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8/07/2013

La grande mollezza (frammento eliminato dal romanzo che sto rivedendo, nonché pezzo che nessun giornale, credo, pubblicherebbe)



   Meno male che Pasolini lo avevano già ammazzato, lui che aveva la mania della verità. Chi si sarebbe immaginato di provare nostalgia della Democrazia Cristiana, dello stile manieristico e andreottiano nell’esercizio del potere - che visto da qui riluceva come età d’oro di un umanesimo perduto? Negli ultimi quindici anni anche guidare le automobili emanava un’arroganza prima inconcepibile, “comunista” era un insulto verso chi ricordava di fermarsi col rosso, mettere la freccia, lasciare il posto agli invalidi o alle strisce pedonali. Prepotenza e disprezzo venivano ostentati, ogni violenza era passata prima attraverso aggressioni rovinose al linguaggio e allo stile. Ma chi criticava tutto questo era ormai uno sfigato acrimonioso, e fare le cassandre o andare contro corrente rendeva sgradevoli perfino a se stessi, come avere l’alitosi o la fama di portare sfiga. Opporsi spingeva alla solitudine e all’infelicità (non che qualcuno fosse davvero felice).
   Il premier era il grande alibi di tutti (che fosse o no in carica, era sempre lui il premier): meglio quindi che fosse ladro, corruttore, puttaniere, magari stupratore di minorenni. Si era nascosto nella politica grazie ai suoi miliardi, a loro volta frutto d’illegalità, corruzioni e contaminazioni mafiose, per evitare di fallire e di essere incriminato. Aveva continuato da politico ad arricchirsi illegalmente, e anche a farsi beccare dalla legge. Ma essendo diventato un politico, anzi un primo ministro, si dichiarò perseguitato da giudici “politicizzati” e pretese di esserne immune.
   Naturalmente era il contrario, era lui che politicizzava ogni accusa o testimonianza giuridica, anche se veniva colto in flagranza di reato - corruzione, evasione fiscale, abusi di potere, imbrogli, sfruttamento della prostituzione o altro. La flagranza di reato era una palese intrusione dei giudici prevenuti, prova evidente del suo essere perseguitato. Perseguire ladri e corrotti era un inaccettabile abuso di potere. Occorreva riformare la giustizia.
   La “politica” stessa, salvo quella esercitata da lui, era una pratica squallida da bandire dagli orizzonti del popolo. Ogni critica alle sue azioni era ostacolo all’esercizio della sua provvidenziale attività. Pretendere che si assumesse la responsabilità morale e penale dei suoi atti, come chiunque altro, era un’idea ingiuriosa, come l’esercizio insolente della giustizia e l’incredibile pretesa di contrastare la sua immunità. Era il solo vero problema del Paese, detto anche “comunismo”. Fondamento della sua immunità era una sacra tautologia, tutt’uno con la sua immensa e mai spiegata ricchezza (prova inconfutabile, in altri tempi, della benevolenza divina), e il suo successo elettorale che era inseparabile dalla sua immensa ricchezza, comprensiva della proprietà di quasi tutti i mezzi d’informazione, televisioni soprattutto. Fondamento della sua attività politica era la cooptazione di sudditi e servi a seconda del momento - calciatori e giudici, suonatori e senatori, mignotte e ministri/e, giornalisti.
   Beata impudenza totalitaria, beata criminale noncuranza, beata tautologia partecipata! Ci si poteva perfino chiedere se, com’era successo con Andreotti e il fascismo democristiano, si sarebbe potuto sentire nostalgia, un giorno, per questo fascismo anestetico e pubblicitario da fantascienza anni Sessanta, da Joker di Gotham City - che inglobava, manipolava e azzerava tutto, anche l’opposizione (quando c’era), anche gli avversari (se ce n’erano), anche (per esempio) la storica casa editrice Einaudi, luogo in cui un tempo venne elaborato il migliore antifascismo italiano.
