Confesso di non sapere se sono favorevole o contrario alla guerra contro la Libia di Gheddafi, e rivendico la mia incertezza. Penso anche che la politica sarebbe bella se le posizioni in campo fossero solo queste – far ricorso alla guerra solo per proteggere le popolazioni contro i dittatori, o ripudio assoluto, perché una guerra giusta è come uno sciopero della fame contro l’anoressia. Ma nella coalizione di chi bombarda c’è chi ha condiviso fino a oggi valori e stile di vita del dittatore e anzi lo rimpiange, e tra i più volonterosi trapela dietro lo slancio democratico un conflitto di interessi coloniale. Marx ci insegnò a leggere il motore materiale della Storia, le strutture economiche che si ammantano di sovrastrutture ideologiche e religiose. Eppure sarebbe anche bello se la religione, qualunque sia, si opponesse alla realtà in nome dei suoi valori irriducibili, invece che adeguarsi all’esistente. “Speriamo che si svolga tutto rapidamente, in modo giusto ed equo”, ha detto l’arcivescovo di Genova e presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, prendendo atto dei primi bombardamenti. Frase che mi ha fatto dolorosamente pensare (lo dico da laico) al rischio di eclissi di quel sublime mistero che la religione preserva, e che in definitiva è l’etica, quella delle prescrizioni non negoziabili, quella del “non uccidere”. Se la politica, le umane gesta e gli umani gesti, non deve coincidere con essa (lo Stato etico è il fascismo), non dimentico il bellissimo striscione delle donne all’epoca di quelli, banalmente maschili, contro la Nato – “Fuori la guerra dalla Storia” - e sento la mancanza di una critica vertiginosa, quale quella teologica, senza di cui il reale è deprivato non solo di alterità, ma di orizzonti: il mondo come un immenso flipper di cui siamo le palline che rimbalzano, tra fondamentalismi e terrorismi, tra dottor Stranamore e miliardari for ever.
(rubrica "acchiappafantasmi" per l'Unità di domenica 27 marzo 2011)
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3/26/2011
2/11/2009
Lottare contro Tu-sai-chi e i suoi Mangiamorte
Nei giorni scorsi le tante voci su Facebook hanno oscurato le loro foto, tanti quadratini neri per protestare contro l’oscurantismo. Ma dopo la morte di Eluana “è un giorno bianco, su cui scrivere. Un’altra forma di lutto per l’Italia comatosa”, ha scritto Anna M. (nom de plume, manginobrioches). A chi scrive di sentirsi “come un Palasport dopo un concerto dei Sepultura” (Andrea Bruni), lei replica di sentirsi “come una sepultura su cui hanno costruito un Palasport”. Quale immagine più calzante per l’Italia berlusconiana, ateo-clericale? C’è chi (Enrico De Lea) cita Nietzsche, “ogni astratto amore per l’umanità è solo sintomo di ben concreto e puntuale egoismo”, mentre Luca Sossella invita a manifestare citando Pessoa: “Se avete la verità, tenetevela!” Il sottoscritto cita Harry Potter, “lottare contro Tu-sai-chi e suoi Mangiamorte”. Mi spiego.
Anche se il Vaticano fa solo il suo mestiere, e il conflitto ha da essere con i politici che abdicano al dovere di laicità dello Stato, o peggio usano la vita e la morte come grimaldello per una spallata alla Costituzione, anche la Chiesa non è uscita bene da questa storia. A parte l’ennesimo razzismo ammiccante di Voldemort-Berlusconi (“Eluana potrebbe partorire”: come se la vita e l’identità di una donna si fondasse solo su questo), ho rivissuto lo shock che vissi bambino alle medie quando portai in classe un libro di Bertrand Russell, Perché non sono cristiano. Dopo averne letto una pagina, l’insegnante di religione mi additò urlando. Cosa scrive(va) di così grave il celebre filosofo liberale? Che il cristianesimo prospera sulla paura della morte. Come in questi giorni barocchi: un’apologia della non-vita accanto a un’ostentata paura e rimozione della morte. Agli antipodi della “vita eterna” e dell’“anima che si libera dal corpo”. E’ questo malcelato scontro di civiltà che mi interpella. Sono laico, ma invoco maggiore religiosità e rispetto.
(in attesa di pubblicazione su l'Unità)
Anche se il Vaticano fa solo il suo mestiere, e il conflitto ha da essere con i politici che abdicano al dovere di laicità dello Stato, o peggio usano la vita e la morte come grimaldello per una spallata alla Costituzione, anche la Chiesa non è uscita bene da questa storia. A parte l’ennesimo razzismo ammiccante di Voldemort-Berlusconi (“Eluana potrebbe partorire”: come se la vita e l’identità di una donna si fondasse solo su questo), ho rivissuto lo shock che vissi bambino alle medie quando portai in classe un libro di Bertrand Russell, Perché non sono cristiano. Dopo averne letto una pagina, l’insegnante di religione mi additò urlando. Cosa scrive(va) di così grave il celebre filosofo liberale? Che il cristianesimo prospera sulla paura della morte. Come in questi giorni barocchi: un’apologia della non-vita accanto a un’ostentata paura e rimozione della morte. Agli antipodi della “vita eterna” e dell’“anima che si libera dal corpo”. E’ questo malcelato scontro di civiltà che mi interpella. Sono laico, ma invoco maggiore religiosità e rispetto.
