, le passioni letterarie e non solo di Giorgio, che io ho condiviso?

   Credo questo: un certo rapporto tra la letteratura (e l’arte) e la vita, e una specie di smania pacata della verità. Giorgio Messori amava appassionatamente e laicamente la verità, l’insorgenza dell’evidenza come rivelazione laica, che è tanto più trascendente quanto più è immanente, come un’epifania che porta a una specie di beatitudine mentale, spesso addirittura al riso. Ma poteva essere “la nebbia color ciliegia” nel cielo di un  tramonto invernale visto alzando gli occhi mentre leggeva un racconto di Jim Ballard che descriveva, appunto, “una nebbia color ciliegia”, perché le frasi lette - come, scoprimmo più tardi, le fotografie dell’amico Luigi Ghirri - hanno “il potere di modellare (mi) una sensazione percettiva fino ad allora sconosciuta”, insomma prestano occhi per vedere il mondo. O come quel suo brano narrativo in cui, mimando La Nausea di Sartre, si stupisce, alla fine di una canzone che esce dal juke box, che “i miei piedi sono ancora lì”. O come in molte pagine di Max Frisch (un altro grande amore comune), e quell’intervista che gli fece Enrico Filippini (stranamente assente dalle raccolte edite dei suoi articoli), sul senso dello scrivere come mezzo di fare esperienze, “fosse anche quello di sapere che cosa si prova ad avere freddo ai piedi”. La letteratura non ha valore, secondo Giorgio, non solo se non riflette l’esperienza, ma se non si fa essa stessa esperienza. Alla cui radice, penso oggi, c’è forse quel veritatem facere con cui si è tramandato lo spirito di Giovanni nel Vangelo, rilanciato dal fondatore dell’autobiografia Agostino, da Dante, da Petrarca su cui Giorgio ha scritto, e rilanciato dalla prosa stoica nel Cinque-Seicento (Montaigne compreso: che, proprio come Giorgio, “non insegnava, ma raccontava”); e, nella nostra epoca, oltre al sempre presente, per Giorgio, Walter Benjamin, è incarnato dalla letteratura detta civile di Max Frisch. Incarnare è la parola giusta: “Evita di pensare col linguaggio”, ha annotato ancora Giorgio parafrasando Handke in suo testo (Il foglio bianco, gli spazi bianchi), “rimani nelle cose e nel loro splendore. Così diventa [il verbo è all’imperativo] il linguaggio reale, così il linguaggio diventa reale”.

  Accanto a questo, in Giorgio si è imposta molto presto una libertà irriducibile, anarchica senza mai essere screanzata, di tendenza senza essere sprezzante né irriverente verso l’altrui credere, ma nemmeno mai compromissoria, mai ambiziosa, etica in modo naturale fino al midollo, ma senza nessun dover essere; a volte perfino parodistica, se è vero che, quando montammo insieme le prose del nostro primo libro dal programmatico titolo (L’ultimo buco nell’acqua) per noi era assolutamente scontato che non saremmo mai andati a pietire un editore, e preferimmo, come nella sintassi narrativa di Robert Walser, la via più lunga e tortuosa, ossia prolungare la comunità del nostro libro plurale inventando con altri amici una casa editrice, Aelia Laelia, una “etichetta” editoriale, dicevamo, una “piccola etica”.
   Ma la seconda volta che ci siamo visti all’università, quel mattino alle 9, inverno 78/79, la lezione annunciata la fece proprio Giorgio, una relazione su Walter Benjamin e Franz Kafka. L’ho riletta. E’ molto bella. Persuaso che mai come nella nostra epoca si fosse compiuta “la trasmigrazione della filosofia nella letteratura e parallelamente della letteratura nell’esperienza filosofica”, in Benjamin - continuava Giorgio - “la costruzione metaforica, il procedere per immagini, non è qualità specifica dello scrittore, ma sostanza stessa del pensiero che si manifesta”. Ancora: “La produzione d’immagini non vuole risolversi in lui nel calco poetico del reale o nell’edificazione possibile di un altro reale, come avviene nella maggior parte dei luoghi strettamente letterari, ma diventa procedimento teso a cogliere l’essenza stessa del reale, la qualità particolare dell’esperienza”. Penso che questo brano descriva con precoce lucidità quello che ha fatto in ogni sua opera Giorgio, lo scrittore Giorgio Messori.
   Questa lucidità che scambiavamo (nel senso proprio di barattare) così spesso e volentieri per una serata allegra, per uno stordimento tra amici; quell’intelligenza che davamo allora per scontata, non hanno mai escluso né impedito una distanza irriducibile, per Giorgio più ancora che per me, dall’istituzione accademica, da quella che chiamavamo, citando Kafka, “la schiera degli uccisori”: “Strana, misteriosa, forse redentrice consolazione dello scrivere: uscire dalle fila degli uccisori, osservare i fatti”. I lavori di descrizione della via Emilia prima, grazie a Luigi Ghirri e Gianni Celati, poi altri analoghi, furono per noi una vera salvezza, oltre che i primi soldi guadagnati con la penna. Giustificarono questa passione minoritaria, indipendente, dell’“osservare i fatti”. Giorgio ne fece un mestiere magistrale. Ed è sempre questa sua idea dello scrivere come “uscire dalle fila degli uccisori” a rendere arduo, per un critico onesto, ogni parlare di lui.