   Quando l’opposizione casualmente arrivò al governo, ovvero lo schieramento politico detto “di sinistra” (o meglio, politicamente più corretto, “diversamente di destra”), quando si trovò a gestire il Paese quasi inciampando su se stessa, si comportò nei confronti del governo precedente allo stesso modo in cui questo si era comportato con la camorra nella gestione dei rifiuti tossici in Campania: legalizzando le sue discariche abusive e rendendole magicamente “di Stato”, militarizzandole con divieti e soldati per evitare ogni controllo democratico da parte di cittadini e di giudici. Ecco così che, ritiratosi in parte dall’esercizio del potere il ricchissimo premier alle prese coi giudici “politicizzati”, l’opposizione diventata governo (che ormai da tempo non voleva essere chiamata “di sinistra”) legalizzò uno dopo l’altro i disastri criminali, le violazioni alla democrazia, le leggi a beneficio dei potenti e tutti gli altri violenti scossoni volti ad abbattere la re-pubblica, precedentemente compiuti dal capo dei pubblicitari e dai suoi ministri.
   Tutto, l’opposizione divenuta “governo”, ratificò e mantenne come parte acquisita e modernizzata dello Stato, come riforma, come se subentrasse a se stessa, non a un governo a cui si era opposta. Ignorò quindi totalmente i propri elettori, che per anni avevano manifestato con disperata energia contro quelle leggi, quell’erosione della re-pubblica, quei tagli alla scuola, alla salute e alla vita, contro quella dismissione della democrazia, quel vertiginoso aumento della povertà e lo smantellamento di tutto ciò che era sociale e bene comune, dalle panchine ai teatri al mare al sapere, contro la guerra ai poveri per aiutare i ricchi, contro tutta quella barbarie. Le priorità erano altre, disse l’ex sinistra diventata di governo, erano sempre altre - evitare nuove minacciate recessioni economiche, nuovi tagli, nuove povertà, nuovi baratri; difendere i diritti era guardare al passato e invece bisognava guardare avanti, occorreva tassare i poveri per dare soldi alle banche che perdevano profitti.
   In altre parole, non potendo e non volendo più fare l’antifascismo o difendere la democrazia e la repubblica, la nuova "sinistra" (diversamente di destra) ebbe l’idea geniale di legalizzarlo, il fascismo, di renderlo altro, con un guizzo da pubblicitari (alla Berlusconi), cioè semplicemente cambiando le parole (“se le Fiat non vendono - aveva detto anni prima il premier - chiamiatele Ferrari”). Se fascismo non suona bene, chiamiamolo governo di necessità.
   Fu questo circolo vizioso, autentico capolavoro orwelliano, a realizzare il primo e più audace totalitarismo democratico, un potere esercitato con l’avallo di un’intera classe politica, anzi di un intero Paese - con l’avallo quindi di ognuno di noi, e in assenza soltanto, diciamo così, di rompiscatole patologici come Pier Paolo Pasolini, l’originale essendo stato per sua fortuna già ammazzato più di trent’anni prima. Tutti, intellettuali compresi, anzi soprattutto gli intellettuali e gli scrittori, eravamo stanchi, e fare opposizione contro cose grosse ed evidenti, sì, ma così molli, era volgare e noioso, se non da sfigati.
   Il Presidente della Repubblica, un tempo membro del glorioso Partito comunista ma ormai irriconoscibile, arrivò a dichiarare che “la continuità di governo è un elemento essenziale”. A futura memoria, scrissi che non ero d’accordo per nulla col suo operato, e pensavo che il livello di bassezza morale e politica in cui era sprofondata l’Italia negli ultimi anni fosse più grave di qualsiasi crisi economica, alibi per ogni continuità e ogni involuzione della re-pubblica. Cos’altro poteva accadere ad esempio nella povera e corrotta Grecia oltre alla prostituzione di massa che, da anni, noi praticavamo per primi? Gli Italiani non erano già un popolo di escort?
   Ma la cosa più grave era che avevo ormai paura ad esprimere quello che pensavo davvero, e l’avevo anche adesso.