(in attesa di pubblicazione su l'Unità)
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4/28/2008
Giulia Niccolai (ancora su politica e compassione)
In attesa di sapere, tra poche ore, se Roma, dove abito, sarà ancora - almeno - una "città aperta", o se sarà governata da un fascista (sono tra quelli che vedono ancora nettissima la differenza), vorrei, per così dire, distrarmi un po'. In realtà è il contrario - è quell'altra cosa la distrazione - e sulla "politica" nei giorni scorsi ho fatto un po' di ragionamenti dialogando con un'amica di lunga data, che ammiro molto e che si chiama Giulia Niccolai. E' una poetessa e una monaca (tibetana), e per sapere qualcosa di lei si può leggere questo pezzo trovato su Internet (che ne cita uno mio più vecchio). Uscirà sul prossimo Venerdì di Repubblica un'intervista che le ho fatto sul Tibet, sulla simbiosi di politica e compassione, che è già un bel paradosso. La anticipo qui, nella sua versione integrale:
“Mi chiedi: come può un buddista lottare? Non posso risponderti con una frase fatta, il discorso è troppo complesso. Come buddista, fin dall’inizio di questo cammino spirituale ho avuto la sensazione di nuotare controcorrente come un salmone. Già questo fatto potrebbe essere considerato di per sé ‘lotta’, ma la parola non sarebbe corretta per il Dharma (cioè gli insegnamenti). Poiché la prima fase del cammino è la ‘Rinuncia’, si rinuncia alle mete, agli scopi, alle ambizioni che si potevano avere in precedenza. Se effettivamente riesco a rinunciare a ogni cosa, non avrò più nemici, perché nessuno mi può impedire di raggiungere ciò che desidero (dato che non desidero più niente). Se non ho più nemici, non sto nemmeno più lottando”.
“Questo però non vuol dire che io non tenti di difendermi se qualcuno cerca di sopraffarmi. Prendi per esempio il Dalai Lama e il governo cinese. Sono anni che il Dalai Lama non pretende l'indipendenza del Tibet (ne chiede l'autonomia). Ma Pechino continua a dire che accetterà di discutere col Dalai Lama quando smetterà di chiedere l'indipendenza! E’ come se i due giocassero con un diverso mazzo di carte. L’uno pratica la buona fede, l'altro ne è talmente distante da non capire nemmeno le parole che il primo dice. E allora? Si potrà fare politica se anche gli altri praticano la meditazione e la compassione. Ma se gli altri hanno il solo scopo di fregarti, non sarà possibile. Tuttavia anche queste situazioni di stallo e di impossibilità danno i loro frutti. Per esempio, per la prima volta il Primo Ministro inglese è disposto ad accogliere il Dalai Lama. E per il resto ci vuole pazienza, una pazienza inimmaginabile, dato che la sua definizione è: ‘pensiero non turbato’”.
A parlare è Giulia Niccolai, poetessa italiana e monaca tibetana. Per molti fu la Gertrude Stein italiana (a cui peraltro lei ha dedicato un saggio). Perfettamente bilingue (con l’inglese), dotata di un fantastico umorismo, la poetessa Giulia Niccolai, già appartenente al Gruppo ’63 e direttrice per anni con Adriano Spatola della rivista “Tam Tam”, è autrice tra l’altro dei meravigliosi Fresbees (poesie da lanciare) e della celebre Harry’s Bar Ballad. Ascoltare i suoi reading era (è) un’esperienza entusiasmante, pari alla sua conversazione ricca e imprevedibile. Se la poetessa è nata a Milano nel 1934, la monaca è nata negli anni Ottanta. In un libro che fa il trait d’union con la sua vita precedente (Esoterico biliardo, edito da Archinto) racconta come la legge del karma, così simile a volte a quella del contrappasso di Dante, fece sì che un ictus le colpisse soprattutto la parola, da lei recuperata faticosamente nel corso degli anni. Fu questo evento a darle l’occasione della vita, quella di consacrarsi monaca, con anni di meditazione e di rinuncia trascorsi anche in un monastero buddista del Sud dell’India. Tutto questo lo racconta lei stessa con sincerità e grazia nel libro citato sopra. Due anni fa Giulia, già lontana dalle nevrosi del mondo culturale e forse dal mondo tout court, fu insignita al Quirinale dal presidente Ciampi del titolo di Grand’Ufficiale della Repubblica Italiana.
Giulia mi cita due articoli apparsi sulla stampa italiana, che rivelano alcuni retroscena sconvolgenti della protesta (e della repressione). Come il fatto, poi ampiamente confermato, che alle origini delle proteste violente ci fossero infiltrati cinesi, e che a fomentare la violenza sono i seguaci di un'altra guida spirituale, quella che Raimondo Bultrini ha descritto in un articolo su la Repubblica come “lo spirito diabolico alleato della Cina”. E' paragonabile al Voldemort di Harry Potter, ed è da sempre avverso al Dalai Lama.
“Da dieci anni il Dalai Lama rifiuta di impartire i suoi insegnamenti a chi segue quell'antico guru degenerato, Dorje Shugden, che invece gode della legittimazione del governo cinese. L’atteggiamento aggressivo di molti giovani monaci viene da qui – dice Giulia Niccolai - e questo spiega il fatto che il Dalai Lama non riesce più a controllare i monaci della terza generazione. E' particolarmente rattristante la minaccia, annunciata su un giornale, di futuri possibili kamikaze, seguaci del Dorje Shugden. Può infatti avere raggiunto monaci in Tibet, e i più giovani seguaci pensano che il pacifismo del Dalai Lama li abbia portati nel dimenticatoio del mondo. Il Dalai Lama ha cominciato col dire che devono smettere di praticare la rivolta: in una mappatura dei centri religiosi, quelli che seguono quello “spirito diabolico” hanno la dicitura ‘New Kadampa’.”
Chiedo a Giulia come viva la drammaticità della situazione presente.