   Ho naturalmente pensato a Giorgio, e a queste giornate dedicate a lui gremite di specialisti, quando alcuni giorni fa mi sono imbattuto in un sito Internet nell’intervento di uno scrittore che stimo sull’etica e la scrittura, criticato dai commenti on line con terminologie di critica letteraria in cui spiccava, oltre all’accusa di dannunzianesimo, quella di “vitalismo”. Finché qualcuno, un anonimo, ha scritto: “Se davvero la vita fosse una cosa e la letteratura tutta un’altra cosa, non me ne fregherebbe proprio nulla. Della letteratura, intendo”. E io mi sono sentito assolutamente, intimamente d’accordo con lui. E so che Giorgio sarebbe stato intimamente, assolutamente d’accordo con lui. Del resto, come ha suggerito un altro lettore, tutto quello che la critica letteraria dice sui testi non lo direbbe mai la critica musicale sulla musica. Come si potrebbe rimproverare a Bob Dylan, ai Rolling Stones o ai Velvet Underground di essere vitalistici? Sto sempre parlando di Giorgio, per il quale la musica era molto importante.
  La sua distanza dalle aule dell’Università (a parte il meraviglioso stralunato mondo del melting pot sovietico della “Università delle Lingue e della Diplomazia” di Tashkent, dove insegnava Italiano e dove mi invitò anni fa a fare dei seminari), è simile al disagio che provava verso la critica letteraria, a sua volta frutto della consapevolezza, pur nel piacere irrinunciabile del leggere e scrivere, dell’irrilevanza dell’essere scrittori e del fare letteratura. Irrilevanza non significa sminuire l’importanza che accordava allo scrivere come esperienza privilegiata dello stare nel mondo, di vivere e di sopra-vivere, e di vivere meglio.
   C’era (c’è) indubbiamente, e rivendicata (lo ribadisco), una vocazione minoritaria in questa esperienza della letteratura, e anche questo si accorda a Kafka (il Kafka della letteratura minore riletto da Deleuze), e agli altri autori che amava. Una politica minoritaria. Una protesta ironica e sommessa, una libertà e una gioia senza scopo, come quella dell’autore di Mes amis, Emmanuel Bove, che scoprimmo insieme, che tradussi poi in italiano mentre il suo amato Handke traduceva in tedesco (mentre Giorgio tradusse il boviano viaggio di Peter Handke tra i grattacieli della Défense a Parigi). La scrittura di Giorgio è volutamente, naturalmente delicata (non “garbata”, come è stato detto), capace di versare tonnellate di senso con una o due parole, come gli disse Tondelli nel periodo in cui Tondelli aveva fortuna facendo proprio il contrario (quando in generale si pubblicavano tonnellate di parole, a volte quasi delatorie, per una manciata di senso). Anche la sua fragilità era rivendicata, forse all’insegna di quel verso stupendo di Vladimìr Holan che mi passò Nicolas Bouvier (autore pure molto amato da Giorgio): “Ciò che non trema, ciò che non vacilla, non è solido”. Solo ciò che è fragile è davvero solido.
   Sulla fragilità ha scritto Giorgio, molti anni fa:
   “C’è un racconto di Thomas Bernhard che amo molto. Parla di un carcerato che si alza di notte per scrivere dei racconti, delle storie. ‘Lo scrivere’, scrive Bernhard, lui lo chiamava ‘il mio passatempo’, e gli veniva come agli altri vengono i sogni, e come i sogni era fragile”. Leggo queste frasi dal testo di Giorgio sul pieghevole per la presentazione de L’ultimo buco nell’acqua a Roma, Teatro dell’Orologio, 1983. Così continua:  “Chiunque scriva sa perfettamente quanto questo stesso fatto, cioè l’estrema insicurezza, la fragilità di cui parla Bernhard, oppure pensare di non essere scrittori, il terrore di fallire qualcosa che sembra essenziale per la propria stessa vita, sia forse il motivo principale per cui uno scrive”.
   Il testo di Giorgio finisce con un apologo su una ragazza che in treno, davanti a lui, con gesto aggraziato si sfila il golfino che teneva sulla maglietta bianca. Lui la osserva, e pensa che esiste una parola per dire quella maglietta che si indossa sulla pelle, e forse anche il gesto di lei, l’atmosfera stessa che si è creata nello scompartimento, ma non la trova, pur cercandola per tutto il viaggio, pur sapendo che a partire da quella parola avrebbe voluto scrivere un racconto. Poi però pensa – e questo pensiero è una delle fulminazioni pacate di Giorgio, che non sfuggì a Luciano Anceschi (che ci propose proprio a partire dalla frase che ora dirò di tenere un corso sulla scrittura narrativa all’Università di Bologna, corso che naturalmente non tenemmo mai), “poi pensai - scrive Giorgio – “che potevo scrivere (probabilmente questa è una delle ragioni del mio andare verso la prosa,) anche se non trovavo, o mancava una parola”.
   Scrivere perché non abbiamo, non troviamo la parola giusta. Scrivere perché le parole ci mancano, scrivere perché non riusciamo a dire, e forse non riusciamo nemmeno ad amare, a desiderare, a chiedere, a prendere, e ancora a dire. Scrivere perché siamo inadeguati, scrivere perché siamo perduti, scrivere perché manchiamo. Questo Giorgio aveva imparato prestissimo a insegnare. Nel periodo in cui un altro scrittore, Raymond Carver, che come Cechov amavamo al punto di provare dei brividi alle sue pagine e alle sue frasi, nel periodo in cui la sua fama (di Carver) si era così estesa che si richiamavano a lui tirandolo per la giacca autori che vistosamente non avevano nulla a che fare con la sua umile sobrietà, intraprendenti autori che aprivano scuole di scrittura e giovani holding, Giorgio mi raccontò questo episodio di quando Carver insegnava scrittura creativa. A un allievo che gli chiedeva consigli su come finire un racconto, Carver così rispose: in qualunque modo vada a finire la storia, ricordati sempre di non far mancare il latte ai bambini, la mattina.

   Niente e nessuno mi toglierà dalla testa che questa frase, questo tono, questa semplice enunciazione etica, siano il tono, la voce, la verità intima e umana di Giorgio, dello scrittore Giorgio Messori.

(tutte le fotografie sono degli anni '80)

12/27/2012

"Brucia tutto ciò che puoi" (per Ledo Ivo, tradotto da Carlo Bordini)

La persona della fotografia qui a fianco è Carlo Bordini, grande poeta e grande amico, ritratto mentre sta leggendo per me una anzi due poesie di un poeta brasiliano che altrimenti avrei continuato ad ignorare. Si chiama Ledo Ivo. Le due poesie le traduceva impromptu Carlo stesso, dopo averle a lungo assaporate, suppongo. Ero così toccato dalle poesie, ma anche dall'offerta di Carlo (eravamo a tavola nel mio ristorante preferito a Monteverdevecchio, era giugno ed ero da poco stato dimesso dalla riabilitazione in seguito a un'operazione di "chirurgia maggiore"), che l'ho fotografato. Carlo dal canto suo leggendole si era letteralmente, fisicamente commosso mentre le leggeva.

Mentre mi trovo in India, ricevo la notizia della morte del poeta Ledo Ivo, del quale così scrive Carlo in un e-mail agli amici: "è considerato uno dei massimi poeti contemporanei del Brasile. Di lui è stato pubblicato in italiano Requiem (un poemetto ed altre poesie) per l'editrice Besa, nella traduzione di Vera Lucia De Oliveira. Io l'ho conosciuto quest'anno a Lima, al primo festival di poesia di quella città. Era amato da tutti e circondato da un'aura di sacralità. Mi ha regalato un libro di poesie tradotte in spagnolo pubblicato da un editore cileno. Ne ho tradotte un paio che vi mando".