2/19/2011

Il regime della stupidità

   Che il berlusconismo (regime politico e semiologico fondato sulla pubblicità, quindi sul denaro, il potere, l’egoismo, il successo, il glamour, la prostituzione e la stupidità rivendicate come valore) non sia solo, come dice il Financial Times schifato, una specie di dittatura nordafricana, ma una categoria dello spirito che colonizza la mente anche di chi si crede lontano, lo dicono i criteri di spettacolarizzazione e promozione culturale in vigore anche a sinistra: dalle liste elettorali modello Veltroni (Calearo lo scelse lui; ma voleva anche Veronica Lario) alla scelta e promozione dei libri.

   Ho tentato di leggere un “romanzo” edito dalla gloriosa Transeuropa col titolo Seventy Sex (parla ovviamente di sesso e anni ‘70), scritto da una donna che si firma con lo pseudonimo di Janis Joyce. L’editore e l’autrice hanno inventato un concorso per scoprirne l’identità tramite indizi leggibili fotografando col cellulare un codice stampato in copertina. E fin qui si capisce che il target pubblicitario sono giovani tecnologizzati, che però dovrebbero anche conoscere (Janis) Joplin e James (Joyce), anche se il “romanzo” non ha nulla delle sperimentazioni linguistiche e narrative dell’autore di Ulisse, né tanto meno della grazia e del generoso erotismo della cantante di Just a little bit harder. Il peggio sono gli indizi (10 frasi) che l’autrice dà su di sé: “Ho sposato l’amante della moglie dello zio di Carla Bruni”. “Sono la cugina dell’ex marito della cugina di Alain Elkann”. “Il mio primo marito ha passato una lunga notte di Natale con quella che sarebbe diventata la prima moglie di Sarkozy”... Ecco, mi fermo qui, come mi sono fermato a leggere il piatto, anestetico elenco di masturbazioni e scopate, quasi che il sesso lo avesse inventato lei. Quanto all’identità dell’autrice, non ho dubbi che l’abbiate capita anche voi: ma non la diciamo perché, temo, si offenderebbe. Altrimenti, rileggete qui in alto.

(rubrica "acchiappafantasmi" de l'Unità di domenica 20 febbraio 2011)

12/12/2010

Rodotà o Renzi? Sulla retorica giovani contro anziani


   Alla bella manifestazione di ieri, in difesa di valori agli antipodi del berlusconismo, come la scuola pubblica, c’erano molti giovani e moltissimi anziani e non si distinguevano tra loro. Perché lo dico? Perché è dai primordi del lamento contro la “gerontocrazia”, e la pretesa che i giovani debbano scalzare gli anziani, che vorrei scriverne. Il via me lo dà un cartello visto a San Giovanni: “Se i giovani sono come Renzi meglio i vecchi”. Renzi è il sindaco Pd di Firenze che vuole “rottamare” gli anziani, ora famoso anche perché ricevuto ed elogiato dal “catacombale” primo ministro non a Palazzo Chigi, ma nella reggia privata di Arcore.
   Una volta, di fronte alla retorica contro i vecchi, ho parlato a dei giovanissimi amici di Pietro Maso. Chi è? Cito per comodità da Wikipedia: “è il protagonista reo confesso di uno dei più clamorosi casi di omicidio a sfondo familiare della cronaca italiana. Aiutato da tre amici, il 17 aprile 1991 nella sua casa di Montecchia di Crosara uccise entrambi i suoi genitori servendosi di un tubo di ferro e di altri corpi contundenti tra cui spranghe e un bloccasterzo. La motivazione era intascare subito la sua parte di eredità. Condannato a 30 anni di reclusione, a ottobre 2008 ha ottenuto il regime di semilibertà”. Ricordo l’efferatezza di quel duplice omicidio in provincia di Verona, il primo dell’horror italico dei delitti nelle villette. Gianfranco Bettin vi dedicò un libro: L’erede. Una storia vera. Ma più di tutto colpirono i moventi: Pietro Maso non era in conflitto con i genitori, non opponeva ai loro una diversa visione del mondo, un diverso orizzonte di valori, anzi: voleva semplicemente prendere il loro posto, usare le loro carte di credito e l’automobile, e vivere da solo nella loro villetta. Certo, la mia era una provocazione, però il paradigma è chiaro. Ora, tanto per sapere: cambiereste un Rodotà con un Renzi?

3/21/2010

Il popolo senz'anima. Frammenti dalla marcia su Roma

(questa cronaca della manifestazione di ieri del "popolo della libertà" è uscita oggi su l'Unità - e fa il paio con la mia rubrica sulla pagina delle culture)