“E’ chiaro che tutto si gioca tra l’adesso e le Olimpiadi. Il Dalai Lama è contrario al boicottaggio. E le notizie contraddittorie, non permettono di capire cosa succede. I Cinesi avevano detto a Bush che erano disposti a parlare col Dalai Lama. Che cosa è vero? Ci sono i simboli. La tv ha fatto vedere che il Dalai Lama è andato a pregare con gli induisti dove Gandhi è stato cremato: immagini che significano un invito alla pace. Chiede l’aiuto dell’Occidente, ai governi, perché facciano pressione sulla Cina. E’ stato importantissimo che Nancy Pelosi sia andata da Dalai Lama, anche se il suo gesto è stato poi contraddetto dalle dichiarazioni di Bush”. Nel frattempo anche l'inglese Brown e il francese Sarkozy hanno espresso proteste. “Ma la comunicazione col Tibet, prosegue Giulia Niccolai, è molto difficile o impossibile. Quello che succederà è un interrogativo tremendo, siamo in attesa, ci aspettano mesi di attesa e paura.”
Che cosa rispondi a chi cita l'arretratezza teocratica del Tibet, all'epoca dell'invasione cinese?
“Che sicuramente il Tibet era medievale: nel senso che non avevano nemmeno le ambasciate, nessuna sede diplomatica. Per questo quando la Cina li ha invasi nessuno ha fatto niente. La loro storia non sapevano farla sapere a nessuno, non avevano rapporti col mondo. E neanche adesso. E per quanto riguarda l’arretratezza, le carenze del Tibet sopravvivono anche in molte parti della Cina, dove tuttora non ci sono gabinetti privati, ma soltanto pubblici, e fai i tuoi escrementi in un buco dall’alto, in pubblico. Come in certe parti della Cina, in Tibet non c’erano strade, niente di niente, e una corriera potevi aspettarla anche tre giorni. Il fatto che il tempo era, è, una cosa incomprensibile. Per i buddisti questo nostro passaggio sulla Terra è un inconveniente doloroso. La vera natura della mente si ha quando non ha con sé il corpo. La vera natura è l’eternità.
“Il fatto che il Dalai Lama avesse un potere totale, religioso e politico, che fosse una dittatura totale, con lotte di potere interne di cui non ho idea, è vero. Non c’era elettricità. Ma anche nel cinese Li Thang, nella regione chiamata Kam, c'è una situazione simile, di un'epoca remota: un immenso altopiano in cui tutti sono nomadi e non è possibile coltivare niente a causa del forte vento e dell’altezza. Anche i monasteri sono nomadi, sotto le tende. I Cinesi vi hanno costruito una lunga fila di case per nomadi, in quella pianura pazzesca e ventosa, che sono ormai diroccate, e che nessuno ha mai voluto abitare. Ma vorrei dirti un'altra cosa sulla legge del karma e la Storia.” Quale?
“In breve, quando subisci un torto forse in qualche modo te lo meriti. Il Dalai Lama ha elaborato l'invasione cinese avvenuta nel 1959, quando il Tibet teneva per sé una religione che non condivideva col mondo. E' grazie all'invasione cinese che il buddismo tibetano si è globalizzato, che appartiene a tutta l'umanità. Io stessa non potrei essere monaca senza quell'evento”.
Torniamo al paradosso di una lotta che predica e comporta la compassione. Che cosa significa?
“Che cosa è la compassione? Una formuletta toglie le sfumature, quando tutto è fatto di sfumature. In sostanza, se qualcuno mi fa un torto, non reagisco ma questo perché ho perso ogni interesse a farlo, non sto mirando a qualcosa, non ho scopi da raggiungere, e da qui nasce la mia indifferenza (al torto subìto). Posso accusare la malevolenza di qualcuno, ma non avendo scopi da raggiungere, non mi muovo. Se una persona che considero disturbata mi fa richieste importune, io non do corda, come si dice.
“Quando a un certo momento avevano tutti le bandiere della pace alla finestra, all’inizio della guerra in Irak, io non l’ho messa. Era troppo facile esporla, quando la pace è una cosa talmente complessa e difficile. Mi sembrava un gesto troppo superficiale per qualcosa, come la pace, che si dovrebbe fare in ogni momento della giornata, in tutte le situazioni che viviamo, con tutte le persone che incontriamo. La pace è un esercizio di consapevolezza costante, molto faticoso. E’ faticoso farlo senza diventare contraddittori, compiaciuti di sé, esibizionisti. E’ una cosa difficilissima non avere pensieri malevoli, non avere amarezze, rancori, e, quando se ne ha, lasciarli dissolvere.
“Mi chiedi: come può un buddista lottare? Non posso risponderti con una frase fatta, il discorso è troppo complesso. Come buddista, fin dall’inizio di questo cammino spirituale ho avuto la sensazione di nuotare controcorrente come un salmone. Già questo fatto potrebbe essere considerato di per sé ‘lotta’, ma la parola non sarebbe corretta per il Dharma (cioè gli insegnamenti). Poiché la prima fase del cammino è la ‘Rinuncia’, si rinuncia alle mete, agli scopi, alle ambizioni che si potevano avere in precedenza. Se effettivamente riesco a rinunciare a ogni cosa, non avrò più nemici, perché nessuno mi può impedire di raggiungere ciò che desidero (dato che non desidero più niente). Se non ho più nemici, non sto nemmeno più lottando”.
“Questo però non vuol dire che io non tenti di difendermi se qualcuno cerca di sopraffarmi. Prendi per esempio il Dalai Lama e il governo cinese. Sono anni che il Dalai Lama non pretende l'indipendenza del Tibet (ne chiede l'autonomia). Ma Pechino continua a dire che accetterà di discutere col Dalai Lama quando smetterà di chiedere l'indipendenza! E’ come se i due giocassero con un diverso mazzo di carte. L’uno pratica la buona fede, l'altro ne è talmente distante da non capire nemmeno le parole che il primo dice. E allora? Si potrà fare politica se anche gli altri praticano la meditazione e la compassione. Ma se gli altri hanno il solo scopo di fregarti, non sarà possibile. Tuttavia anche queste situazioni di stallo e di impossibilità danno i loro frutti. Per esempio, per la prima volta il Primo Ministro inglese è disposto ad accogliere il Dalai Lama. E per il resto ci vuole pazienza, una pazienza inimmaginabile, dato che la sua definizione è: ‘pensiero non turbato’”.