Ecco, non voglio farla lunga, anche se un ricordo tira l'altro (e questo senso di epifania del ricordo, l'idea che ogni istante è già storico, è una delle definizioni del senso di scrivere poesie). Ecco la folgorante, bellissima poesia Brucia, tradotta da Carlo Bordini: ricopiarla e offrirla qui, da dove mi trovo ora, mi fa un ulteriore effetto, come un irradiarsi e prolungarsi di altri sensi, perché non posso dimenticare quanto il bruciare sia qui così importante da riguardare il corpo stesso del poeta, le sue spoglie. Bruciare, sinonimo di "dire la verità". Ringrazio il forte raffreddore che mi ha costretto in una stanza (fortunatamente dotata di wifi) per avermi dato il modo e l'occasione di testimoniare questa poesia, questi poeti, questa verità che (si) brucia.


BRUCIA (poesia di Ledo Ivo, traduz. di Carlo Bordini)

Brucia tutto ciò che puoi:
le lettere d'amore
le bollette telefoniche
la lista dei vestiti sporchi
le scritture e certificati
le confidenze di colleghi risentiti
la confessione interrotta
il poema erotico che ratifica l'impotenza e annunzia l'arteriosclerosi
i ritagli antichi e le fotografie ingiallite.
Non lasciare agli eredi famelici
nessun ricordo di carta.

Sii come i lupi: vivi in una caverna
e mostra alla canaglia delle strade soltanto i denti affilati.
Vivi e muori chiuso come una chiocciola.
Dì sempre di no alla scoria elettronica.

Distruggi le poesie interrotte, i bozzetti, le varianti e i frammenti
che provocano l'orgasmo tardivo dei filologi e glossatori.
Non lasciare ai raccogliori della spazzatura letteraria nessuna briciola.
Non confidare a nessuno il tuo segreto.
La verità non può essere detta.

e questo è Ledo Ivo:

2/08/2012

"Ma noi mangiamo carne" (un intervento di Carlo Bordini sul tempo presente)

Il poeta Carlo Bordini è un mio amico da tantissimi anni (l'ultimo post qui è sulle sue poesie messe in scena a teatro). Non tutti sanno che è storico di formazione (e di ex professione). Concidenza vuole che mentre trascrivevo l'intervista senza domande al "Valerio" leggibile qui: http://beppesebaste.blogspot.com/2011/12/v-per-violenza-ho-ventotto-anni-e-sono.html , con una nota su "L'insurrezione che viene", lui scriveva questo lucidissimo intervento per la rivista tedesca on line Experimenta su argomenti molto simili. Lo propongo con piacere ai lettori di questo blog, anche perché lo trovo bellissimo.

MA NOI MANGIAMO CARNE (di Carlo Bordini)

   Ottobre. In questo periodo, dopo la manifestazione del 15 di Roma, è in corso una polemica tra i sostenitori delle manifestazioni pacifiche, e una minoranza che sostiene e applica la violenza. Io penso che entrambi abbiano ragione, se non altro nel sostenere che i metodi degli altri sono inadeguati. I sostenitori delle manifestazioni pacifiche ritengono che rompere le vetrine delle banche, incendiare cassonetti, bruciare i blindati della polizia, e (ancora peggio) dar fuoco alle auto di semplici cittadini, non serva. E hanno ragione. I sostenitori della violenza ritengono che fare ogni tanto una grande manifestazione sperando che venga un governo migliore, non serva. E hanno ragione anche loro.
   Il fatto è che i giochi si svolgono altrove. Berlusconi sta per cadere, lo dicono e lo sanno tutti, ma tutti si preparano a un compromesso per formare un governo che sia in sostanza non molto diverso da quello che c'è adesso. E la situazione europea non è molto meglio di quella italiana.

   Dopo le violenze del 15, settori dell'opposizione e del governo, unanimemente, hanno proposto il ritorno della legge Reale, che fu promulgata negli anni '70. La legge Reale autorizzava l'uso delle armi da parte della polizia anche nei casi di ordine pubblico (leggi: manifestazioni). Autorizzava le perquisizioni anche senza il permesso dell'autorità giudiziaria. E gli arresti anche al di fuori della flagranza. Si calcola che la legge Reale abbia provocato 625 vittime. Le Brigate Rosse hanno ucciso 86 persone.
   Io personalmente non credo che sia giusto demonizzare coloro che applicano la violenza. Ci saranno tra loro infiltrati della polizia, ma questo è normale. Non mi scandalizzo nemmeno perché lì ci sono persone di destra, o gente che vuole soltanto picchiare, gente che va allo stadio. E' gente esasperata, lo ero anch'io, da giovane. Piuttosto il paragone con la fluidità, con l'intelligenza, con l'ubiquità degli Occupy Wall Street fa apparire rozzi questi settori che teorizzano la violenza, e allo stesso modo i neo-anarchici che stanno ricominciando a fare attentati.
   Spesso penso a un'opera di Brecht: La resistibile ascesa di Arturo Ui. Hitler poteva essere fermato. E non lo fu. Anche Mussolini poteva essere fermato. Anche Berlusconi, in Italia, poteva essere fermato. In questi anni Berlusconi è stato per cadere diverse volte, ed è sempre stato salvato, in varie occasioni, da un ex comunista.
  
   Novembre. Berlusconi è caduto. Il giorno delle sue dimissioni, sotto il Quirinale, erano presenti l'orchestra e il coro del movimento Resistenza Musicale Permanente (uno dei tanti movimenti antiberlusconiani) che ha cantato l'Alleluia di Händel. Successivamente Monti è stato accolto col consenso quasi generale della popolazione.
   La cosa interessante era che nessuno sapeva (tranne gli addetti ai lavori, e neanche loro tanto precisamente) qual'era il programma di Monti. Lui era il salvatore. L'accoglienza che gli è stata fatta mi ha fatto pensare all'accoglienza che fece Roma a Hitler nel 1938. Un mio amico, che sta scrivendo un romanzo e si sta documentando, mi ha detto che il popolo romano, che a quell'epoca era piuttosto povero, accolse Hitler come un Messia, con un entusiasmo delirante. Non voglio paragonare Monti a Hitler, ma solo mettere in rilievo il grado di fideismo, la proiezione che si fa su una persona in un momento di difficoltà. Mariano Rajoy ha vinto le elezioni in Spagna senza che si conoscesse il suo programma, perché lui aveva fatto una campagna elettorale generica, dicendo solo che con lui la Spagna sarebbe uscita dalla crisi. Di Pietro interrogò Monti, prima della sua elezione in parlamento, chiedendogli quale fosse il suo programma. Poi scrisse in un'intervista: io gli facevo delle domande e lui sorrideva. E non rispondeva.