E’ il Giornale di Feltri sottobraccio il mio passepartout, con la gigantografia di Berlusconi e una grafica anni Sessanta che chiama “tutti in piazza” a caratteri cubitali. E li vedo, i frammenti di questo popolo che si mette in piazza, che mi piove incontro a grappoli scendendo verso San Giovanni la via Appia Nuova, mentre io vado incontro al corteo. Guardo l’umanità di questo popolo che non riesce ad essere comunità, frammentato e un po’ alla deriva, pur unito dalle parole d’ordine. Non è disagio che provo. Ho sentito, per questa umanità sparpagliata avvolta nelle bandiere di “Berlusconi Presidente”, annodate dietro come immensi bavaglini, per questo popolo degli ipermercati e delle tv commerciali, facce non belle, non solcate da pensieri o da dubbi, un'immensa tristezza. Uomini che scherzano come italiani in gita, donne dal volto imbronciato, anziani sperduti con la bandiera in mano avvolta nell’asta.
Prima, a San Giovanni, ho visto i primi indolenti corpi seduti alla bell’e meglio di fronte al megapalco, l’aria di chi aspetta che inizi lo spettacolo. E, prima ancora, al punto di partenza dell’altro corteo di fronte alle Terme di Caracalla, un nugolo di blazer blu, in forte contrasto con altri dall’aspetto dimesso di disoccupati che si affrettavano con le bandiere bianche e azzurre nei pressi del Colosseo. Ho chiesto, per interloquire, a due signori di mezz’età: la via Appia è quella dietro gli archi? “Sì, ma perché ci va?”. “Vado incontro al corteo”. “Beh, giusto, ha ragione”. E come per giustificarsi: “Noi siamo venuti per una scorciatoia”. “A noi ci frega la panza”, aggiunge l’altro. E giù a ridere entrambi. Siamo complici, anche se io ho fatto la figura di bravo militante. Ho risalito quindi l’Appia sotto un cielo livido, da cui scendevano gruppetti, famiglie, comitive col nome della città sul cartello, transfughi dal corteo.
Mi fermo nel giardino di Piazza Re di Roma. Un gruppo con lo striscione del Polo della Libertà su cui campeggia la parola Padova è in posa per farsi delle foto. Alcuni, mentre bevono, giocano a spruzzarsi con la fontanella. Tutti di Padova?, chiedo. Sì, risponde uno con orgoglio. Finita lì. Mi siedo su una panchina dove c’è una coppia dall’aria stanca, la bandiera ripiegata in mano. Chiedo alla donna vicino a me di dove siano. Sardi, risponde. Ma il viaggio ve l’hanno pagato? “Io abito a Roma, dice lei, ma agli altri e ai miei parenti sì, certo”. Lo stesso mi diranno dalla Puglia o dal Piemonte. Il corteo finalmente arriva, preceduto da altri filamenti regionali del popolo della libertà. Ma chi è questo popolo, perché lo conosco e al tempo stesso non lo riconosco? Cerco nei volti dei miei vicini di casa, di treno, di autobus, di spiaggia. Ma è proprio l’Italia di questi ultimi vent’anni, e mi è molto difficile dire la verità di quello che vedo e sento: tranne ricordarmi l’infelice dichiarazione di un esponente del Pd, quando disse che occorreva perdere la vocazione pedagogica del Pci, e “andare incontro alle aspettative della gente”. Quali aspettative? Non c’è ideologia, non c’è nessuna idea, solo il riconoscersi nel Capo. Finché, nel corteo, tra il drappello dei giovani neofascisti, Giovane Italia e altre sigle, leggo questo cartello: “Nati con Berlusconi /cresciuti liberi”. E’ vero: un popolo neonato, senza memoria, non parlano nemmeno tra di loro, è il popolo dei parcheggi asfaltati degli ipermercati la domenica invece di andare a mare, il popolo di quei reality televisivi in cui uomini e donne facevano finta di litigare per il pubblico, mettendosi in piazza, letteralmente. Sono gli uomini dei nuovi Bar Sport e dello stadio, sono “la gente”. Il popolo nella sua forma più vera e cruda, che può riversarsi ovunque, anche negli spettacoli dei gladiatori al Colosseo. Il popolo di questa nuova iperreale e innocua marcia su Roma (anche se mi viene imperiosamente voglia di rileggere la descrizione di Emilio Lussu di quella del 1922). Un popolo che si riversa a San Giovanni silenzioso, tranne l’unico sprazzo di voce dei giovani fascisti, slogan contro Di Pietro e i magistrati (“Tonino spia / servo della Cia”; o anche, ripetuta a canzoncina, “mettila in culo / la sentenza”); oppure, il più brillante, “Bonino vattene via”. Sul palco, tra i primi politici, ci attende musica altissima tra la discoteca e Broadway. O fordse è solo musica da crociera. Mi allontano con le note festose e congelate di I love you tender. Lo spettacolo del Capo sta per cominciare.