A parlare è Giulia Niccolai, poetessa italiana e monaca tibetana. Per molti fu la Gertrude Stein italiana (a cui peraltro lei ha dedicato un saggio). Perfettamente bilingue (con l’inglese), dotata di un fantastico umorismo, la poetessa Giulia Niccolai, già appartenente al Gruppo ’63 e direttrice per anni con Adriano Spatola della rivista “Tam Tam”, è autrice tra l’altro dei meravigliosi Fresbees (poesie da lanciare) e della celebre Harry’s Bar Ballad. Ascoltare i suoi reading era (è) un’esperienza entusiasmante, pari alla sua conversazione ricca e imprevedibile. Se la poetessa è nata a Milano nel 1934, la monaca è nata negli anni Ottanta. In un libro che fa il trait d’union con la sua vita precedente (Esoterico biliardo, edito da Archinto) racconta come la legge del karma, così simile a volte a quella del contrappasso di Dante, fece sì che un ictus le colpisse soprattutto la parola, da lei recuperata faticosamente nel corso degli anni. Fu questo evento a darle l’occasione della vita, quella di consacrarsi monaca, con anni di meditazione e di rinuncia trascorsi anche in un monastero buddista del Sud dell’India. Tutto questo lo racconta lei stessa con sincerità e grazia nel libro citato sopra. Due anni fa Giulia, già lontana dalle nevrosi del mondo culturale e forse dal mondo tout court, fu insignita al Quirinale dal presidente Ciampi del titolo di Grand’Ufficiale della Repubblica Italiana.
Giulia mi cita due articoli apparsi sulla stampa italiana, che rivelano alcuni retroscena sconvolgenti della protesta (e della repressione). Come il fatto, poi ampiamente confermato, che alle origini delle proteste violente ci fossero infiltrati cinesi, e che a fomentare la violenza sono i seguaci di un'altra guida spirituale, quella che Raimondo Bultrini ha descritto in un articolo su la Repubblica come “lo spirito diabolico alleato della Cina”. E' paragonabile al Voldemort di Harry Potter, ed è da sempre avverso al Dalai Lama.
“Da dieci anni il Dalai Lama rifiuta di impartire i suoi insegnamenti a chi segue quell'antico guru degenerato, Dorje Shugden, che invece gode della legittimazione del governo cinese. L’atteggiamento aggressivo di molti giovani monaci viene da qui – dice Giulia Niccolai - e questo spiega il fatto che il Dalai Lama non riesce più a controllare i monaci della terza generazione. E' particolarmente rattristante la minaccia, annunciata su un giornale, di futuri possibili kamikaze, seguaci del Dorje Shugden. Può infatti avere raggiunto monaci in Tibet, e i più giovani seguaci pensano che il pacifismo del Dalai Lama li abbia portati nel dimenticatoio del mondo. Il Dalai Lama ha cominciato col dire che devono smettere di praticare la rivolta: in una mappatura dei centri religiosi, quelli che seguono quello “spirito diabolico” hanno la dicitura ‘New Kadampa’.”
Chiedo a Giulia come viva la drammaticità della situazione presente.
“E’ chiaro che tutto si gioca tra l’adesso e le Olimpiadi. Il Dalai Lama è contrario al boicottaggio. E le notizie contraddittorie, non permettono di capire cosa succede. I Cinesi avevano detto a Bush che erano disposti a parlare col Dalai Lama. Che cosa è vero? Ci sono i simboli. La tv ha fatto vedere che il Dalai Lama è andato a pregare con gli induisti dove Gandhi è stato cremato: immagini che significano un invito alla pace. Chiede l’aiuto dell’Occidente, ai governi, perché facciano pressione sulla Cina. E’ stato importantissimo che Nancy Pelosi sia andata da Dalai Lama, anche se il suo gesto è stato poi contraddetto dalle dichiarazioni di Bush”. Nel frattempo anche l'inglese Brown e il francese Sarkozy hanno espresso proteste. “Ma la comunicazione col Tibet, prosegue Giulia Niccolai, è molto difficile o impossibile. Quello che succederà è un interrogativo tremendo, siamo in attesa, ci aspettano mesi di attesa e paura.”
Che cosa rispondi a chi cita l'arretratezza teocratica del Tibet, all'epoca dell'invasione cinese?
“Che sicuramente il Tibet era medievale: nel senso che non avevano nemmeno le ambasciate, nessuna sede diplomatica. Per questo quando la Cina li ha invasi nessuno ha fatto niente. La loro storia non sapevano farla sapere a nessuno, non avevano rapporti col mondo. E neanche adesso. E per quanto riguarda l’arretratezza, le carenze del Tibet sopravvivono anche in molte parti della Cina, dove tuttora non ci sono gabinetti privati, ma soltanto pubblici, e fai i tuoi escrementi in un buco dall’alto, in pubblico. Come in certe parti della Cina, in Tibet non c’erano strade, niente di niente, e una corriera potevi aspettarla anche tre giorni. Il fatto che il tempo era, è, una cosa incomprensibile. Per i buddisti questo nostro passaggio sulla Terra è un inconveniente doloroso. La vera natura della mente si ha quando non ha con sé il corpo. La vera natura è l’eternità.
“Il fatto che il Dalai Lama avesse un potere totale, religioso e politico, che fosse una dittatura totale, con lotte di potere interne di cui non ho idea, è vero. Non c’era elettricità. Ma anche nel cinese Li Thang, nella regione chiamata Kam, c'è una situazione simile, di un'epoca remota: un immenso altopiano in cui tutti sono nomadi e non è possibile coltivare niente a causa del forte vento e dell’altezza. Anche i monasteri sono nomadi, sotto le tende. I Cinesi vi hanno costruito una lunga fila di case per nomadi, in quella pianura pazzesca e ventosa, che sono ormai diroccate, e che nessuno ha mai voluto abitare. Ma vorrei dirti un'altra cosa sulla legge del karma e la Storia.” Quale?