   Dicembre. Il programma di Monti è quello dell'Europa, è quello che il FMI ha proposto a tutto il mondo in questi ultimi anni e che non ha ottenuto nessun risultato tranne quello di far arricchire qualcuno e di far impoverire tutti gli altri. Il consenso di Monti sta calando rapidamente. Sono ricominciate le manifestazioni e gli scioperi. I sindacati si sono nuovamente uniti. Molti economisti della sua stessa area lo hanno criticato. Non si tratta in modo particolare degli indignati, che in Italia non hanno dato per il momento un movimento costante e giornaliero come negli Stati Uniti e in Spagna, ma di una miriade di manifestazioni, picchetti, occupazioni in cui sono molto presenti i lavoratori e sono molto presenti anche le donne. Quello che gira nelle teste di molta gente e che appare ogni tanto su Internet o sui giornali è il fantasma dell'Argentina, che è riuscita a liberarsi, con una grande mobilitazione, al diktat del FMI che l'aveva messa sul lastrico, e ora si sta riprendendo. Più che un fantasma una suggestione. C'è una profonda disillusione e un clima di grande esasperazione.

   Quello che colpisce è che la situazione politica, in Italia e altrove, esprime una serie di paradossi, in cui tutti gli schemi precedenti vengono ribaltati, distrutti. La destra ruba le parole alla sinistra. Comincia a usare termini usati dalla sinistra, come ad esempio macelleria sociale. Norma Rangeri, sul "Manifesto", parla di "maionese impazzita", di "inversione di ruoli". Gente che ha giocato a palla con la democrazia, che ha fatto leggi elettorali catastrofiche, false, che ha imbonito i cittadini con promesse false e monopoli televisivi, oggi protesta e grida al golpe bianco. Personaggi squallidi e voltagabbana del governo precedente accusano il governo Monti di essere il governo delle banche. A Bologna Merola, sindaco della sinistra, ha fatto sgomberare immediatamente il cinema Arcobaleno occupato dagli indignados, mentre a Roma il sindaco neofascista Alemanno non ha avuto il coraggio di far sgomberare il teatro Valle, anch'esso occupato da tempo. Il paradosso dei paradossi è che ovunque si pretende di emendare i guasti del liberismo con misure liberiste. A livello internazionale si potrebbe porre come paradosso il fatto che il paese più pericoloso per l'Europa è la Germania, e non la Grecia. In Egitto le tifoserie delle due principali squadre di calcio del Cairo si sono unite per difendere la popolazione dagli attacchi dell'esercito durante le manifestazioni. Queste tifoserie hanno una lunga tradizione di scontri con la polizia. Il paradosso è che fino ad ora le tifoserie erano considerate qualcosa che esulava dal campo della democrazia, espressioni di estremismo di destra e di sinistra, mentre ora, "paradossalmente", fanno parte in Egitto di un processo che chiede la democrazia.

   Tutti questi paradossi dimostrano che i vecchi schemi non reggono, e gli indignados, gli Occupy Wall Street, fanno parte di questa rottura degli schemi. Non sono uno dei tanti movimenti di protesta. Ci sono almeno due elementi che li contraddistingono: il primo è la ribellione a ciò che il mondo sta diventando. Il secondo è la sfiducia nelle istituzioni che reggono la cosa pubblica, ed anche nei movimenti e partiti che si dichiarano all'opposizione. La ricerca di qualcosa di nuovo, quindi, di una partecipazione nuova, di una partecipazione reale, basata, soprattutto, sul rifiuto della delega; anche perché a differenza del passato non ci sono più punti di riferimento. La sensazione niente affatto errata è che le classi dirigenti e le classi privilegiate siano un blocco unico, con differenze tra loro non sostanziali e molto piccole.

   Se l'economia è globalizzata,anche i movimenti di protesta si stanno globalizzando. Dopo anni di stagnazione, ho la sensazione che sia già nata una nuova fase storica di eventi rivoluzionari. Credo che vadano considerati come un toto non solo i movimenti degli indignati propriamente detti o degli Occupy Wall Street, ma anche tutte le lotte di popolo nei paesi arabi, le manifestazioni in Russia, e tutto ciò che si sta muovendo nel mondo. Questa nuova fase, ancora acefala, ha potenzialmente una forza immensa. Non possiamo prevedere come, cosa ne uscirà; ma una cosa è certa: questi movimenti hanno carattere di urgenza. Siamo sull'orlo di un baratro: alla base di queste manifestazioni non c'è solo il fatto che i giovani non hanno lavoro e non hanno futuro; al fondo c'è l'idea che il mondo sta morendo, o, per essere più precisi, che il genere umano ha iniziato la sua autodistruzione.

   I problemi dell'epoca che viviamo hanno origine dalla caduta del socialismo reale. Dal fallimento dei regimi del socialismo reale. Nessun rimpianto per quei regimi burocratici ed oppressivi; ma la fine di un movimento antagonista, di un'oppressione antagonista, ha dato campo libero senza ostacoli alle forze del capitalismo, che, attraverso la cosiddetta globalizzazione, ha reintrodotto nel mondo la schiavitù, ha penalizzato i giovani, ha reso miserabili i popoli, ha dato un potere enorme alla finanza creando appunto quel divario tra l'1 e il 99 per cento di cui giustamente parlano gli Occupy Wall Street. Marx, tra l'altro, aveva previsto tutto questo.

   In Italia, secondo un recente sondaggio, l'80% della popolazione non ha fiducia nel mondo della politica. Nel Stati Uniti il 49% dei giovani ha una visione positiva del socialismo. Ma c'è qualcosa (forse la mia età) che mi rende pessimista. E' dal fallimento del socialismo reale, credo, che bisogna partire. Questo fallimento rappresenta un peccato originale che pesa come un macigno sulla testa di questi movimenti. In fondo, tutti i ragionamenti che dicono: noi siamo il 99%, voi siete l'1%, o, come ha detto recentemente un sindacalista italiano, noi siamo quelli che remiamo, voi siete i passeggeri, dovrebbero portare a una conclusione logica: l'abolizione della proprietà privata. Perché non è facile arrivare a questa conclusione? Proprio per il peccato originale del fallimento del socialismo reale (del suo fallimento, non della sua sconfitta, da cui ci si può riprendere). Lo stalinismo ha fatto più danni e più vittime del nazismo. Anche perché ha impedito a un movimento rivoluzionario di espandersi. Né l'esempio della Cina aiuta ad essere ottimisti... Né quello di Cuba, purtroppo. Né quello dei vari regimi socialisti che hanno vissuto esperienze effimere in Africa e altrove. In fondo, la forza assunta dai movimenti politici di estrazione mussulmana deriva dal fatto che questi movimenti sono nati sulle macerie di regimi socialisti fallimentari, e che il solidarismo precapitalista, di tipo feudale, che li caratterizza, finanziato, tra l'altro, dai proventi del petrolio, è apparso come un baluardo molto più efficace alla dominazione del capitalismo globale.