3/20/2010

La vendita delle illusioni

Le illusioni sono sacre, dal cinema al Superenalotto, dai corsi di scrittura creativa alla politica, passando beninteso per tutte le fedi religiose. Benjamin Constant, fondatore del liberalismo, scrisse che la superstizione è religiosità pragmatica. Jorge Luis Borges le chiamava “finzioni in cui credere”. Ma cosa distingue una “fede” o un’adesione politico-ideologica da una circonvenzione di incapace? Dopo l’arresto a Roma di un santone stupratore si fa di nuovo un gran parlare di sètte: vi ricordate Vanna Marchi, la “regina delle televendite” arrestata per truffa? Alcuni anni fa su questo giornale pubblicai un appello per la sua liberazione.
Vanna Marchi fece sognare circa 350mila persone tra il 1996 e il 2001. Silvio Berlusconi ha fatto sognare milioni di italiani con lo stesso medium (la tv), per quasi 30 anni. Se è innocente quest’ultimo, argomentai, vale l’innocenza anche per Vanna Marchi. Signore incontrastato delle televendite, Presidente del Consiglio e proprietario di innumerevoli Aziende, tutte le attività in cui si è impegnato, dalle televisioni alle assicurazioni, dal calcio alla produzione alla distribuzione film, fino alla residenziale Milano 2, hanno a che fare con le “illusioni”. Egli è il “Maestro dei Sogni”, come titolava un romanzo popolare americano. Ma basta la proprietà delle concessionarie di Pubblicità per affermare che egli è maestro, nel senso di padrone, della facoltà di illudere il popolo italiano.
Chi accusò Vanna Marchi di pubblicità ingannevole, estorsione, truffa e circonvenzione era in possesso delle proprie facoltà quando le telefonava per chiederle unguenti, cosmetici, amuleti, numeri del Lotto e riti magici per cacciare il malocchio, proprio come gli acquirenti dei gadget relativi a Padre Pio o gli adepti di Scientology, o come i fan del cantante Silvio Berlusconi. Ci pensino, quelli dell’ultima marcia su Roma.

(rubrica "acchiappafantasmi" - in uscita su l'Unità di domenica 21 marzo)

3/06/2010

Decreti legge urgenti (nel centenario di Ennio Flaiano)

Ecco alcune tra le tante proposte di legge di elettori e rappresentanti eletti del Popolo della Libertà che saranno tradotte presto in decreti da far firmare al Capo dello Stato:
“Ieri sera ho fatto tardi e tornando a casa non ho fatto in tempo a comprare il latte. Chiaramente la mia famiglia è stata fortemente penalizzata per la colazione di stamattina. Chiedo quindi al Presidente un decreto legge per l’apertura continuata dei lattai in modo che non si ripetano fatti così gravi e lesivi per la libertà individuale”.
“Essendo scaduto il termine delle iscrizioni alle scuole, fissato arbitrariamente da una legge antidemocratica, chiedo al Presidente una speciale e doverosa proroga in forma di decreto urgente (per l’iscrizione di mio figlio, non per quella di altri) in quanto la mia famiglia e io siamo a sciare a Cortina per prolungamento della settimana bianca”.
“Al Presidente della Repubblica: prego firmare questo decreto urgente appena redatto sul mio iPhone onde far tornare indietro a prendermi il treno Eurostar delle 8,10, partito sfacciatamente a quell’ora senza aspettarmi. Stavo finendo la colazione al bar della stazione e il cappuccino era bollente”.
“Al ritorno da un viaggio in barca apprendo che la gara d’appalto per l’edificazione della Caserma dei Pompieri e l’Ospedale di Quaggiù è stata chiusa e aggiudicata ad altri. E’ una chiara limitazione illiberale e quindi è urgente un decreto per l’immediata riapertura della gara, non avendo la mia società, che è la migliore, potuto partecipare. ‘Non sarà uno scoglio ad arginare il mare!’”*.
Mentre molti simili provvedimenti aspettano la firma in Quirinale, cogliamo l’occasione per ricordare, nel centesimo compleanno di Ennio Flaiano, una delle sue frasi più illuminanti e definitive: “Essere italiani è una fatica inutile”.

*E' il ridicolo slogan, mutuato da una canzone di Lucio Battisti, declamato da Renata Polverini e suoi seguaci nella manifestazione a Piazza Farnese contro le regole elettorali, pochi giorni fa.
(per l'Unità di domenica 7 marzo 2010, rubrica "acchiappafantasmi")

6/11/2009

new italian epic


Origine: www3.picturepush.com