“In breve, quando subisci un torto forse in qualche modo te lo meriti. Il Dalai Lama ha elaborato l'invasione cinese avvenuta nel 1959, quando il Tibet teneva per sé una religione che non condivideva col mondo. E' grazie all'invasione cinese che il buddismo tibetano si è globalizzato, che appartiene a tutta l'umanità. Io stessa non potrei essere monaca senza quell'evento”.
Torniamo al paradosso di una lotta che predica e comporta la compassione. Che cosa significa?
“Che cosa è la compassione? Una formuletta toglie le sfumature, quando tutto è fatto di sfumature. In sostanza, se qualcuno mi fa un torto, non reagisco ma questo perché ho perso ogni interesse a farlo, non sto mirando a qualcosa, non ho scopi da raggiungere, e da qui nasce la mia indifferenza (al torto subìto). Posso accusare la malevolenza di qualcuno, ma non avendo scopi da raggiungere, non mi muovo. Se una persona che considero disturbata mi fa richieste importune, io non do corda, come si dice.
“Quando a un certo momento avevano tutti le bandiere della pace alla finestra, all’inizio della guerra in Irak, io non l’ho messa. Era troppo facile esporla, quando la pace è una cosa talmente complessa e difficile. Mi sembrava un gesto troppo superficiale per qualcosa, come la pace, che si dovrebbe fare in ogni momento della giornata, in tutte le situazioni che viviamo, con tutte le persone che incontriamo. La pace è un esercizio di consapevolezza costante, molto faticoso. E’ faticoso farlo senza diventare contraddittori, compiaciuti di sé, esibizionisti. E’ una cosa difficilissima non avere pensieri malevoli, non avere amarezze, rancori, e, quando se ne ha, lasciarli dissolvere.
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Tibet
3/20/2008
Sangue e compassione (l'illusione tibetana)
Di solito non pubblico testi di altri in questo blog, ma l'articolo sul Tibet che c'era ieri su l'Unità di Ugo Leonzio (già impeccabile curatore del Libro tibetano dei morti per Einaudi, e autore di una bellissima introduzione), vorrei condividerlo. Si intitola: "Sangue e compassione, l’illusione tibetana", e nel sottotitolo si chiede "perché i monaci si ribellano ai cinesi se l’attaccamento alla casa e al proprio Paese è inutile, se tutto è illusione? La risposta è nel cuore dell’insegnamento buddista, che pone al centro della pratica il risveglio (la liberazione) di tutti gli esseri".
Che il Tibet sia un paese immaginario inventato dagli occidentali un paio di secoli fa come rifugio dagli illuminismi e poi dalla metastasi della tecnologia dei consumi e dei viaggi «avventura» lo si può vedere dalla falsa coscienza con cui si manifesta con candeline accese e scritte Free Tibet in paesi che per cinquant’anni non hanno mai riconosciuto il Dalai Lama come capo di un governo in esilio. Il Premio Nobel per la Pace, offerto molti anni fa a Tenzin Gyatso, Oceano di Saggezza, è la prova di questa dimensione irreale in cui lo abbiamo collocato.Per chi compra un viaggio «avventura» Lhasa-Kailash-Samye, il Paese delle Nevi è popolato solo da lama persi in meditazioni profonde tra cime di cristallo traversate da mantra accompagnati dai suoni delle trombe sistemate in cima ai gompa. Chi non è lama o almeno un naljorpa itinerante abituato a meditare in «luoghi di potere», sacre caverne o cimiteri, non suscita alcun interesse nel viaggiatore sprofondato nel suo sonno mistico, motivato da un paesaggio di una bellezza profonda e struggente.Chi va a Dharamsala per ricevere insegnamenti da Sua Santità o iniziazioni di Kalachakra nelle varie parti del mondo in cui questo monaco forte, saggio e ironico cerca di tener viva l’immagine del suo paese, non si chiede che cosa sia veramente il Tibet, i suoi luoghi, la sua storia, affascinante e contraddittoria come tutte. Alimenta esclusivamente la sua ansia di spiritualità e di «compassione», dimenticando un famoso e sostanziale avvertimento del Budda Sakyamuni: «la via della spiritualità è quella che porta più velocemente all’inferno». Chogyam Trungpa, il più intenso e affascinante lama che provò per primo a spiegare il tantrismo tibetano in America, definì i suoi primi allievi, ansiosi di penetrare nei segreti insegnamenti del tantrismo Vajrayana allacciando proficui legami con divinità Pacifiche e Feroci, «pescecani spirituali». Non era un complimento.È probabile che qualcosa sia cambiato da allora, il buddismo si è diffuso ovunque e in modo imprevedibile, l’immagine di pace interiore che diffonde è un richiamo troppo forte, un antidoto contro la demoniaca avidità che trasforma la nostra mente in un cannibale afflitto da bulimia anoressica. I lama tibetani che oggi danno insegnamenti, conoscono molto meglio i loro allievi e le loro ansie di «altrove», la sete insaziabile di contemplazione & compassione.Associazioni non governative come Asia, fondata dal grande lama e insegnante dzog chen Namkhai Norbu, costruiscono in Tibet ospedali e scuole dove si insegna la lingua tibetana e mantengono viva, in centri di studio e di meditazione sparsi in tutte le parti del mondo, la tradizione spirituale e le profonde pratiche del tantrismo tibetano che nel Paese delle Nevi rischiano di scomparire. Eppure, cinquant’anni dopo la drammatica fuga in India del Dalai Lama e i tragici, sanguinosi fatti di questi giorni a Lhasa, il Tibet è rimasto com’era, un paese che continua a essere un sogno, un’utopia mistica ben radicata nelle mente dei suoi sostenitori e che per questo sembrerebbe possedere meno speranze di ritrovare la sua identità della Birmania, che non è un mito ma un territorio buddista con infinite pagode, monaci con tonache suggestive, stupa d’oro, un regime repressivo, eroina, turisti ecc.Il Tibet, bod come lo chiamano i tibetani, è diverso. Il Tibet è unico. Anche se privato non solo del suo futuro ma anche del suo passato, anche se rischia di essere inghiottito pericolosamente dal «Paese delle nevi», un sogno disegnato genialmente dal mistico pittore russo Nicholas Roerich e costruito con infinita quanto involontaria perizia dalle geniali spedizioni di Giuseppe Tucci nello Zhang Zhung e da una miriade di film, documentari, spedizioni, scalate, viaggi, libri