   Forse qualcosa che sta succedendo in America latina può essere portato come esempio di una mediazione positiva e interessante. Forse. Io sono rimasto molto colpito in ogni caso dall'importanza che viene data alla cultura e alla poesia in certi paesi latinoamericani. Mi ha dato l'impressione di una società ancora capace di investire in sogni, in speranze, in obiettivi futuri, anche in quel che di utopico che poi può portare a realizzazioni, mentre noi europei siamo rimasti rannicchiati nel tentativo di non perdere i vecchi privilegi che, in ogni caso, stiamo perdendo. La crisi economica del sistema USA-Europa è sistemica, non ha soluzione, e, per quel che riguarda l'Europa, non esistono paesi virtuosi e paesi non virtuosi; la crisi è partita dai paesi più deboli e non risparmia i paesi più forti, ha già attaccato la Francia e la Germania; e uno dei paradossi che vive la situazione attuale è appunto quello per cui oggi, per la tenuta dell'Euro, la Germania, con la politica della Merkel, è più pericolosa della Grecia.

   Certo, la rottura di tutti gli schemi può portare a situazioni teorizzazioni o contingenze imprevedibili. Ma io personalmente sono pessimista. Sono pessimista perché il fallimento di tutti i movimenti basati sullo storicismo mi ha portato a riconsiderare determinate categorie che possono essere raggruppate sotto il termine obsoleto di "natura umana". E lo studio della storia, tra l'altro, e in particolare il fallimento dell'esperienza sovietica e di tutte le sue diramazioni, mi ha confermato quello che oggi abbiamo sotto gli occhi: che c'è nell'essere umano un difetto di fabbricazione. L'unico nome che riesco a trovare a questo difetto di fabbricazione è un termine greco: Hybris, che in italiano viene comunemente tradotto con il termine "superbia". Da una frettolosa ricerca effettuata su internet ho appreso che Hybris è "la dismisura, la superbia e il superamento del limite. In Omero la parola si riferiva soprattutto alla disobbedienza e alla ribellione contro il principe; nelle epoche successive passò invece a indicare la sfida dell'uomo nei confronti degli dei". " ὕβρις è un termine tecnico della tragedia greca e della letteratura greca, che compare nella Poetica di Aristotele... Significa letteralmente "tracotanza", "eccesso", "superbia", “orgoglio” o "prevaricazione"". Ai nostri occhi moderni potrebbe significare la rottura di un ordine classico proprio della civiltà greca.

   Hybris esprime bene quello che ho in mente, e il fatto che secondo i Greci porti alla tragedia si attaglia bene alla situazione che stiamo vivendo, che è chiaramente quella si una lenta tragedia. Se si crede alla hybris che c'è nell'uomo di disvela l'ingenuità che è nel pensiero di Marx e forse più in quello dei marxisti: e cioè che una società razionale è possibile quando le forze produttive sono tali da poter assicurare la soddisfazione dei bisogni di tutti. "Quando ci saranno beni a disposizione per tutti, come oggi è possibile, non ci sarà bisogno di rubare, di prevaricare, faranno tutto le macchine, si potrà avere una società razionale e senza conflitti" (questa non è una citazione, è un sunto di quella che è stata un'opinione corrente). In nome di questa credenza si è combattuto per il socialismo e lo si è creduto scientifico, ma a quanto pare la storia non ha confermato questa teoria. Trotsky giustificò la nascita della burocrazia in URSS con l'isolamento e l'arretratezza dell'Unione Sovietica, ma alla luce di quanto è successo dopo (e anche alla luce di quanto è successo prima, se diamo un'occhiata alla storia) c'è qualcosa di più. In parole povere, non esiste limite all'avidità e alla distruttività umana. E' una pulsione inarrestabile, incontrollabile, irrazionale.

   Il termine "vita", vita organica, secondo una vecchia analisi letta in gioventù, significa che la vita è ciò che nasce, si riproduce e muore, e non può continuare a vivere se non distrugge altra vita. Cioè, se non "mangia". Gli esseri umani mangiano, come tutti gli altri animali; ma non si limitano a questo. L'avidità umana, a differenza di quella degli animali, è inarrestabile. E questo difetto di fabbricazione ci sta portando all'autodistruzione e che rischia di farci durare meno dei dinosauri. Forse, anzi sicuramente, è proprio la capacità creativa dell'essere umano lo strumento, il volano di questa distruttività insaziabile, la base che permette a questa avidità di soddisfarsi; ma sembra che non ci sia limite a questo. E in questo periodo sono superati tutti i limiti.
   Il potere si riproduce ovunque, in qualunque circostanza, in qualunque forma di assembramento o di relazione umana. Forse (lo dice qualcuno) anche all'interno degli attuali movimenti. C’è chi dice che all’interno dei movimenti già emergono nuovi leader che si sbracciano per ottenere visibilità: potrebbe essere vero o comunque verosimile.
   Tutte le rivoluzioni hanno avuto il loro bonapartismo. Questo è particolarmente chiaro oggi, dopo che le enormi forze e sforzi e tensioni della parte migliore dell'umanità hanno portato a risultati osceni e terrificanti. Tutte le rivoluzioni si sono concluse in grandi assestamenti storici che hanno portato alla creazione di nuove gerarchie di potere e di nuovi strumenti di potere. A cominciare dalla rivoluzione cristiana. La rivoluzione inglese, nata in nome di ideali quanto mai nobili, ha portato all'intervento dell'Inghilterra nella tratta degli schiavi, all'oppressione dell'Irlanda, ha segnato l'inizio dell'intervento inglese in India, e ha posto le basi dell'espansione del colonialismo inglese del Diciannovesimo secolo. La rivoluzione francese è sfociata in pochi anni nell'Impero napoleonico. E via discorrendo...
  