ed estasi pacifiche e feroci, bod sopravviverà. La sua malìa incanterà anche i cinesi quando l’ansia di forza e di potenza passerà la mano perché il mutamento è la legge dell’esistenza. Questo insegnamento è probabilmente il primo che sia stato dato dal Buddha, nel Parco dei Daini di Kashi, in riva al Gange, insieme alla constatazione che la vita è dolore. Questo piccolo seme di infinita potenza, trasportato negli infiniti deserti tibetani traversati solo da cumuli di nuvole bianche, ha trasformato il Tibet più di qualsiasi altro paese in cui questo insegnamento sia giunto e abbia attecchito. Ma non sono stati i selvaggi tibetani, di cui si diceva che fossero predoni, assassini e perfino cannibali (sebbene uno dei primi re ricordati dalle cronache antiche, Podekungyal, vivesse all’epoca dell’imperatore cinese della dinastia Han Wuti, un paio di secoli prima di Cristo) a svilupparlo. È stato il paesaggio, la profondità dell’orizzonte, l’altitudine che affila l’ossigeno fino a farlo sparire, a creare le Divinità pacifiche e feroci che dominano l’immaginario delle pratiche tantriche rendendolo diverso da tutte le altre forme buddiste di «pianura».Le religioni nascono nei deserti ma, si sa, niente è più diverso dei deserti. Solo il silenzio li apparenta. Il silenzio è il luogo privilegiato delle apparizioni. Nessuna pratica mistica è più ricca di apparizione del buddismo tibetano. È un’apparizione incessante di divinità pacifiche e ostili, consolanti o persecutorie, assetate di sangue e di sciroppi di lunga vita, quasi tutte descritte scrupolosamente nel classico Oracles and Demons of Tibet da Réne De Nebesky-Wojkowitz (Tiwari’s Pilgrim Book House). Divinità che cavalcano eventi naturali, furori della natura, venti travolgenti, valanghe, instabili abissi e immobili cime, laghi parlanti e salati. Erano queste apparizioni che davano forma alle pratiche e agli insegnamenti esoterici e non il contrario.Così l’aspetto e la forma di queste apparizioni hanno finito per dividere in tre gruppi (e svariate scuole) l’insegnamento buddista, anche se la leggenda vuole che il monaco Sakyamuni fin dall’inizio desse insegnamenti semplici ad alcuni ed altri, più segreti, esoterici, occulti a quelli che erano in grado di capirli. Tutti, comunque, conducevano sul sentiero della liberazione. La differenza consisteva nel tempo e nel numero delle rinascite necessarie per il risveglio. Gli insegnamenti segreti permettevano un risveglio istantaneo, nel corso di una sola vita. Per quelli comuni, bisognava armarsi di pazienza. Decine se non centinaia di nascite e rinascite, di transiti tra vita e morte e tra morte e vita (secondo la legge del karma, cioè di causa ed effetto) erano appena sufficienti per sbirciare fuori dai confini del samsara, il regno della sofferenza in cui ci troviamo adesso (di questo, pochi credo possano dubitare e anche chi dubita, perché baciato dalla fortuna, da un lifting ben riuscito o da una fortunata avventura nel regno dei trapianti svizzeri) farebbe meglio ad aspettare le sorprese immancabili e per nulla consolanti del post mortem. Le pratiche che riguardano questo avvenimento cruciale è il cuore dell’insegnamento del tantrismo tibetano e non appartiene ad alcuna altra scuola buddista.Per i tibetani e soprattutto per il loro celebre Bardo Thos grol, meglio conosciuto come Libro dei morti tibetano, quando il nostro corpo smette di funzionare e si dissolve, noi non andiamo «a far terra per ceci», ma per la durata di sette settimane viaggiamo in un territorio incredibilmente frustrante, crudele e ingannatore. Il nostro grasso inconscio. Tutto il rimosso, il non detto, il negato ci appare interpretato dalla figure sardoniche, irridenti, affamate del coloratissimo pantheon che soggiorna nei regni oltremondani della nostra mente che scomparirà solo alla fine di questo viaggio estremo. Il libro dei morti tibetano dà a tutti le istruzioni per uscire senza danni da questa imbarazzante situazione e in modo più o meno onorevole. Se riconosciamo che quelle spaventose visioni che ci inseguono, ci minacciano e ci terrorizzano mettendo davanti ai nostri occhi la vera identità di chi siamo stati da vivi, sono il prodotto (illusorio) della nostra mente, istantaneamente l’incubo sparisce e in un raggio glorioso di arcobaleno torniamo ad essere quello che siamo sempre stati, senza mai saperlo. Saggezza, luce, onnipotente vuoto da cui ogni forma, ogni pensiero, ogni pensiero deriva in una instancabile gioco d’illusione. I tibetani, lama, monaci, gente comune hanno questa certezza che potrebbero condividere con molti dei fisici quantistici che studiano la «teoria delle stringhe». Tutta la realtà è il riflesso iridescente, ma vuoto, del nulla. Niente ha consistenza, niente è «reale». Il dolore, la sofferenza nascono quando non si riconosce questo stato che imprigiona la nostra mente, privandola della sua perfezione felice. Allora perché ribellarsi a Lhasa? Perché provocare un bagno di sangue e moltiplicare il dolore se tutto è illusione? Attaccarsi alla propria casa, al proprio paese non solo è inutile ma può essere una forma di avidità che ci proietterà, dopo morti, in uno dei Sei Loka, i regni della sofferenza che costituiscono il samsara, gravido delle nostre passioni. C’è qualcosa che divide profondamente l’insegnamento buddista e le sue scuole principali, Hinayana, Mahayana e Vajrayana. La compassione. Nell’Hinayana si persegue il risveglio da soli. La pratica è etica, morale, devozionale. Ciascuno percorre da solo il Sentiero, essenziale è liberarsi. Mahayana e Vajrayana, invece, mettono al centro degli insegnamenti la Compassione, che vuol dire non uscire dal samsara finché anche il più piccolo, il più insignificante degli insetti non sia stato liberato. Il risveglio di tutti gli esseri è il punto essenziale. È la compassione a condurre, prima delle preziose pratiche occulte, sul sentiero irreversibile del Risveglio. Irreversibile, perché anche se l’illusione ci trascina nel sangue, non ci permette mai di scordare l’irrealtà di quello che stiamo vivendo.C’è un insegnamento più prezioso di questo?
Che il Tibet sia un paese immaginario inventato dagli occidentali un paio di secoli fa come rifugio dagli illuminismi e poi dalla metastasi della tecnologia dei consumi e dei viaggi «avventura» lo si può vedere dalla falsa coscienza con cui si manifesta con candeline accese e scritte Free Tibet in paesi che per cinquant’anni non hanno mai riconosciuto il Dalai Lama come capo di un governo in esilio. Il Premio Nobel per la Pace, offerto molti anni fa a Tenzin Gyatso, Oceano di Saggezza, è la prova di questa dimensione irreale in cui lo abbiamo collocato.Per chi compra un viaggio «avventura» Lhasa-Kailash-Samye, il Paese delle Nevi è popolato solo da lama persi in meditazioni profonde tra cime di cristallo traversate da mantra accompagnati dai suoni delle trombe sistemate in cima ai gompa. Chi non è lama o almeno un naljorpa itinerante abituato a meditare in «luoghi di potere», sacre caverne o cimiteri, non suscita alcun interesse nel viaggiatore sprofondato nel suo sonno mistico, motivato da un paesaggio di una bellezza profonda e struggente.Chi va a Dharamsala per ricevere insegnamenti da Sua Santità o iniziazioni di Kalachakra nelle varie parti del mondo in cui questo monaco forte, saggio e ironico cerca di tener viva l’immagine del suo paese, non si chiede che cosa sia veramente il Tibet, i suoi luoghi, la sua storia, affascinante e contraddittoria come tutte. Alimenta esclusivamente la sua ansia di spiritualità e di «compassione», dimenticando un famoso e sostanziale avvertimento del Budda Sakyamuni: «la via della spiritualità è quella che porta più velocemente all’inferno». Chogyam Trungpa, il più intenso e affascinante lama che provò per primo a spiegare il tantrismo tibetano in America, definì i suoi primi allievi, ansiosi di penetrare nei segreti insegnamenti del tantrismo Vajrayana allacciando proficui legami con divinità Pacifiche e Feroci, «pescecani spirituali». Non era un complimento.È probabile che qualcosa sia cambiato da allora, il buddismo si è diffuso ovunque e in modo imprevedibile, l’immagine di pace interiore che diffonde è un richiamo troppo forte, un antidoto contro la demoniaca avidità che trasforma la nostra mente in un cannibale afflitto da bulimia anoressica. I lama tibetani che oggi danno insegnamenti, conoscono molto meglio i loro allievi e le loro ansie di «altrove», la sete insaziabile di contemplazione & compassione.Associazioni non governative come Asia, fondata dal grande lama e insegnante dzog chen Namkhai Norbu, costruiscono in Tibet ospedali e scuole dove si insegna la lingua tibetana e mantengono viva, in centri di studio e di meditazione sparsi in tutte le parti del mondo, la tradizione spirituale e le profonde pratiche del tantrismo tibetano che nel Paese delle Nevi rischiano di scomparire. Eppure, cinquant’anni dopo la drammatica fuga in India del Dalai Lama e i tragici, sanguinosi fatti di questi giorni a Lhasa, il Tibet è rimasto com’era, un paese che continua a essere un sogno, un’utopia mistica ben radicata nelle mente dei suoi sostenitori e che per questo sembrerebbe possedere meno speranze di ritrovare la sua identità della Birmania, che non è un mito ma un territorio buddista con infinite pagode, monaci con tonache suggestive, stupa d’oro, un regime repressivo, eroina, turisti ecc.Il Tibet, bod come lo chiamano i tibetani, è diverso. Il Tibet è unico. Anche se privato non solo del suo futuro ma anche del suo passato, anche se rischia di essere inghiottito pericolosamente dal «Paese delle nevi», un sogno disegnato genialmente dal mistico pittore russo Nicholas Roerich e costruito con infinita quanto involontaria perizia dalle geniali spedizioni di Giuseppe Tucci nello Zhang Zhung e da una miriade di film, documentari, spedizioni, scalate, viaggi, libri ed estasi pacifiche e feroci, bod sopravviverà. La sua malìa incanterà anche i cinesi quando l’ansia di forza e di potenza passerà la mano perché il mutamento è la legge dell’esistenza. Questo insegnamento è probabilmente il primo che sia stato dato dal Buddha, nel Parco dei Daini di Kashi, in riva al Gange, insieme alla constatazione che la vita è dolore. Questo piccolo seme di infinita potenza, trasportato negli infiniti deserti tibetani traversati solo da cumuli di nuvole bianche, ha trasformato il Tibet più di qualsiasi altro paese in cui questo insegnamento sia giunto e abbia attecchito. Ma non sono stati i selvaggi tibetani, di cui si diceva che fossero predoni, assassini e perfino cannibali (sebbene uno dei primi re ricordati dalle cronache antiche, Podekungyal, vivesse all’epoca dell’imperatore cinese della dinastia Han Wuti, un paio di secoli prima di Cristo) a svilupparlo. È stato il paesaggio, la profondità dell’orizzonte, l’altitudine che affila l’ossigeno fino a farlo sparire, a creare le Divinità pacifiche e feroci che dominano l’immaginario delle pratiche tantriche rendendolo diverso da tutte le altre forme buddiste di «pianura».Le religioni nascono nei deserti