   Chi è potente vuole essere potentissimo. Chi è ricco vuole essere ricchissimo. Il dominio incontrollato e senza ostacoli del capitalismo finanziario sta portando il mondo all'autodistruzione. Il fallimento dei vari convegni sul clima è l'espressione più chiara di come questa violenza irrazionale non sia capace di porsi dei limiti. I No Global di Seattle, gli Indignados, gli Occupy Wall Street, tutti quelli che stanno cercando di lottare per la loro e altrui sopravvivenza scardinando i vecchi schemi, partendo da zero, cercando di creare nuove forme che non tengano in considerazione i vecchi movimenti "progressisti" di tutte le forme, sono i santi di oggi. Ma io credo che il genere umano può essere salvato solo da una nuova religione. Perché noi mangiamo carne.

   Forse, nel panorama delle rivoluzioni che si sono rivelate nuove strutture di potere, le uniche rivoluzioni che sono riuscite sono le rivoluzioni culturali. Per questo, io laico, ateo o sicuramente non credente, penso che solo una nuova religione, una religione senza Dio, che ormai è morto, una rivoluzione culturale laica travestita da religione, potrebbe salvare l'umanità. Ammesso che ciò sia possibile. E ammesso che ne valga la pena. Perché è solo a livello irrazionale che si potrebbe agire. In teoria, coi mezzi tecnici che ci sono, i problemi del mondo potrebbero essere risolti in una settimana. Io ti dono questo, tu mi doni questo. Io rinuncio a questo, tu rinuncia a questo. In Abruzzo, quando i guardiacaccia sono costretti a uccidere un orso, perché dà fastidio, penetra nelle case, è pericoloso, gli mettono in bocca un po' d'erba. Gli danno da mangiare. Gli chiedono scusa per averlo ucciso. Io ti uccido per non essere ucciso, perché devo mangiare, ma ti chiedo scusa. Gli esseri umani non chiedono scusa alla natura. Quello che è scomparso è il senso del sacro. Mettere un po' d'erba nella bocca di un orso è avere compassione, provare dolore per averlo ucciso. Sentire che in fondo la propria sopravvivenza è una colpa. La hybris è esattamente il contrario di tutto questo.

   L'idea della religione come nuova socialità, sostitutiva dell'idea del socialismo, è un ritorno al Medio Evo, in cui la sacralità del re fu la base per la formazione delle monarchie nazionali. Non è un bel vedere, ma è meglio della guerra atomica... e queste idee sono assolutamente inattuali. E per essere ancora più inattuale vorrei proporre il ritorno al sentimento di colpa. Sentire come una colpa non la trasgressione al dovere della castità, o dell'obbedienza all'autorità costituita, ma all'idea di rispetto. Rispetto per gli orsi, naturalmente.

2/04/2012

Vulcano, poesia a teatro

   Si apre con lo stupore del mare: “Il mare è grigio. Il mare si muove lentamente. Il mare è rotondo (...) Il mare è ciclico. Si noti: il mare c’è in tutte le stagioni. Per questo dico che è grigio, perché adesso è inverno (...)”. Teatro di parola, anzi di poesia (quelle di Carlo Bordini). Parla dell’amore appena sbocciato, oppure ricominciato, rewind: “Ciclicità, eternità, vastità e orizzonte”. Le orme sulla spiaggia “se sono irregolari, tanto meglio”. S’innesta nel monologo sui Gesti della splendida omonima poesia (“Persone i cui gesti tremano / un po’ / Persone i cui gesti sbagliati. (...) I gesti / rassegnati (...) I gesti consapevolmente / goffi, (...) I gesti che / sanno / che non c’è niente da fare...”). Siamo nella paludosa lussureggiante foresta dell’amore, aggrovigliata come i Nodi di Ronald Laing (ricordate? L’antipsichiatra inglese autore, tra l’altro, di Mi ami?”).

   Due attori e un’attrice (Michele Balducci, Emanuel Caserio, Claudia Vismara) tutti poco più che ventenni. Un uomo vestito di grigio e una donna vestita di rosso. L’uomo è affiancato dal suo doppio, come vuole forse lo sdoppiamento tra personaggio e poeta, o quello semplicemente nevrotico tra sé e sé. Un uomo e una donna che provano ad amarsi e a ininterrottamente fallire per fallire meglio, fino all’estinzione (di sé o dell’altro, è uguale). Come se l’uomo e la donna non pensassero mai la stessa cosa, anche quando pensano la stessa cosa. Tutte le poesie di Carlo Bordini abitano questo scarto abissale - luogo impossibile da cui scaturisce la poesia: l’alterità irriducibile, l’altro che è forse, innanzitutto, se stesso.
   C’è un capitolo nella biografia del poeta Bordini, svolta o scherzo del destino, che è anche il capitolo centrale di questa messa in scena di Virginia Franchi e Francesco Pontorno della parola amorosa: il poema Strategia, in forma di cronaca di un onirico incontro di pugilato. Il poema è stato scritto alla fine degli anni ‘70 – descrizione di un gioco al massacro cui non aiutano, anzi tutt’altro, anni di psicanalisi e consapevolezza. Chi lo mette in scena e lo fa proprio con indubbia partecipazione estetico-emotiva è una regista di 24 anni con attori suoi coetanei. Dolori e nevrosi sopravvivono agli autori-portatori dando risposte, o meglio domande, valide nel tempo. Confesso di avere provato una vertigine di commozione per questa epifania, poesia come eterno presente. Tornando a Strategia, ovvero a Vulcano, è la storia di un match impossibile. Cosa si vince? “Siete voi due la vincita”, dice l’allenatore. Fino all’esaurimento, poiché i due sono sempre fatalmente pari. “Ci eravamo abbracciati per non toccarci. / io ti tenevo tra le braccia e pensavo: / finché siamo così non possiamo colpirci”.
   In questo periodo di feconda riscoperta dell’underground italiano, mi piace ricordare che le poesie di Carlo Bordini, sparse in mille rivoli editoriali dagli anni ’70 a oggi, sono raccolte da un anno per l’editore Luca Sossella col titolo I costruttori di vulcani. Bella, sentita e perturbante questa trasposizione teatrale. Ma sentirle leggere dall’autore è ancora una bellissima esperienza.

Articolo uscito su l'Unità di oggi, sabato 4 febbraio 2012.
Vulcano va in scena al Teatro Colosseo, via Corno d'Africa, Roma, fino a domenica. Ma le date posso essere state canbiate per via della neve.

2/12/2011

Oltre il giardino

   Il poeta Carlo Bordini mi manda un suo testo lapidario che conoscevo già: Il Giudice deve andare in galera / disse il Ladro. Subito pensi a quelli che si riuniscono a Milano al Teatro del Verme (mai nome è suonato più appropriato) a protestare “in mutande” contro i magistrati a difesa dell’impunità del Capo. Profetico, ho detto naturalmente all’amico poeta. Come il finale del Caimano di cui oggi si parla, quasi cronaca in presa diretta. Ma riusciremo finalmente a parlare d’altro? Confesso: la non ultima ragione del mio odio (sì, è la parola giusta) per la pur tragica parodia da Banda Bassotti di 1984 di Orwell che è il berlusconismo, che da 15 anni ci distoglie da altri pensieri, è proprio l’impossibilità di curarmi di altri pensieri. Alla fine tutto rimanda a questo schifo di realtà quotidiana che la storia di Cetto Laqualunque illustra come documentario senza far ridere, anzi dandoci l’ansia. Se non sono stato testimone diretto di chi fregandosene dei boschi butta la sigaretta accesa dando poi le spalle all’incendio che divampa, è pur vero che nella città in cui vivo, quando si esce di casa, è quasi impossibile uscire dai marciapiedi perché le automobili stazionano abusive e impunite su strisce pedonali e spazi invalidi, e chi ha un neonato in carrozzina o un genitore invalido sulla stessa accetta la sconfitta e risale in casa. Ma chi si rassegna è complice, come per le migliaia di buche sulle strade, trappole mortali ai motorini, o i rifiuti che svolazzano e rotolano non dentro, ma nei pressi dei cassonetti. Piccoli berlusconi crescono, ignavi e ignari che l’incurante arroganza, l’ego maniaco insofferente a ogni regola o spazio pubblico, l’ossessione del proprio, del particolare, renderà di merda anche una vita agiata, se ristretta agli orizzonti del proprio zerbino, se lascia che vada in malora tutto il resto là, fuori dalla finestra, od oltre il giardino e il cancello di Arcore.

(rubrica domenicale "acchiappafantasmi", per l'Unità del 13/2/2011

7/09/2010

I costruttori di vulcani di Carlo Bordini

Come ho scritto in un blog (absolutepoetry), io sono troppo intimo per commentare Carlo Bordini - intimo alla sua poesia, al suo farsi, e a molti episodi della sua vita che hanno in qualche modo influito sulla sua poesia. Ma di questo sono sicuro: che la sua opera è una delle più alte di questi decenni, di una bellezza e di un’autenticità spesso acceccanti; che la sua è tra le poche opere di poesia che si leggono misteriosamente come un romanzo, cioè con suspence e passione; o, come mi ha detto lui spesso di Stendhal, che si può leggere anche in autobus. La sua poesia ha qualcosa in comune coi vulcani, in effetti: l’energia latente, esplosiva, tanto più intensa quanto apparentemente non erompe. Se Carlo Bordini fosse americano, o qualcosa del genere, i suoi libri sarebbero, ne sono certo, dei libri di culto. Ma siamo in Italia. E comunque sia I costruttori di vulcani è un libro magnifico, da leggere e rileggere.
Detto questo, il testo che segue è un articolo/intervista che già da tempo avevo fatto per Venerdì di Repubblica, e che per una serie di rinvii, ultimo dei quali lo sciopero odierno, sarà in edicola nel numero che esce in edicola domenica. Spero vi dia la voglia di andare a comprare questo libro.

Intervista a Carlo Bordini, costruttore di vulcani

Noi vi dobbiamo sembrare una strana categoria / un po’ folle e nebulosa / ed infida / anche...”. Così inizia e finisce, con una poesia emblematica degli anni Settanta usata come sigla (“poi venne la crisi di fine estate a quasi tutti noi”, e “questa discesa negli abissi / profondi di se stessi”), il libro che raccoglie 35 anni di lavoro di un grande poeta italiano, Carlo Bordini, col titolo (bellissimo) I costruttori di vulcani. Poesie 1975-2010 (Luca Sossella Editore).
Ci sono i versi introvabili degli anni in cui Bordini faceva parte di “Poesia nel movimento”, c’è il mitico poema Strategia (un attraversamento della follia occasionato dall’amore, visto come estenuante match di pugilato), i poemi Pericolo, Polvere, Sasso, noti al pubblico dei reading da Castelporziano in poi. Dei vulcani la poesia di Carlo Bordini ha l’energia latente ed esplosiva, cioè l’intensità, la potenza, l’apparente amenità (i vulcani, si sa, possono essere laghi o monti belli da vedere). Ma non dimentichiamone l’attualità: se un’eruzione in Islanda con la sua nuvola di cenere ha paralizzato il traffico aereo, in fondo i poeti hanno sempre saputo che basta una nuvola per fermare il mondo.
Bordini ha superato i settant’anni senza perdere l’aria di ragazzo svagato in scarpe da ginnastica, l’umorismo sornione e un senso acuto del grottesco (è autore di un esilarante Manuale di autodistruzione). Di ritorno da una serie di letture in Germania e in Serbia, è in partenza per la Francia, dove è stato tradotto, e un anno fa ha dato alle stampe per l’editore Sossella un delizioso librino di appunti di poeta viaggiatore in America Latina: Non è un gioco. “Al festival di poesia di Bogotà ho capito l’importanza della poesia nei paesi poveri alla periferia del mondo, il senso del sacro che la circonda e che non passa attraverso integralismi. Ogni società ne ha bisogno, ma in Colombia ho visto gente piangere ascoltando una poesia, anche soldati armati. Lì la poesia è sacra perché rientra nella ricerca del significato dell’esistenza. D’altronde è nei momenti più terribili della Storia, nei periodi di orrore, che prolifera la poesia. Come a Sarajevo durante l’assedio”. Io stesso, dice, “scrivo per dare ordine alla mia vita, per non impazzire”.
Sulla sua visibilità e invisibilità di poeta dice: “A parte che sono pochissime le figure notevoli nel campo della critica, credo che dipenda da una mia certa antiletterarietà (più apparente che reale) e da una mia supposta semplicità (anch’essa più apparente che reale). Ma confesso che non sono mai stato un campione di pubbliche relazioni. Il dato nuovo è che la mia poesia interessa ai giovani. Amo i poeti irregolari. Di quelli del secondo Novecento italiano soprattutto Roberto Roversi, Amelia Rosselli, Pasolini”. “La critica letteraria italiana - continua Bordini - è ancora legata all’idea che in poesia esistano materiali nobili e materiali ignobili - idea superata da decenni in ogni altro campo artistico, dove vale la contaminazione. La poesia da noi è ancora aulica, prevale l’elemento apollineo su quello dionisiaco. Il più grande poeta italiano, Dante, in Italia è isolato. Grandi e pensosi poeti del Novecento come Eliot e Pound hanno imparato l’italiano per leggere Dante, i poeti italiani quasi lo ignorano, a parte Pasolini”.
Il che ci riporta al legame tra poesia e inferno, l’orrore in cui la poesia si diffonde come epidemia buona. La sua, che dice la disgregazione storica e umana con stile apparentemente disgregato, è una poesia dei nervi spezzati, con tratti di moralità “stoica”, coincidenza tra stile di scrittura e stile di vita. Imparentato sia con un certo Dante che con un certo Raymond Carver, le parole che più mi vengono in mente sono quelle del capolavoro di William Burroughs, “il pasto nudo”, che potrebbero benissimo designare l’esperienza profonda e rischiosa della poesia. “Un grande artista – dice Bordini - è quello che decide di fare un viaggio, un viaggio all’inferno e in paradiso. Per fare questo libro come un’opera organica ho tolto delle poesie che non ho potuto metabolizzare, seguendo un’arte del mosaico, o meglio del puzzle. Ho voluto fare un libro cattivo, a volte feroce, con poesie che emergono come punte che feriscono”.
Gli acumina, le “punte” che feriscono, sono storicamente il connotato della poetica stoica, del suo stile morale – senza dimenticare che la stessa parola “stile” (stilos) indica in origine un coltello. La poesia Epidemia è tra quelle indicate come le più cattive. Parla della fine del mondo in tono pacato, ma “nasce come una maledizione, io vi ho scritto esattamente quello che pensavo, come un omicidio o un suicidio rituali”. Fatta all’epoca dello scandalo bio-politico della “mucca pazza” e del massacro del G8 a Genova, l’autore adopera frasi di giornali sostituendo alla parola “mucche”, abbattute perché infettate dal morbo, la parola “schiavi”. Bordini usa spesso la tecnica del collage, inserendo testi altrui, come certe avanguardie visive del Novecento. Non a caso ama il pre-surrealista Guillaume Apollinaire, con cui condivide una non appartenenza. La poesia di Bordini rientra insomma in una “strana categoria”, quella dell’intensità libera, del non codificato, del senza requie, del vulcano agli antipodi dell’ideologia.
“Io non scrivo, sono scritto. Ho imparato a diffidare delle ideologie e del senso del dovere, la realtà è infinitamente più grande, vera e libera del pensiero. Se esaminassimo tutta la letteratura civile degli ultimi 150 anni, scopriremmo che funziona solo chi, fuori dagli schemi, porta in sé un elemento di eresia”.