ma, si sa, niente è più diverso dei deserti. Solo il silenzio li apparenta. Il silenzio è il luogo privilegiato delle apparizioni. Nessuna pratica mistica è più ricca di apparizione del buddismo tibetano. È un’apparizione incessante di divinità pacifiche e ostili, consolanti o persecutorie, assetate di sangue e di sciroppi di lunga vita, quasi tutte descritte scrupolosamente nel classico Oracles and Demons of Tibet da Réne De Nebesky-Wojkowitz (Tiwari’s Pilgrim Book House). Divinità che cavalcano eventi naturali, furori della natura, venti travolgenti, valanghe, instabili abissi e immobili cime, laghi parlanti e salati. Erano queste apparizioni che davano forma alle pratiche e agli insegnamenti esoterici e non il contrario.Così l’aspetto e la forma di queste apparizioni hanno finito per dividere in tre gruppi (e svariate scuole) l’insegnamento buddista, anche se la leggenda vuole che il monaco Sakyamuni fin dall’inizio desse insegnamenti semplici ad alcuni ed altri, più segreti, esoterici, occulti a quelli che erano in grado di capirli. Tutti, comunque, conducevano sul sentiero della liberazione. La differenza consisteva nel tempo e nel numero delle rinascite necessarie per il risveglio. Gli insegnamenti segreti permettevano un risveglio istantaneo, nel corso di una sola vita. Per quelli comuni, bisognava armarsi di pazienza. Decine se non centinaia di nascite e rinascite, di transiti tra vita e morte e tra morte e vita (secondo la legge del karma, cioè di causa ed effetto) erano appena sufficienti per sbirciare fuori dai confini del samsara, il regno della sofferenza in cui ci troviamo adesso (di questo, pochi credo possano dubitare e anche chi dubita, perché baciato dalla fortuna, da un lifting ben riuscito o da una fortunata avventura nel regno dei trapianti svizzeri) farebbe meglio ad aspettare le sorprese immancabili e per nulla consolanti del post mortem. Le pratiche che riguardano questo avvenimento cruciale è il cuore dell’insegnamento del tantrismo tibetano e non appartiene ad alcuna altra scuola buddista.Per i tibetani e soprattutto per il loro celebre Bardo Thos grol, meglio conosciuto come Libro dei morti tibetano, quando il nostro corpo smette di funzionare e si dissolve, noi non andiamo «a far terra per ceci», ma per la durata di sette settimane viaggiamo in un territorio incredibilmente frustrante, crudele e ingannatore. Il nostro grasso inconscio. Tutto il rimosso, il non detto, il negato ci appare interpretato dalla figure sardoniche, irridenti, affamate del coloratissimo pantheon che soggiorna nei regni oltremondani della nostra mente che scomparirà solo alla fine di questo viaggio estremo. Il libro dei morti tibetano dà a tutti le istruzioni per uscire senza danni da questa imbarazzante situazione e in modo più o meno onorevole. Se riconosciamo che quelle spaventose visioni che ci inseguono, ci minacciano e ci terrorizzano mettendo davanti ai nostri occhi la vera identità di chi siamo stati da vivi, sono il prodotto (illusorio) della nostra mente, istantaneamente l’incubo sparisce e in un raggio glorioso di arcobaleno torniamo ad essere quello che siamo sempre stati, senza mai saperlo. Saggezza, luce, onnipotente vuoto da cui ogni forma, ogni pensiero, ogni pensiero deriva in una instancabile gioco d’illusione. I tibetani, lama, monaci, gente comune hanno questa certezza che potrebbero condividere con molti dei fisici quantistici che studiano la «teoria delle stringhe». Tutta la realtà è il riflesso iridescente, ma vuoto, del nulla. Niente ha consistenza, niente è «reale». Il dolore, la sofferenza nascono quando non si riconosce questo stato che imprigiona la nostra mente, privandola della sua perfezione felice. Allora perché ribellarsi a Lhasa? Perché provocare un bagno di sangue e moltiplicare il dolore se tutto è illusione? Attaccarsi alla propria casa, al proprio paese non solo è inutile ma può essere una forma di avidità che ci proietterà, dopo morti, in uno dei Sei Loka, i regni della sofferenza che costituiscono il samsara, gravido delle nostre passioni. C’è qualcosa che divide profondamente l’insegnamento buddista e le sue scuole principali, Hinayana, Mahayana e Vajrayana. La compassione. Nell’Hinayana si persegue il risveglio da soli. La pratica è etica, morale, devozionale. Ciascuno percorre da solo il Sentiero, essenziale è liberarsi. Mahayana e Vajrayana, invece, mettono al centro degli insegnamenti la Compassione, che vuol dire non uscire dal samsara finché anche il più piccolo, il più insignificante degli insetti non sia stato liberato. Il risveglio di tutti gli esseri è il punto essenziale. È la compassione a condurre, prima delle preziose pratiche occulte, sul sentiero irreversibile del Risveglio. Irreversibile, perché anche se l’illusione ci trascina nel sangue, non ci permette mai di scordare l’irrealtà di quello che stiamo vivendo.C’è un insegnamento più prezioso di questo?
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