(da Venerdì di Repubblica del 9/7/2010 - in edicola domenica 11 luglio)

4/26/2009

La poesia non è un gioco, è politica (acchiappafantasmi)

Qualche giorno fa ho partecipato alla presentazione di un piccolo, sorprendente libro: Non è un gioco. Appunti di viaggio sulla poesia in America Latina. Autore il poeta Carlo Bordini, editore Luca Sossella. Assieme a me una docente di letteratura ispanica, la colombiana Martha Canfield. E principalmente di Colombia (oltre che di Argentina ecc.) parla il libro - una raccolta di appunti, dispacci, cronache a partire dal Festival di Poesia di Medellin cui Bordini ha partecipato in rappresentanza dell’Italia. Il nocciolo della questione è questo: in quelle realtà periferiche dove la vita è feroce, dove la crisi finanziaria c’è già stata o è da sempre immanente; in quei Paesi devastati dalla shock economy, dove denaro e scambio economico sono finiti e falliti, si staglia nitido e coinvolgente lo scambio affettivo e caloroso di parole il cui ascolto coinvolge il corpo, e dove “ci si aggrappa a quello che resta di umano nell’umanità”. Il libro di Carlo Bordini ci mostra una realtà in cui poesia è la forma condivisa più alta di comunicazione, o meglio, la comunicazione per essere tale è poesia: che si ascolta alla radio o in raduni da concerto rock. Ai poeti si chiede inoltre (lo fanno anche soldati armati) di raccontare la loro esperienza, come se fossero testimoni e portatori di una comunicazione col sacro, appunto, cioè con la vita vera.
Non so se un visitatore straniero a metà degli anni Settanta in Italia, all’epoca dei reading di poesia sparsi dovunque (prima però di Castelporziano) avvertisse in piccolo qualcosa di simile: una condivisione comunitaria di parole libere e gratuite, un “poeticamente abitare” (Holderlin) agli antipodi dell’alienante regime pubblicitario che grava oggi sui nostri corpi e svilisce ogni parola. La poesia non è un gioco, ma in un programma politico (altri direbbero utopia) lo sarebbe.

(uscito su l'Unità di domenica 26 aprile)

2/10/2009

Cahier de doléance (3... 4... poesie) (non è un gioco ma può continuare)

Dicono che la polizia si spartisca la cocaina
ma questo non si può dire
dicono che la polizia ti gonfi [di botte]
se sei straniero
o [che] ti perseguiti
se hai i capelli lunghi o se sospetta
che hai fumato
ma (e) intanto si spartiscono la cocaina
Tante cose non si possono dire ma questa
E’ soltanto una poesia

Carlo Bordini


Dicono che un criminale si spartisca i poteri
ma questo non si può dire
dicono che il Parlamento sia gonfio [di manigoldi]
ma noi siamo rimasti stranieri
estranei o perseguitati [abbandonati]
con desiderio d'amore sebbene sospettiamo
che sia il caso di andarsene [per sempre] talvolta
ma (e) intanto si spartiscono le nostre abitudini
Tante cose non si possono dire ma questa
E’ soltanto una poesia

Luca Sossella


Dicono che chi è al potere si spartisca la Storia
il cibo l’acqua il lusso la vita [stessa]
ma questo non si può dire e se lo dici
è uguale [e] diventi subito fantasma
straniero clandestino perseguitato
e [senz’acqua]
intanto si spartiscono la nostra vita e la nostra
morte
Tante cose non si possono dire ma (e) questa
E’ soltanto una poesia

Beppe Sebaste

Dicono che i poeti si spartiscono la bellezza
ma questo non si può dire
perché ne rimane comunque tanta
(e) loro restano comunque affamati da morire
stranieri clandestini perseguitati
e per le strade vedi solo polizia
criminali ammantati di poteri
manifesti gonfi di merci e manigoldi
clandestini (senza terra)
capelli lunghi e fumati
Tante cose non si possono vedere ma questa
E’ (soltanto) una poesia

Anna Mallamo